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LETTRE AL DIRETTORE UN GENERE LETTERARIO
300 lettere sulle quali meditare

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Procreazione assistita una legge sbagliata

Sono una giovane biologa napoletana, specializzata in fecondazione assistita, costretta da una legge liberticida ad emigrare per svolgere la mia attività. Lavoro a Bruxelles all'università Az-Vub, uno dei centri più avanzati d'Europa, dove la clientela, da un anno, è costituita per circa la metà da coppie italiane, obbligate, con grandi sacrifici economici, a cercare lontano da casa l'avverarsi di un sogno oggi sempre più difficile: avere un figlio.
Leggo con raccapriccio sui quotidiani continue notizie di malasanità riguardanti scambio di provette con bianchi che diventano neri e neri che diventano bianchi.
Vorrei attraverso le pagine del suo giornale lanciare un grido di dolore, affinché, in Italia, si cambi la normativa vigente che penalizza le donne e le coppie meno abbienti.

La Repubblica 8 settembre 2004

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Matrimoni internazionali

Gentile direttore,
l’Europa, figlia dell’utopia, sta già per andare in crisi. Il referendum sulla sua Costituzione di cui si parla in Francia, unito alla calamitosa inflazione strisciante che, dall’entrata in vigore dell’euro, sta erodendo stipendi e risparmi, sono le spie più vistose di un malessere diffuso, che sta mettendo in crisi un così ambizioso progetto, nato nelle stanze del potere segreto dei banchieri di Francoforte. Il sogno malizioso di una grande Europa dall’Atlantico agli Urali non può reggere naturalmente soltanto su di una moneta, ma è necessario che i popoli, divisi oggi dalla lingua e dalla storia, da abitudini e legislazioni diverse, diventino un solo popolo. Un obiettivo che può divenire più facile attraverso l’aumento dei matrimoni internazionali. Se tutti i governi erogassero dei cospicui incentivi economici e fiscali alle coppie, naturalmente con prole, ai cittadini di diversa nazionalità che volessero mettere su famiglia un passo decisivo verso l’integrazione europea sarebbe compiuto e l’Europa, in capo a 2-3 generazioni, passerebbe dalla fantasia alla realtà. 
Un provvedimento semplice senza il quale il nostro futuro demografico è semplicemente senza speranza.
Mi sia permesso un ricordo personale: la malattia di fare proposte attraverso lettere al direttore lo ho contratto in età pediatrica. La mia prima missiva fu indirizzata al mensile Quattrosoldi e trattava proprio dei matrimoni internazionali. Era il 1960, il direttore della rivista nella sua risposta ironizzo e sospettò che stessi per sposarmi con una straniera, non sapeva che da poco avevo compiuto tredici anni.

Quattrosoldi novembre 1960

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Darwin ed il neo creazionismo

Gentile direttore,
in questi giorni si discute animatamente sui giornali di neocreazionismo, che negli Stati Uniti si insegna nelle scuole assieme alla teoria di Darwin.
La monogamia nella specie umana ha il suo fondamento nell’eguale numero di maschi e femmine nell’età riproduttiva. A lungo nei secoli scorsi si è data la colpa alla donna quando non generava un figlio maschio, poi si è creduto che era l’uomo attraverso i suoi spermatozoi a stabilire il sesso della prole; ma erano scoperte fallaci: a determinare una eguale e costante percentuale tra i due sessi presiede un mirabile meccanismo ancora del tutto sconosciuto.
La presenza in una popolazione, come ad esempio quella italiana, di un maggior numero di donne è legato unicamente alla maggior durata della vita femminile, caratteristica costante in tutto il mondo. Ma ha ben poca importanza se esaminando le classi di età più avanzate (oltre i 60-70 anni) troviamo più donne che uomini, l’importanza è che nell’età feconda vi sia un perfetto equilibrio tra i due sessi.
Questa “armonia percentuale”, necessaria per il quieto vivere delle famiglie, della società e degli Stati è tenuta sotto controllo in maniera a dir poco prodigiosa: infatti in periodi post bellici, quando i maschi diminuiscono, per una generazione nascono meno femmine!
Una scoperta recente è stata l’osservazione che gli embrioni abortiti spontaneamente, nelle prime fasi della gravidanza, sono più frequentemente di sesso maschile, di conseguenza il rispetto della percentuale paritaria non avviene al momento della fecondazione, quando contiamo 170 maschi per 100 femmine, bensì nel momento più significativo, il periodo di maggiore fertilità, tra i 20 ed i 35 anni.
Il poter leggere, grazie alle continue scoperte scientifiche, nel gran “libro” della natura le tracce inequivocabili di un ordine deve invitarci ad una profonda riflessione e la stupefacente maniera con la quale la Natura programma il rapporto percentuale tra i sessi ne rappresenta uno degli infiniti esempi.
Il Newton nel porre termine al suo “Philosophiae Naturalis Principia Matematica”, una tra le più importanti opere dello scibile umano, non ritenne fuori luogo dissertare sugli attributi di Dio. Sia perciò permesso, ad un laico inveterato, invitare tutti a meditare sulla certezza che tali delicati meccanismi è assolutamente improbabile che siano sorti per combinazione!

Il Roma 12 novembre 2005

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La pillola per abortire

Gentile direttore,
i giornali stanno dedicando intere pagine alla sperimentazione della pillola RU486, in grado di provocare l'aborto senza intervento chirurgico, dimenticando che tale farmaco è adoperato in tutto il mondo dall'Europa agli Stati Uniti, dalla Cina a quasi tutti i paesi africani, per cui non c'è più niente da sperimentare. 
Vorrei segnalare che in Italia si potrebbero superare tutti gli ostacoli burocratici, se ci si ricordasse della scoperta di un geniale quanto bistrattato ginecologo napoletano:Achille della Ragione, il quale da oltre 15 anni ha scoperto che un'associazione di farmaci, regolarmente in commercio: prostaglandina ed ossitocici è in grado di provocare l'aborto con una percentuale di successo superiore alla tanto decantata pillola francese.
Bibliografia: Contraccezione Fertilità Sessualità vol. 18. n. 4 Luglio 1991

Il Golfo 16 novembre 2005

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 Pensioni: regole più severe per gli stranieri

Gentile dottore,
in Francia una straniera che sposa un francese deve attendere 4 anni prima di poter chiedere la cittadinanza e godere dell'eventuale pensione in caso di vedovanza e la normativa poco differisce nelle altre nazioni europee, ad eccezione dell'Italia, dove una folla di ucraine, polacche, rumene ecc. non ambisce che a portare all'altare un ottantenne per prendere in un sol colpo i classici due piccioni: la cittadinanza subito e la pensione di reversibilità entro brevissimo tempo. E poi ci lamentiamo delle voragini nei conti degli istituti previdenziali.

Il Giornale 18 novembre 2005 - Roma 23 novembre 2005

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Famiglie divise, facile incolpare le straniere

Gentile dottore,
l'entrata in commercio e l'ampia diffusione del Viagra e prodotti similari , che ha risvegliato prepotentemente i sensi pigri ed intorpiditi di tanti Italiani sopra gli "anta", associata alla discesa nel nostro paese di una folla incontenibile di ucraine, polacche, russe, rumene e sudamericane, desiderose, più che di un
lavoro, di un maschio da spennare, ha provocato una miscela esplosiva,
che ha travolto decine di migliaia di famiglie ed il fenomeno cresce
ogni giorno di più. Darwin sarebbe contento che tanti maschi cerchino
una compagna più giovane, ma tante donne abbandonate sono naturalmente
di parere diverso e tante famiglie sfasciate sono un prezzo troppo alto
e doloroso da pagare sull'altare della globalizzazione

Il Golfo 24 novembre 2005 - Il Mattino 2 dicembre 2005- Il Roma 18 dicembre 2005

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 L’albergo dei poveri diventa dei ricchi

Gentile dottore,
tempi felici quando Napoli non aveva al comune, alla provincia ed alla regione gli attuali amministratori e regnava incontrastato Carlo III, tempi felici almeno per la miriade di poveracci che l’illuminato sovrano alloggiò in uno sterminato edificio, il più grande d’Europa ed ai quali fornì non solo sostentamento, ma insegnò un lavoro che desse dignità e rispetto agli ultimi della terra…
La grande opera fu ammirata in tutto il mondo, non solo per l’arditezza delle scelte architettoniche, tra cui la facciata lunga 600 metri!, ma soprattutto per l’idea che la permeava: dare un alloggio ed un lavoro anche ai più poveri e sfortunati. Arrivò a contenere più di diecimila ospiti e possedeva laboratori attrezzati ed efficienti nei quali si sono formate generazioni di artigiani.
Quando Garibaldi, il conquistatore, venne a Napoli con l’illusione di portarvi la civiltà, nell’Albergo dei poveri vi erano 8000 ospiti.
In seguito l’istituzione nel periodo post unitario è lentamente decaduta, fino a cadere in rovina con l’ultimo colpo di grazia infertole dal terremoto del 1980.
Da decenni si blatera di una nuova destinazione: si parla di sede museale(come se a Napoli a mancare non fossero i visitatori e non i contenitori), di sede espositiva di arte contemporanea, di una nuova università, mentre i nostri solerti amministratori si accapigliano su chi dovrà elaborare i faraonici progetti e dirigere i dispendiosi lavori di ristrutturazione e soprattutto come dividersi commesse e tangenti.
E nel frattempo il numero dei poveri e dei senza casa, costretti a dormire avendo il cielo come tetto, aumenta ogni giorno di più. La piazza antistante lo storico edificio è affollata di giacigli di cartone, dove uomini e donne di tutte le età hanno stabilito da tempo la loro dimora ed ogni angolo della città è divenuto oramai un ricettacolo per poveri senza speranza. Pensiamo scioccamente a destinazioni culturali ad uso dei ricchi, quando migliaia di persone non possiedono un tetto e sono costrette all’accattonaggio o ad infrangere il codice penale.
Restituiamo all’Albergo dei poveri l’antica quanto mai attuale destinazione: daremo così un tetto ed un pasto a tanti sfortunati e diverrebbe in tal modo ingiustificato l’accattonaggio, che potrebbe essere perseguito, snidando i postulanti di mestiere, che da tempo hanno tolto il decoro a strade e piazze della città.

Corriere del Mezzogiorno 13 dicembre 2005 - Roma 17 dicembre 2005 - Il Brigante (prima pagina con foto) dicembre 2005 - Vivitelese.it - Adsic

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L’amnistia ed il pifferaio magico

Si riparla di amnistia e questa volta pare che possa essere la volta buona.
Marco Pannella con il suo invito suadente, con il suo sciopero della fame, più simbolico che reale, sembra aver compattato le forze parlamentari sia di destra che di sinistra, riuscendo lì dove fallì il grande Giovanni Paolo II, che aveva chiesto al Parlamento un gesto, anche minimo, di clemenza.
L’emergenza criminale spaventa i cittadini, ma la vita dei carcerati è una realtà scottante ed il livello di civiltà e di democrazia di un Paese si valuta a seconda del modo in cui vengono trattati i più deboli e non esiste categoria più abbandonata e negletta della popolazione carceraria, privata non solo del bene più prezioso per un individuo: la libertà, ma costretta, per il disumano sovraffollamento delle nostre diaboliche “caienne”, a subire una infinità di pene accessorie più varie, dalle violenze sessuali alla sporcizia obbligatoria, stipati come bestie in gabbia, fino a limiti allucinanti di 16 persone in una cella di 4 metri per 4, più una squallida ed angusta latrina per i bisogni corporali, per lavarsi e per lavare le stoviglie dopo i pasti.
Napoli, come sempre, quando si tratta di record negativi è in testa alla classifica con il sovraffollamento da quarto mondo dei suoi penitenziari, al cui confronto i gironi infernali danteschi impallidiscono miseramente.
In queste disperate condizioni, prive di qualsiasi dignità, naturalmente qualsiasi tentativo di recupero è mera utopia: diritto allo studio, al lavoro, ad un minimo spazio vitale rappresentano chimere irraggiungibili.
E così ogni giorno si calpesta e si ignora sfacciatamente il terzo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione, il quale recita solennemente: ”… le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Inoltre, alle disperate condizioni di vita nei penitenziari si associano ulteriori disfunzioni, quali la esasperante lentezza con cui i giudici di sorveglianza esaminano le posizioni dei detenuti, che avrebbero diritto ad uscire dal carcere ed usufruire del regime di semilibertà.
Se Napoli è da record, anche gran parte degli altri istituti di pena italiani soffrono di condizioni di sovraffollamento più o meno gravi e di condizioni di vivibilità ai limiti dell’incubo. Un inferno che neanche la fertile fantasia di Dante avrebbe potuto immaginare, causato dal gran numero di detenuti. Un record europeo del quale vergognarsi, che potrebbe in parte attenuarsi attraverso una diffusa adozione del braccialetto elettronico, che permetterebbe un maggior utilizzo degli arresti domiciliari, soprattutto per i detenuti in attesa di giudizio, i quali per i 2/3 verrà assolto al termine del giudizio. Ma soprattutto un gesto di clemenza, anche ridotto, per dimostrare che lo Stato non dimentica nessun cittadino.

Il Golfo 20 dicembre (pubblicata come articolo) – Il Roma 28 dicembre 2005

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Sempre più anziani ma con gli stessi servizi

Gentile dottore,
mentre la crescita zero, anzi sotto zero, fa aumentare il numero di vecchi e mentre la famiglia tende a sfasciarsi sempre più, non vi è da parte delle istituzioni un parallelo impegno a creare strutture adeguate a ricevere una quota di popolazione, che aumenta in percentuale giorno dopo giorno. Non si tratta solo di costruire case di riposo, ma anche e soprattutto strutture di accoglimento diurno, accoppiata ad un'assistenza domiciliare flessibile ed efficiente.
Tanti giovani non si separerebbero dagli anziani, se potessero contare su un aiuto durante le ore di lavoro. Lo Stato risparmierebbe e le famiglie non si disgregherebbero, oltre a realizzarsi una maggiore giustizia sociale tra coloro che possono permettersi una o più badanti ed i meno fortunati, costretti ai salti mortali per conciliare il lavoro agli obblighi verso gli anziani.

Il Mattino 23 dicembre 2005 – Il Roma 24 dicembre 2005

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Carceri disumane benvenuta amnistia

Si riparla di amnistia e questa volta pare che possa essere la volta buona. L' emergenza criminale spaventa i cittadini, ma la vita dei carcerati è una realtà scottante e il livello di civiltà e di democrazia di un Paese si valuta a seconda del modo in cui vengono trattati i più deboli e non esiste categoria più abbandonata e negletta della popolazione carceraria, privata non solo del bene più prezioso per un individuo: la libertà, ma costretta, per il disumano sovraffollamento, a subire una infinità di pene accessorie più varie, dalle violenze sessuali alla sporcizia obbligatoria, stipati come bestie in gabbia, fino a limiti allucinanti di 16 persone in una cella di 4 metri per 4, più una squallida e angusta latrina per i bisogni corporali, per lavarsi e per lavare le stoviglie dopo i pasti. Napoli, come sempre, quando si tratta di record negativi è in testa alla classifica con il sovraffollamento da quarto mondo dei suoi penitenziari. Un record del quale vergognarsi, che potrebbe in parte attenuarsi attraverso una diffusa adozione del braccialetto elettronico, che permetterebbe un maggior utilizzo degli arresti domiciliari, soprattutto per i detenuti in attesa di giudizio, i quali per i 2/3 verranno assolti al termine del giudizio.

La Repubblica 18 dicembre 2005

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Voteremo alla bulgara

E’ ufficiale: per entrare ai primi posti della lista alle prossime elezioni politiche Forza Italia chiede un contributo…di 150.000 euro, in alcune regioni 200.000. E poi dicevano tangentopoli.
Il nuovo sistema elettorale, varato in tutta fretta, non prevede scelte di preferenza per gli elettori. Le liste sono bloccate per cui i partiti decideranno chi dovrà vincere e noi elettori dovremo recarci alle urne senza alcuna possibilità di scegliere l’uomo giusto al posto giusto. Il potere dei partiti si accrescerà enormemente, creando un’anacronistica oligarchia e le nostre consultazioni saranno simili a quelle bulgare di qualche anno fa.
Stranamente nessuno ha protestato, né i giornali, né gli intellettuali, né le forze politiche di sinistra, da tempo abituate a scelte verticistiche.
Nessuna voce libera potrà ascoltarsi nel nuovo Parlamento, espressione di una dittatura democratica e le aule di Camera e Senato torneranno a divenire sorde e grigie, senza essere costrette ad ospitare bivacchi di manipoli.

La Stampa 4 gennaio 2006

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Caro parcheggio a Capodichino

Ho accompagnato un parente all'aeroporto di Capodichino e dopo aver parcheggiato la vettura nell'area di sosta n. 6 ho atteso il decollo dell'aereo. Sapevo, gentile dottor Lubrano, che la tariffa era di tre euro ma l'ufficio informazioni mi ha comunicato che superata l'ora di sosta sarebbero stati sette euro. Grande è stata quindi la sorpresa di dover pagare, al ritiro della macchina dopo cento minuti, dodici euro! Mi e sembrata un'estorsione vera e propria. Il Comune che ha dato in concessione lo scalo ad una società straniera non può fare nulla per evitare che vengano praticate questa tariffe così esagerate?

Il Mattino 4 gennaio 2006

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Traffico impazzito ed economia in declino

Gentile direttore,
Tra i tanti record negativi di Napoli certamente quello del traffico più caotico è uno di quelli di più lunga data, con quadrivi a “croce uncinata” in ogni ora del giorno. Naturalmente il primo effetto negativo si riverbera sull’economia cittadina, che vive principalmente di commercio, oramai strangolata da una marea di auto clacsonanti alla ricerca disperata di un parcheggio.
Eppure alcuni anni or sono fu varata una legge, la Tognoli, che favoriva, con agevolazioni fiscali e creditizie, la costruzioni di parcheggi sotterranei da parte dei privati. A Napoli tale normativa non è stata mai applicata. Si è voluto privilegiare la creazione di grossi parcheggi da parte di una società legata allo sporco gioco delle tangenti e delle lottizzazioni politiche e tutti noi sappiamo come è andata a finire: la magistratura è dovuta intervenire quando le ruberie e le malversazioni hanno superato il livello di guardia ed il risultato è stato nessun parcheggio ed enorme spreco di risorse pubbliche.
Se si riuscisse a mettere in moto un meccanismo che invogli i condomini a dotarsi di parcheggi privati, si otterrebbero numerosi risultati positivi, ma soprattutto si darebbe lavoro per anni ad imprese e maestranze attualmente inoperose.
Speriamo che in occasione delle imminenti consultazioni elettorali amministrative i partiti, invece di discutere di argomenti di respiro internazionale, si impegnino con i cittadini ad affrontare questo problema, che tanti benefici potrebbe arrecare alla città in termini di economia e vivibilità.

La Repubblica 9 gennaio 2006 - Il Mattino 10 gennaio 2006 – Il Roma 10 gennaio 2006

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 Lo scorrere inesorabile del tempo

Gentile dottore,
noi viviamo immersi nel tempo e ciò rappresenta un mistero ancora senza soluzione.
Il grande Sant'Agostino a tale proposito era lapidario: "So bene cosa sia il tempo, ma se mi chiedono cosa sia non so rispondere". Per capirne il valore vogliamo provare a chiedere cosa rappresenti a chi ne ha vissuto intensamente una frazione.
Per capire il valore di un anno chiederemo lumi ad uno studente che è stato bocciato; per intendere il valore di un mese ci rivolgeremo ad una madre che ha partorito prematuramente;  per capire il valore di una settimana chiederemo all'editore di un settimanale; per valutare il valore di un'ora chiederemo all'innamorato Achille che attende in ritardo di incontrarsi con l'amata Elvira;  per apprendere l'importanza di un minuto possiamo saperlo da chi ha appena perso il treno; per capire l'importanza di un secondo ci rivolgeremo a chi ha appena evitato un incidente; per capire l'importanza di un decimo di secondo chiederemo all'atleta che per esso ha perso l'alloro olimpico;
Ieri: storia; domani: mistero. Non ci resta che da vivere ed intensamente il presente, cercando ciò che più ci piace: salute, felicità, successo, mentre l'orologio del tempo prosegue inesorabile il suo cammino.

Il Roma 15 gennaio 2006 - Il Mattino 24 gennaio 2006

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I messaggi delle massaggiatrici

Gentile dottore,
ho notato con stupore e nostalgia la ricomparsa nella rubrica delle inserzioni commerciali dei messaggi delle "massaggiatrici", stranamente scomparsi da decenni, nonostante viviamo in un periodo di mercantilismo sfrenato.
Sono ritornato agli anni in cui leggevo questi annunci con un interesse malizioso, che poteva diventare personale, ben diverso da oggi che la lettura è puramente intellettuale.
Scopro così che l'offerta, al passo con i tempi, si è specializzata, ma a pensarci bene già sugli antichi lupanari pompeiani esplicativi affreschi pubblicizzavano le prestazioni nelle quali la proprietaria era particolarmente versata.
Poi si possono percepire gli effetti della globalizzazione: brasiliane e cubane calienti, slave vogliose, addirittura cinesi meticolose e pazienti.
Quanti posti di lavoro perduti per le nostre prestatrici d'opera!
Le possibilità coprono non solo tutti i gusti, ma anche tutti i momenti ed i luoghi della città.
Ci siamo recati in visita ad un parente ricoverato e ci siamo rattristati? Vi è subito il rimedio per risollevare... lo spirito: ardente minorenne, prestazioni particolari, zona ospedaliera.
Siamo all'aeroporto ed il nostro aereo è in ritardo?. Niente paura, ci penserà Nietta, prezzi modici, calata Capodichino.
O tempora, o mores, avrebbe gridato un severo censore nostro antenato, noi semplicemente sorridiamo.

Corriere del Mezzogiorno 31 gennaio 2006 – Orizzonti Nuovi 7 febbraio 2006

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Cervelli in fuga

Gentile dottore,
L'esodo verso l'estero dei nostri migliori cervelli ha ripreso vigore negli ultimi anni, impoverendo gravemente la ricerca scientifica ed ipotecando definitivamente il nostro futuro di nazione progredita.
Siamo lo Stato che spende meno in termini di investimento: poco più del 1% del prodotto interno lordo, meno della metà di paesi come la Germania o l'Inghilterra.
Qualsiasi giovane che voglia progredire nella sua branca non ha altra scelta che emigrare.
E vogliamo discutere solo di cervelli in fuga, trascurando tanti "corpi" in fuga, senza
dimenticare che spesso, ma non sempre, dietro un cervello in fuga vi è una famiglia con discrete possibilità economiche, mentre dietro un "corpo" in fuga vi sono altri corpi che chiedono perentoriamente di mangiare e di vestirsi.
La Cina sta affrontando il problema in maniera drastica. offrendo stipendi 10 volte superiori a tutti gli scienziati che vogliano tornare in patria dagli Stati Uniti.
Non è facile trovare in Italia, dove lobby, consorterie e baronie regnano incontrastate, un rimedio che possa provocare un' inversione di tendenza, ma vorremmo avanzare una proposta. Creare un organismo dotato di ampi poteri, che possa facilitare il rientro di scienziati forniti di significative esperienze acquisite in paesi stranieri. Bisognerebbe riservare nelle università e nei centri di ricerca un certo numero di posti a "superdotati" di ritorno dall'estero.
Siamo così attenti a garantire il lavoro agli handicappati, spesso fasulli, garantiamo, nell'interesse comune, un lavoro ai superdotati, attenti solo che siano veri.

Il Golfo 17 gennaio 2006 - La Stampa 17 gennaio 2006 – L’Unità 17 gennaio 2006
Corriere del Mezzogiorno 20 gennaio 2006 – Il Roma 31 gennaio 2006

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 Fermate la Gest Line, è impazzita!

È quanto chiedono disperatamente decine di migliaia di napoletani, subissati da cartelle più o meno pazze, ma soprattutto da una attività di recupero forzato dei crediti e da un accanimento persecutorio degno di miglior causa.
Dopo le ganasce fiscali applicate ai veicoli, si sta attuando indefessamente il fermo amministrativo sui beni immobili di proprietà del moroso.
Che le tasse e le multe vadano pagate non vi è dubbio, ma il comportamento vessatorio della società di recupero, anche se in linea con alcune norme legislative discutibili, sta superando ogni limite di sopportazione dei napoletani, che come la storia ci insegna (Masaniello docet) sono pazienti ma fino al punto di rottura…
L’aspetto più scandaloso è costituito dalla vendita all’asta dell’immobile senza una preliminare valutazione del suo valore di mercato, per cui nelle ultime settimane sono avvenute numerosissime aggiudicazioni a prezzi stracciati, spesso a personaggi dotati di cospicua  liquidità e, soprattutto, in grado di convincere… i vecchi proprietari a lasciare subito l’appartamento.
Il paradosso è costituito dalla necessità di costituirsi e dover pagare un avvocato, anche nel caso di atti contenenti iscrizioni a ruolo per le quali l’Ente era decaduto dal diritto di riscossione.
Siamo in campagna elettorale e sarebbe auspicabile che i politici, di destra o di sinistra, ci dicessero chiaramente, se vogliono il nostro voto, come pensano di affrontare questa situazione esplosiva, che amareggia e rende la vita impossibile a tanti cittadini.

Il Roma 23 febbraio 2006

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Legittimità della legittima difesa

Il cittadino che si difende con le armi nella sua abitazione non difende soltanto la sua “roba”, come volgarmente si è blaterato in questi giorni sui principali giornali, bensì rappresenta l’ultimo baluardo dello Stato contro la criminalità. Non vi possono essere poliziotti e carabinieri a presidiare ogni angolo del territorio, là dove essi non sono presenti, a difendere lo Stato deve pensarci il cittadino.
Il compito che gli è affidato è nobile quanto rischioso, sacrosanto più che legittimo. Non è Far West, ma l’affermazione del diritto contro la sopraffazione.
Chi non è abituato all’uso delle armi sa quanto sia pericoloso adoperarle, ma deve essere legittimato ad usarle, perché in quel momento deve difendere, non solo le sue cose, ma la sua famiglia da eventuali intemperanze o violenze da arancia meccanica.
La legge approvata non è una legge di “destra”, come è stato detto a sproposito, né ci porta indietro nel tempo. E’ una legislazione al passo con i tempi feroci che siamo costretti a vivere.
Per convincercene possiamo guardare a due passi da noi, nella pacifica e civile Svizzera, dove pure abbondano gli extra comunitari pericolosi, slavi o albanesi, che spesso costituiscono queste bande specializzate negli assalti alle villette isolate, ma il fenomeno è quasi sconosciuto. Perché leggi severe tutelano il cittadino e, soprattutto, perché in ogni casa vi è un fucile d’assalto ed un riservista in grado e pronto ad usarlo.

Corriere del Mezzogiorno 8 febbraio 2006

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Le tre forme dell’immortalità

Il sogno dell’immortalità ha solleticato l’uomo sin dalla notte dei tempi, come dimostrano graffiti, antiche leggende, dall’epopea di Gilgamesh alla mitica Shangri La, dal mito di Titone al sogno di Faust ed i corredi funerari che accompagnavano i potenti nel difficile percorso verso l’ignoto.
Le recenti scoperte della medicina e della biologia, in primis la clonazione, hanno aperto un promettente sipario sul destino dell’uomo, che non vuole arrendersi alla caducità della vita.
Oggi tre forme di immortalità sono perseguibili.
Per il credente vi è il cammino più semplice. Una volta accettata l’idea di un’anima, diversa e separata dal corpo, basta comportarsi secondo i dettami previsti dalla propria religione ed è pronta una vita eterna, il Paradiso per i cristiani, un lussureggiante giardino colmo di vergini per l’islamico, un tortuoso percorso di reincarnazioni per gli induisti.
Per gli antichi Greci e per molti laici l’unica possibile forma di immortalità è costituita dalla memoria dei posteri, per qualche generazione o per millenni, privilegio riservato ai grandi dell’umanità. Ed a questa immortalità ridotta… possono accedere tutti gli esseri viventi, ne godono infatti i miei splendidi rottweiler Lady ed Athos, che continuano a vivere nel mio ricordo e nel mio cuore. Per i minerali e per i metalli, come ci ammoniva l’impareggiabile Totò in una toccante poesia: la morte semplicemente non esiste.
Oggi le scoperte della scienza, dalla ingegneria genetica alla chirurgia dei trapianti, dalle tecniche di ibernazione alla clonazione, ci aprono sconfinati orizzonti ed il sogno dell’immortalità, assopito, prende forza e vigore.
Possedere un clone e poter trasferire nel nuovo involucro  le proprie esperienze rappresenta un sogno malizioso, ma presto realizzabile.
L’etica lo vieta, vi saranno insuperabili problemi di sovrappopolazione di disparità di accesso e tanti altri ancora, ma nessuno potrà vietare ad ognuno di noi di sognare l’immortalità.
Si è aperta una finestra su un mondo nuovo, del quale non riconosciamo i confini, ma confidiamo di poter partecipare alla più straordinaria avventura dell’umanità, da far impallidire l’audacia di Ulisse. Il nostro cuore si riempie di orgoglio e commozione, come Mosè dalla cima del monte Nebo intravediamo la Terra Promessa.

Il Roma 15 febbraio 2006

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Onestà dei banchieri

Gentile dottore,
la stampa ha reso noto nei giorni scorsi dell'esistenza di un conto corrente svizzero ancora attivo intestato a Lenin. Quando tornò in patria il padre della rivoluzione, impegnato in faccende più importanti, dimenticò di chiuderlo e di ritirare i cinque
franchi che vi erano depositati. I banchieri elvetici sono precisi e meticolosi ed hanno continuato a tenere aperto il conto e ad accreditare i relativi interessi. Dopo poco meno di un secolo ed alcune devastanti inflazioni si è giunti alla stratosferica cifra di otto franchi. Se la proprietà privata per l'austero rivoluzionario era considerata un furto, sarebbe interessante conoscere il suo parere sui banchieri.
E se oggi volesse chiuderlo, non basterebbe un mese di stipendio di un salariato dell'ex paradiso dei lavoratori.

La Repubblica 1° marzo 2006 (col titolo Se Lenin "volesse" chiudere il suo conto) - Lo Strillo marzo 2006 - Il Roma 7 marzo 2006

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*Curarsi qui è pericoloso

Sono l' amico medico che ha consigliato al giornalista Goffredo Locatelli di recarsi al San Raffaele di Milano per sottoporsi a intervento di by-pass; anzi poiché ero affetto da eguale patologia mi sono ricoverato anche io. Essendo meno coraggioso ho preferito sottopormi ad angioplastica, una tecnica meno invasiva, che a Napoli i colleghi ritenevano non applicabile. Non mi resta che fare mio il perentorio invito di Eduardo: fuitevenne. Almeno per curarsi non esiste luogo più pericoloso di Napoli, parola di medico ammalato.

La Repubblica N – 6 marzo 2006

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Depenalizzare altro che criminalizzare

Tra le isterie di fine legislatura una delle più gravi, anche se sottovalutata dai mass media, è stata la criminalizzazione del consumo delle droghe leggere, equiparate del tutto, attraverso un decreto legge, a quelle pesanti.
I fautori di questa rivoluzione si sono poi pubblicamente confessati, affermando di aver fatto uso, e più di una volta, delle sostanze oggi da loro stessi vietate: Fini si è fumato una canna in Giamaica, Casini non si è nemmeno spostato ed ha fatto le sue esperienze in un prato…
Dopo le fumacchiate giovanili, però, non sono precipitati, come da loro ripetutamente paventato, nei labirinti dell’eroina, bensì, per nostra ventura, alla guida del Paese.
La nuova legislazione minaccia di coinvolgere nel baratro della penalizzazione milioni di consumatori, anche occasionali, e, mancando criteri oggettivi per definire  la modica quantità che si può possedere per uso personale, il cittadino sarà ostaggio del potere discrezionale delle istituzioni, che potranno anche valutare, a loro insindacabile giudizio, la pericolosità sociale del consumatore di droghe leggere. Ne deriverà, come capitato negli anni dal ’90 al ’93, durante i quali vigeva una normativa simile, un incremento notevole, in breve tempo, della popolazione carceraria, che già esplode e presenta concentrazioni indegne di una nazione che vorrebbe definirsi civile.
Nella patria di Giustiniano e di Cicerone si attuerà una sistematica eutanasia dello Stato di diritto e ciò mentre l’unica possibile soluzione per fronteggiare la macro e micro delinquenza, che oramai ha rotto gli argini e dilaga incontrastata, poteva essere la liberalizzazione della droga, un provvedimento che avrebbe richiesto coraggio e lungimiranza, doti che difettano ai nostri politici, forse per le peccaminose fumate giovanili.

Il Roma 25 marzo 2006

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Il primo arresto per infibulazione

Gentile dottore,
finalmente a Verona è stato eseguito il primo arresto di una donna, nigeriana, che stava per praticare, per 100 euro, l'infibulazione su una bimba di un anno.
E' la prima volta che viene applicata la legge contro le mutilazioni sessuali, una barbarie atavica che i nostri ospiti credono di poter impunemente continuare a praticare sul nostro territorio, certi che il nostro permissivismo chiudesse un occhio... Bisogna finirla! Chi viene a lavorare da noi deve lasciare a casa usanze incivili che mortificano la donna.
I mass media predicano quotidianamente il rispetto delle altrui usanze a discapito delle nostre tradizioni civili e religiose.
Possiamo star certi che se uno degli ultimi cannibali che abitano la nostra vecchia terra volesse trasferirsi presso di noi, come tanti extracomunitari e continuare le sue iperproteiche abitudini alimentari, il Papa  nella sua omelia domenicale incoraggerebbe ad accoglierlo fraternamente ed a lasciargli libero un semaforo, non per esercitare la  rispettabile e ben pagata professione di lavavetri, bensì per soddisfare le sue improcrastinabili esigenze alimentari.

La Repubblica 5 aprile 2006 - La Stampa 5 aprile 2006 - Il Giornale 11 aprile 2006 - Il Mattino 18 aprile 2006 -  Il Roma 21 aprile 2006

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*Il sedere della cancelliera

Gentile dottore,
quasi tutti i quotidiani hanno dedicato ampio spazio in prima pagina con foto e servizi dei glutei della cancelliera Merckel, sorpresi al sole di Ischia e non so se la cosa faciliti i consolidati rapporti di amicizia tra i due paesi. Un dubbio però mi assale e rischia di turbare i miei sonni. Chi ci assicura trattarsi propriamente del deretano più votato della Germania? Chi può mettere la mano sul fuoco... ed assicurarci dell'identità delle importanti chiappe. Le fonti diplomatiche pare non abbiano confermato, nè smentito! Ma forse i giornali dedicando tanta attenzione ad un argomento del genere a discapito dei tanti problemi che ci attanagliano vogliono semplicemente prenderci per il cu...

Lo Strillo aprile 2006

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Nuove spese per i contribuenti

L'elezione di Luxuria ha reso urgente la creazione di ritirate per transessuali a Montecitorio, perché il neo deputato è stato cacciato sia dalle toelette femminili che maschili.
Bocciata la proposta di creare una commissione mista formata da un urologo, un ginecologo ed un sessuologo per stabilire, in attesa dei lavori, in quale dei due bagni il parlamentare possa recarsi per ottemperare alle improcrastinabili esigenze fisiologiche.
Nelle more alcuni deputati del centro destra pare abbiano regalato un pitale al collega con l'augurio di farne buon uso.    

Circolare Spigolosa n. 34 - 5 maggio 2006

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Il dolore fisico è un nemico dell’uomo

Gentile direttore,
il dolore fisico è un penoso fardello che accompagna la vita dell’uomo, dal primo pianto del neonato all’agonia del vecchio, veglia  come un oscuro fantasma su ogni passo della nostra esistenza, pronto a colpire. Problema ancora insoluto per il medico, quesito tormentoso per il filosofo, consigliere mendace di pietà per il credente.
Il dolore acuto di una scottatura, segnalandoci un pericolo può avere un significato, ma il dolore esacerbante ed afinalistico che accompagna le grandi patologie, in primis i tumori e che si conclude dopo anni con la morte del paziente, certamente non è di alcuna utilità.
La religione cristiana considera la sofferenza  un viatico per una vita ultraterrena felice; per secoli lo ha addirittura invocato e perseguito, ricordiamo il cilicio e l’autoflagellazione e ciò ha influito pesantemente sulla nostra cultura, che non si è resa conto chiaramente che il dolore fisico è il più mortale nemico dell’uomo e che per debellarlo bisognerà prima esorcizzarlo e poi ingaggiare una furiosa battaglia, utilizzando qualsiasi risorsa materiale ed intellettuale.
Sarà necessaria prima una rivoluzione culturale, poi si dovrà organizzare contro di esso ed il mito che lo accompagna  una implacabile campagna scientifica, che dovrà cessare solo dopo una completa vittoria, quando la sofferenza sarà cancellata per sempre  e relegata come mostruosità nei libri di storia della medicina.
I nostri nipoti rimarranno attoniti quando leggeranno che ai nostri giorni si centellinava la morfina ai malati terminali e si considerava soffrire un passaporto per il paradiso.

Il Mattino 14 maggio 2006

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Nemesi storica

Gentile dottore,
é significativo che dopo che le grandi società del nord e gli organi federali hanno spadroneggiato, vessando per decenni il Calcio Napoli, facendolo precipitare e gioendo della sua discesa negli inferi della serie C, proprio dalla Procura di Napoli sia partita l'indagine sulle malefatte, i brogli, e le nefandezze di squadre blasonate e dei vertici del calcio italiano.
Imbroglioni!!
Speriamo che i giudici, con prove inoppugnabili, non si fermino e mettano un poco d'ordine in un mondo caotico, dove il raggiro e la truffa hanno regnato per troppo tempo sovrani

La Stampa 17 maggio 2006 - Corriere del Mezzogiorno 17 maggio 2006 (col titolo “Calciopoli” Avanti, giudici)

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Codice da Vinci

Gentile dottore,
quando la gente non crede più a Dio non è che non creda più a niente, anzi, purtroppo crede a tutto. una dimostrazione lampante è costituita dallo straordinario successo mediatico del film sul Codice da Vinci, una rozza miscellanea di castronerie e maldicenze che molta gente crede vere per una insopprimibile sete di sacro, anche se riveduto e corretto. E le file dai medici omeopatici, dalle maghe e dai chiromanti ed il fiorire inarrestabile di nuove credenze religiose ?
Cosa altro sono se non il segnale di un'umanità allo sbando, che ha perso tutti i valori e naviga a vista come nave senza nocchiero.

Circolare Spigolosa n. 39 del 2 giugno 2006

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Maledetta festa

Gentile Presidente,
la scongiuriamo, non venga più a farci visita, se la sua venuta a Napoli deve comportare per settimane un disagio intollerabile per i napoletani, a seguito dello sciagurato blocco della circolazione terreste ed addirittura marittima provocato dall’inutile festa della Guardia di finanza.
Paralizzare una città per giorni è criminale, abusare della proverbiale pazienza partenopea è rischioso.
Aboliamo queste inutili sfilate, che dilapidano denaro pubblico e non interessano a nessuno, nemmeno ai generali ed ascoltiamo il grido di dolore degli automobilisti intrappolati in auto rese roventi dall’implacabile sole estivo.

Corriere del Mezzogiorno 21 giugno 2006

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*Favoletta per  bambini

Gentile dottore,
prima che a scuola i nostri figli imparino la storia risorgimentale sui libri scritti dai vincitori, vogliamo provare a raccontare loro una favola, la sera prima di addormentarsi, quando finalmente si sono spenti televisione, computer e videogiochi?
Un giorno un piccolo re valdostano piemontese, che non parlava italiano ma francese, che portava il nome di una regione della Francia, la Savoia e le cui casse statali erano poco meno che disastrate decise di voler diventare il re di tutti gli italiani, dalle Alpi alla Sicilia, in un momento storico che il concetto di Italia era noto solo a Mazzini ed a pochi altri intellettuali.
Avrebbe volentieri usufruito di un’investitura divina, ma gli unti dal Signore erano di là da venire e nelle alte sfere, almeno ad ovest del monte Ararat, da secoli non si condividevano menzogne così sfacciate. Si decise ad adoperare metodi sbrigativi ed efficaci e si rivolse ad un guerrafondaio di professione, nativo di Nizza e dal carisma indiscutibile. Lo armò, gli fornì denaro e protezione e lo inviò a liberare… ed a civilizzare il Regno delle due Sicilie ed a cacciare i Borbone. Fu necessaria qualche strage, alcuni massacri, numerose violenze: Bronte, l’Aspromonte, ecc, ma ne valse la pena.
Il nuovo re non era mai stato a sud di Roma, non conosceva Amalfi o Barletta, a stento sapeva che la Sicilia era un isola, ma ne ignorava la lunga storia, certo aveva sentito parlare di Napoli, che, a differenza di Torino, piccola città provinciale, era una grande capitale europea dell’arte e della cultura. Ma tutte queste considerazioni sono trascurabili quando, non richiesti, si devono liberare (ma da cosa?) intere popolazioni.
Terminata l’opera di civilizzazione, si provvide a trasferire nelle casse piemontesi il Tesoro napoletano e a distruggere in poco tempo l’industria locale e ad impoverire le risorse naturali ed il territorio. Si convinsero, nell’arco di alcuni decenni, alcune decine di milioni di meridionali che in America si viveva meglio ed era il caso di trasferirsi nel nuovo mondo. Un genocidio in piena regola di cui invano troverete traccia nei libri di storia.
La favoletta è terminata, il bambino dorme, ma speriamo che quando si sveglierà ricorderà qualcosa del racconto.

Il Mattino 22 giugno 2006

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I misteri dell’amore

Gentile direttore,
l’amore è il motore che muove l’universo e la vita degli uomini e la sua straordinaria potenza è sotto gli occhi dei laici e dei credenti.
Immortalato dal sommo poeta:”L’amor che move il sole e l’altre stelle”, indagato da filosofi di ogni tempo e di ogni luogo ha cambiato nome e definizione, ma è rimasto sempre lo stesso, immutabile. Eros per gli antichi, agape per i cristiani, libido per i contemporanei.
Si manifesta in varie forme e con diversa intensità, ma come tutte le cose dell’universo risponde ad una finalità. Nell’uomo, come nell’animale, l’attrazione verso l’altro sesso risponde alla necessità di perpetuare la specie, così l’amore verso i figli permette loro di raggiungere l’età adulta.
Vi è però una forma di amore particolare, intensissimo e spesso fugace, che scocca all’improvviso tra un uomo ed una donna. Un’attrazione irresistibile che molti di noi hanno conosciuto almeno una volta nella loro vita.
I poeti provenzali lo hanno glorificato, mentre gli scienzati, medici e psicologi, negli ultimi anni, impietosamente, lo hanno analizzato minuziosamente, cercando di ricondurlo alla realtà  materiale di neuro ormoni, ferormoni, mediatori chimici ed altre diavolerie del genere. Ne hanno calcolato con precisione modalità d’insorgenza e frequenza di durata. Pare che difficilmente superi i 18 - 24 mesi, raramente sia reciproco e comporti sempre una tempesta di sintomi imponente: aumento della pressione, dei battiti cardiaci, palpitazioni, capogiri, anoressia.
Non hanno saputo però rispondere al perchè scatti all’improvviso, cambiando la vita di due persone.
La finalità riproduttiva è categoricamente da escludere e nessun innammorato sarebbe soddisfatto da una risposta basata sulla mera casualità.
Tra i misteri della vita umana questo è senza dubbio il più affascinante, godiamocelo quando ci tocca e finché dura senza cercare inutili spiegazioni.

Il Golfo (come articolo) 3 luglio 2006

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Un Cavallino scomparso nel nulla

Gentile dottore,
Bernardo Cavallino è uno dei più famosi artisti del Seicento napoletano, il secolo d’oro della pittura partenopea e le sue quotazioni, quando raramente compare sui mercati internazionali, sono da record.
Nel 1938 a Napoli, al Maschio Angioino, si tenne una grande mostra su tre secoli di pittura napoletana (XVII - XVIII - XIX). Fu un evento di grande risonanza, uno dei fiori all’occhiello del regime. Tra i tanti quadri giunse in città, per essere esposta nella rassegna, un’Adorazione dei pastori (cm. 97-72) di proprietà del comune di Monopoli. Era stata identificata negli anni Venti da un restauratore, il professor Gregori, che ne identificò l’autografia e la segnalò ai curatori dell’esposizione.
Giunta a Napoli, non figura però nel catalogo, ma risulta regolarmente rispedita a Monopoli, dove non è mai giunta. Le poste e gli spedizionieri a volte fanno dei ritardi, ma ottanta anni sono francamente troppi.
Della scomparsa nel nulla della preziosa tela non si è mai parlato e la vicenda ritorna attuale soltanto grazie al fiuto ed alla caparbietà di un cittadino della ridente località pugliese, che ha rintracciato i verbali di consegna del comune e le reiterate richieste di restituzione, tutte senza risultato e mi ha segnalato l’inconsueta vicenda.
Fortunosamente siamo venuti in possesso della foto dell’opera, che anche se di qualità scadente, può costituire una utile traccia per ricostruirne il cammino.
Durante la rassegna trapelò che il quadro era piaciuto molto ad un potente podestà, che era tornato più volte ad ammirarlo, ma non possiamo credere che ci sia stato il suo zampino nella scomparsa del prezioso dipinto.
La caccia al tesoro può partire, sperando nel lieto fine, serve l’aiuto e la collaborazione di studiosi, antiquari, collezionisti, oltre naturalmente dei carabinieri, ai quali, anche se da pochi giorni, il furto è stato denunciato.

Il Golfo 5 luglio 2006

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*Combustibile ecologico contro il caro petrolio

Gentile dottor Gargano,
mentre il petrolio si avvia inesorabilmente a raggiungere i cento dollari a barile, non si fa quasi niente per sostituire la benzina con miscele vegetali. Non si tratta di una boutade, già oggi si può produrre carburante da cereali e barbabietole, coltivazioni molto diffuse nel nostro Paese, a prezzi di gran lunga inferiore ai derivati del petrolio e con una emissione di anidride carbonica inferiore dell'80%.
Questa possibilità fu intuita da Raul Gardini già vent'anni fa, ma la sua proposta a Bruxelles di incentivi fiscali per la produzione di bioetanolo fu respinta su pressione delle compagnie petrolifere e, pare, degli Stati Uniti.
E' la vecchia storia: chi tocca il petrolio muore. Anni prima un incidente... aereo aveva fermato Enrico Mattei, un suicidio... avrebbe fermato anni dopo Raul Gardini. E l'Italia perse così la possibilità di una supremazia in un settore strategico, che inevitabilmente dovrà svilupparsi, vogliano o meno i ras del petrolio.
Attualmente in Germania, Francia e Spagna sono aperti circa 9000 distributori di carburante verde, in Italia 3, senza considerare il Brasile, dove automobili e autobus da tempo circolano da tempo con propellenti di origine vegetale nell'ordine del 90%.
Cosa aspettiamo a muoverci anche noi a combattere questo odioso cartello petrolifero, che con la scusa della pace scatena guerre ed oltre alle nostre tasche cerca di impadronirsi delle nostre coscienze.

Il Mattino 15 luglio 2006 – Il Roma 7 giugno 2006( col titolo Le fonti alternative e il caro petrolio) – Il Brigante maggio 2006 (col titolo Cento dollari a barile. Il petrolio sballa mercato in tilt)- Già pubblicato in precedenza con titoli diversi da La Stampa 22 settembre 2005 e da Il Giornale 29 settembre 2005

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*Nuove regole nel calcio

Gentile dottore,
l’euforia per la vittoria ai mondiali non deve farci dimenticare giorni e giorni di partite penose, portate stancamente a reti inviolate ai supplementari e poi la spietata roulette dei rigori. La grande preparazione atletica, l’abile sfruttamento dell’assurda regola del fuorigioco e l’esasperato difensivismo hanno fatto prevalere un gioco sterile, continuamente interrotto da falli, spesso eccessivi ed hanno fatto appassire la fertile pianta dei grandi virtuosi del pallone in grado di far sognare milioni  di tifosi.
Urgono nuove regole per rivitalizzare il gioco ed aumentarne la spettacolarità, che come tutte le discipline sportive è legato alla realizzazione del punto.
Diminuire il numero dei giocatori ad un massimo di nove per squadra. Dai tempi di Meazza e Piola ogni calciatore corre una distanza quasi tripla ed è presente in ogni fase del gioco, creando inestricabili affollamenti.
Abolire il fuorigioco ad eccezione dell’area di rigore. La tecnica dei nuovi allenatori compatta i giocatori in aree ristrettissime e super affollate, nelle quali un dribling è pura fantasia.
Effettuare la rimessa laterale con i piedi. Nessun difensore spedirebbe continuamente la palla fuori campo col rischio di rivedersela in piena area di rigore.
Ogni cinque falli una punizione pericolosa. Per diminuire l’eccessivo ricorso al fallo prevedere una specie di rigore da tirare, senza barriera, dal limite dell’area di rigore.
Permettere maggiori cambi, anche temporanei. Questa semplice regola in vigore con successo nella pallacanestro, permetterebbe ritmi veloci e maggiore spettacolarità.
Ed in occasione della finale dei campionati mondiali prevedere, in caso di parità dopo i tempi supplementari, la ripetizione dopo due giorni della partita ed in caso di nuovo pareggio la non assegnazione del titolo o la vittoria ex equo.

Il Mattino 31 luglio 2006 - Lo Strillo 31 luglio 2006

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Tagli cesarei record inglorioso

Gentile direttore,
mi sia permessa una piccola giunta alle dissertazioni ospitate sul suo giornale nei giorni scorsi da illustri colleghi sul parto indolore. Mia figlia residente in Belgio, nonostante il padre ginecologo, ha deciso, pochi giorni fa di partorire a Bruxelles, dove ha praticato il parto indolore grazie all'anestesia epidurale, una tecnica per Napoli fantascientifica, mentre all'estero routine quotidiana. E questo non solo negli Stati Uniti, ma in tutta l'Europa civile. Da noi, oltre ad una disorganizzazione assoluta pesa ancora la maledizione biblica: Donna partorirai con gran dolore.
Di conseguenza record mondiali di ricorso al cesareo, in parte perché i medici, per impreparazione, non si sentono sicuri ad affrontare il parto spontaneo, ma soprattutto per le pressanti richieste delle donne che vogliono evitare il dolore.

Il Mattino 19 agosto 2006

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Chiudere Guantanamo ma anche Poggioreale

Giorni fa il ministro D' Alema, in visita negli Stati Uniti, ha chiesto a Condoleeza Rice di chiudere lo scandaloso campo di concentramento di Guantanamo, dove vengono torturati i prigionieri e violati i più elementari diritti umani. Chi visitasse il carcere di Poggioreale ne chiederebbe lo stesso la chiusura. Quotidianamente vengono praticate gravi violenze, subdole torture, in termini di annientamento della dignità umana. Il carcere di Poggioreale può contenere al massimo 1276 detenuti, ma ne ha avuti in media 2199. Quest' anno, pur rimanendo invariata la capienza, abbiamo appreso che si è raggiunto il record di 2386 detenuti. Anche tutti gli altri istituti di pena campani soffrono di condizioni di sovraffollamento più o meno gravi e di condizioni di vivibilità ai limiti dell' incubo.

La Repubblica N 22 luglio 2006

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Guantanamo e Poggioreale

Gentile dottore,
giorni fa il ministro D’Alema, in visita negli Stati Uniti, ha severamente ripreso la signora Condoleeza Rice, invitando il Presidente Bush a chiudere lo scandaloso campo di concentramento di Guantanamo, dove vengono torturati i prigionieri e violati i più elementari diritti umani. Ma perché il nostro uomo politico non si reca in visita nel carcere di Poggioreale, dove, quotidianamente, pervicacemente, ostinatamente vengono praticate agli ospiti… ben più gravi violenze, ben più subdole torture, in termini di affollamento ed annientamento della dignità umana.
Attorno al “Pianeta carcere “ da sempre vige un silenzio assordante  dei mass media  e delle istituzioni. Inoltre, ed è l’aspetto più triste della vicenda, da parte dell’opinione pubblica vi è non solo disinteresse, ma la volontà di non interessarsi, di non sporcarsi le mani ed il cervello al contatto di  problematiche che riguardano chi ha sbagliato ed ha contratto un debito verso la società. In tal modo si commette il grave errore di dimenticare una drammatica verità, costituita dal fatto che i 2/3 dei detenuti sono in attesa di giudizio - per cui, secondo la nostra Costituzione, innocenti - e, di questi, oltre il 60% sarà assolto alla fine del giudizio, naturalmente dopo essere stati distrutti, moralmente e fisicamente e con loro, i loro familiari.
La vita dei carcerati è una realtà scottante, ma alla pari dell’eutanasia, dell’omosessualità, della follia, della droga, dell’aborto non interessa, in maniera trasversale, l’intera classe politica, perché non solo non procura voti, bensì fa perdere consensi non appena si accenna all’argomento.
Il livello di civiltà e di democrazia di un Paese si valuta a seconda del modo in cui vengono trattati i più deboli e non esiste categoria più abbandonata e negletta  della popolazione carceraria, privata non solo del bene più prezioso per un individuo: la libertà, ma costretta, per il disumano sovraffollamento delle nostre infernali “caienne”, a subire una infinità di pene accessorie più varie, dalle violenze sessuali alla sporcizia obbligatoria, stipati come bestie in gabbia, fino a limiti allucinanti di 16 persone in una cella di 4 metri per 4, più una squallida ed angusta latrina per i bisogni corporali, per lavarsi e per lavare le stoviglie dopo i pasti.
Napoli, come sempre, quando si tratta di record negativi è in testa alla classifica con il sovraffollamento da quarto mondo dei suoi penitenziari, al cui confronto i gironi infernali danteschi impallidiscono miseramente.
Il carcere di Poggioreale, come riferito ufficialmente all’inaugurazione dell’anno giudiziario, può contenere al massimo 1276 detenuti, ma ne ha avuti in media 2199. Quest’anno, pur rimanendo invariata la capienza, abbiamo appreso che si è raggiunto il record di 2386 detenuti. Eureka!!
In queste disperate condizioni, prive di qualsiasi dignità, naturalmente qualsiasi tentativo di recupero è mera utopia: diritto allo studio, al lavoro, ad un minimo spazio vitale rappresentano chimere irraggiungibili.
E così ogni giorno si calpesta e si ignora sfacciatamente il terzo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione, il quale recita solennemente: ”… le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Inoltre, alle disperate condizioni di vita nei penitenziari si associano ulteriori disfunzioni, quali la esasperante lentezza con cui i giudici di sorveglianza esaminano  le posizioni dei detenuti, che avrebbero diritto ad uscire dal carcere ed usufruire del regime di semilibertà.
Anche tutti gli altri istituti di pena campani soffrono di condizioni di sovraffollamento più o meno gravi e di condizioni di vivibilità ai limiti dell’incubo.
Un discorso a parte merita il famigerato “41bis”, un regime di ulteriore grave restrizione delle libertà personali in aggiunta a tutte le limitazioni della  carcerazione. Una normativa ignota negli altri Stati europei, che, applicata con severità, può sconfinare in un trattamento che nel diritto internazionale ha un nome ben preciso : tortura, anche se solo psicologica.
Alla fine di questo angoscioso tunnel non si riesce ad intravedere che una luce fioca, la cui esiguità sembrerebbe togliere ogni speranza ai detenuti ed ogni desiderio di proseguire la lotta ai pochi uomini di buona volontà, che da tempo combattono, ad armi impari, contro  inique ingiustizie.
Ed i benpensanti si scandalizzano appena si accenna ad un qualsiasi provvedimento di grazia, evidentemente il Papa che l’aveva invocata davanti al Parlamento era un povero pazzo, illuso e visionario.
Una sola proposta che possa suonare da minaccia: cosa aspettiamo a portare lo Stato italiano davanti alle Corti di giustizia internazionali!?

L’Opinione 21 luglio 2006 - Il Golfo (come articolo) 26 luglio 2006

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L’olocausto di Bagnoli

Gentile direttore,
un esempio calzante di luogo incantevole ridotto in brandelli dall’incuria degli uomini, è costituito dalla costa di Coroglio, una spiaggia che, fino all'inizio del Novecento, era la meta spensierata della borghesia napoletana, per divenire, intorno agli anni Trenta, un mostro, un tetro gigante di ferro che occupava due milioni di metri quadrati di territorio e che vomitava a mare, senza sosta, giorno e notte per settant'anni, venti milioni all'ora di veleni: cloro, ammoniaca, solfuri, fenoli, idrocarburi, mentre le gigantesche ciminiere inviavano in forma gassosa un'eguale quantità  di veleni verso il cielo.
Senza tenere conto dei guasti ambientali provocati dal collega inquinatore, la Cementir, oggi un terrificante scheletro di amianto, spacciato dai politici per decoroso esempio di archeologia industriale.
E dopo la lenta agonia che ha sottratto allo Stato, cioè a tutti noi, migliaia di miliardi spesi inutilmente per difendere un impianto antieconomico, ne è residuato un mostro ecologico  che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini per lo scempio paesaggistico e per lo scriteriato abbandono di una significativa fetta di territorio urbano, la più bella della città, che potrebbe, correttamente utilizzata, mutare il volto del nostro futuro ed assicurare un duraturo benessere alle future generazioni.
Assistere quotidianamente alle diatribe tra politici ed affaristi sulla destinazione di luoghi una volta incantevoli è uno spettacolo triste ed avvilente da scoraggiare il più accanito degli ottimisti. Oramai tutto il golfo è una cloaca a cielo aperto, una lurida fogna urbana, amministrativa e morale.
Ogni bellezza è stata distrutta, ogni onestà inquinata dal vetriolo della camorra, i napoletani possono adoperare occhi e cuore solo per piangere.

Lo Strillo gennaio 2007 - Orizzonti Nuovi 2 febbraio 2007

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Emergenza rifiuti un grido di dolore

L’emergenza infinita della situazione dello smaltimento dei rifiuti in Campania si aggrava giorno dopo giorno, le notizie si accavallano come in un triste bollettino di guerra, dalla chiusura indagine su Bassolino e company, alle ennesime dimissioni del commissario straordinario Catenacci, raggiunto anche lui da una comunicazione giudiziaria. E mentre i rifiuti affollano di nuovo spavaldi le strade, la prossima gara per il mega appalto da 9000 miliardi di vecchie lire rischia di andare di nuovo deserta.
Ma nessuno vuole parlare dell’aspetto più drammatico della vicenda, costituito dalla sterminata massa di rifiuti tossici, che negli ultimi decenni la criminalità organizzata, complici le istituzioni disattente… ha disseminato per le campagne del casertano e nei comuni della periferia napoletana. Un carico di veleni, che ha trasformato terre ubertose, tra le più fertili d’Europa, in lande desolate e deserte.
Toner da tutta Italia che hanno dato un acre odore d’inchiostro ad intere cittadine, montagne di fazzolettini intrisi di pus e latte rancido dalle stalle della ricca Padania, che invadono campagne e villaggi, scorie nucleari che portano morte e malattie, addirittura scheletri e teschi provenienti dal periodico riciclo dei cimiteri del regno di Bossi.
La magistratura solo recentemente si è resa conto della gravità della situazione, intervenendo attivamente, dopo che per anni, carabinieri, polizia, corpo forestale e guardie municipali hanno permesso a migliaia di Tir, provenienti da mezza Europa, di scaricare indisturbati i loro micidiali carichi di rifiuti tossici e nucleari, “in grado di sterminare intere popolazioni”(Newsweek), di provocare “l’insorgere di malattie endemiche tremende”(Lancet oncology, Settembre 2004), creando situazioni di degrado ambientale tali da “far presagire un esodo biblico dalla Campania” (Assise di Palazzo Marigliano, 2006).
Un grido disperato di dolore che parte da Napoli e dalla Campania e che non può, che non deve più rimanere inascoltato.

La Repubblica N 4 ottobre 2006 -  Lo Strillo 7 ottobre 2006 – Il Mattino 18 novembre 2006

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Se ne va il consolato Svizzera addio

Gentile direttore,
sabato scorso ho partecipato in un grande albergo cittadino, alla cerimonia di commiato del console svizzero, che mi onorava della sua amicizia. Autorità in pompa magna, dai generali delle varie armi agli alti gradi della magistratura, il corpo consolare al completo, signore d’annata ingioiellate e signori elegantemente vestiti. Tutta la Napoli che conta, o almeno che crede di contare.
Un bel discorso ai presenti e quando tutti attendevano la presentazione del nuovo console la doccia fredda, inaspettata. Dopo duecento anni di presenza, la Svizzera, tenuto conto dei rapporti commerciale ridotti a zero tra la nostra città e la confederazione, ritiene opportuno chiudere definitivamente la sede diplomatica. Ed ancora più grave e preoccupante la notizia, circolata tra i presenti, che anche altre importanti nazioni si apprestano ad abbandonare Napoli al suo triste destino di degrado e decadenza.
Sembra poco cosa, viceversa è il segno ineludibile di un declino della nostra amata città, un giorno gloriosa capitale, oggi unicamente indiscussa capitale della spazzatura.

Corriere del Mezzogiorno 27 dicembre 2006

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Prostituzione o schiavitù?

Gentile direttore,
parlare oggi  di regolamentazione della prostituzione è argomento tabù, più della liberalizzazione della droga o della liceità dell’eutanasia. Si scatenano con pari veemenza femministe e bacchettoni, ipocriti e modernisti, senza voler considerare che dai tempi della senatrice Merlin, che fece chiudere le case chiuse…,la situazione sociologica italiana è mutata radicalmente.
Allora le prestatrici d’opera dei casini provenivano in gran parte dalla provincia e prevalevano, in un’Italia perbenista e bigotta che non esiste più, le sedotte ed abbandonate. Oggi siamo obbligati a confrontarci con un turpe ritorno allo schiavismo, gestito dalle mafie straniere, con punte di ferocia impensabili cinquanta anni fa. Ci troviamo davanti a legioni di giovanissime, spesso ultraminorenni, provenienti dall’Europa dell’est e dall’Africa, condotte da noi da mercanti di carne umana senza scrupoli con l’illusione di un lavoro onesto e costrette a prostituirsi sulla pubblica strada, sorvegliate a vista da implacabili aguzzini. Senza considerare, in epoca di par condicio, la prostituzione maschile ed omosessuale. Il tutto naturalmente senza alcun controllo medico e fiscale, mentre il nostro benemerito governo è alla caccia di evasori fiscali dappertutto salvo che tra i magnacci ed i lenoni.
Possiamo continuare a fingere che questo immondo sfruttamento non ci riguarda e girare la testa davanti a spettacoli indegni di un paese civile? Possiamo permettere che questa situazione si sviluppi e si consolidi dando forza e nutrimento alla delinquenza straniera?
Possiamo ignorare i provvedimenti che altri paesi europei, ben più civili di noi, hanno da tempo applicato, con enorme beneficio per la salute pubblica e per l’erario? Permettere che la situazione attuale proliferi in maniera selvaggia, senza regole e senza limiti, non avvantaggia i cittadini onesti, che debbono decidersi ad affrontare il problema in nome dell’igiene materiale e morale, ma soprattutto della civiltà.

La Circolare Spigolosa 3 gennaio 2007 - Il Giornale 5 gennaio 2007

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*Donare un sorriso non costa niente

Gentile direttore,
all’ingresso di una camera dell’ospedale San Raffaele di Milano ho letto una poesia dolce ed accattivante di anonimo, a me ha dato molto coraggio, mi permetto di proporla a tutti

Un sorriso
Un sorriso non costa nulla e rende molto
arricchisce chi lo riceve
senza impoverire chi lo dona.
non dura che un istante
ma il suo ricordo è talora eterno
nessuno è così ricco da poterne fare a meno
nessuno è così povero da non poterlo dare
crea felicità in casa, è sostegno negli affari
è segno sensibile dell’amicizia profonda
un sorriso dà riposo alla stanchezza
nello scoramento rinnova il coraggio
nella tristezza è consolazione
d’ogni pena è naturale rimedio
ma è un bene che non si può comprare
né prestare, né rubare
poiché esso ha valore solo nell’istante in cui si dona
e se poi incontrerete talora
chi non vi dona l’atteso sorriso
siate generosi e date il vostro
poiché nessuno ha tanto bisogno di sorriso
come chi non sa darlo ad altri

Il Mattino 2 gennaio 2007

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*Tristi pensieri sulla vecchiaia

Gentile dottore,
da tempo (anni) meditavo di scrivere sulla vecchiaia; questo ritardo mi ha permesso di avvicinarmi maggiormente a questo imbarazzante periodo della vita dell’uomo, della cui esistenza egli stesso è responsabile.
Se osserviamo gli animali in libertà, senza dimenticare che anche noi lo siamo, ci accorgiamo che non conoscono né vecchiaia, né lunghe malattie ed invece, con il nostro incauto comportamento, abbiamo condannato a queste maledizioni anche gli animali domestici.
Uno dei pensieri che più mi rattrista al mattino è che il tempo, inesorabile, non scorre eguale per tutti i viventi. Il giorno appena trascorso equivale a sette giorni per il mio fedele amico Portos; oggi abbiamo in proporzione la stessa età, ma il suo tempo scorre impietosamente più veloce.
La natura nella sua infinità saggezza, o Dio se vi  fa più piacere, non aveva previsto per l’uomo che si potessero superare i 30 - 40 anni: la menopausa per le donne, la calvizie per gli uomini, la presbiopia per entrambi sono aberrazioni non programmate.
L’uomo viveva nel vigore della giovinezza e moriva nel pieno delle proprie forze, non conosceva l’umiliazione del degrado fisico e la morte per consunzione. Poi la civiltà, la prosperità e la medicina hanno aggiunto anni alla vita senza aggiungere vita agli anni, dando luogo alla vecchiaia, una maledizione tra le più difficili da tollerare.
Il nostro corpo invecchia, ma dentro molti di noi rimangono giovani. Ci è vietato guardare le ventenni con cupidigia, ma la bellezza ancora ci attrae irresistibilmente; non abbiamo davanti a noi molti anni da vivere, ma non ci rassegniamo all’idea di morire.
Spesso riusciamo a sopravvivere decentemente, ma quando siamo costretti dall’avanzare inesorabile degli anni e dalle malattie a subire mille limitazioni, ci sentiamo degli abusivi della vita. Raramente siamo tanto saggi da apprezzare ciò che ci resta ed a temere di perderlo. Ma la mazzata più forte che ci riserva la vecchiaia è la perdita del proprio compagno. Non vi è saggezza che possa confortarci, non siamo fatti per restare da soli. Abbiamo rinunciato al branco, ma siamo programmati per vivere in coppia, è scritto a chiare lettere nel nostro Dna.
Si può essere felici su di una sedia a rotelle, se vi è qualcuno che ci spinge amorevolmente. Si riesce a vivere con qualsiasi menomazione, se a confortarci vi è il nostro compagno, ma è una pena feroce continuare a vivere la vecchiaia per il sopravvissuto.
Chi muore per primo non capisce la sua fortuna; dovunque egli vada il compagno che resta va all’inferno.
Maledetta vecchiaia.

Il Mattino 30 marzo 2007 - Orizzonti Nuovi 2 febbraio 2007(come articolo) - Senatus  gennaio 2007(come articolo)

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 Viagra a volontà, ma da consumare in famiglia

Gentile dottore,
mentre il bilancio dello Stato affonda sempre più, alcune ricche regioni del Nord hanno previsto che il Viagra diventi mutuabile.
Siamo del parere che il farmaco non sia per niente pericoloso, purché non si sbagli il dosaggio, il luogo, ma soprattutto la partner con cui godere dei noti effetti tumescenti.
Quando il prodotto comparve sul mercato i mass media orchestrarono una massiccia campagna denigratoria, cercando di far passare per veri alcuni assiomi rivelatasi poi del tutto falsi:
1)     La pericolosità della sostanza, soprattutto per i malati di cuore.
2)  Il nessun effetto sui soggetti normodotati.
Viceversa tutte le statistiche successive hanno dimostrato trattarsi di un farmaco utile per i soggetti coronaropatici (non dimentichiamo che si tratta di un potente vasodilatatore), ad eccezione dei pazienti trattati con nitroglicerina, il famigerato cerotto, che oramai i cardiologi più illustri, Attilio Maseri in testa, ritengono di nessuna efficacia, mentre negli uomini normali coadiuva a rendere l’erezione più valida e prolungata.
Una vera e propria panacea per gli uomini, giovani o attempati, ma potrebbe avere effetti apprezzabilissimi anche per le loro abituali compagne. Purtroppo il prodotto viene rigorosamente adoperato fuori dalle mura domestiche, complici le centinaia di migliaia di giovani straniere, dalle forme acconce e dai facili costumi, che da alcuni anni hanno invaso l’Italia alla spasmodica ricerca di un uomo da buggerare, contribuendo vistosamente allo sfascio di decine di migliaia di matrimoni, anche, a volte, collaudati da numerosi lustri passati assieme.
Invitiamo perciò tutte le donne, elettrici e contribuenti a sollecitare le parlamentari del gentil sesso a proporre un disegno di legge, che preveda, oltre alla ricetta del medico, la prescrizione anche  della moglie.
Ed infine attenzione al costo del prodotto, che in Italia è commercializzato ad un prezzo circa dieci volte superiore a quello praticato sul mercato internazionale.

Il Tirreno 4 marzo 2007

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Condono edilizio un iter tormentato

Il Comune di Napoli per rivalutare la zona di Ponticelli ha pensato bene di localizzarvi l' ufficio per le pratiche di condono. Dopo decine di anni, durante i quali è stato tutto fermo, l' amministrazione, sindaco in testa, ha pensato bene di richiedere ai cittadini di reiterare la domanda presentata anni fa, oltre a vari oneri e balzelli, senza assicurare che la pratica vada a buon fine, per cui i cittadini, decine di migliaia, sono costretti a recarsi nel Bronx metropolitano per richiedere copia degli atti da consegnare al commercialista. Arrivare presso gli uffici è quanto mai avventuroso, non vi si giunge nemmeno col più moderno navigatore, perché da poco è cambiato il nome della strada. Se si è invece utilizzato un taxi, al ritorno è inutile chiamare le varie cooperative non essendo mai in zona alcuna vettura. Allo sportello, presentata la domanda, si è avvertiti che ci vogliono non meno di quaranta giorni per avere le carte. Un funzionario spiega poi che sulle cifre dovute al Comune saranno applicati interessi del 10% annui, nonostante il cittadino solerte non abbia mai potuto pagare e nemmeno sapere quando e quanto. Nel tempo trascorso l' importo è più che raddoppiato ed alcune volte anche triplicato nel caso di condoni d' annata. E mentre i nostri amministratori già gioiscono al pensiero del bottino attuale e dell' Ici futura, ai cittadini non restano che lacrime, bestemmie ed improperi.

La Repubblica N 5 marzo 2007

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E ora dedichiamo una piazza anche a Lauro

Caro direttore,
il consiglio comunale napoletano ha stabilito di dedicare una piazza a Bettino Craxi. Sorvolando sulla circostanza che il personaggio, oltre che un energico capo di Stato è deceduto all’estero per sfuggire a numerose condanne passate in giudicato, bisogna sottolineare che non si è mai dedicato alla nostra sventurata città, che continua ostinatamente a dimenticare Achille Lauro, sindaco plebiscitario, grande armatore e napoletano doc. Egli ha dedicato alla sua amata città la sua lunga vita e sul suo operato una serie di falsità storiche non permettono ancora di fare piena luce.

Corriere del Mezzogiorno 27 marzo 2007

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Certificati falsi a volontà

Gentile dottore,
si blatera da giorni su certificati fasulli di medici compiacenti o autocertificazione da parte del lavoratore e non si considera la possibile soluzione del problema: i primi tre giorni di assenza dal lavoro non sono pagati. Una norma presente in molte nazioni europee che avrebbe il vantaggio di far guarire milioni di malati immaginari, di ripristinare la legalità e di dare una potente scossa all'economia con la drastica riduzione dell'assenteismo.

La Repubblica 13 aprile 2007(col titolo I primi tre giorni da non pagare) – Corriere del Mezzogiorno 14 aprile 2007 – La Stampa 18 aprile 2007 –  Il Messaggero 25 aprile 2007 - Il Mattino 1 maggio 2007

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Il calvario del condono

Gentile direttore,
il comune di Napoli per rivalutare la zona di Ponticelli  ha pensato bene di localizzarvi l’ufficio per le pratiche di condono. Dopo decine di anni, durante i quali è stato tutto fermo, l’amministrazione, sindaco in testa, ha pensato bene di richiedere ai cittadini di reiterare la domanda presentata anni fa, oltre a vari oneri e balzelli, senza assicurare che la pratica vada a buon fine, per cui i cittadini, decine di migliaia, sono costretti a recarsi nel bronx metropolitano per richiedere copia degli atti da consegnare al commercialista. Arrivare presso gli uffici è quanto mai avventuroso, non vi si giunge nemmeno col più moderno navigatore, perché da poco è cambiato il nome della strada, se si è invece utilizzato un taxi, al ritorno è inutile chiamare le varie cooperative non essendo mai in zona alcuna vettura.
Allo sportello, presentata la domanda, si è avvertiti che ci vogliono non meno di quaranta giorni per avere le carte. Un funzionario spiega poi che sulle cifre dovute al comune saranno applicati interessi del 10% annui, nonostante il cittadino solerte non ha mai potuto pagare e nemmeno sapere quando e quanto. Nel tempo trascorso l’importo è più che raddoppiato ed alcune volte anche triplicato nel caso di condoni d’annata.
E mentre i nostri amministratori già gioiscono al pensiero del bottino attuale e dell’Ici futura ai cittadini non restano che lacrime, bestemmie ed improperi.

Repubblica 3 maggio 2007 – Lo Strillo maggio 2007

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Abusi e privilegi

Gentile direttore,
pochi giorni fa il Parlamento ha votato all’unanimità e senza astenuti un aumento per i parlamentari di circa 1200  euro al mese, giungendo ad uno stipendio che, tenendo conto di rimborso spese d’affitto, indennità di carica e denaro per il portaborse sfiora i ventimila euro al mese.
Stranamente la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.
Inoltre i nostri rappresentanti godono della gratuità di: cinema, teatro, autobus, cellulare, francobolli, aerei nazionali, autostrade, piscine e palestre, treni, ricoveri in clinica, assicurazione infortuni e decesso. Pare che debbano pagare solo la frequentazione di prostitute o transessuali a secondo dei gusti.
Nel ristorante annesso al Parlamento, frequentato assiduamente anche da ex onorevoli, nel solo 1999, hanno mangiato e bevuto a nostre spese per un totale di un milione e mezzo di euro.
Se passiamo alla situazione previdenziale lo scandalo grida vendetta considerando che si riservano la pensione dopo 35 mesi, mentre obbligano i loro sudditi a sgobbare, per il momento, per 35 anni.
In aperta violazione della legge sul finanziamento ai partiti incassano oltre 100.000 euro con il rimborso delle spese elettorali.
Inconcepibili i privilegi a vita per le alte cariche, ad esempio si mormora che la signora Pivetti, nonostante oggi si occupi di ben altro, ha ancora ed avrà per tutta la vita, un ufficio, una segretaria, l’auto blu ed una scorta.
La classe politica, mentre predica risparmi, taglia spese e comprime stipendi, è costata al contribuente un miliardo e trecento milioni di euro, tenendo conto che la sola Camera ingoia 2215 euro al minuto, giorno e notte per 365 giorni all’anno.
Ogni commento è superfluo e l’unica speranza resta un comitato di salute pubblica.

Il Roma 13 giugno 2007(col titolo Aumento ai parlamentari superfluo ogni commento)

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*La questione meridionale nella pittura napoletana seicentesca

Gentile dottore,
molti, anche tra gli storici, credono che la questione meridionale sia sorta dopo l’unità di Italia, ma il problema è di più antica origine come ci dimostrano, con la rara eloquenza del loro pennello, un gruppo di agguerriti pittori del secolo d’oro.
Nel solco del naturalismo di lontana matrice caravaggesca e sempre nell’orbita del Ribera sanguigno e dal tremendo impasto è da collocare, tra la fine del secondo decennio e l’inizio del successivo, la comparsa sulla scena artistica napoletana di un pittore dal fascino singolare e dalla tematica originalissima, che gli studiosi collocano sotto il nome convenzionale di Maestro degli Annunci ai pastori dal soggetto di suoi numerosi dipinti conservati in vari musei e raccolte private da Capodimonte a Birmingham, da Brooklyn a Monaco di Baviera.
Il Maestro degli Annunci ai pastori va collocato idealmente in quel gruppo di artisti di cui in seguito faranno parte Domenico Gargiulo, Aniello Falcone, Francesco Fracanzano e soprattutto Francesco Guarino, i quali saranno impegnati in un’accorata denuncia delle misere condizioni della plebe, dei contadini e delle classi popolari e subalterne. Una sorta di introspezione sociologica ante litteram della questione meridionale, indagata nei volti smarriti dei pastori, dalla faccia annerita dal sole e dal vento, dei cafoni sperduti negli sterminati latifondi come servi della gleba; immagine di un mondo contadino e pastorale arcaico ma innocente e la cui speranza è legata ad un riscatto sociale e materiale, che solo dal cielo può venire, come simbolicamente è rappresentato dall’annuncio ai pastori, il cui sostrato e l’iconografia religiosa sono solo un pretesto di cui il pittore si serve per lanciare il suo messaggio laico di fratellanza ed uguaglianza.
L’attività del Maestro degli Annunci copre un arco di poco meno di trenta anni, durante i quali vi fu un lungo periodo di vigorosa e rigorosa adesione al dato naturale, spinto oltre i limiti raggiunti dallo stesso Ribera, con una tavolozza densa e grumosa e con una serie di prelievi dal vero, dal volgo più disperato: una lunga serie di piedi sporchi, di calzari rotti e di vestiti impregnati dal puzzo delle pecore.
I secoli sono trascorsi, ma la situazione poco è cambiata, mentre la forbice economica nei riguardi del nord si è ulteriormente divaricata. I giovani sono costretti a fuggire in cerca di un futuro migliore, dando luogo ad una diaspora che tronca anche la speranza di un’inversione di tendenza. Tutto nel silenzio degli artisti, infatti anche la loro voce  è divenuta fioca e nessuno più ascolta il loro canto disperato.

L’Opinione 6 giugno 2007 - Il Mattino 28 giugno 2007

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Fatti e misfatti di Napoli

Folla delle grandi occasioni per la presentazione nella mitica Saletta rossa, ritornata per una sera ai fasti del passato, del libro di Marco De Marco sulla Napoli da Lauro a Bassolino, una rivisitazione coraggiosa anche se tardiva della storia recente della città, dall’eccidio dei monarchici all’infinita emergenza dei rifiuti.
L’autore vuole scontare con questa lucida e spietata analisi un suo peccato originale:l’aver sognato da ragazzo, comunistello imberbe, un futuro radioso, ammirando il tramonto infuocato di Bagnoli prodotto dalle colate di quel mostro ecologico che si chiamava Italsider.
Nei capitoli che scorrono veloci possiamo leggere per la prima volta cose ovvie, ma che la vergognosa propaganda sinistrorsa ha falsificato negli anni, dalle Quattro giornate di Napoli, che furono tre e nelle quali i comunisti non svolsero alcun ruolo, al tanto osannato film Le mani sulla città,che ancor oggi vuol far sembrare vera la favola metropolitana di un Lauro devastatore della città, quando è ormai noto da anni che fu durante i tre anni della reggenza Correra, che, complice la D.C., Napoli fu messa a ferro e cemento impietosamente.
Il parterre dei presentatori era coordinato da Gian Antonio Stella, giornalista del Corriere della Sera sceso dal Nord a miracol mostrare e nel gruppo si salvava solamente lo storico Giuseppe Galasso sobrio e provocatore, mentre i tre rappresentanti delle istituzioni i senatori Umberto Ranieri ed Antonio Polito ed il ministro Nicolais sono stati messi alla berlina da un pubblico rumoroso ed appassionato, da stadio, stipato fino all’inverosimile e nel quale  non mancava nessuno degli intellettuali di sinistra e di destra, i quali prima dell’inizio si omaggiavano, si abbracciavano e si baciavano spudoratamente, segno inequivocabile di quel consociativismo che è stato ed è tuttora  la vera iattura della città.
Sulla discussione aleggiava, mai nominato direttamente il fantasma di Bassolino il vero artefice del disastro della Campania. Finita la conferenza ed acquistato il libro, sul quale troneggia la dedica” Ad Achille con cui spesso concordo, non sempre” mi incammino per via Roma ridotta ad un vociante bazar medio orientale con negri che impuniti espongono la loro mercanzia contraffatta e giovinastri tatuati e piercingati che passeggiano spavaldamente con sguardi assassini.
Giunto in Galleria sono attratto da un crocchio di astanti arringati da una voce troneggiante. Mi avvicino e mi accorgo che il caloroso tribuno non è un no global, bensì il presidente di un’associazione che si vantava, al cospetto di migliaia di esponenti della scalcinata borghesia napoletana, intabarrata in squallidi abiti da cerimonia.
E cosa glorificava alla presenza delle istituzioni, Bassolino in testa, lo stentoreo oratore? Di aver restituito alla città la statua di Partenope sulla vetta del teatro massimo, dopo soli 40…anni di esilio, dimenticando, o forse ignorando, che Carlo III, il famigerato re borbone, in soli sei mesi, aveva fatto sorgere dal niente il San Carlo, indiscusso tempio della lirica.
E mentre la folla delle auto clacsonanti impazziva per l’ingorgo causato da questi così eleganti cittadini, si poteva chiaramente comprendere che in questa cesura tra passato glorioso e presente ignominioso è la chiave di lettura della dolorosa ed inarrestabile deriva della nostra sfortunata città.

Il Golfo 14 giugno 2007

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Aboliamo le sfilate

Caro direttore, Le scrivo in merito al blocco terrestre e addirittura marittimo provocato dalla festa della Guardia di Finanza. Paralizzare una città per giorni è criminale, abusare della proverbiale pazienza partenopea è rischioso. Aboliamo queste sfilate, che dilapidano denaro pubblico e non interessano a nessuno ed ascoltiamo il grido di dolore degli automobilisti intrappolati in auto roventi dal sole estivo.

Corriere del Mezzogiorno 21 giugno 2006

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**La vera storia della sfogliatella

Gentile dottore,
molti credono che la sfogliatella nasca in ambiente monastico e precisamente in un convento di Conca dei Marini sulla costiera amalfitana, intorno al XVII – XVIII secolo, frutto dell’abilità culinaria di una sconosciuta monachella, ma se indaghiamo la storia dei principali monasteri napoletani, da Santa Chiara alla Croce di Lucca, scopriremmo che tutti ritengono che il famoso dolce sia nato nelle proprie cucine e dirimere la verità è impresa ardua.
La scoperta recentissima di alcuni documenti ci permette di retrodatare l’invenzione del prelibato dolce ad oltre duemila anni fa. Pare infatti che già durante le feste priapiche, che si svolgevano nell’antica grotta di Piedigrotta, venisse distribuito ai contendenti per rifocillarsi un dolce energetico dalla forma triangolare, a rimembrare simbolicamente la forma dell’oggetto del contendere: il pube femminile. Gli effetti afrodisiaci sull’animosità dei giovani impegnati nei sacri riti deflorativi si racconta superassero i benefici corroboranti di un poderoso zambaglione.
Dai riti orgiastici al segreto del claustro è difficile ipotizzare il tortuoso cammino della ricetta, divenuta segreta e vanto di sacerdotesse della castità.
Ma intorno al Seicento qualcuna di queste monachelle, ansiosa di liberarsi del fardello di una noiosa verginità, fa amicizia con qualche baldo pasticciere, disposto  in cambio della ricetta a compiere il pasticcio… ed ecco che della sfogliatella possono godere tutti.
Con un pizzico di fantasia questa dovrebbe essere la nuova storia della sfogliatella, vanto indiscusso della gastronomia campana e da oggi in poi  quando una fanciulla offrirà il prelibato dolce ad un astante le sue intenzioni saranno ben chiare.

Il Napoli 5 giugno 2007 – Il Roma 6 giugno 2007 – Il Golfo 6 giugno 2007 (come articolo) – L’Opinione 8 giugno 2007 (come articolo) - Il Mattino 8 luglio 2007 – Il Mattino ripubblicherà l’articolo il 4 ottobre 2014 con lo stesso titolo

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La diaspora dei giovani

Gentile dottore,
da anni la ricerca di un lavoro per i giovani è divenuto il problema più assillante a Napoli dove pure le emergenze non si contano.
E lentamente sta erodendo il sistema sociale e sta depauperando in maniera irreversibile l’unica risorsa primaria costituita dalle giovani generazioni, che tristemente hanno preso la via del Nord e dell’estero per non più ritornare. Siamo davanti oramai ad una diaspora rovinosa, che toglie ogni speranza di un futuro per la città e nello stesso tempo sta cambiando anche la composizione sociale dei quartieri. Zone come Posillipo ed il Vomero, una volta abitate dalla borghesia, lentamente stanno divenendo la residenza di  spavaldi commercianti con attività ai margini della legge, gli unici che oggi possono disporre di cifre cospicue di denaro per acquisti di immobili che hanno raggiunto quotazioni record.
Nello stesso tempo nei quartieri del centro storico gli abitanti, stanchi di bassi e di case malsane, si trasferiscono verso l’immensità di un hinterland senza strutture e senza servizi, senza collegamenti, ma soprattutto senza anima. Al loro posto legioni di extra comunitari, felici di passare dalle capanne ad un tetto qualsiasi e disposti ai lavori più umili, pur di riscattare un domani migliore.
Ed ogni giorno la situazione è più drammatica del giorno precedente, sempre più giù verso un fondo che diviene sempre più profondo e sempre più somigliante ad uno spaventoso gorgo, che inghiottirà tutto e tutti e dopo il quale il mondo non sarà certo migliore.

Il Mattino 27 luglio 2007

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Lo scorrere inesorabile del tempo

Gentile dottore,
a chi come il sottoscritto ha superato da poco e di poco gli anta…capita sempre più spesso di incontrare per strada o in un salotto una vecchia compagna di liceo o anche un’antica fiamma e di rimanere senza fiato; è lei, ma nello stesso tempo non è lei: il viso scolpito in un’immobilità marmorea senza espressione e senza vita, gli occhi miseramente protrudenti su orbite lisce come carta velina e, colpo di grazia, labbra turgide e prominenti laddove, a nostra memoria, albergava una boccuccia deliziosa.
Sono gli effetti devastanti di una chirurgia plastica che sempre più frequentemente trasforma donne, anche intelligenti e sensibili, in una grottesca caricatura di felliniana memoria.
L’icona di questi incubi mefistofelici è da anni la madre di tutte le dive: Sophia Loren, che, ultrasettantenne, vorrebbe mostrare la metà degli anni, facendosi baluardo di un seno poderoso, il quale, al di la ogni smentita, è ragionevolmente fatto e rifatto a ripetizione.
Ed il penoso olocausto dell’apparenza e della vacua vanità si compie e si celebra giorno dopo giorno per milioni di donne che lo perpetuano scioccamente, senza accorgersi che non fanno altro che sottolineare la loro vera età e sfidare impunemente l’inesorabile scorrere del tempo.

Il Napoli 19 giugno 2007 – Il Mattino 14 luglio 2007

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La mortale malattia della politica

Gentile direttore,
da anni, e non soltanto nella cenerentola Campania, capitale indiscussa di ogni nefandezza, è invalso sempre più un malcostume politico che, cercando di evitare le ire della magistratura, vuole perpetuare fatti e misfatti della 1^ Repubblica.
Tutti i sindaci, i presidenti di provincia, i governatori di regione, di destra e di sinistra, vinte le elezioni, debbono pagare il conto ai sostenitori: imprenditori, squadre di pseudo volontari, amici ed amici degli amici. E la cosa non è semplice, perché rivolgersi ai dirigenti nominati dalle giunte precedenti per un’assunzione o una commessa è inutile e controproducente. Sono tutti onestissimi, inflessibili ed incorruttibili, come dovrebbero essere, come vorrebbero che fossero tutti i cittadini, non come si mostrano ai questuanti di turno.
Ma a tutto ciò vi è una soluzione, basta dare luogo ad  una miriade di consulenze o addirittura creare una serie di strutture e società esterne ed il gioco è fatto. A capo di queste strutture si pone un nutrito comitato di esperti, tutti fidati e fedeli, mentre per le società il politico si limita… a nominare il presidente, il consiglio di amministrazione, i revisori, i sindaci. Infine se vi è necessità di personale per queste attività esterne quale migliore occasione per saldare il debito di riconoscenza verso quei baldi giovanotti, che si sono fatti in quattro per affiggere manifesti e nella propaganda porta a porta. Naturalmente i vecchi dirigenti con i loro impiegati non avendo più alcun compito da svolgere si limitano a prendere lo stipendio e l’unico problema è la noia, che però si riesce a mitigare con la lettura dei giornali, navigando su internet alla ricerca di siti pornografici e, per i più fortunati, intrecciando qualche momentanea relazione con qualche procace sottoposta.
Per giornalisti, intellettuali e docenti universitari si pratica poi un vero e proprio acquisto all’ammasso, dando incarico con laute parcelle a questi cervelli servili di fare astruse ricerche delle quali non si terrà alcun conto; in tal guisa non si producono né ricchezza, né servizi e l’unico reale risultato è la produzione di consenso.
I politologi saccenti e collusi ed i boriosi scriba dei potenti parlano solennemente di condizioni essenziali per il buon funzionamento della macchina amministrativa, per pochi ingenui, viceversa, ci si trova di fronte ad una macroscopica corruzione generalizzata, che grida vendetta davanti a Dio, visto che la giustizia terrena se ne disinteressa completamente.
Ma se non ci penserà la magistratura, da sempre distratta sull’argomento, che almeno ci pensino gli elettori con la poderosa scure del voto.

Il Tirreno 20 giugno 2007

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Traffico impazzito per ammirare una statua

L’altra sera dopo aver partecipato ad una conferenza mi incammino per via Roma ridotta ad un vociante bazar medio orientale con negri che impuniti espongono la loro mercanzia contraffatta e giovinastri tatuati e piercingati che passeggiano spavaldamente con sguardi assassini.
Giunto in Galleria sono attratto da un crocchio di astanti arringati da una voce troneggiante. Mi avvicino e mi accorgo che il caloroso tribuno non è un no global, bensì il presidente di un’associazione che si vantava, al cospetto di migliaia di esponenti della scalcinata borghesia napoletana, intabarrata in squallidi abiti da cerimonia.
E cosa glorificava alla presenza delle istituzioni, Bassolino in testa, lo stentoreo oratore? Di aver restituito alla città la statua di Partenope sulla vetta del teatro massimo, dopo soli 40…anni di esilio, dimenticando, o forse ignorando, che Carlo III, il famigerato re borbone, in soli sei mesi, aveva fatto sorgere dal niente il San Carlo, indiscusso tempio della lirica.
E mentre la folla delle auto clacsonanti impazziva per l’ingorgo causato da questi così eleganti cittadini, si poteva chiaramente comprendere che in questa cesura tra passato glorioso e presente ignominioso è la chiave di lettura della dolorosa ed inarrestabile deriva della nostra sfortunata città.

La Repubblica 17 giugno 2007  - Il Roma 20 giugno 2007

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Spazzatura addio

Gentile dottore,
le dimissioni di Bertolaso, anche se destinate a rientrare, aprono un nuovo grave e doloroso capitolo nell'infinita emergenza dei rifiuti in Campania. Per far decantare il problema vorrei porre all'attenzione generale una soluzione, che potrà apparire provocatoria, ma che mi sembra l'unica percorribile in tempi brevi: inviamo a Gheddafi la nostra spazzatura.
Lo sterminato deserto libico può ospitarla tranquillamente ed assorbirla, il trasporto via mare ha costi enormemente inferiori a quello via treno adoperato mesi fa verso la Germania.
Il nostro vicino sarà ben felice di incassare un po' di denaro ed in cambio, per ringraziare, sicuramente ci invierà una manciata di immigrati clandestini per rimpolpare le fila della nostra malavita e per incrementare la disoccupazione.

Il Giornale di Napoli 2 luglio 2007

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**Piazza 3 ottobre 1839

Gentile dottore,
l’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della nostra identità perduta
Interminabili furono i record del Regno delle due Sicilie al cospetto di quelli negativi di oggi, da capitale della monnezza a territorio incontrastato della criminalità organizzata.
Un segno tangibile di cambiamento sarebbe quello di cambiare il nome di alcune strade, per cancellare le tracce della colonizzazione piemontese avvenuta con la truffa dell’Unità d’Italia: piazza del Plebiscito dovrebbe tornare al toponimo di Largo di Palazzo, via dei Mille andrebbe mutata in corso Gianbattista Basile, piazza Garibaldi, tolta al famigerato eroe dei due mondi, origine di tutti i nostri guai, andrebbe intitolata al 3 ottobre 1839,  giorno dell’inaugurazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli Portici, mentre il corso Vittorio Emanuele, la prima tangenziale del mondo, aspetta ancora giustizia e l’intitolazione al nome del suo ideatore, Ferdinando II, che la realizzò in poco più di un anno.
Attendere che a ciò provvedano le istituzioni è pura utopia per cui ho preso solennemente l’impegno, il giorno 4 luglio, bicentenario della nascita di Garibaldi, di recarmi, da solo o con qualche altro volenteroso poco importa, nella piazza della stazione (angolo corso Umberto ore 11) e di cambiare materialmente le targhe che indicano il luogo come piazza Garibaldi con la nuova dizione di piazza 3 ottobre 1839, una data fatidica della nostra storia che i nostri colonizzatori hanno cercato di farci dimenticare.
Tutto il mondo deve sapere che i Napoletani sono gente antica, che non vuole recidere le radici col passato e che ha rifiutato vigorosamente le suadenti sirene della modernità. Rappresentiamo una delle ultime tribù della terra in lotta contro la globalizzazione.
Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante.
Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente.

Il Golfo 16 agosto 2007

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Pontile di Bagnoli, splendido ma imbrattato

Egregio dottore,
tra le poche realizzazioni della nostra scalcinata amministrazione comunale vi è senza dubbio l’aver restituito ai cittadini, dopo un opportuno restyling, la passeggiata a mare del pontile nord di Bagnoli. Poco meno di un chilometro di penetrazione verso il centro del golfo, accarezzati dal vento e dimenticando il mostro ecologico che rimane alle nostre spalle e tutti i guai della nostra sfortunata città.
Il restauro è stato poco meno che perfetto: sediali, fontanine, parapetti ultrasicuri, ascensori, parcheggio per le auto dei disabili, latrine accoglienti e costantemente pulite.
I numerosi cestini vuotati ogni giorno, le eventuali lampadine fulminate sostituite in tempi ragionevoli, le scritte vandaliche sulle panchine ridotte all’osso. Manca un parcheggio e lo spazio della colmata lo permetterebbe con poco impegno, ma fuori sulla strada vi è spazio sufficiente e stranamente mancano anche i parcheggiatori abusivi ad imporre prepotenti il pizzo.
Sembra quasi di non stare a Napoli, ma purtroppo una pecca gravissima si è venuta a creare, complici involontari le miriadi di gabbiani che volteggiano incuriositi sul pontile e  la loro naturale abitudine di defecare abbondantemente a tutte le ore.
Si è venuto così a costituire un interminabile tappeto di feci, sgradevole a vedersi, puteolente oltre misura e pericolosissimo per la salute pubblica, essendo le deiezioni dei volatili spesso pregne di virus, dalla psitaccosi ad una non improbabile aviaria. E tra questi escrementi giocano innocenti bambini di ogni età, ignari del pericolo.
Tra l’altro il guano, essendo acido, in breve tempo corrode il pavimento, producendo macchie indelebili.
Tutto questo non sarebbe avvenuto se fosse stato previsto un servizio di pulizia particolare, ma si è ancora in tempo rivolgendosi ad una ditta specializzata.
La burocrazia ha i suoi tempi, spesso estenuanti, ma siamo certi che tutti i napoletani saranno grati all’amministrazione comunale se vorrà provvedere ad eliminare tale sconcio ed io per primo prendo l’impegno solenne, a nome di tutti i cittadini, di essere pronto ad un bacio di gratitudine alla nostra amata sindaca.

Il Giornale di Napoli 20 agosto 2007

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Non bevete acqua minerale!

Gentile direttore,
se da domani, tutti assieme smettessimo di bere acqua minerale, otterremo contemporaneamente tre grossi risultati:
Eviteremmo di fare una cosa inutile, tenendo conto che le acque italiane sono le migliori del mondo
Risparmieremmo un sacco di soldi, da destinare a miglior uso
Salvaguarderemmo l’ambiente dall’invasione di decine di milioni di bottiglie di plastica, considerando che per metabolizzare la plastica la natura impiega circa mille anni.
Con buona pace delle ditte imbottigliatrici, che in questi anni si sono arricchite alle nostre spalle.

Il Roma 27 luglio 2007

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L’infinita emergenza dei rifiuti

La situazione dei rifiuti in Campania peggiora minuto dopo minuto e non riesce a raggiungere il fondo, che diviene sempre più profondo come un gorgo che rischia di trascinarci tutti nel baratro.
Nonostante le ferme parole del Presidente Napolitano, l’impegno personale di Prodi, la buona volontà di Bertolaso, le accorate proteste di Gerardo Marotta e dell’Assise di palazzo Marigliano, il coro unanime dei giornali, la rabbia e la disperazione dei cittadini, le montagne di spazzatura hanno continuato a crescere imperterrite, raggiungendo e superando i primi piani dei palazzi, mentre l’olezzo, insopportabile, penetra profondamente le narici e torme di topi banchettano allegramente, stupite di un così lauto pasto.
Se avessero un minimo di amor proprio sindaca e governatore, prima di dimettersi dalle loro cariche, dovrebbero apparire a reti unificate su tutte le televisioni, dichiarare pubblicamente le loro colpe e chiedere disperatamente aiuto a chiunque possa fornircelo.
Se avessero il coraggio e l’onestà di compiere questo pubblico atto di contrizione i cittadini non potrebbero certo perdonarli, neanche i cristiani più immarcescibili, ma almeno, se dovessero capitargli a tiro, nello sputare doserebbero il quantitativo sufficiente a mortificarli senza annegarli.
Inutile illudersi o agitarsi alla ricerca dell’impossibile. In attesa di soluzioni definitive del problema, attualmente una sola via, anche se transitoria, è percorribile: trasportare altrove la nostra monnezza.
Per organizzare ed attuare un piano adeguato di raccolta differenziata, per popolazioni poco disciplinate come le nostre, ci vuole un tempo ragionevolmente di anni, partendo dalla scuola, nella quale in questi anni di tutto si è discusso salvo che di spazzatura.
Le discariche esplodono letteralmente, emanano miasmi putrescenti fino a chilometri di distanza, sono da tempo esaurite e non se ne possono creare altre con un colpo di bacchetta magica. Abbiamo letteralmente esaurito tutti i buchi disponibili.
Il termovalorizzatore, o per meglio dire l’inceneritore, pare che debba abortire prima di nascere, non solo per le giuste proteste dei gruppi ecologisti, preoccupati degli effetti nocivi sulla salute nostra e dei nostri discendenti, ma perché da anni in tutto il mondo è una soluzione abbandonata. In Germania gli impianti chiudono uno dopo l’altro e lo stesso negli Stati Uniti; in Giappone non sono mai esistiti. Tra l’altro quello che dovrebbe, ma speriamo, che doveva sorgere ad Acerra, era progettato con tecnologie talmente obsolete e superate, frutto di scelte ottuse e criminali, che in pochi giorni la magistratura, se pure entrasse in funzione, non potrebbe fare altro che chiuderlo.
Il luogo ideale dove convogliare le migliaia di tonnellate di spazzatura, che oramai ci sommergono, è il deserto libico, in grado in pochi decenni di metabolizzare qualsiasi cosa, salvo la plastica e di assorbire anche le centinaia di migliaia di ecoballe che affollano la Campania e che nessun inceneritore prezzolato sarà mai disponibile a trattare, perché di eco non hanno proprio nulla sono solo balle.
Il trasporto via mare è poco costoso ed in meno di un giorno navi gigantesche potrebbero trasferire immani quantità di spazzatura sull’altra sponda del Mediterraneo. Gheddafi in cambio di un po’ di vile denaro occidentale sarebbe certamente disponibile ed anzi, per contraccambiare la cortesia, continuerà a fornirci del tutto gratuitamente il nostro quotidiano quantitativo di immigrati clandestini per incrementare disoccupazione e delinquenza.
Una rivoluzione culturale
Purtroppo da noi i cittadini sono ancora ritenuti sudditi da tenere all’oscuro delle beghe di potere; meno sanno, meglio è. Questo è il motivo per cui fino a pochi mesi fa ignoravamo completamente di residui nucleari, fusti tossici provenienti da mezza Europa, incendio criminale delle discariche, addirittura scheletri umani e teschi in libera uscita nelle campagne. Una realtà al di fuori di ogni immaginazione che viceversa è la triste realtà di gran parte della Campania e della quale solo pochi libri coraggiosi hanno parlato.
Ma anche quando, speriamo al più presto, crederemo di aver trovato una soddisfacente soluzione al problema saremo semplicemente all’inizio di una improcrastinabile rivoluzione culturale.
Sia gli imprenditori che i lavoratori debbono infatti rendersi conto che viviamo senza accorgercene agli albori di una terza rivoluzione industriale e soltanto un uso più razionale delle materie prime e dell’energia consentirà la sopravvivenza degli affari e del lavoro.
Gli standard di qualità delle merci, in una società sostenibile, debbono essere basati sui principi di maggiore durata, più lunga vita utile ed ampia possibilità di riutilizzo e di riciclo. Purtroppo l’accettazione di norme di qualità cozza contro il perverso andamento della civiltà dei consumi, vincolata al credo della produzione di merci sempre meno durature, al successo di mode effimere di oggetti usa e getta e di un mercato che spinge verso una continua produzione senza alcuna preoccupazione per il futuro.
Bisogna agire in fretta e con la massima decisione, un ritardo di cinque anni ci costringerebbe a fare i conti con una massa di rifiuti (cemento, ferro, plastica, imballaggi, carta, scarti alimentari e conciari, ecc.) aumentata di un altro mezzo miliardo di tonnellate, una valanga in grado di travolgerci e se i governi del mondo continueranno ad ignorare la gravità del problema, sarà necessario far nascere e crescere un movimento di liberazione dai rifiuti. Un modello di trattamento dei rifiuti esemplare, che possa essere adottato a Napoli, come al Cairo o a Tokyo, a Milano come a Città del Messico, un cambiamento rivoluzionario necessario ed urgentissimo davanti ad un mondo dominato da un capitalismo spietato ed un consumismo suicida, che in pochi anni si avvia a divorare tutte le risorse naturali e a divenire una pattumiera planetaria.
Napoli è l’indiscussa capitale mondiale della monnezza. Le foto dei cumuli di rifiuti che osano sfidare il cielo, i roghi disperati che vomitano al vento micidiale diossina, i cassonetti divelti hanno fatto più volte il giro del mondo ed hanno avuto il disonore della prima pagina sui giornali di tutto il mondo.
Americani e cinesi, gli europei già ci conoscevano, sanno che la nostra città è la più fetente della Terra.
Sarebbe bello che questa necessaria rivoluzione nascesse all’ombra del Vesuvio ad opera di un popolo, paziente fino all’ignavia, ma che quando si incazza non si sa mai dove può arrivare.

Il Brigante luglio 2007 (editoriale) L’Opinione 20 luglio 2007

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Il calvario senza fine del condono

Gentile dottore,
l’ufficio trasparenza del comune di Napoli somiglia sinistramente ad un porto delle nebbie, neologismo creato, credo, da Pannella per indicare efficacemente la Procura generale di Roma negli anni Settanta ed Ottanta, gli anni delle stragi e dei misteri d’Italia, quando tutte le inchieste venivano avocate dalla capitale e poscia opportunamente insabbiate.
Un cittadino (il sottoscritto) presenta domanda per poter consultare la sua pratica di condono (n. 11239) il giorno 20 aprile 2007 e candidamente gli viene riferito di ripassare non prima di quaranta giorni. Già un tale lasso di tempo è scandaloso e contrario alla legislazione vigente, ma il cittadino, paziente e timorato dell’autorità, pensa addirittura, per prudenza di far trascorrere ancora dei giorni e si presenta all’ufficio dopo che ne sono trascorsi quasi cento, certo di poter  ritirare l’incartamento da consegnare al consulente e pronto al salasso finanziario richiesto dal famelico comune.
Meraviglia, ma non eccessiva, trovandoci a Napoli, cioè nel quarto mondo, l’impiegato con un sorriso consiglia di ripassare fra qualche mese.
Ogni commento è superfluo, mentre perentorio è un invito alla magistratura ad indagare se in tale epicedio dell’amministrazione e delle istituzioni non possano identificarsi ipotesi di reato.

Corriere del Mezzogiorno  25 luglio 2007 – La Repubblica  25 luglio 2007 (col titolo Comune di Napoli porto delle nebbie) – Il Mattino 10 agosto 2007

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**Eureka l’onore è salvo

Gentile dottore,
otto agosto ore dieci, 40 gradi all’ombra, mi appresto ad entrare nel Tribunale di Napoli al centro direzionale per ritirare un documento, ma vengo bloccato dal drappello di polizia che giudica indecente il mio abbigliamento.
Premetto che l’indumento incriminato è un elegante calzoncino, griffatissimo ed ultrafirmato, abbondantemente oltre il ginocchio, con il quale abitualmente entro in chiesa, stipulo presso notai contratti da milioni di euro e, lo confesso, ricevo sguardi interessati da focose fanciulle e da attempate signore.
Chiedo di parlare col comandante, ma mi viene riferito che trattasi di un’ordinanza firmata dal presidente del Tribunale in persona.
Non mi scoraggio, nonostante sia venuto da fuori Napoli e riesco, in cambio di un bigliettone, a convincere un corpulento garzone a chiudersi nella toilette ed a prestarmi il suo pantalone, per quanto imbrattato e rattoppato.
Mi ripresento all’ingresso ed osservo una straripante popolana entrare senza problemi in calzoncini, segno evidente che le sue gambe sono giudicabili in maniera diversa dalle mie. Grazie al maleodorante pantalone imprestatomi riesco finalmente ad entrare ed a ritirare l’agognato documento.
L’episodio sembra irrilevante, ma a mio parere è di una gravità inaudita. Vietare l’accesso ad un ufficio pubblico e sindacare l’abbigliamento dei cittadini è prerogativa dei paesi islamici più arretrati, dove i talebani si arrogano il potere di obbligare gli uomini a farsi crescere la barba e le donne ad indossare il burka. Ma forse i magistrati, stanchi di giudicare solo i comportamenti dei cittadini, vogliono anche pontificare sui loro abbigliamenti, confondendo il decoro di un’istituzione, che si misura in efficienza nel contrastare una delinquenza oramai padrona del territorio, con i centimetri dei calzoncini maschili.

Corriere della sera 10 agosto 2007 – La Repubblica 10 agosto 2007 – Il Roma 10 agosto 2007 – Lo Strillo settembre 2007

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L’insensato rito  del ferragosto

Gentile dottore,
ad un osservatore alieno, ad un incuriosito marziano che osservasse dall’alto le fiumane di auto che affollano le strade italiane nei giorni del ferragosto, i terrestri apparirebbero come esseri balordi, brulicanti, imprevedibili, ma certamente privi di ogni attività cerebrale.
Memori delle periodiche transumanze del loro atavico passato di pastori erranti, gli Italiani hanno, nel dopoguerra, creato il granitico mito delle vacanze, che ha sostituito tutte le credenze precedenti. L’unica religione riconosciuta è divenuta il culto dell’automobile, la località di villeggiatura la Terra promessa, l’uscita cadenzata di nuovi modelli di autovetture sul mercato l’apparizione dello Spirito santo, il denaro il mostruoso moloch al quale prostrarsi inginocchiati.
E tutti assieme, pigiati fino all’inverosimile in scatolette di latta, in partenza per il viaggio rituale, verso la meta, spesso la stessa, per cui giganteschi intasamenti a croce uncinata, esodi biblici che svuotano le città e fanno scoppiare le località di villeggiatura rendendole invivibili, al pari delle strade, delle spiagge e delle rare zone boschive divorate, giorno dopo giorno, da incendi criminali.
Ed al ritorno stressati, le stesse file decichilometriche, gli stessi intasamenti suicidi, lo stesso inutile martirio e nello stesso tempo la festa sacra ed il disperato pellegrinaggio alla ricerca della vanità.

Il Tempo  10 agosto 2007 – Il Golfo (come articolo) 18 agosto 2007 

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Bentornata Piedigrotta

Gentile dottore,
finalmente, dopo decenni di oblio, torna la Piedigrotta e soprattutto tornano i carri, resi mitici dalle feste organizzate durante il regno di Achille Lauro dal mitico assessore Limoncelli, che seppe far ritornare all'antico splendore la celebre ricorrenza, organizzando memorabili manifestazioni che duravano fino a quindici giorni.
Durante il passaggio dei mastodontici carri allegorici era permesso un po' di tutto: urlare, sbracciarsi, calare coppoloni in testa a tipi soggetti, esercitare vigorosamente la mano morta su sederi di tutte le età, pur senza trascurare eventuali seni generosamente esposti, dimenticando così le angustie quotidiane. L'antico spirito greco della manifestazione, nata tra venerazioni priapiche e sfrenate danze liberatorie, sembrava rivivere nel popolo festoso, esaltando lo spirito trasgressivo e godereccio dei napoletani.
Sembrano tempi distanti anni luce, invece è cronaca degli anni Cinquanta, i giovani non conoscono la Piedigrotta, ma il suo spirito è immortale e può divampare di nuovo per la gioia dei napoletani e per il nostro boccheggiante turismo. Ai tempi del vituperato Comandante il calendario delle manifestazioni, ad uso dei forestieri, ma progettato per i gusti degli indigeni, andava da aprile ad ottobre, costringendo pure i rinomati miracoli di San Gennaro a rientrare nei festeggiamenti e riesumando inoltre antiche tradizioni da quella del Monacone a quella della Madonna del Carmine.

Il Mattino 28 settembre 2007

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L’elemosina in occidente nel XXI secolo

Gentile dottore,
la nostra civiltà, e non solo la nostra, riconoscono all’elemosina un significato fondamentale, per i cristiani esercitare la carità verso il prossimo è un bisogno dello spirito ed un mezzo per raggiungere la salvezza e la vita eterna, per i laici un tentativo di redistribuzione della ricchezza ed una parziale risposta della società al problema della povertà.
Tutte le religioni impongono ai propri seguaci l’obbligo di venire incontro ai bisogni dei meno fortunati, la Carità dei cristiani poco differisce dallo Zakat dei mussulmani, uno dei pilastri della fede islamica.
Il comunismo si è illuso di poter risolvere le disuguaglianze economiche tra gli uomini, ma il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti e fino a quando esisterà la povertà è dovere di ogni uomo di buona volontà cercare di porvi rimedio.
Naturalmente vi è una differenza abissale tra chiedere l’elemosina o cercare di estorcere denaro con protervia ed arroganza, come è il caso dei parcheggiatori abusivi o dei lavavetri. E questa distinzione, chiara ed inequivocabile, va sottolineata con forza, per togliere fiato ed argomentazione ai soliti bastion contrari, sorti come funghi e dediti a proclamare sempre e soltanto il contrario di tutto.
Il velleitario tentativo di sindaci coraggiosi di stroncare un racket vergognoso va plaudito e compito dei cittadini è quello di collaborare, facendo confluire il proprio aiuto verso istituti assistenziali specializzati ed affidabili.
Prima che l’Italia divenga la terra promessa dei diseredati di tutto il mondo ed una marea incontenibile ci travolga, sommergendoci.

Il Giornale 9 settembre 2007 – Il Roma 27 settembre 2007 – Il Mattino 14 ottobre 2007 – Senatus settembre 2007 – Orizzonti Nuovi (come articolo)

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Anzianissimi in balia di anziani

Gentile dottore,
la vita umana si è allungata e si allunga sempre più grazie alle scoperte della medicina, sembrerebbe un fatto positivo, ma purtroppo la scienza ha aggiunto anni alla vita e non vita agli anni e l’accoppiata di malattie croniche e vecchiaia ingravescente costituisce oramai una miscela esplosiva in grado di far saltare gli equilibri sociali e le economie delle nazioni, obbligate a confrontarsi con falangi di soggetti non più produttivi, che per decenni pesano sulla famiglia e sulla comunità.
E dove non esiste un programma di assistenza domiciliare efficiente come in Italia capita che il peso graviti solo sulla famiglia e sempre più spesso vi siano settantenni   costretti a doversi prendere cura di novantenni.
Il compito da affrontare stronca le fibre più robuste, ventiquattro ore su ventiquattro, saltando i ritmi sonno e veglia e spesso dovendo combattere anche contro le difficoltà economiche e la solitudine. Momenti interminabili di smarrimento e di rifiuto alternati a sensi di colpa ed alla tragedia di dover assistere impotenti alla sofferenza di una persona cara, con l’incubo di intravedere in anticipo il proprio incombente futuro.
Un esercito di badanti straniere sopporta una parte significativa del peso di questa penosa situazione e senza il loro aiuto saremmo letteralmente perduti.
Il disfacimento della famiglia patriarcale e l’egoismo, che la sfrenata società dei consumi collabora ad incrementare, costituiscono due grossi ostacoli per alleviare la situazione, che potrà avere dei benefici solo cercando di fare fronte a quella che è la vera emergenza del nostro Paese: l’assistenza domiciliare per i malati cronici e per gli anziani, una calamità che scontano in silenzio ed in assoluta solitudine milioni di famiglie.

Orizzonti Nuovi 4 ottobre 2007 (come articolo)

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**Il miglior amico dell’uomo

Gentile dottor Gargano,
non avrei mai potuto immaginare che l’arrivo in casa mia di una cucciola di rottweiler, regalo di una ragazza a mio figlio, potesse cambiare negli anni così profondamente non solo la mia vita, ma soprattutto il modo di relazionarmi col mondo ed il mio metro di giudizio del prossimo.
Era il 1994 ed avevo sempre avuto un sacro terrore dei cani da quando, giovanissimo, avevo trascorso un’intera notte sul tetto di un’auto per sfuggire alla furia di un  randagio di grosse dimensioni e anche altri incontri ravvicinati non erano stati particolarmente felici, per cui non accolsi con entusiasmo l’ingresso in famiglia di un esemplare, per quanto di pochi mesi, di una razza notoriamente feroce.
Lady fu relegata nel sottoscala ed abbaiava disperata durante le poche visite che gli dedicavamo; decidemmo di trasferirla in giardino, ma i rigori dell’inverno contribuirono a farla ammalare e fu necessario il ricovero: cimurro fu la diagnosi e la prognosi purtroppo riservata.
Partimmo per Roccaraso, ma ogni sera telefonavo alla clinica veterinaria per avere notizie, che peggioravano giorno dopo giorno, fino a quando mi dissero:”Non vi è più speranza, interrompiamo la terapia? ”
“Assolutamente no, se esiste un dio dei cani la aiuterà”.
Ed il miracolo… avvenne, durante la notte Lady ebbe un miglioramento decisivo ed il giorno successivo potemmo andare a riprenderla completamente guarita.
La nostra famiglia da quel giorno divenne più numerosa e con Lady stabilimmo un’intesa perfetta: mangiava a tavola con noi, un boccone a me ed uno a lei e dormiva la notte al mio fianco su di un variopinto tappetino persiano.
Capiva ogni mio pensiero e quando ero di cattivo umore si accoccolava vicino e rimaneva immobile.
Divenuta signorina la feci accoppiare con un cane campione: Shark e nacquero nove cucciolotti, per il poco latte uno soltanto sopravvisse, Athos, che divenne il suo compagno inseparabile.
Durante i periodi di calore, per impedire nuove gravidanze, Lady passava la giornata con me nello studio e solo la sera, attraverso un’entrata di servizio, tornava a casa, rimanendo sempre a distanza di sicurezza dall’ardore sessuale di Athos.
Nonostante i miei severi controlli censori ad un certo momento il suo addome cominciò a crescere e condussi la cagna dal veterinario, il quale perentorio dichiarò:” Si tratta di una gravidanza immaginaria nella pancia vi sono semplicemente dei gas”.
Sapendo che i medici in genere poco capiscono sottoposi Lady  ad un’ecografia nel mio studio e non mi meravigliai più di tanto nel vedere una serie di piccole colonne vertebrali intrecciate tra di loro. Facemmo appena in tempo a rincasare che cominciò il travaglio e questa volta i nuovi abitanti della terra furono sei, quattro dei quali arrivarono a tre mesi. Erano magnifici, scorazzavano nel giardino della villa di Ischia con i genitori, ma nonostante tutte le vaccinazioni, un brutto giorno contrassero la parvo virosi, una malattia che raramente perdona e cominciò un calvario durato quasi venti giorni. Era necessario sottoporre i cuccioli ad ipodermoclisi tre volte al dì, per cui ogni giorno la spola da casa al veterinario avveniva dodici volte. Il compito sulle mie spalle e su quelle del fido cameriere autista Summit. Dopo una settimana morì il primo cucciolo, seguito dopo tre giorni dal secondo e dopo cinque dal terzo; resisteva solo Porthos, anche se le speranze erano ridotte al lumicino. Passati diciotto giorni il cane cominciò a bere e l’indomani ad alimentarsi, era guarito.
Dopo tanti sacrifici e quattro milioni di spese, mia moglie pensava ancora che io regalassi il cucciolo, ma oramai non potevo più separarmi da lui.
Ci furono mesi di diverbi continui, durante i quali Porthos visse con me nello studio, che subì una devastazione in piena regola, dalle tende ai tappeti. Durante i fine settimana veniva a trovare i genitori, ma il lunedì di nuovo via, fino a quando Elvira, resasi conto di quando io tenessi al cane, acconsentì al suo definitivo ingresso in casa nostra. Furono anni di grande impegno: tre cani di quella razza fanno branco e sono difficili da gestire, soprattutto d’estate, quando per trasferirli ad Ischia era necessario fare tre trasporti in auto all’andata e tre al ritorno. Anche i nostri viaggi, fino allora frequenti, si interruppero, perché la mia costante presenza era necessaria. Ma le soddisfazioni, almeno per me furono altrettanto grandi. I tre cani erano temuti  ed ammirati da tutti e con la sola presenza e qualche sporadica abbaiata facevano la guardia alla nostra villa, tenendo alla larga in egual misura malintenzionati e visitatori inopportuni.
L’ansia, i momenti di solitudine, la tristezza venivano mitigati dalla presenza affettuosa di questi veri ed unici amici dell’uomo. Tutti possono tradirti, dalle donne ai figli, ma il cane  sarà sempre al tuo fianco e la sua fedeltà aumenterà nel tempo a dismisura, senza che quasi tu te ne  avveda, come un fiume che acquista potenza nei pressi di una cascata.
Furono anni felici, ma il tempo degli animali scorre più velocemente di quello degli uomini e Lady, dopo aver imbiancato i peli del muso, si ammalò di piometra e fu necessario sottoporla ad un intervento chirurgico. Il decorso post operatorio fu difficile e necessitò un ricovero in una clinica veterinaria, dove giunse in condizioni disperate. Rimase degente per vari giorni, durante i quali non la lasciai sola un minuto, né di giorno, né di notte. Tra i medici che si alternavano al suo capezzale ve ne fu anche uno arabo, che riconobbe in essa la cagna miracolata dieci anni prima ed ancora ricordava la mia frase sul dio dei cani. Per quanto islamico aveva meditato più volte negli anni sulle mie parole e mi invitò anche questa volta ad invocare questa sconosciuta quanto potente divinità.
Dopo una settimana Lady guarì e potemmo tornare a casa. I veterinari riconobbero che la guarigione era avvenuta grazie alla mia costante presenza: i cani malati quando si vedono abbandonati dai padroni in un ambiente estraneo si lasciano quasi sempre morire.
Purtroppo dopo un anno, oltre all’incalzare dell’età, la vecchia infezione si ripresentò, questa volta in maniera subdola: ricominciò l’andirivieni quotidiano con la clinica, le fleboclisi, ma non ci fu niente da fare, mentre eravamo tutti a tavola, Lady, con un rantolo soffocato, ci lasciò per sempre.
Il mio dolore fu immenso, versai lacrime in misura superiore a quando avevo perso i miei genitori ed il vuoto che si è creato è rimasto incolmabile a distanza di anni. Mi rimanevano gli altri due cani, che da quel giorno non fecero che litigare, costringendomi a tenerli separati.
Athos da tempo zoppicava e non era più il capobranco vigoroso di una volta, Porthos ne approfittava attaccandolo spesso alle spalle, per rifarsi degli anni in cui era stato succube.
A distanza di un anno e mezzo, mentre eravamo ad Ischia, in pochi giorni si aggravò e si spense dopo una notte di guaiti disperati. Ora riposa lì, lontano da Lady, con un ibiscus che gli fa compagnia.
Rimasto solo Porthos, che era stato sempre di una vivacità devastante, divenne triste e melanconico. Passava gran parte della giornata al mio fianco, mentre lavoravo al computer e per ore gli accarezzavo la testa.
Non riesco ragionevolmente a credere che di questi miei amici sia rimasto solo il  ricordo che porterò per sempre nel mio cuore, mentre i loro corpi hanno subito il triste destino di tutti i viventi: il disfacimento.
Tra i credenti gli induisti si dimostrano meno orgogliosi dei cristiani, che nella loro smisurata superbia immaginano un mondo ultraterreno soltanto per gli uomini, mentre i loro fratelli orientali riconoscono, attraverso la reincarnazione, un percorso di purificazione per tutti i viventi senza esclusione alcuna, inclusi animali e piante. Si tratta senza dubbio di una visione più rassicurante dettata da un’antica saggezza e nello stesso tempo di sconvolgente attualità, come hanno confermato le moderne ricerche della chimica e della fisica.
Mi piace immaginare che anche ai più fedeli amici dell’uomo sia concesso di vivere in eterno e non solo nella memoria dei loro padroni.
Certamente Lady vivrà per sempre nel mio cuore, Athos, un vero amico, non sarà mai da me dimenticato, soprattutto ora che, scomparso Porthos, sono veramente solo.

Il Golfo 8 ottobre 2007 - Senatus  settembre 2007 – Bric a Brac 6 novembre 2007-  Il Mattino 16 novembre 2007 – Il Roma ???

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Il miglior amico dell’uomo (ridotto)

Non avrei mai potuto immaginare che l’arrivo in casa mia di una cucciola di rottweiler, regalo di una ragazza a mio figlio, potesse cambiare negli anni così profondamente non solo la mia vita, ma soprattutto il modo di relazionarmi col mondo ed il mio metro di giudizio del prossimo.
Lady, ed in seguito Athos e Porthos mi hanno dato per anni gioia e serenità, ma  purtroppo il tempo degli animali scorre impietosamente più veloce di quello degli uomini ed uno dopo l’altro mi hanno lasciato.
L’ansia, i momenti di solitudine, la tristezza venivano mitigati dalla presenza affettuosa di questi veri ed unici amici dell’uomo. Tutti possono tradirti, dalle donne ai figli, ma il cane  sarà sempre al tuo fianco e la sua fedeltà aumenterà nel tempo a dismisura, senza che quasi tu te ne  avveda, come un fiume che acquista potenza nei pressi di una cascata.
Non riesco ragionevolmente a credere che di questi miei amici sia rimasto solo il  ricordo che porterò per sempre nel mio cuore, mentre i loro corpi hanno subito il triste destino di tutti i viventi: il disfacimento.
Tra i credenti gli induisti si dimostrano meno orgogliosi dei cristiani, che nella loro smisurata superbia immaginano un mondo ultraterreno soltanto per gli uomini, mentre i loro fratelli orientali riconoscono, attraverso la reincarnazione, un percorso di purificazione per tutti i viventi senza esclusione alcuna, inclusi animali e piante. Si tratta senza dubbio di una visione più rassicurante dettata da un’antica saggezza e nello stesso tempo di sconvolgente attualità, come hanno confermato le moderne ricerche della chimica e della fisica.
Mi piace immaginare che anche ai più fedeli amici dell’uomo sia concesso di vivere in eterno e non solo nella memoria dei loro padroni.

Il Napoli 8 novembre 2007

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*Una squallida kermesse

Gentile dottore,
da 62 anni, implacabile, si ripete il rito di miss Italia, una manifestazione che per via della televisione di Stato, che le dedica tre serate interminabili subisce una nefasta amplificazione mediatica, una vera e propria mortificazione per le donne con cento ragazze giovanissime costrette in stringati costumi da bagno, su vertiginosi tacchi a spillo ed un ridicolo numero sul petto a sfilare davanti ad un pubblico di milioni di spettatori, stimolando lubrici pensieri, né più né meno come sfilavano e purtroppo ancora sfilano le schiave nei mercato del sesso.
Quest’anno si è superato ogni limite quando tra la giuria è trapelata la necessità, per esprimere un ponderato giudizio, di valutare le terga delle fanciulle. Inutile farle danzare o recitare filastrocche, il pubblico vuole solo e soltanto vederle da dietro. Finalmente il concorso ha gettato giù la maschera, non certo una nobile gara tra signorine di buoni sentimenti, vergini e timorate di Dio, ma una gara spietata tra ragazze, quasi tutte minorenni, irretite da madri compiacenti e vanagloriose, rotte… ad ogni trucco ed espediente, un’esibizione indecente che umilia le concorrenti messe in bella mostra come merce in vendita al miglior offerente.
La dimostrazione lampante che nella nostra società maschilista la strada della seduzione è quella più agile e veloce per raggiungere obiettivi, che vengono presentati dai mass media come straordinari traguardi e che viceversa rappresentano per la donna una mortificazione ed uno stato di permanente inferiorità.

Il Tempo 27 settembre 2007 – Il Napoli 28 settembre 2007 – Il Mattino 19 ottobre

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*Un triste primato 

Gentile dottore,
la fine drammatica di un nostro soldato, originario di Gragnano, nell’inferno dell’Afghanistan ha riproposto una dolorosa circostanza alla quale i mass media, impegnati tra la cronaca delle serate di miss Italia e la difficile gestazione del Pd, non dedicano mai attenzione: la Campania fornisce oltre la metà delle reclute dell’esercito ed ha il più alto numero di reduci e di vedove di guerra, opps abbiamo sbagliato, di missioni di pace….
Un triste primato, specchio fedele delle drammatiche prospettive di lavoro dei giovani meridionali, ai quali oramai da tempo riesce difficile perfino guadagnarsi da vivere dietro al bancone di un bar o al nero, dieci ore al giorno,  in un cantiere fuori legge.
Se prima con la leva obbligatoria i giovani cercavano ogni sotterfugio per evitare la naia, oggi il miraggio di uno stipendio fa fare salti mortali e file notturne per presentare la domanda di arruolamento.
Una serie interminabile di missioni di pace… Libano, Somalia, Bosnia, Kosovo, Irak, Afghanistan, che permettono ad una miriade di disperati, originari di terre feraci rese aride dalla camorra, di Villaricca o di Qualiano, di Casavatore o di Frattamaggiore di sperare di poter realizzare un gruzzoletto e tornati a casa aprire un bar o poter coronare un sogno d’amore rimandato all’infinito per motivi economici.
Il nostro Lorenzo purtroppo il suo pegno d’amore con la madre dei suoi tre figlioletti lo ha potuto perfezionare soltanto con un allucinante matrimonio in articolo mortis, giusto per poter avere la pensione, dopo aver sacrificato vita e giovinezza alla furia devastante delle missioni di pace…

La Lanterna 1 ottobre 2007 – Libero 4 ottobre 2007

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Precisazione: ero io quel prode

Gentile dottor Gargano,
ero io quel prode... che come raccontato nella lettera oggi pubblicata ha provocatoriamente cambiato il nome di piazza Garibaldi in piazza 3 ottobre 1839, data di inaugurazione della ferrovia Napoli Portici, prima d'Italia seconda al mondo.
Volentieri avrei pagato un'ammenda per affissione abusiva, ma i vigili presenti viceversa mi hanno applaudito. L'evento è avvenuto in pieno giorno alla presenza di centinaia di persone e delle telecamere di numerose emittenti televisive e non era il 6 settembre bensì il 4 luglio bicentenario della morte di Garibaldi.
Erano presenti redattori della Repubblica e del Corriere, che avevano preparato dei servizi, non pubblicati per una velina giunta ai quotidiani a seguito della chiassata dei leghisti in Parlamento che vietava di parlare male dell'eroe dei due mondi.
Lasciando stare Garibaldi non bisogna essere neo borbonici per rimembrare le glorie di Napoli in confronto ai tristi record di oggi ed invito il Mattino a fare un servizio
sull'argomento, che merita di essere rammentato a tutti gli italiani.

Il Mattino 2 ottobre 2007

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*La seduzione dopo gli anta

Gentile dottore,
durante l’estate un libro di Januaria Piromallo Belle e d’annata ha furoreggiato dalle Alpi alla Sicilia in un’interminabile serie di affollate presentazioni da Capri a Cortina d’Ampezzo. Nell’agile volumetto vengono elargiti una serie di consigli per contrastare l’avanzata implacabile del tempo, un vero e proprio manuale di sopravvivenza per signore d’annata in lotta con rughe, cellulite e cedimenti vari e tremendamente ansiose che gli sguardi dei mariti convergano sempre più frequentemente verso le grazie generosamente esposte di ventenni in libera uscita.
Vengono sviscerati i segreti di creme miracolose ed enumerati i prodigi della chirurgia plastica, tutti rimedi che agiscono sull’aspetto fisico della donna, ma viene completamente trascurato l’aspetto psicologico della vicenda, che a mio parere può costituire l’asso nella manica.
Oggi la donna è sempre più aggressiva nei confronti del maschio, sia nei rapporti quotidiani, sia nell’approccio sessuale, una vera iattura che ha conseguenze nefaste sull’ardore e sulla virilità.
Una sana condotta che potrebbe dare buoni risultati è divenire col tempo sempre più remissive, dolci ed accattivanti. Lasciare alle ragazzine spavalderia e sfacciataggine e coltivare intensamente l’arte della carezza, la parola suadente e le glorie della culinaria.
La battaglia con le giovanissime sul piano della avvenenza fisica è irrimediabilmente perduto, colpa del nostro Dna, che impone categoricamente ai maschi di cercare le proprietarie di cromosomi nel pieno dell’attività, ma grazie a raffinate tecniche di seduzione, improntate sulla remissione e su una femminilità accomodante, le prede per le signore d’annata saranno numerose ed affezionate.

Il Giorno 3 ottobre 2007

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*Bisogna salvare il San Carlo

Gentile direttore,
premetto che non sono un melomane, anzi rammento con angoscia gli anni in cui ero abbonato alla prima del San Carlo, con il caldo soffocante degli spettacoli primaverili, obbligato alla giacca ed alla cravatta ed ancor più con terrore i conti astronomici delle sartorie che rifornivano il guardaroba di mia moglie, convinta che nel tempio della lirica alle serate di gala una signora elegante non potesse giammai indossare due volte lo stesso abito.
Nonostante i tristi ricordi l’idea che il San Carlo possa chiudere mi fa semplicemente rabbrividire, non soltanto perché il nostro teatro è il più antico e tra i più belli al mondo, ma soprattutto, dopo l’olocausto dell’Ilva e la rapina del Banco di Napoli, la nostra città non può più perder fiori all’occhiello.
Erano tempi felici quando in soli sei mesi il San Carlo venne creato dal nulla, regnava Carlo III e non i nostri solerti amministratori che, con la favola del nuovo Rinascimento, hanno precipitato la nostra amata città a livelli di degrado inimmaginabili.
Il nostro Massimo, come tutti gli altri enti lirici italiani, soffre di una grave crisi economica provocata da numerosi fattori concomitanti e necessita dell’aiuto principalmente delle istituzioni, mancando quasi del tutto alle nostre latitudini il sostegno di sponsor privati. Né più né meno di quello che lo Stato ha fatto in soccorso di teatri meno importanti.
La lirica non può essere paragonata, come si è letto nei giorni scorsi su autorevoli giornali, alla lap dance o al gioco del calcio; affermazioni demenziali che si commentano da sole. La musica classica è cultura come la letteratura e la pittura e come le biblioteche, del tutto gratuite ed i musei deve poter vivere degnamente con l’aiuto dello Stato.
Si è messo in evidenza che lo spettatore di un’opera paga un biglietto che copre solo la decima parte dei costi, un dettaglio certamente non trascurabile. Non si può pretendere che il contribuente paghi il passatempo del ricco borghese e della sua signora, per cui quando, al più presto, ripianati i debiti, si potrà tornare ad una gestione ordinaria, bisognerà prevedere una serie di spettacoli semi gratuiti per studenti, operai, anziani, oltre che una particolare attenzione per i turisti, nei cui riguardi il fascino del San Carlo può giocare un ruolo fondamentale.
Per risanare la situazione bisogna cacciare i politici che hanno occupato il consiglio di amministrazione e poi usufruire dei servigi di un manager di valore internazionale.
Lo merita la città, ma soprattutto lo pretendono i napoletani.

Il Messaggero 21 ottobre 2007 – Il Brigante (come articolo) ottobre 2007

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*Consigli al Padre eterno

Gentile dottore,
meditando sul problema della vecchiaia ho ipotizzato una soluzione, anche se mi serve una raccomandazione, perché per realizzarla ho necessità dell’aiuto di una persona molto importante e bisognerebbe aggiungere un aggiornamento alla creazione.
La senilità, anche la più devastante,  sarebbe molto più tollerabile se la vita si svolgesse all’incontrario cominciando dalla morte, che una volta superata non è più un problema e iniziando  decrepito, acciaccato ed un po’ rimbambito, ma pieno di speranze e con la certezza di un futuro migliore. Giorno dopo giorno le forze aumentano, i dolori scompaiono, le rughe si dileguano e possiamo lasciare l’ospedale o l’ospizio e ritornare a casa, non senza aver ritirato la pensione, che ci godiamo per svariati anni, ben più di quelli lavorativi (per godere di questo beneficio bisogna però vivere in Italia).
Quindi cominciamo a lavorare e subito, non al momento del congedo, i colleghi ci fanno un bel  regalo ricordo: una stampa antica o un orologio di marca. Per alcuni decenni lavoriamo di buona lena, divenendo sempre più giovani e pimpanti e quando cominciamo la scuola siamo nel fiore della fanciullezza. Oltre allo studio pratichiamo spesso e volentieri prima il sesso e poi il gioco.
Diventi sempre più piccolo fino a quando un bel giorno ti infili in un posto che hai imparato a conoscere come fonte primigenia del piacere. Ti trastulli per nome mesi al caldo, alternando lunghi sonni a brevi nuotate, in un ambiente tranquillo dove gli scocciatori non possono raggiungerti e finalmente concludi in tuo percorso terreno nel fremito interminabile di un orgasmo.

Libero 15 ottobre 2007 – la lettera sarà ripubblicata da Il Mattino il 23 gennaio 2015(col titolo Una modesta proposta sulla vecchiaia)

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Il lavoro precario: maledizione o necessità

Gentile dottore,
il lavoro precario è una maledizione per i giovani, i quali non hanno più punti fermi che permettano di fare progetti per il futuro: formarsi una famiglia, fare dei figli, comprarsi una casa con un mutuo, godere un domani della pensione.
Nei giorni scorsi anche il Papa ha fatto sentire la sua autorevole voce sul problema, ma purtroppo, più che lamentarsi del fenomeno, non è riuscito ad avanzare alcuna proposta risolutiva.
Molti credono che il lavoro precario sia una triste prerogativa dell’Italia, viceversa esso è una regola in tutti i paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti, dove la estrema mobilità del lavoro è considerata la ricetta dello sviluppo economico.
La scuola fino a quando il problema non avrà trovato una soluzione dovrà impegnarsi a fornire ai giovani una preparazione multidisciplinare, in previsione che, nel corso della vita, siano costretti più di una volta a cambiare completamente tipo di attività.
Lo Stato ed i sindacati devono impegnarsi ad elaborare e rispettare una legislazione che preveda la possibilità reale di licenziamento per giusta causa, allo scopo di sfatare il pregiudizio(in gran parte vero) che un datore di lavoro che assuma un dipendente lo debba assumere a vita. Bisogna convincersi che una strenua difesa del lavoro comporta una palpabile penalizzazione per chi lo cerca.
Gli economisti debbono spiegarci se la precarietà è una condizione favorevole dello sviluppo economico e prospettarci modelli alternativi, nei quali un maggiore rispetto dei diritti del lavoratore sia compatibile con un incremento della produzione.
I politici debbono recepire la gravità del problema e, coraggiosamente, proporre soluzioni anche contro i poteri forti, spesso sopranazionali e sempre onnipotenti. Il loro compito è il più gravoso e necessita di un grosso appoggio per evitare il senso di solitudine delle scelte decisive, in mancanza delle quali non esisterà un futuro, non solo per i giovani ma per la nostra civiltà.

Corriere della Sera – 23 ottobre 2007 – Il Napoli 24 ottobre 2007

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**Santità, a Maronna ci accompagni

Gentile dottore,
Santità, Voi non avete consuetudine con il male, per questo non lo avete riconosciuto annidato nelle prime file in piazza del Plebiscito, tra politici corrotti e baciapile occasionali in gara per ricevere il sacramento dell’Eucarestia. Non vi siete avveduti del truce fariseo, abituale adoratore delle banche e del vitello d’oro, sceso dal Nord per l’ostia televisiva, della voce quequera che chiedeva insistentemente denaro per una sfortunata città, che ne ha sì bisogno, ma solo dopo un profondo rinnovamento spirituale, oppure l’ateo inveterato, nemico giurato della Chiesa salvo nelle occasioni eccezionali. Ed alle loro spalle premevano per il rito del baciamano eurotelevisivo amministratori corrotti, malversatori abituali, usurai incalliti, bestemmiatori immarcescibili e tutta quella feccia che ha portato la regione sul fondo del baratro.
Per l’occasione hanno ripulito il suo percorso, tolto cumuli di puteolente spazzatura, colmato voragini nelle strade, allontanato per poche ore scippatori e spacciatori, truculenti magnaccia e sguaiate prostitute.
In seconda fila vi era la Napoli vera che non le hanno fatto conoscere: i disoccupati cronici, i giovani senza futuro, i pensionati alla fame, i commercianti strangolati dal pizzo, i lavoratori al nero per 500 euro al mese, ma soprattutto la folla degli onesti costretti in un angolo dalla prepotenza dei vincitori.
Santità, Voi non avete potuto raccogliere il disperato grido di dolore degli abitanti delle periferie degradate, vedere le antiche chiese cadere in rovina, gli abusi edilizi ubiquitari, l’esercizio spietato della prevaricazione come regola di vita.
Santità, grazie per aver indicato la possibilità per Napoli di divenire punto di riferimento nel dialogo tra popoli e fedi diverse, Napoli, antica e gloriosa capitale, costretta al rango di capitale della monnezza e della malavita, Napoli dove per millenni lingue e culture aliene hanno sempre goduto di accoglienza e tolleranza.
Santità, Voi non ne avete bisogno, fate che l’augurio del cardinale: “A Maronna t’accumpagna” faccia da viatico per i napoletani nel lungo viaggio dal buio delle tenebre verso la luce.

Il Napoli 27 ottobre 2007

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Alta velocità in panne

Gentile dottore,
il futuro dell’Alta velocità in Italia è quanto mai precario tra scriteriate pretese degli ambientalisti e fratricide battaglie per dividersi i lucrosi appalti, ma il presente non è certo roseo e per sincerarsene basta anche un breve percorso come è capitato a me ed un gruppo di amici l’altro giorno.
Partenza da Napoli per Firenze. La tappa di Roma fa ben sperare, arriviamo con un minuto d’anticipo sul previsto, come annuncia con voce tronfia d’orgoglio il capotreno attraverso un assordante altoparlante. Allora va meglio di quando andava peggio? Ma la situazione cambia subito: nella sosta sale prima un venditore ambulante di bevande e panini tenuti in condizioni igieniche da brivido, poi un tossico a chiedere contributi per una dose ed una volta ripartiti, rimaniamo in compagnie di zingare che chiedono la carità.
Segnaliamo l’ultimo episodio al personale di bordo, che rifiuta di credere all’evidenza per coprire l’assoluta mancanza di controlli, ma la ciliegina è costituita dall’emissione di biglietti a prezzo normale senza garantire il posto a sedere, per cui una nostra amica è stata costretta per tutto il percorso a vagare attraverso i 12 vagoni senza potersi mai sedere neanche per un attimo se non sulla tazza del gabinetto

Corriere della Sera 30 ottobre 2007 – Il Napoli 3 novembre 2007

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Giustizia addio

Gentile dottore,
l’arrugginita macchina della giustizia rischia letteralmente di esplodere ed in questi ultimi giorni ha esalato gli ultimi rantoli disperati.
Tribunale civile: “ Per esigenze d’ufficio la data della prima udienza è differita al 15 febbraio 2012!”. Cassazione:” Occupare case altrui non è reato se si agisce in stato di necessità”. E tutto questo mentre Gip e pubblici ministeri fanno a gara per apparire… tra interviste con divulgazione di atti riservati e continue comparsate a tutte le ore sulle reti televisive.
Tenuto conto che la durata media dei processi civili ed amministrativi si misura in decenni, che i responsabili dei reati penali di più elevato allarme sociale come furti e rapine nel 90% dei casi non vengono identificati e quando anche lo sono, tra lungaggini, attenuanti, indulti e patteggiamenti solo in casi eccezionali trascorrono un po’ di tempo in galera, sarebbe opportuno e coraggioso che si dichiarasse bancarotta.
Le liti civili potrebbero essere risolte con gli arbitrati e per il penale potrebbe ripristinarsi l’uso della faida. Già oggi per le controversie in denaro ci si rivolge sempre più alle camere di conciliazione e per i torti più gravi in metà del Paese si chiede soddisfazione ai mammasantissima.
Solo per carità di patria non abbiamo accennato alle motivazioni delle sentenze di centinaia di pagine dal linguaggio aulico e forbito come nell’Ottocento, quando la stesura era un genere letterario ed alla possibilità per i cittadini di ottenere dallo Stato una penale di mille euro per ogni anno trascorso dopo i cinque in un processo, da quando le Corti di Giustizia europee hanno ripetutamente stigmatizzato il funzionamento della nostra magistratura.
La colpa dello sfascio va equamente distribuita tra politici e giudici, ma anche i cittadini hanno la loro parte, sia perché tollerano questo andazzo vergognoso che per la loro proverbiale litigiosità (In Inghilterra nel 2006 sono state trattate 110.000 cause penali e 40.000 civili, mentre in Italia siamo sui 4 milioni).

Corriere del Mezzogiorno 10 novembre 2007

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Lavorare è necessario?

Gentile dottore,
il progresso scientifico e l’automazione negli ultimi anni hanno fatto sì che, con una quota minore di lavoro, si riesca a produrre una maggiore quantità di beni e servizi, una cosa certamente positiva che nel tempo potrà liberare l’uomo dalla maledizione biblica di essere costretto con gran sudore a procacciarsi il necessario per vivere.
Paradigmatico è l’esempio di quanto produce un contadino americano ed uno africano: il primo grazie ai fertilizzanti, alla cospicua irrigazione ed all’uso di macchinari riesce a produrre quanto cento dei suoi colleghi africani, per cui, ipotizzando che in futuro anche loro potranno usufruire degli stessi accorgimenti, fra non molto il lavoro di uno solo potrà bastare a produrre il cibo per gli altri 99, i quali potranno anche non lavorare, se però colui che produce sia disposto a dividere con gli altri il frutto del suo lavoro. E qui nascono le difficoltà forse insormontabili per l’egoismo dell’uomo, probabilmente bisognerà creare una rotazione nel lavoro: un giorno ogni cento. Una prospettiva allettante che invita però alla meditazione sulla sua fattibilità, dopo che per anni abbiamo ascoltato l’utopico slogan “lavorare meno lavorare tutti”.
In numerosi altri campi la riduzione del lavoro è stata massiccia, mentre il prodotto ha continuato ad aumentare senza sosta, riuscendo a soddisfare gli scriteriati bisogni crescenti di una civiltà dominata dall’imperativo categorico di consumare, consumare ed ancora consumare.
Non è ipotesi fantascientifica immaginare un mondo nel quale il lavoro non sarà necessario ed i beni ed i servizi necessari saranno realizzati dalle macchine e dai robot.
Il problema drammatico sarà costituito dalla distribuzione dei prodotti, venuto meno anche l’uso del denaro o quanto meno del modo per procacciarselo al quale siamo abituati. Ed a complicare ulteriormente il quadro vi è il moloch della globalizzazione, che annulla le decisioni e le volontà non solo dei cittadini, ma degli stessi Stati, impotenti davanti al potere cieco delle multinazionali.
Potremo in futuro, quanto prima,  liberarci dal fardello del lavoro, ma dovremo affrontare e risolvere una serie di non facili problemi:  distribuire equamente la ricchezza e creare una reale uguaglianza tra nazioni e cittadini.
Un compito arduo ed affascinante che dovrà essere l’obiettivo delle nuove generazioni.

Il Napoli 14 novembre 2007 – Il Golfo (come articolo) 14 novembre 2007 – Orizzonti Nuovi 22 novembre 2007(come articolo) – Il Mattino 15 dicembre 2007

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L’onorevole lo scegliamo noi

Gentile dottore,
finalmente i partiti pare abbiano compreso che il sistema elettorale attuale va cambiato prima di sciogliere il governo ed indire una nuova consultazione.
La minaccia dell’incombente referendum è il migliore consigliere in grado di smussare opinioni differenti ed insani appetiti.
I modelli che raccolgono i maggiori consensi sono quello tedesco e quello spagnolo con modifiche per adattarlo alla situazione politica italiana, in maniera tale che non vi siano più pareggi e chi vince, anche se di misura, è in grado di governare.
Ma tutti i politici debbono aver presente che gli Italiani non hanno digerito la truffa degli onorevoli imposti dall’alto e dell’abolizione delle preferenze. Nel nuovo sistema elettorale, qualunque esso sia, i candidati devono avere il gradimento degli elettori e non delle segreterie dei partiti, è l’unica riforma veramente necessaria, lo impone la creanza, la pretendono imperiosamente i cittadini.

Il Mattino 7 dicembre 2007

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Suoni assordanti: dal mantra ai metallari

Gentile dottore,
il mantra è un suono particolare in grado di liberare la mente dai pensieri, una scoperta che si perde nella notte dei tempi codificata già nell’induismo e nel buddismo. Esso consiste nella ripetizione ossessiva di sillabe, lettere o frasi allo scopo di allontanare la mente dalla realtà dei sensi e di indurre una notevole concentrazione.
Questo particolare tipo di cantilena è stato pienamente recepito dal cristianesimo, che ne ha fatto il modo migliore per raggiungere l’estasi attraverso i ritmi incessanti della preghiera. Quasi nessuno può resistere alla ripetizione maniacale per ore di un rosario o di altre giaculatorie se la cadenza è sempre uguale, martellante ed ossessiva. Se vi è poi  uno stato d’animo particolarmente predisposto è consequenziale cadere in trance od avere visioni.
Di queste originali e poco indagate proprietà della mente hanno fatto tesoro intuitivamente stregoni e generali, i primi per comandare la tribù, i secondi per mandare al macello la fanteria al suono ritmico di un tamburo.
Anche l’ipnosi induce il sonno attraverso una frase sussurrata o la visione di un pendolo ciondolante e tutti i riti magici giocano sull’estenuante ripetizione di formule e parole propiziatorie.
Una frase o anche una preghiera replicata cento volte perde, ripetizione dopo ripetizione, il suo significato originale, per trasportare la mente in un non luogo dove il ragionamento cede all’irrazionalità e dove la sensibilità subisce una prodigiosa amplificazione; è facile cadere allora in preda alla volontà altrui e rimanerne soggiogati.
L’ultima perversa applicazione di questo assemblaggio di suoni assordanti è costituita dalla musica metallica, che possiede numerosi seguaci tra giovani trasgressivi amanti del dark e dal cervello strizzato.

Il Napoli 28 novembre 2007 – Il Mattino 23 dicembre 2007

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Suoni assordanti: dal mantra ai metallari

Caro Ettore,
mi permetterai una breve quanto pubblica chiosa al prosperoso, ma purtroppo finto, seno della professoressa Anna Ciriani, che tu giustamente glorifichi e proponi alla pubblica ammirazione.
La chirurgia plastica trionfa senza limiti, ma spesso  è riconoscibilissima a grande distanza, come nel caso del  giunonico seno della nostra Anna, la quale ha voluto strafare chiedendo un numero 7, una misura che in natura non esiste, per cui si respira un’aria di mistificazione durante le sue spavalde passeggiate.
Naturalmente disposto a fare pubblica ammenda se la gentile professoressa alla prova del tatto mi dimostri che mi sbaglio.

Frangipane e le sue vignette 10 novembre 2007   

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Il trionfo del paganesimo

Gentile dottore,
l’approssimarsi delle feste natalizie con la corsa al regalo ed alla spesa inutile, nonostante la crisi economica, è lo specchio fedele di un mondo ritornato pagano alla ricerca spasmodica del fatuo e nel quale sentimenti e rapporti sociali si inaridiscono sempre più, mentre tutti, drogati dal consumismo, trasformano questo magico momento in un rito di massa, con grandi mangiate e smodate libagioni, acquisti sfrenati ed una idolatrica adorazione del dio denaro.
Le nuove divinità alle quali prostrarsi sono le icone di una civiltà decadente ed impazzita e vanno dalle veline ai calciatori, dai cantanti pop ai piloti di formula uno, quando non sono addirittura efferati boss della camorra, immortalati sui display dei telefonini.
Se saliamo di livello sociale e culturale la situazione poco cambia perché gli idoli e gli esempi da seguire sono rappresentati da protagonisti, occidentali ed orientali poco conta, del nostro immaginario: Budda, Bacco, Eros, Ulisse, Amleto, Apollo, le nove Muse, Don Chisciotte, Don Giovanni, Anna Karenina, Emma Bovary, mentre Venere, Minerva e Diana sembrano del resto vivere in mezzo a noi, attualmente, come nei dipinti dell’Umanesimo e del Rinascimento.
Dovremmo approfittare invece di questi giorni in cui studio e lavoro presentano una pausa per riunire le famiglie, sempre più spesso separate e per santificare la festa, aiutando il prossimo ed innanzitutto cercando di comprendere le ragioni degli altri.
Solo così potremmo contrastare una tendenza che sembra inarrestabile, il trionfo dell’immanente sul trascendente, del profano sul sacro, della vacuità sulla sostanza e soltanto allora il presepe ed altri simboli religiosi diverranno il suggello dell’amore familiare e della concordia sociale e, nell’armonica disposizione dei pastori, lo struggente ricordo di un mondo felice perduto da riconquistare.

Il Tempo 27 novembre 2007 – Il Napoli 5 dicembre 2007 – Il Mattino 22 dicembre 2007 – La nostra Gazzetta (come articolo) 20 dicembre 2007

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Lettera aperta alla professoressa Anna Ciriani

Gentile signora,
i nostri sono tempi contrassegnati da una grande libertà di pensiero e di azione, anche se alcune regole dovrebbero ancora avere un significato, ad esempio andare per le strade vestiti e per chi ha un ruolo pubblico mantenere un decoro superiore ai comuni cittadini.
Non vogliamo, pur non essendo bacchettoni, vedere, pubblicamente esposte, le pudenda di un procuratore della Repubblica o di un generale dei carabinieri. Parimenti ci darebbe fastidio una monaca scollacciata o una sindaca versione nature.
Il ruolo dei professori è decaduto, ma non al punto da vedere senza imbarazzo una preside in topless o un accademico in tenuta adamitica.
Naturalmente per coloro che vogliono esporre le loro fattezze intime alla pubblica ammirazione esistono luoghi idonei dove esprimersi ed eventualmente farsi apprezzare.
Anche l’aspetto estetico ha una sua rilevanza non trascurabile: una donna vecchia e brutta è, a mio sommesso parere, più riprovevole di una fanciulla nel fiore della gioventù, che ci offre la vista di grazie ben esposte e di dimensioni lusinghiere.
Ho pubblicamente messo in dubbio la veridicità del tuo seno, troppo prorompente e giunonico per essere vero (naturalmente disposto a fare pubblica ammenda se  alla prova del tatto mi dimostri che mi sbaglio), ma in compenso il tuo corpo è ben tornito, acconcio ed appetibile, il tuo sorriso smagliante e da esso sprizza una gioiosa voglia di vivere e di trasgredire.
Le tue spavalde passeggiate sono la rivoluzione che preferiamo,  provocano salutari sferzate per ben pensanti e moralizzatori, ma ascolta un mio consiglio: lascia l’insegnamento a qualche supplente in trepida attesa, probabilmente racchia ed affetta da sindrome ittiopriva e lanciati a petto in fuori… a combattere i falsi difensori delle tradizioni, la tua arena è il mondo, il compito che ti è stato assegnato è stuzzicare i nostri sopiti desideri.
Completa la tua opera ed esaudisci anche oggi il nostro desiderio quotidiano.

Il Brigante novembre 2007 (come articolo)

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*Presepe contro albero di Natale, una sfida memorabile

Gentile dottore,
da tempo è in atto una guerra silenziosa verso la tradizione millenaria del presepe, in nome di un multiculturalismo abietto e fuori luogo. I grandi magazzini non vendono più i caratteristici pastori, con la scusa di una richiesta diminuita e va sempre più di moda l’albero di Natale, una usanza nordica che incontra sempre più adesioni.
Le due espressioni sono lo specchio di due diverse concezioni religiose: quella monoteista e quella animista. Infatti mentre il Bambinello ci ricorda il messaggio di pace e la buona novella, l’albero ci rammenta il periodo nel quale tutti noi vivevamo nelle grandi foreste.
Mettere insieme i due simboli è un modo corretto per conciliare tradizioni religiose differenti.
Nel presepe si rappresenta il momento culminante dell’amore di Giuseppe e Maria verso il loro fragile figlioletto, destinato in breve tempo a cambiare il mondo ed è triste constatare come, drogati dal consumismo, abbiamo trasformato questo magico momento in un rito di massa, con grandi mangiate e smodate libagioni, acquisti frenetici ed una idolatrica prostrazione al moloch dell’euro.
Anche il rito dell’albero, che vuole rammentarci il nostro passato nei boschi, quando le piante ci fornivano riparo dalle intemperie e grande messe di frutti deliziosi, è stato trasformato in un  feticcio luccicante colmo di doni inutili e costosi. Senza tener conto della orrida strage di piccoli abeti sacrificati al dio Natale, una gigantesca legnificina che ci fa pensare ad Erode ed alla sua sete di sangue e di morte.
Approfittiamo di questi giorni in cui studio e lavoro presentano una pausa per riunire le famiglie, sempre più spesso separate ed a santificare la festa aiutando il prossimo ed innanzitutto cercando di comprendere le ragioni degli altri.
Il presepe diverrà in tal modo il simbolo dell’amore familiare e della concordia sociale e, nell’armonica disposizione dei pastori, lo struggente ricordo di un mondo felice perduto da riconquistare.

Il Mattino 13 dicembre 2007

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*Pensieri sul tempo

Gentile dottore,
il tempo scandisce la vita dell’uomo e di tutto l’universo, inesorabilmente, imprime le rughe sul volto, tinge i capelli di bianco, increspa i muri, sgretola le rocce, corrode il ferro, fa appassire i fiori e marcire la frutta, è alla base del triste destino di tutti i viventi: il disfacimento. Una forza invisibile ed implacabile che non si ferma mai ed a cospetto della quale il percorso della nostra vita è meno che un’inezia.
L’umanità è in cammino da decine, forse centinaia di migliaia di anni e la nostra vita ne rappresenta una minuscola particella; immaginiamo di andare avanti nel tempo al 1 giugno (giorno della mia nascita…) del 2133, sarà una domenica, un giorno che non mi sarà concesso di vedere, ma non sarò il solo, non lo vedranno nemmeno i neonati, né alcuno dei sette miliardi che attualmente abitano la Terra, né quelli che nasceranno domani o fra un mese o anche fra dieci anni. Se ci spostiamo indietro nel tempo al 17 marzo  del 1861(proclamazione del regno d’Italia) ci troviamo di nuovo, in un giorno, così importante per la nazione nella quale viviamo, che nessuno di noi ha vissuto.
Meditando su queste due date così lontane se rapportate alla durata della vita dell’uomo, ma così insignificanti rispetto all’eternità, ci assale un senso di angoscia e di sgomento.
Affacciati per un trascurabile periodo al palcoscenico dell’universo provenienti da un  misterioso silenzio, precipitiamo rapidamente in un altro silenzio ancora più infinito.
L’intervallo tra questi due silenzi è il breve cammino della nostra vita.

Corriere del Mezzogiorno 30 dicembre 2007

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Vulcano buono, ma con chi?

Gentile dottore,
un nuovo, ennesimo, faraonico centro commerciale è stato aperto alle porte di Napoli, con il solito codazzo di potenti all’inaugurazione e con il consueto plauso dei mass media, amplificato dal progetto di Renzo Piano e dalla benedizione del premier.
Stranamente in Campania, mentre le industrie e le poche attività produttive languono in stato comatoso, i templi del consumo fioriscono senza sosta. Non si capisce da dove dovrebbero provenire i soldi da spendere se non si crea più ricchezza, ma la civiltà dei consumi pare abbia trovato la soluzione attraverso l’abuso perverso del credito e della rateizzazione, convincendo lo stolto consumatore che l’importante è acquistare anche cose inutili, a pagare vi è sempre tempo.
E mentre si glorificano i nuovi posti di lavoro indotti dai nuovi centri commerciali nessuno calcola la chiusura continua di negozi e botteghe con disoccupazione indotta in ragione di numeri dieci volte superiori.
E mentre il traffico si strozza sulle autostrade alle porte di Napoli e nei fine settimana si paralizza completamente, le vie del centro si desertificano, vanificando le occasioni di incontro e stravolgendo la stessa filosofia con cui sono state costruite le nostre città, senza che il consumatore ne tragga un reale vantaggio, a differenza di questi colossi della distribuzione, spesso di proprietà straniera e sempre collusi con il potere politico che elargisce le licenze e la camorra che gestisce i terreni.

Il Giornale di Napoli 2 gennaio 2008

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*La fine della vita

Gentile dottore,
“Nulla si crea e nulla si distrugge” è uno dei paradigmi della scienza ed anche il nostro corpo dopo la morte, disintegrandosi, ritorna nella terra e restituisce le sostanze della sua materialità. Ma i nostri pensieri, i dolori, le speranze, la felicità, gli smarrimenti, le malinconie, i ricordi, i desideri, gli affetti, non vogliamo dire la nostra anima, dove finiscono? Se nulla si distrugge, se la nostra misera carcassa continua ad esistere trasformandosi, perché ciò che a noi continua a sembrare immateriale dovrebbe scomparire.
Una modesta radio a transistor è in grado di captare le voci provenienti dall’altro emisfero terrestre, ci permette di ascoltare un monologo di Amleto recitato a New York o il ritmo di una frenetica danza brasiliana da Rio,  il cervello dell’uomo è la cosa più prodigiosa che vi sia nell’universo, perché non possiamo credere che esso  possa afferrare i nostri sentimenti, che vagano nello spazio dopo la nostra morte? Un bambino che oggi nasce potrebbe raccogliere un messaggio di uno sconosciuto che chiude la sua esistenza e gli lascia in eredità le sue inquietudini, le sue speranze, le sue gioie ed i suoi dolori.
Milioni di uomini di antiche e sagge civiltà, hanno creduto e credono a questa possibilità, anche noi possiamo crederlo, sperarlo, temerlo.
Sono pensieri che ci danno l’idea della nostra miseria e della nostra nobiltà: sperduti nell’infinita immensità degli spazi, destinati a vivere un lampo a confronto dell’eternità, non riusciamo a credere che la nostra coscienza si sia accesa per caso, a contemplare un universo ostile o quanto meno indifferente al nostro destino.

Il Resto del Carlino 3 gennaio 2008

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*La fine del denaro

Gentile dottore,
l’automazione, i computer, i robot quanto prima libereranno l’umanità dal fardello del lavoro ed anche il denaro, ad esso collegato, andrà in soffitta dopo millenni di baratti e secoli di moneta.
Sarà la più rivoluzionaria delle rivoluzioni alla quale non siamo assolutamente preparati, affezionati come siamo a quei  simpatici pezzi di carta, sporchi e stropicciati che sono i soldi. Li desideriamo ardentemente, li conserviamo come reliquie nel portafoglio, per averli facciamo qualsiasi cosa, anche lavorare come matti per tutta la vita, per averne di più siamo disposti a tradire un amico, a scavalcare un debole, ad ingannare un avversario.
Crediamo ciecamente che con il loro possesso si possa comperare tutto ciò che si desidera: oltre a vestiti, auto, cibo ed oggetti lussuosi anche il favore degli altri, l’onestà delle donne, la giustizia degli uomini, la coscienza del prossimo.
Se non ne abbiamo la gente ci guarda con insofferenza e con disprezzo, mentre se mostriamo di averne tanto tutti si dimostrano amici.
Dimentichiamo che il denaro non ci permette di acquistare né la salute, né l’amore, né la vera amicizia e neppure la serenità. Con il loro possesso ci procuriamo soltanto l’invidia della gente, l’unica cosa di cui faremmo volentieri a meno.

Il Mattino 4 febbraio 2008

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*La fine del lavoro

Gentile dottore,
attualmente il mondo è dominato dallo strapotere delle multinazionali, i governi, anche degli Stati più importanti, sono costretti all’ordinaria amministrazione, i popoli credono di vivere in una democrazia e di essere arbitri del loro destino, viceversa, contano poco più che nulla.
I capitali vagano senza patria alla ricerca della migliore rendita, il lavoro si sposta lì dove la manodopera è più a buon mercato, le merci si indirizzano solo e soltanto dove vi sono consumatori in grado di acquistare, mentre una martellante ed onnipresente  pubblicità ci convince di sempre nuovi bisogni e ci  invita a consumare oltre ogni limite, distruggendo l’ambiente ed esaurendo le risorse del pianeta.
In questo panorama non proprio rassicurante assistiamo impotenti alla fine del lavoro sostituito dall’automazione, dai computer, dai robot, mentre la disoccupazione raggiunge quote record in tutto il mondo ed aumenta incessantemente, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno.
Quando a breve il lavoro sarà scomparso verrà meno anche l’uso del denaro o quanto meno le merci ed i servizi non dovranno remunerare certo il macchinario che le ha prodotte.
Le multinazionali saranno ancora più padrone della nostra esistenza, perché possiederanno tutti i prodotti senza aver dovuto sborsare né stipendi né salari.
Potranno tenerli per sé, novelli Paperon de Paperoni od elemosinarli a coloro che si prostreranno al loro incontrastato dominio planetario.
Non si tratta di fantascienza, ma di un semplice ritorno al passato, la storia infatti ci insegna che numerose antiche civiltà non conoscevano il lavoro, che veniva lasciato a moltitudini di schiavi, mentre pochi privilegiati si dividevano tutte le ricchezze. Anche i civilissimi…Stati Uniti d’America, patria delle multinazionali, fino a pochi secoli fa, usufruivano di milioni di schiavi razziati da tremendi negrieri e costretti a lavorare senza sosta in sterminate piantagioni.
Cosa può fare un cittadino, uno di noi, una minuscola molecola nel gigantesco villaggio globale, per cercare di opporsi all’attuarsi di questo allucinante futuro, cercando di cambiare il nostro destino e di trasformare la fine del lavoro in una circostanza positiva, nella quale tutti i popoli possano avere un eguale accesso ai beni prodotti e godere degli stessi diritti?
Ben poco, purtroppo, ma bisogna tentare, innanzitutto prendendo coscienza della gravità della situazione, adoperando la spuntata arma del voto, e soprattutto cercando di opporsi allo strapotere della società dei consumi.

Il Tempo 22 dicembre 2007 – Il Mattino 21 febbraio 2008(col titolo nel futuro c’è il passato)

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*Una proposta allettante

Gentile dottore,
mentre l’ infinita emergenza dei rifiuti in Campania prosegue imperterrita, esaltata dai mass media e senza che le istituzioni prendano veri provvedimenti per risolverla, vorrei portare all’attenzione generale una potenziale soluzione, definitiva, attuabile in tempi molto brevi e senza necessità di investimenti. Basterebbe soltanto la buona volontà dei politici.
Poco prima dell’estate una società americana, Geoplasma,  leader mondiale nella gestione dei rifiuti, inviò un suo emissario a Napoli che mi contattò, ritenendomi un esperto del settore, sull’onda di una segnalazione del mio libro Monnezza viaggio nella spazzatura campana (consultabile sul web) che era stato recensito sulle pagine di alcuni quotidiani oltre oceano.
Mi pregarono di interessarmi a far conoscere una loro proposta quanto mai allettante: realizzare in 18 mesi uno stabilimento per la vaporizzazione dei rifiuti con  un investimento da parte loro  di 200 milioni di dollari, adoperando una tecnologia modernissima basata su una torcia al plasma in grado di disintegrare completamente qualsiasi sostanza.
Una possibilità straordinaria in grado non solo di risolvere drasticamente il problema, ma di smaltire anche in breve tempo gli enormi arretrati di una regione assediata da milioni di tonnellate di rifiuti.
Ho inviato la proposta al ministero ed al commissariato, ma attendo ancora un riscontro.
Spero che con l’aiuto dell’opinione pubblica si possa accelerare la risposta da parte di chi ha la responsabilità della gestione del problema che, dopo aver superato da tempo il livello di guardia, sembra non abbia soluzione.

Il Riformista 4 gennaio 2008 – La Repubblica 6 gennaio 2008 – Il Brigante (come articolo) dicembre 2007 – Il Mattino 19 gennaio 2008

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Napoli affonda si salvi chi può

Gentile dottore,
per giorni e giorni tutti i giornali del pianeta hanno dedicato la prima pagina a Napoli che affoga sepolta dai rifiuti, ma nessuno si è chiesto il perché di un’attenzione mediatica
ossessiva e tutto sommato fuori luogo. Ma la spiegazione è a livello inconscio: Napoli è l’immagine premonitrice di un futuro quanto mai vicino, quando, se non si frena una civiltà basata su un consumismo sfrenato ed irrazionale, tutte le città del mondo saranno sommerse dai rifiuti ed avvelenate dai gas emessi da automobili ed  inceneritori.
Napoli è il laboratorio dove si accavallano  una serie di tematiche che da tempo hanno raggiunto e superato il livello di guardia, ma che interessano tutti i contemporanei: traffico, disoccupazione, delinquenza organizzata, smaltimento dei rifiuti, abusivismo, ecc.
Gli Italiani sono stati alla finestra senza muovere un dito, anzi rincarando la dose attraverso il disprezzo. Non si è voluto affrontare il problema della delinquenza e questa è dilagata come un cancro, aggredendo il tessuto sano, non si voluto contrastare il business della falsificazione e tutta l’Europa è oramai invasa da griffe fasulle e marchi contraffatti, non si fa niente per risolvere alla radice il dramma dei rifiuti ed il miasma comincia a dilagare lontano e lo spettro di una crisi generale comincia ad essere un’ipotesi plausibile.
Le recenti puntate di Porta a Porta, protrattesi fino a notte fonda, sono state lo specchio di una situazione insostenibile: da un lato gli ospiti in studio, comodamente in poltrona, elegantemente vestiti a discutere forbitamente, mentre le telecamere inquadravano un’umanità lacera, abbandonata da tutti, che gridava disperata la sua rabbia e le sue paure, respirando la puzza delle discariche ed inalando la micidiale diossina.
Tutti quelli che si meravigliano che la città non sia ancora precipitata nei gorghi del baratro inabissandosi, dimenticano che rimane ancora miracolosamente a galla, aggrappata alla sviscerata devozione dei suoi abitanti che l’amano perdutamente e per il ricordo, mai sbiadito di millenni di cultura, civiltà e nobili tradizioni.
Ma state attenti perché se dovesse veramente affondare creerà un gigantesco risucchio e trascinerà con sé negli abissi tutto quello che la circonda per larghissimo raggio e nessuno si salverà.

Il Riformista 15 gennaio 2008 – Il Mattino 27 gennaio 2008 – Orizzonti nuovi (come articolo) 28 gennaio 2008

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Attenti a non smaltire la salute
La forza della verità

Gentile dottore,
chi racconta la verità non ha mai paura di quel che dice perché sa di trovare il miglior ascoltatore nel cuore stesso dei suoi nemici. Seguendo questa massima proviamo a riepilogare la questione dei rischi collegati all’uso dell’inceneritore.
Ha fatto scalpore la dichiarazione pubblica di Umberto Veronesi, il quale ha candidamente affermato che il ricorso agli inceneritori non desta alcuna preoccupazione per la salute!
Conoscendo l’uomo, possiamo essere sicuri della sua buona fede, avendolo ascoltato nella sua veste di oncologo pochi giorni fa ad un convegno, possiamo confermare che non è ancora rimbambito, allora come si spiega tanta sicurezza mentre la letteratura scientifica più avvertita mette in guardia sui rischi rappresentati dalle nano particelle, quelle sostanze che le normali apparecchiature non riescono a dosare?
Queste microsostanze sono sospettate di essere agenti patogeni ben più rischiosi di diossina e furani, le cui concentrazioni nel sangue degli abitanti vicini agli impianti, sembrano al momento, per inceneritori di ultima generazione, abbastanza rassicuranti.
Viceversa queste nano particelle, essendo di dimensioni simili ai virus, se inalate, penetrano in circolo e possono dar luogo a mutazioni genetiche.
Siamo stanchi di una campagna di stampa a senso unico tesa a rassicurare i cittadini, non vogliamo più leggere quotidianamente sulla più grande testata del sud, pseudo professori, privi di qualunque autorità internazionale, che pontificano su una materia della quale non hanno alcuna esperienza.
Siamo scandalizzati che un famoso professore austriaco venga invitato in pompa magna a nostre spese dal rettore ad un dibattito nell’aula magna dell’università, il quale beatifica l’incenerimento, non accetta domande dal pubblico, dopo un giorno diventa consulente della regione Campania (sempre a nostre spese) e pare sia legato alle industrie che costruiscono i termovalorizzatori.
Siamo sconcertati che la raccolta differenziata, che produrrebbe ricchezza e lavoro ancora non parta.
Siamo umiliati che l’emergenza rifiuti si aggravi giorno dopo giorno senza che nessuno riesca a porre rimedio.

Il Napoli 26 gennaio 2008 – Il Brigante (come editoriale) gennaio 2008

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Provvedimenti urgenti per turismo e prodotti tipici campani

Gentile dottore,
la crisi dei rifiuti rimbalzata sui giornali di tutto il pianeta ha provocato danni devastanti all’immagine di Napoli e della regione con ripercussioni gravissime sul turismo e sui prodotti tipici da esportazione dalla mozzarella ai pomodori.
Per cercare di porre rimedio è assolutamente necessario ed urgente che lo Stato metta in atto dei provvedimenti agevolati: dalla gratuità dei musei ad una abolizione delle tasse per alberghi, ristoranti e negozi che offrano sostanziosi sconti per incoraggiare i forestieri. Sarebbe auspicabile la creazione di buoni da spendere nelle strutture campane.
E l’Europa la smetta di minacciare continuamente provvedimenti restrittivi e pensi viceversa ad un piano internazionale di aiuti di durata poliennale.
Solo così potrà partire un’inversione di tendenza e dopo aver raggiunto il fondo lentamente risalire a galla.

Il Mattino – 23 marzo 2008 (col titolo Subito gli aiuti a musei e alberghi) - L’Unità 9 febbraio 2008 – Il Napoli 12 febbraio 2008

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Legge sull' aborto troppo permissiva

Vorrei fare qualche considerazione sul problema aborto nella veste di addetto al settore da oltre 35 anni e non nella comoda retroguardia dalla quale pontificano politici, opinionisti, medici e bioetici. La legge italiana è tra le più permissive del mondo e prevede la possibilità dell' aborto in qualsiasi momento della gestazione ove mai «siano accertate malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna» (articolo 6). Ciò significa che l' interruzione in teoria potrebbe essere attuata anche al nono mese di gestazione, ma in questo caso il termine più adatto è, senza ombra di dubbio, quello di infanticidio. Stabilire categoricamente un termine ultimo mi pare assolutamente necessario, soprattutto alla luce degli sviluppi delle tecniche di rianimazione, che permettono di tenere in vita un feto di 22-23 settimane. Bisogna garantire una presenza paritaria nei consultori di operatori laici e cattolici, affinché l' interruzione non sia la scelta obbligata, garantendo fondi al movimento per la vita e ai centri di assistenza che sconsigliano il ricorso all' aborto. Le tecniche di interruzione farmacologica della gravidanza sono una realtà attuata in tutto il mondo salvo in Italia e la 194 dovrebbe accogliere e codificare una metodica ben accetta dalle donne.

La Repubblica N 15 febbraio 2008

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Di nuovo polemiche sull’aborto

L’irruzione della polizia al policlinico di Napoli mentre si svolgeva un’interruzione di gravidanza alla 21° settimana (5mesi) e la provocazione di Giuliano Ferrara che, in concomitanza dell’approvazione da parte dell’Onu di una moratoria sulla pena di morte, ha proposto una sosta di meditazione anche sull’aborto ed ha predisposto delle liste per le prossime elezioni ha riacceso le polemiche ed il dibattito sulla legge 194.
Giuliano Ferrara ha sottolineato l’assurdità di una battaglia a difesa della vita di un pluriomicida pericoloso, mentre milioni di innocenti, che hanno la sola colpa di essere non desiderati, vengono eliminati ogni anno senza pietà. Come si può gridare che nessuno tocchi Caino, mentre si persevera nel legalizzare l’eliminazione di tanti Abele? Come si può continuare ad ignorare ed a tacere?
Il suo scontro televisivo con Pannella è stato memorabile: da un lato il vecchio digiunatore dalla mente annebbiata, che farneticava frasi senza senso e senza costrutto, dall’altro lo stringente ragionamento di Ferrara dalla logica spietata, che chiedendo provocatoriamente una moratoria sull’aborto, metteva in crisi il falso moralismo dei laici e la penosa ipocrisia del pensiero postkantiano.
Non bisogna aver paura di parlare e qualche considerazione voglio farla anche io nella veste di addetto al settore da oltre 35 anni e non nella comoda retroguardia dalla quale pontificano politici, opinionisti, medici e bioetici.
La legge italiana è tra le più permissive del mondo e prevede la possibilità dell’aborto in qualsiasi momento della gestazione ove mai “siano accertate malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” (art 6). Ciò significa che l’interruzione in teoria potrebbe essere attuata anche al nono mese di gestazione, ma in questo caso il termine più adatto è, senza ombra di dubbio, quello di infanticidio. Stabilire categoricamente un termine ultimo mi pare assolutamente necessario, soprattutto alla luce degli sviluppi delle tecniche di rianimazione, che permettono agevolmente di tenere in vita un feto di 22 - 23 settimane
Negli anni Settanta, quando fu varata la legge in Italia ed in molte altre nazioni europee, il problema demografico era assillante, mentre ora la crescita delle popolazioni occidentali è ampiamente deficitaria per cui bisogna porre in atto con urgenza dei validi correttivi, pena il tracollo della nostra civiltà nell’arco di 2 – 3 generazioni.
Bisogna garantire una presenza paritaria nei consultori di operatori laici e cattolici, affinché l’interruzione non sia la scelta obbligata, garantendo fondi al movimento per la vita ed ai centri di assistenza che sconsigliano il ricorso all’aborto.
Le tecniche di interruzione farmacologica della gravidanza sono una realtà attuata in tutto il mondo salvo in Italia e la 194 dovrebbe accogliere e codificare una metodica ben accetta dalle donne.(fin qua la lettera su La Repubblica)
E vorrei completare queste brevi considerazioni riportando il finale del mio libro sull’argomento scritto nel 1978 all’indomani dell’approvazione della legge 194: ”Lo sviluppo demografico indiscriminato della popolazione mondiale rappresenta senz’altro il più grosso pericolo che incombe oggi, come una spada di Damocle, sull’umanità e ne pregiudica, se non risolto adeguatamente, ogni possibilità di sviluppo futuro. La soluzione di questo problema, oltre che nella buona volontà degli uomini è incentrato nella diffusione capillare e nello sviluppo di tutte le metodiche contraccettive attualmente conosciute e nello studio di nuove sempre più semplici ed efficaci.
In attesa che tale auspicio venga realizzato esiste però il dramma quotidiano dei singoli individui e delle nazioni, soprattutto del terzo mondo, afflitte dalle disuguaglianze sociali, dalla povertà, dall’ignoranza, dai tabù.
L’aborto rappresenta a volte la soluzione temporanea di molti di questi problemi, ma rappresenta sempre il frutto di una decisione sofferta ed a volte traumatizzate.
La scienza e la politica devono lavorare insieme per dare a tutte le coppie la possibilità di programmare con serenità la propria vita riproduttiva, così che, in un futuro speriamo prossimo, ogni bambino che nascerà sarà stato desiderato ed atteso con amore e possa vivere la sua vita con il rispetto e la dignità dovuti ad ogni essere umano.

Quaderni radicali febbraio 2008 - La Repubblica 15 febbraio 2008

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Quel ginecologo sono io

In una lettera la signora Del Vecchio si chiede se io sia lo stesso ginecologo con studio in via Manzoni che lei ricorda (forse per essere stata una mia cliente). Sì, sono io, e non lo avevo certo celato nell' incipit della mia lettera quando esordivo "Vorrei fare qualche considerazione sul problema nella veste di addetto al settore per oltre 35 anni e non nella comoda retroguardia dalla quale pontificano politici, opinionisti, medici e bioetici". Il diritto a esprimere la propria opinione è una facoltà che infastidisce le persone intolleranti, latrici di una tesi contraria e nonostante ciò ritengo che, per aver vissuto il problema in prima linea, pagando sempre di persona, abbia titolo a rendere pubbliche le mie considerazioni e le mie critiche a una legge che necessita di opportune modifiche in alcuni passi, dove è in stridente contrasto con la normativa internazionale e con il progresso farmacologico. Naturalmente coerenza, obiettività e amore per la verità mi hanno indotto a esprimere pubblicamente la mia opinione, ma soprattutto l'assoluto rispetto per il dramma solitario di tante donne che ha sempre contraddistinto la mia condotta professionale come potrebbero testimoniare le mie pazienti.

La Repubblica N 22 febbraio 2008

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La più svettante palma di Napoli

Gentile dottore,
una malattia da alcuni anni  sta decimando i palmizi, infatti, dopo la Spagna, anche in Italia è entrato in vigore uno stato di allerta permanente per via di un insetto che nuoce gravemente alle palme: si tratta del Rhynchophorus ferrugineus, un curculionide chiamato comunemente Punteruolo Rosso, il cui ciclo vitale si svolge in parte all'interno di queste nobili piante.
Non è una novità che nel corso degli ultimi trent'anni molti parassiti e fitofagi siano stati introdotti accidentalmente in Italia a causa della leggerezza di vivaisti e rivenditori di piante, che fanno sbarcare sul continente grosse quantità di esemplari adulti, privi di adeguata certificazione fitosanitaria.
Le larve di curculionidi si trovano all'interno dell'apice vegetativo delle palme, dentro il quale scavano gallerie e nidi, rosicchiando il legno spesso in maniera udibile senza stetoscopio, e una volta completamente sviluppate invadono letteralmente l'ambiente circostante, contaminando altri esemplari.
Sembra che durante gli ultimi inverni, per via delle temperature innaturalmente miti, la virulenza dell'attacco sia aumentata. Molte regioni italiane a clima dolce, come Campania, Liguria, Puglia, Sardegna, Sicilia, hanno infatti dato segnalazione di numerose piante attaccate.
Esemplari storici, che da diversi decenni danno una precisa connotazione a molte belle città italiane, potrebbero essere completamente spazzati via. Anche in questo caso si assiste ad una tragica ed irritante passività delle autorità che dovrebbero essere competenti della materia. Per ora infatti non sono stati posti né vincoli né controlli alle piante importate dall'estero, né vengono presi, se non occasionalmente e a livello comunale, dei seri provvedimenti per prevenire un futuro disastro.
Purtroppo la lotta è molto difficile, e se l'individuo contaminato è adulto, pare non ci sia al momento altro rimedio che estirparlo e bruciarlo il più presto possibile. In esemplari giovani è stato tentato un trattamento d'urto, irrorando la corona foliare dall'alto e avvolgendo la pianta in un grande telo di plastica, un gigantesco preservativo, a mo' di camera a gas, ma risulta evidente che questo tipo di azione è difficile da adottare su esemplari già cresciuti.
Inoltre sarebbe raccomandabile evitare la potatura delle palme, poiché il Punteruolo si infila all'interno delle piante attraverso i tagli. Tra l'altro la potatura in sé per sé non sarebbe affatto necessaria, anche se viene abitualmente eseguita a scopi estetici (spesso con risultati che di estetico non hanno nulla), o per questioni logistiche, di passaggio o di viabilità.
Bando alla tristezza perché ora vogliamo parlare di un gigantesco esemplare di palma, il più alto di Napoli, che pochi conoscono essendo situato, non nell’Orto botanico, né nella Villa comunale, bensì nel segreto di un parco privato posto sul crinale della collina del Vomero, tra il corso Vittorio Emanuele e San Martino.
Gli esperti ritengono che le palme più alte della città siano quelle che svettano quiete da oltre quattrocento anni nel cortile del monastero di S. Andrea delle Dame, dove oggi si trova la cattedra di oculistica del vecchio policlinico, ma la palma… di palma più alta da oggi deve passare (misurare per credere) all’esemplare sito all’altezza del numero civico n 167 della storica strada, che noi amiamo chiamare tangenziale di Ferdinando II, in onore del sovrano che la costruì e non di quello che ne usurpò il merito, in un lussureggiante giardino che insiste sulla palazzina n.7 di Parco Eva.
Il fusto sembra voler raggiungere con le sue fronde più alte la collina sovrastante e datele qualche altro secolo di tempo e potete essere sicuri che vi arriverà.

Il Giornale di Napoli 20 febbraio 2008

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*Tacchi a spillo: orgasmo assicurato

Gentile dottore,
tra le maggiori boiate pubblicate nei giorni scorsi dalla stampa internazionale vi è senza dubbio l’asserzione, priva di alcuna validità scientifica, che adoperando i tacchi a spillo si influenzerebbero i muscoli pelvici, i quali sarebbero poi in grado, al momento opportuno, di entrare in azione producendo un intenso e prolungato piacere sessuale.
La notizia, per quanto pubblicata su una rivista scientifica e rimbalzata poi sulle pagine del Sunday Times e da lì sui maggiori quotidiani europei, ha un solo merito:  aver richiamato l’attenzione delle donne sull’importanza di un gruppo di muscoli, che, se correttamente esercitato, può incidere favorevolmente sulla capacità di raggiungere l’orgasmo.
La studiosa dell’università di Verona, autrice dell’originale ricerca, dice di aver misurato l’attività elettrica della pelvi a secondo dell’inclinazione assunta dai piedi e di aver riscontrato nel gruppo di volontarie, che adoperavano un tacco di 7 centimetri, una riduzione del 15% dell’attività muscolare.
Un effetto diametralmente  opposto a quello che gli esercizi consigliati dai sessuologi cercano di ottenere: un aumento della capacità contrattile!
Purtroppo non esistono facili scorciatoie e per ottenere un valido risultato le donne debbono dedicare con pazienza del tempo a compiere una serie di noiosi quanto efficaci esercizi, dopo aver identificato il muscolo regista nell’innesco dell’orgasmo: il pubococcigeo.
La donna impara a riconoscerlo chiudendo gli occhi mentre urina ed interrompendo all’improvviso il getto, adoperando proprio il muscolo che dovrà esercitare.
Dovrà poi eseguire esercizi di contrazione e rilasciamento per circa un mese, occupando non più di 10 - 15 minuti in due sedute quotidiane.
Alla fine i risultati saranno clamorosi, mentre sono del tutto superflui decine di chilometri di marcia con tacchi vertiginosi, utili forse unicamente per procacciarsi, con un’andatura da femmina fatale una preda da ghermire e da coinvolgere nei ludi amorosi.

Pianeta donna 25 febbraio 2008

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Portare i rifiuti nel deserto libico

Finalmente De Gennaro ha capito, dopo aver sprecato metà del tempo a disposizione, che non vi è al momento altra soluzione che portare i rifiuti verso gli inceneritori svizzeri e tedeschi che la bramano, meglio ancora – se si organizza il trasporto via mare – verso il deserto libico in grado in 30 – 40 anni di assorbire tutto e di creare le basi per nuovo petrolio. Sono purtroppo soluzioni sgradite a politici e industriali che vogliono lucrare sull’immenso affare.

Il Mattino 2 marzo 2008

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Sircana non lo meritavamo

Gentile direttore,
mentre D’Alema capolista difende con foga ciceroniana l’operato di Bassolino davanti alla stampa estera, l’infaticabile Veltroni prosegue indefesso nella sua lodevole ansia di rinnovamento e di proposta di volti nuovi e puliti nelle liste…, siamo infatti tutti stanchi di facce patibolari.
La dimostrazione più lampante è la collocazione tra i primi posti in Campania, cioè elezione sicura, di Sircana già portavoce di Prodi, già implicato nello scandalo delle foto che lo ritraevano mercanteggiare sul prezzo con procaci travestiti per un’ora di sesso proibito. La foto rimase a lungo segreta, poi finì sulle pagine dei quotidiani e addirittura fu oggetto di un’opera d’arte presentata alla discussa mostra sull’omosessualità Vade retro.
Napoli non merita di essere rappresentata in Parlamento da questi personaggi, ma Veltroni, non potendo candidare Luxuria, passata (o passato?) con l’ultra sinistra, ha voluto propinarci un raffinato cultore dai gusti particolari, gli elettori debbono essergli grati e ricordarsene al momento del voto.

Il Napoli 6 marzo 2008

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Un film bello e onesto da proiettare a scuola

Finalmente nelle sale, dopo la menzione speciale al Film festival di Torino, Biutiful cauntri inchioda per 73 minuti alla sedia lo spettatore bombardandolo con un fiume di immagini incredibili, che purtroppo sono vere e di una tristezza infinita. Dopo la proiezione molti escono con le lacrime agli occhi e con una gran rabbia in corpo contro i politici corrotti, la camorra onnipotente ed i poteri forti, una miscela puteolente che ha ridotto la Campania ad una discarica infinita afflitta da 6 milioni di tonnellate tra ecoballe e spazzatura nelle strade, oltre alla bomba ecologica di 1200 discariche abusive dove è stato scaricato di tutto inclusi i rifiuti nucleari.
Le immagini che scorrono impietose non fanno dormire la notte e ci restituiscono un’umanità di contadini e di pastori ridotti a livello di bestie bastonate ed umiliate, mentre miriadi di pecore ammalate vanno incontro allo sterminio ed i prodotti agricoli sono avvelenati dalla diossina.
Purtroppo del film sono state approntate solo 20 pellicole ed a Napoli, capitale della monnezza, lo si può vedere solo in una sala minore di un cinema secondario.
Uno scandalo che grida vendetta e che mortifica il lavoro dei giovani registi Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggero.
Il film dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole per scuotere un’opinione pubblica che ancora non si è resa conto delle dimensioni del dramma vissuto dalle popolazioni campane, paragonabile per impatto ambientale al disastro di Chernobyl.
Nell’attesa, certamente vana, che le istituzioni recepiscano questa istanza, sarebbe auspicabile contare sulla sensibilità dei presidi che possono rivolgersi alla produzione disposta, senza compenso, a che il film venga posto all’attenzione delle nuove generazioni.

Il Mattino 31 marzo 2008

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L’oscuro tabù della morte

Non amiamo parlare della morte, ci infastidisce solo il pensiero, ci comportiamo come se si trattasse di un argomento che non ci riguarda, siamo così impegnati a lavorare, ad occupare ogni istante di tempo libero, a divertirci, a viaggiare, sempre di fretta, senza un momento di sosta per meditare sull’epilogo della nostra vita.
Oggi più di ieri temiamo la morte, l’ultimo tabù che ci è rimasto dopo aver distrutto tutti gli altri, dal sesso all’amor patrio, che ci attanagliavano da tempi lontani.
La nostra società, profondamente secolarizzata, vuole allontanare l’idea della fine della nostra vita terrena, perché è un pensiero che ci induce ad esacerbanti esercitazioni metafisiche sul motivo della nostra esistenza, sul nostro destino, su Dio.
Oggi nelle grandi città si muore in assoluta solitudine, in punta di piedi, per non turbare il frenetico girotondo di chi rimane; negli stessi ospedali i morituri vengono ghettizzati in reparti di pseudo rianimazione o per malati terminali. Non sono in condizione più di dominare o quanto meno controllare le tremende emozioni che accompagnano il momento del trapasso. Pochi, anche i parenti più stretti dedicano loro soltanto qualche visita frettolosa, perché nessuno è più in grado di sussurrare quelle dolci parole di cui hanno bisogno, nessuno sa più stringere quelle mani tremanti per infondere coraggio e rassegnazione.
Soltanto in qualche sperduto paesello, dove si conservano ancora dialetto e forti legami sociali, la morte viene onorata, recitata, rappresentata come un grande dramma collettivo al quale tutti partecipano, facendosi depositari della memoria del defunto. Un cerimoniale commosso e corale inimmaginabile nelle affollate città dove disperdiamo tutto e non abbiamo tempo né per la memoria né per il dolore.
Nel medio evo la morte era viceversa accompagnata da un grandioso apparato rituale, nel quale i sentimenti venivano incanalati e sublimati.
L’uomo moriva davanti a tutti, se ricco oltre ai parenti si raccoglievano attorno al letto i servi e gli abituali frequentatori della casa, se povero erano presenti moglie e figli anche se bambini, i quali spesso in coro recitavano candide preghiere.
Negli ultimi istanti una sensazione miracolosa dava al moribondo la forza di dare l’addio, chiedere e concedere il perdono, dispensare consigli ai più giovani che venivano accolti con un’autorevolezza fino ad allora sconosciuta.
Il suo corpo non si allontanava molto dalla casa, trovando ospitalità nelle chiese o in luoghi posti dentro le mura urbane. Poi leggi severe hanno collocato i cimiteri lontano dalle città e noi da allora li visitiamo raramente, come rifiutiamo quei cerimoniali pomposi impregnati di esequie, di lutto, di estremo cordoglio, di orpelli funerari.
Ora che abbiamo abbandonato questi antichi rituali protettivi e consolatori la morte ci devasta maggiormente, facendo scempio delle nostre certezze, che ci illudevamo fossero incrollabili. La scomparsa di una persona cara, con la quale abbiamo vissuto a lungo condividendo gioie e dolori, ci sconvolge, lacerando per sempre la nostra esistenza e strappandoci la gioia di vivere. Essa continua a vivere soltanto nel nostro ricordo dove vi è spazio per un’immortalità surrogata.
Per il credente la morte è un fardello più tollerabile, mentre per il laico rappresenta un angosciante salto nel buio.
Nulla si crea e nulla si distrugge” è uno dei paradigmi della scienza ed anche il nostro corpo dopo la morte, disintegrandosi, ritorna nella terra e restituisce le sostanze della sua materialità. Ma i nostri pensieri, i dolori, le speranze, la felicità, gli smarrimenti, le malinconie, i ricordi, i desideri, gli affetti, non vogliamo dire la nostra anima, dove finiscono? Se nulla si distrugge, se la nostra misera carcassa continua ad esistere trasformandosi, perché ciò che a noi continua a sembrare immateriale dovrebbe scomparire.

Il Napoli 7 aprile 2008

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Napoli e il tallone d’Achille

La settimana scorsa sono stato a Genova per due giorni, invitato da alcuni Rotary, per illustrare la figura di Achille Lauro e presentare il mio libro sul Comandante. L’accoglienza  e l’attenzione dedicata da giornali e televisioni alle due serate ha superato ogni più rosea previsione, ma la conseguenza più importante è stata la decisione da parte di alcuni consiglieri comunali presenti al dibattito di proporre all’assemblea di dedicare a Lauro una piazza di Genova e martedì, puntualmente, l’idea è stata ufficializzata.
Come napoletani dovremmo inorgoglirci, ma nello stesso tempo vergognarci, perché non siamo riusciti in tanti anni a sdoganare un personaggio di tale spessore, al di là della sua veste politica, da meritare non una strada, bensì una delle piazze principali di Napoli da lui tanto amata.
Egli non è stato solo il sindaco plebiscitario della città, ma anche l’armatore più grande di tutti i tempi, il presidente del Napoli, il fondatore della prima televisione privata italiana.
A Napoli esiste via Jan Palach e via Kagoscima, vico Fico e vico Scassacocchi, vico dei Chiavettieri al Porto ed al Pendino, ma non uno straccio di viuzzola dedicato a Lauro, vittima di falsità storiche solo da poco tempo smascherate.
Se i genovesi dovessero precederci sarebbe uno scorno difficile da tollerare, per cui rivolgiamo all’amministrazione il perentorio invito a  rispolverare antiche proposte ed alla stampa di aprire un pubblico dibattito.

Il Napoli 10 aprile 2008

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Benedetto Porcellum, che dio lo abbia in gloria

Gentile dottore, abbiamo tanto blaterato di legge elettorale imperfetta, invece, grazie ai porcellum, abbiamo assistito finalmente all'entrata dell'Italia nell’Europa, con la cancellazione di un partito comunista al di fuori della economia moderna e della storia. È la fine di un'utopia, la sconfitta per gran parte del mondo intellettuale che sognava impossibili palingenesi rivoluzionarie e il trionfo del Bene sul Male. L'estinzione dei nanetti ha semplificato la definizione degli schieramenti e permetterà la governabilità. Bisogna convincersi che fuori dei grossi raggruppamenti non vi è alcuna possibilità di esistenza. La lettura accurata del risultato non deve trarre in inganno, non vi è stato un trionfo della Lega Nord o del partito di Di Pietro, unicamente i cittadini hanno capito che votando per loro non avrebbero sprecato la loro scelta, perché il voto andava alla coalizione che li ospitava; si è trattato anche in questo caso di un effetto delle regole del gioco, sparizione dei minori, illusorio aumento dei suffragi per i partiti associati. Ora non resta che governare e santificare il bistrattato Porcellum, che Dio lo abbia in gloria.

Il Mattino 21 aprile 2008 (lo stesso giorno pubblicata un’altra lettera)

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*“L’artista assassino l’ho affidato ad Attila”

Gentile dottor Gargano, ho letto la lettera sullo pseudo artista che ha massacrato un cane, credendo di creare un’opera d’arte. Egli è solo un gran figlio di migniotta e se verrà in Italia mi impegno a denunciarlo penalmente e con lui gli organizzatori; soprattutto ho parlato di lui ad Attila, il mio fedele rottweiler, lui sa già come dovrà comportarsi.
Non è un programma pacifista, ma rende l’idea di quanto sia obbrobriosa la pretesa “arte” di quel signore.
Il Mattino 21 aprile 2008 (lo stesso giorno pubblicata un’altra lettera)

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Un decalogo contro la criminalità

Vorrei proporre un decalogo, un disperato S. O. S. per cercare di salvare Napoli, da una delinquenza che da tempo ha travalicato i livelli di guardia. Un’area del Paese detentrice di numerosi record, dal traffico più caotico alla micro-criminalità più audace, dalla disoccupazione più diffusa al racket più opprimente, dal disordine edilizio più devastante alle densità abitative più alte delle metropoli asiatiche ed inoltre una concentrazione di extra comunitari per semaforo da guiness dei primati. E dove oggi si combatte una battaglia decisiva per le sorti dell’intera nazione. Se lo Stato perde a Napoli, un modello alternativo di illegalità si diffonderà a macchia d’olio per tutto il Paese. 
1) Rendere obbligatorio il mandato di cattura per una serie di reati di grave allarme sociale: rapina, estorsione, stupro. Allungare per questi reati i tempi di carcerazione preventiva e rendere esecutiva la condanna dopo la sentenza di primo grado, in attesa degli altri gradi del giudizio. (Eviteremmo i danni provocati dai magistrati buonisti). 
2) Predisporre, se necessario con l’aiuto dello Stato, una polizza assicurativa anti racket, che preveda per i cittadini che denunciano l’estorsione l’indennizzo totale dei danni provocati da eventuali ritorsioni.(I commercianti l’aspettano da tempo). 
3) Aumento definitivo degli organici delle forze dell’ordine in proporzione alla concentrazione di reati, inclusa la polizia municipale, con pattuglie specializzate. ( Non certo vigilesse top model dalle chiome a coda di cavallo) 
4) Impiego di corpi specializzati dell’Esercito, sia per operazioni di appoggio alle forze dell’ordine, sia per la difesa degli obiettivi sensibili, che attualmente impegnano una moltitudine di carabinieri e poliziotti. (Soltanto per la difesa del consolato americano sono impiegati, nei vari turni, centinaia di uomini) 
5) Un utilizzo più incisivo dei servizi segreti, principalmente per monitorare mafie straniere e delinquenza internazionale. (Sperando che non devino). 
6) Istituire delle taglie per i reati più raccapriccianti. (Esistono in molti Stati, non solo nel Far West). 
7) Incoraggiare con esenzioni fiscali i commercianti di un quartiere che vogliano dotarsi di una polizia privata, ovviamente autorizzata.(Per difendere la zona delle grandi griffe non ci vuole grande impegno ma solo associazionismo. 
8) Disseminare la città di telecamere. (Un occhio che controlli eventuali reati in ogni angolo della città). 
9) Cominciare a discutere seriamente sull’ipotesi di liberalizzare la droga (Potrebbe eliminare tutti i reati collegati al procacciamento del denaro necessario alla dose) 
10) Indire al più presto un convegno internazionale per ascoltare le opinioni di esperti che in altre città hanno affrontato problematiche simili di ordine pubblico. (Non i soliti tromboni intellettuali, che vogliono i cittadini in prima linea o i politici che predicano contro la disoccupazione) 
E soprattutto facciamo presto!!!

Il Mattino 10 maggio 2008, già pubblicato in passato da Il Golfo 15 luglio 2005 ed Il giornale di Napoli 10 luglio 2005

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** Italiani, ma di serie B

Gentile dottore, il futuro multietnico e multiculturale dell’Italia si gioca su come sapremo assorbire i figli dell’immigrazione: i nati qui da genitori stranieri o che si sono trasferiti da noi da piccoli. Sono oltre 700.000, vanno a scuola o già lavorano, ma sono cittadini di serie B, per il prevalere dello ius sanguinis sullo ius soli. Sono i compagni di banco o di gioco dei nostri figli ed in molti capoluoghi sono oramai un quarto della popolazione immigrata ed una parte preponderante della frequentazione scolastica.
Sono giovani con aspettative simili a quelle dei loro coetanei italiani, non vedono nel loro futuro lavori umili e faticosi come per i loro genitori, hanno studiato e si aspettano di poter occupare un posto nella società in linea con la loro preparazione.
Parlano più lingue e sanno muoversi tra più culture, delle quali rispettano codici di comportamento diverso con pari dignità. Rappresentano il modello ideale del giovane contemporaneo. Imparare lingua ed abitudini nuove senza dimenticare le vecchie è la formula vincente per creare un futuro migliore. Questi giovani possono traghettarci con perizia verso un mercato del lavoro internazionale dove il merito venga adeguatamente riconosciuto. In passato la legge concedeva la cittadinanza italiana ai figli, nati in Italia, di genitori stranieri, purché fossero residenti al compimento della maggiore età; oggi, dal 1992, la norma è divenuta più severa e prevede di aver vissuto nel nostro Paese senza interruzioni dalla nascita fino a 18 anni con un permesso di soggiorno regolare. Se non veniamo incontro alle esigenze di questi giovani, non solo sul piano legislativo, ma anche pratico, rischiamo di andare incontro ai gravi problemi sociali della Francia, che periodicamente vede scoppiare la rivolta nelle diseredate periferie delle sue città o la tragedia conosciuta dall’Inghilterra, dove micidiali attentati sono stati organizzati non da emissari esteri, ma dai figli negletti della sua antica immigrazione, stanchi di essere considerati figli di un dio minore. In un momento politico delicato come quello che stiamo attraversando, in cui la caccia al diverso pare sia divenuto lo sport nazionale e deliri xenofobi sono declamati come salutari, ci vuole l’impegno di tutti, non solo dei politici, affinché un patrimonio di umanità così prezioso venga adeguatamente riconosciuto ed aiutato ad integrarsi definitivamente nel nostro tessuto sociale.

Il Golfo (come articolo) 25 maggio 2008 - Il Mattino 8 giugno 2008

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“Ho invitato 100 amici in mezzo all’immondizia”

Ho seguito il consiglio del nostro amato governatore di invitare a Napoli un amico, anzi, per fare le cose in grande, ne ho invitato 50 del Rotary di Bari ed ho organizzato per loro venerdì pomeriggio una visita guidata alla mostra di Salvator Rosa che si tiene a Capodimonte.
Giunti all’ingresso del parco ho pensato però che forse avevo commesso uno sbaglio, perché i giardini somigliavano ad una discarica con bottiglie e lattine dovunque, carte oleose svolazzanti, mentre decine di squadre di calciatori si sfidavano tormentando il manto erboso. Assenza completa di custodi e di controllo, pure i due poliziotti della stazione mobile indifferenti a ciò che accadeva, anche quando alcuni giovinastri per un gol contestato si sono bastonati a sangue a due passi dalla biglietteria del museo.
Il giorno dopo arrivavano 50 amici, sempre da me invitati, da Roma: situazione ancora più drammatica con nuovi rifiuti che si aggiungevano ai precedenti e dire che avevo assicurato i miei ospiti che la spazzatura, almeno a Napoli, era scomparsa dalle strade….

Il Mattino 1° giugno 2008

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La ricchezza di tanti notai

La recente pubblicazione sul web dei redditi degli Italiani ha confermato un dato da tempo noto: i più ricchi sono i notai, i quali guadagnano mediamente ogni anno circa 500.000 euro, una cifra stratosferica che fa impallidire tanti capo famiglia, i quali  faticano ad arrivare alla fine del mese con mille euro.
Un privilegio ingiustificato da gridare vendetta e che necessita in tempi brevi di adeguati correttivi, il più semplice dei quali potrebbe essere di allargare ampiamente il numero dei notai, già dal prossimo concorso e di trasferire agli avvocati talune pratiche che attualmente costituiscono un terreno di caccia privilegiato e protetto.
  Bisogna adeguarsi alla situazione di altri paesi europei, dove la figura notarile, per quanto prestigiosa, non riveste come in Italia un’investitura di sapore feudale non più al passo con i tempi. Lo Stato se vuole continuare a delegare a funzionari privati gran parte dei compiti che dovrebbe esercitare in prima persona, almeno pretenda che il numero dei componenti di questa potentissima casta aumenti ed accolga tanti giovani preparati che hanno una sola colpa di essere i negletti figli di un Dio minore.
Gian Filippo della Ragione

Il Mattino 2 giugno 2008

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Napoli brucia

Da alcuni giorni Napoli brucia senza sosta a tutte le ore, bruciano in cento luoghi i cumuli di spazzatura, ai quali cittadini inferociti appiccano le fiamme innalzando roghi sacrificali generatori di micidiale diossina, ardono i campi rom, situati nella disperata periferia cittadina, ad opera di criminali applauditi da una folla divenuta intollerante e xenofoba, bruciano “e cervelle” a tutti i napoletani che, stretti tra rifiuti ubiquitari, criminalità diffusa, traffico impazzito e disoccupazione da record, vedono la loro città abbandonata ad un destino atroce, ma soprattutto va in fumo definitivamente una grande e gloriosa capitale dopo 2500 anni di storia invidiata, che non ha conosciuto né il Ghetto, né l’Inquisizione, costretta ad un’esistenza da quarto mondo senza speranza di riscatto o di redenzione.
Il fuoco ha sempre rappresentato un segno di purificazione e di rigenerazione, dalla Bibbia alle antiche vestali romane, ma le fiamme napoletane sono quelle dell’inferno dantesco, simbolo di un castigo divino al quale non ci si può opporre, producono solo cenere e distruzione. La furia devastatrice che si sta scatenando in questi giorni è sintomo di un malessere che ha colpito il cuore pulsante e la stessa anima tollerante della città.
Gli zingari non sono i soli disperati che vivono ai margini della società, vi sono moltitudini di accattoni, di senza casa accampati all’addiaccio, di sbandati che vivono alla giornata, di disoccupati costretti ad una minacciosa quanto sterile protesta. Attenti che non venga in mente a qualcuno che si possa risolvere questo ed altri problemi scatenando un gigantesco falò.

Il Golfo 2 giugno 2008

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**Perché ci ostiniamo a chiamarli clandestini?

Si fa un gran parlare di aborti clandestini, ma perché non proviamo a farli divenire e chiamarli privati? Una donna per un’appendicectomia è libera di scegliere il medico ed il luogo di cura, per un’interruzione di gravidanza è costretta invece a servirsi di strutture pubbliche, delle quali può non avere piena fiducia; è il risultato della legge 194, nata trenta anni fa dall’ipocrita compromesso tra democrazia cristiana e comunisti. All’estero è completamente diverso, la paziente può rivolgersi all’ospedale o scegliere un ginecologo in una clinica privata autorizzata. Certo bisogna cambiare la legge, che attualmente obbliga a rivolgersi unicamente verso gli ospedali ed operare i dovuti controlli per evitare abusi.
E smettiamola anche di evocare lo spettro delle mammane e delle donne rovinate dall’aborto. Le mammane non lavorano più da decenni ed il famigerato laccio è andato definitivamente in pensione. Oggi se una paziente sceglie un medico privato è perché sa molto bene che gli specialisti che si dedicano a questa attività sono molto più abili dei colleghi ospedalieri, adoperano il metodo Karman (aspirazione) molto meno cruento della metodica chirurgica tradizionale e soprattutto permettono di evitare le defatiganti attese, gli interrogatori imbarazzanti, gli interminabili e spesso inutili accertamenti, la promiscuità delle corsie, l’ansia di una decisione sempre dolorosa e traumatizzante, che spetta solo alla donna dopo aver interrogato la sua coscienza.
In Italia la legge prevede che le cliniche private possano chiedere l’autorizzazione a praticare l’interruzione di gravidanza ed addirittura il convenzionamento con l’Asl, ma questa richiesta solo eccezionalmente viene accolta, per cui un ginecologo che volesse seguire una sua paziente, in cura da anni ed alla quale ha preso i parti precedenti, deve invece abbandonarla a colleghi, quasi sempre giovani e che spesso si dedicano all’interruzione per trovare un primo lavoro, pronti a divenire obiettori appena ottenuto un contratto a tempo indeterminato.
Presso le Asl in tutta Italia dormono decine di domande di autorizzazione ed i politici debbono decidersi ad affrontare il problema, che da tempo attende una soluzione rispettosa delle richieste di tante cliniche qualificate, che vogliono mettersi al servizio della legge e delle donne.
Dimenticavo le pazienti che oggi ricorrono ad un medico privato pagano una cifra in linea con i prezzi delle prestazioni sanitarie,500 – 600 euro e fanno risparmiare allo Stato circa 2000 euro, dobbiamo esserle grate.

Il Golfo 2 giugno 2008 (come articolo)

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*Diciamo la verità su Achille della Ragione

Doverose precisazioni

Sono la moglie di Achille della Ragione, detenuto da alcuni giorni nel carcere di Poggioreale con l' accusa di associazione a delinquere, finalizzata alla violazione della legge 194. Il motivo della mia dichiarazione scaturisce dalla numerose imprecisioni riportate dai giornali in questi ultimi giorni che hanno infangato il nome di una persona, a causa della divulgazione di notizie imprecise ed incomplete. Vorrei soffermarmi sui seguenti aspetti direttamente legati all' inchiesta per poi fare qualche osservazione di carattere personale. Sulla base di un' intercettazione telefonica, mio marito è accusato di essere il "procacciatore" di pazienti per il ginecologo dottor Luigi Langella. Tengo a precisare che mio marito era convinto che il dottor Langella, direttore del centro I.v.g. (interruzione volontaria di gravidanza) dell' ospedale San Paolo di Napoli, lavorasse in regime "intramoenia" e che quindi era legittimato ad effettuare tali interventi nell' assoluto rispetto della normativa vigente. Relativamente al contenuto dell' unica intercettazione agli atti, non è emersa "la sostanza" e cioè che la paziente, presuntamente indirizzata da mio marito a Langella, non ha effettuato l' aborto. Lo strumento innovativo realizzato da Achille della Ragione chiamato vaginometro, non è un dispositivo legato all' aborto, come è stato ipotizzato, ma ha lo scopo di aumentare l' esercizio della mobilità pelvica femminile. Le foto sequestrate durante questa inchiesta erano già state sequestrate nel lontano 1996 ed erano poi state restituite poiché ritenute di esclusivo valore scientifico. Relativamente all' affermazione di un pericolo di fuga attuale e concreto vorrei sottolineare che mio marito non possiede un passaporto valido per l' espatrio. Non si è mai preoccupato di rinnovarlo perché non aveva e non ha nessun intenzione di lasciare Napoli, sua città natale che ama più di ogni altra cosa e che ha deciso di sostenere in ogni sua battaglia. I suoi spostamenti a Barcellona sono dettati solo ed esclusivamente dalla presenza della nostra primogenita che lavora e vive lì con la sua famiglia. Abbiamo due nipoti a cui siamo molto legati. Invito chiunque a trovare riscontri su una possibile relazione lavorativa tra mio marito e un qualsiasi centro medico spagnolo che pratica I.v.g. Vorrei inoltre far notare che mio marito riceveva molte telefonate a scopo consultivo senza nessuna retribuzione non solo nel settore ginecologico ma anche e soprattutto in molti altri settori come pittura, storia dell' arte, letteratura e scacchi. Era stato addirittura contattato da alcun studenti universitari per l' elaborazione della loro tesi di laurea. Vi invito a consultare il web per dare un riscontro alle mie dichiarazioni e per conoscere meglio Achille della Ragione, un uomo che è da anni uno scrittore (lo dimostrano i suoi numerosi scritti nei settori più disparati) e un giornalista (più di 400 articoli negli ultimi due anni) e non più un ginecologo, professione che ha ormai abbandonato da 14 anni. Finisco con il sottolineare che il fermo a cui è sottoposto mio marito aggrava le sue condizioni di salute. Tengo a precisare che si tratta di un pluri-infartuato con numerose angioplastiche ed in attesa di un intervento di bypass al cuore, programmato proprio in questi giorni e posticipato perché al momento trattenuto nella casa circondariale napoletana dove gli è stato tolto tutto, dalle foto dei figli e dei nipoti finanche ad un innocente quaderno con penna, che io all' ultimo momento avevo timidamente aggiunto al suo bagaglio. Mi sembra che nemmeno a Silvio Pellico fu vietata la carta e la penna, nonostante i tempi peggiori. Per fortuna la sua cella ospita gente tranquilla, tutti giovani, mio marito è il più anziano e gli hanno dato il posto di sotto nei letti a castello. Mi domando se il suo cuore reggerà, perché oggi l' ho visto piangere. Ci siamo promessi che ogni sera alle otto ci penseremo. Concludo sottolineando l' ennesima violazione del segreto istruttorio dovuta alla fuga di notizie che, dopo appena 120 minuti dall' arresto, vedeva giornalisti e telecamere di tutt' Italia impiantati davanti alla Caserma "Pastrengo" pronti a dare in pasto ai media notizie avventate ed incomplete.
Elvira Brunetti

Corriere del Mezzogiorno 28 giugno 2008 - La Repubblica N 29 giugno 2008 – Il Roma 1 luglio 2008 – Il Mattino (ignora la lettera e ne pubblica solo poche frasi nel contesto di un articolo)

Mi sia concesso di ringraziare pubblicamente mia moglie Elvira, non solo per questa sua splendida lettera, ma per la sua costante presenza al mio fianco da quasi quaranta anni, nella buona come nella cattiva sorte, alle prime del San Carlo ed alle presentazioni dei miei libri anche a Montecitorio, ma pure nel reparto di rianimazione dell’ospedale Loreto Mare o nella squallida sala colloqui della casa circondariale napoletana.

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**Il mio carcere è un girone infernale

«Scrivo dall' interno del carcere di Poggioreale, che sto attraversando mio malgrado nei suoi gironi che neanche la fertile fantasia di Dante avrebbe potuto immaginare»: dalla cella dove è rinchiuso dal 25 giugno nell' ambito delle indagini sugli aborti illegali, parla il ginecologo Achille Della Ragione. In una lunga lettera, il medico (che per vicende analoghe è stato condannato in appello a dieci anni) non parla dell' inchiesta ma della sua condizione di recluso. E racconta: «In base a un regolamento severo oltre misura, mi sono stati sequestrati, a parte il pettine e numerosi oggetti personali, alcuni libri e giornali con i quali speravo di poter trascorrere qualche ora di distrazione, le foto di mia moglie, dei miei figli e dei miei nipoti, che mi avrebbero dato una ragione per sopravvivere, addirittura anche un quaderno bianco e una penna perché non bisogna pensare, non bisogna scrivere, bisogna diventare un automa e non più una persona». Della Ragione spiega di essere «ospite del padiglione Avellino. Pare che rispetto agli altri sia rose e fiori: un' ora d' aria due volte al giorno in un cortile di 200-300 metri quadrati, circoscritto da mura infinite, per un enorme numero di utenti. Le celle di 15-20 metri quadri ospitano, con letti a castello, fino a dieci detenuti e in questi giorni hanno temperature intollerabili e sono meta di nugoli di zanzare. La latrina è contigua alla cucina dove la quasi totalità dei carcerati si prepara i pasti acquistati con sacrificio allo spaccio. Anche rimanere un buon cristiano è impossibile, perché si può seguire la messa solo ogni 15 giorni». Il ginecologo, che in 4 ore di interrogatorio ha respinto tutte le accuse e ricorda di essere «plurinfartuato e in attesa di by-pass», argomenta: «Se può essere lecito anche se doloroso togliere a un detenuto la sua libertà, è assolutamente esecrabile privarlo della sua dignità di uomo; è un peccato che grida vendetta davanti a Dio e che la legge deve mitigare». Quindi si sofferma sulla quotidianità della detenzione: «I colloqui settimanali sono un conforto molto importante, perché anche se per una manciata di minuti si possono toccare la mani delle persone care. Nonostante si debba affrontare una via crucis: dentro, con un' attesa interminabile tutti stipati in camere di sicurezza stracolme, mentre all' esterno i parenti fanno file massacranti, senza un briciolo di pietà per bambini, malati e anziani». Il sovraffollamento, scrive ancora Della Ragione, «è un fattore gravissimo, che porta all' esasperazione. Pochi sono stati fortunati come me, di trovare in cella tre giovanissimi: Emanuele, rapinatore, Antonio, estorsore, Sasà, aspirante killer. Ragazzi spinti al crimine dalla mancanza di lavoro, ma pronti a redimersi. Si sono messi a mia disposizione come figli rispettosi, soccorrendomi di notte quando mi sentivo male».

Il Roma 4 luglio 2008 – La Repubblica 4 luglio 2008

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*Elogio della badante

Mentre imperversa la furia xenofoba verso gli immigrati, più o meno clandestini, un esercito silenzioso composto da due milioni di unità permette all’Italia di poter continuare a camminare nel suo egoismo, figlio della civiltà dei consumi.
Le donne ambiscono solo e soltanto ad un lavoro fuori casa e scaricano sul personale domestico, quasi tutto straniero, incombenze alle quali fino ad una generazione fa attendevano volentieri, la gestione della casa, l’educazione della prole e, l’impegno più gravoso, l’assistenza agli anziani.
L’arrivo di un fiume di badanti di razze e culture diverse è accettato di buon grado dalle famiglie, è tollerato anche nei diktat più scriteriati dei leghisti e può costituire un’occasione di graduale cambiamento dei costumi.
Nei casi più gravi prestano la loro preziosa assistenza costantemente a casa, ma spesso escono a fare quattro passi con la persona a loro affidata e sono immagini di grande tenerezza: premurose sono seduti assieme su di una panchina nei giardini pubblici o aiutano amorevolmente a fare una brevissima passeggiata mattutina, per convincere l’assistito di essere ancora vivo.
Il vecchio e la badante sembrano lontani anni luce, viceversa quasi sempre si intendono con un semplice sguardo, sono entrambi molto saggi, l’uno per l’esperienza accumulata negli anni, l’altro perché vivere lontano da casa rende subito maturi.
Sono entrambi fragili come il vetro per i malanni e per la scarsa tutela dei propri diritti. Sognano la famiglia lontana e soffrono di un’inguaribile solitudine: lo straniero ha i suoi cari a migliaia di chilometri, l’anziano ancora più distanti, anche se la figlia o la nuora abitano a pochi isolati di distanza.
Tutte le piazze d’Italia dovrebbero dedicare un monumento alla badante e gli artisti dovrebbe saper cogliere e trasferire sul marmo o sul bronzo lo sguardo caritatevole di queste donne, cingalesi e filippine, polacche ed ucraine. Possiamo immaginare una donna china su un vecchio col sorriso sulle labbra.
Tutti dovremmo sostare a meditare, come non siamo da tempo più abituati e possiamo essere certi che il monumento non attirerebbe lo spray imbrattante del vandalo, che umilia le statue dei personaggi celebri e dei padri della patria e farebbe tentennare la mano del politico o del funzionario pronti a firmare una legge restrittiva o un obbligo di rimpatrio.

La nostra Gazzetta (in ucraino) 10 luglio 2008

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Olimpiadi la rivincita delle donne e dei giovani

Le olimpiadi di Pechino stanno evidenziando un’Italia in grado di tornare alla posizione che le spetta nelle classifiche internazionali: ai primissimi posti.
Giovani dai nomi sconosciuti stanno facendo incetta di megaglie di ogni metallo, dando una concreta dimostrazione che volontà, sacrificio e serietà sono una miscela esplosiva in grado di raggiungere qualsiasi risultato. Sono la faccia di un’Italia pulita, leale, giovane, ansiosa di affrontare le difficoltà e risolverle.
Le donne in particolare sono in prima linea, a dimostrazione lampante che l’emancipazione femminile da noi ha fatto passi da gigante e non esistono più barriere ed obiettivi non raggiungibili per il gentil sesso.
Almeno fino ad ora abbiamo visto in azione quasi esclusivamente ragazzi e ragazze del nord, non certo per motivi antropologici, ma unicamente perché nel sud sono carenti gli impianti sportivi e la mentalità vincente.
Manca all’appello l’Italia multietnica del futuro, ma nei prossimi giorni, ne siamo certi, ci daranno grandi soddisfazioni anche i nuovi Italiani, figli delle immigrazioni che hanno fatto della nostra Patria la loro Patria.
Speriamo che tanta volontà di potenza sappia tracimare nella vita di ogni giorno e tanti giovani prendano esempio dagli atleti impegnati a difendere i nostri colori nei giochi e vogliano impegnarsi nelle loro attività: studio o lavoro, con la stessa grinta.
Se nel computo dei risultati ci lasciamo dietro la Russia  con i suoi 200 milioni di abitanti e non siamo eccessivamente distanti dagli stratosferici Stati Uniti significherà pur qualcosa: probabilmente che non siamo infiacchiti e decadenti come vogliono convincerci i nostri interessati interlocutori.
Coraggio, la ripresa italiana, nata sui campi sportivi, farà da catalizzatore ad un nuovo Rinascimento.
Basta crederci.

Il Roma 17 agosto 2008

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*L’amore al tempo della galera

Avrei voluto intitolare questo capitolo Il sesso nelle carceri poi sono stato attirato da questo titolo di derivazione cinematografica e ho deciso di adottarlo per discutere di quello che, a parere dei detenuti, quasi tutti molto giovani, è la privazione più grave: l’impossibilità di continuare a praticare una dignitosa affettività con le persone care, anche loro condannate, senza alcuna colpa, alla stessa pena e non vogliamo parlare solo di sesso negato, ma anche dell’impossibilità di continuare ad intrattenere un decente, anche se discontinuo rapporto, con i propri figli in tenera età, che sono sottratti per lunghi periodi da qualsiasi contatto col genitore.
Si tratta di un tema scottante, tale da suscitare imbarazzo e perplessità anche solo a parlarne, ma alcune nazioni, Svizzera, Spagna, Svezia lo hanno affrontato con coraggio ed hanno trovato delle soluzioni dalle quali prendere esempio.
L’argomento è talmente audace che si è voluto creare un termine ambiguo: affettività per aggirare la terminologia più esplicita di sesso, che potrebbe mettere subito in fuga moralisti e benpensanti.
Tutti riconosciamo che l’essere umano ha bisogno di affetto, tanto più quando viene a trovarsi in situazioni di disagio e senza dubbio la restrizione della libertà è una delle condizioni  più penose da sopportare.
Nella repressione degli affetti si verificano gravi deviazioni, comprese quelle sessuali. A questo proposito lapidario è il pensiero di Friedrich Nietzsche: "È noto che la fantasia sessuale viene moderata, anzi quasi repressa, dalla regolarità dei rapporti sessuali, e che al contrario diventa sfrenata e dissoluta per la continenza e il disordine dei rapporti." (Umano, troppo umano, I, n. 141).
Allora la soluzione va cercata in una politica illuminata che, nell’esecuzione della pena, privilegi  sin dall’inizio, se non è possibile l’uscita dal carcere, almeno l’incontro periodico coi propri cari e non il distacco netto e la drastica separazione, causa di infiniti problemi esistenziali, di relazione e interpersonali.
Nell’interno del carcere è opportuno creare degli ambienti, che pur rispondendo a tutti i requisiti di sicurezza, offrano al recluso ed ai suoi familiari dei momenti di intimità. Se un detenuto riesce a mantenere una rete solida di rapporti affettivi, oltre a tollerare di buon grado la pena da scontare, corre molti meno rischi di tornare a commettere reati, inoltre conserva un comportamento corretto, quando queste occasioni di incontri ravvicinati… sono subordinati ad un condotta assolutamente irreprensibile.
Prima di considerare gli incontri intimi bisogna valutare tutta una gamma di possibilità intermedie, che vanno dai colloqui gastronomici, la possibilità di consumare un pasto con parenti ed amici, alla facoltà per i familiari di partecipare a giornate particolari come il Natale o la Pasqua ed infine, molto importanti, gli incontri con i propri figli in tenera età, in ambienti opportuni e, se richiesta, con l’assistenza di psicologi ed operatori sociali.
Le sorprendenti scoperte di Reich ha dimostrato in maniera inequivocabile quanto la repressione sessuale generi violenza e come le istituzioni tendano a canalizzare l’esplosione di queste pulsioni primitive per utilizzarle nei conflitti bellici.
La violenza che si produce nelle carceri, impedendo anche solo la parvenza di un’attività sessuale, non giova a nessuno, certamente non alla società che si trova a ricevere individui incattiviti, nei quali cova l’odio e la vendetta, invece che la volontà di reinserimento.
La storia del carcere è lunga quanto quella dell’uomo, ma le segregazioni nell’antichità (Roma docet) e nel medio evo ripugnano la sensibilità moderna per le atrocità ed il costante utilizzo della tortura, per cui un’analisi storica sulla nascita dei sistemi penitenziari bisogna farla risalire alla nascita della società industriale ed all’accentuazione  dell’esercizio del potere dello Stato, in momenti dominati dalla cultura religiosa, che ha sempre dato al sesso una valenza particolare di demonizzazione.
Pensiamo alle  Lettere di San Paolo ai Padri della chiesa, ad Origene, a San Girolamo, a Sant’Agostino, fino ad Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino. Di conseguenza una soluzione al problema "affettività", intesa in particolare nella sua dimensione sessuale, deve cominciare necessariamente attraverso una critica storico culturale puntuale e puntigliosa. Dobbiamo  ripercorrere e rivisitare tutta la nostra tradizione culturale sull’argomento, ereditata in duemila anni di storia dell’Occidente,  che ha accompagnato ed influito sul concetto del sesso e del piacere in generale, vissuto costantemente come peccato, male necessario solo per la procreazione ed a salvaguardia della specie.
La cattolicissima Spagna o la democratica Svizzera da tempo consentono i "colloqui intimi" ed hanno ottenuto ottimi risultati.
In Italia per evitare che qualcuno confonda  le "stanze dell’affettività" con le "celle a luci rosse" è necessaria un rivoluzione culturale.  La  pena è privazione della libertà, ma non deve significare anche  distruzione degli affetti ed annullamento completo di una normale vita sessuale.
Naturalmente non bisogna considerare unicamente le esigenze di affettività degli uomini sposati o conviventi, trascurando i bisogni, impellenti ed improcrastinabili dei più giovani, che non hanno legami fissi, ma in compenso hanno ormoni in ebollizione e desideri difficile da placare. La masturbazione o l’omosessualità, i rimedi ai quali sono obbligati non sono certo la soluzione del problema.
Anche per loro bisogna predisporre un programma che tenga conto delle loro esigenze.
In Italia il meretricio è legale e sarebbe eccessivamente licenzioso pensare ad una cooperativa di prostitute che si convenzioni con le istituzioni carcerarie?
Vi sarebbe spazio anche per volontarie, moderne suffraggette pronte ad immolarsi per una giusta causa, eventualmente anche per fanciulle poco attraenti, in virtù del fatto che molti detenuti a seguito della lunga astinenza sarebbero pronti a tutto…
Naturalmente agli ammogliati sarebbe vietato accedere a questo servizio
Naturalmente la prestazione sarebbe a spese del recluso
Naturalmente sarebbe un evento sporadico molto dilazionato nel tempo.
Naturalmente potrebbero usufruirne solo quelli che osservano una condotta corretta.
Naturalmente tutti, politici ed opinione pubblica devono impegnarsi per risolvere lo spinoso problema.

Orizzonti Nuovi (come articolo) 31 agosto 2008

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Elogio dei mercatini

Da tempo ero interessato alla diatriba tra commercianti proprietari di negozi e gestori di mercatini più o meno organizzati, i quali negli ultimi tempi, segnati da una galoppante crisi economica, hanno visto aumentare vertiginosamente la loro clientela.
Le accuse sono precise e circostanziate: merci scadenti, spesso contraffatte, evasione fiscale, igiene ai limiti della decenza. A fronte di queste contestazioni innegabile è la possibilità di avere gli stessi prodotti a prezzi decisamente inferiori, una circostanza non trascurabile, che permette a moltissime famiglie di continuare a sopravvivere.
Fino ad ora la mia conoscenza del problema era basata sulla sporadica frequentazione del “mercatino dei vip”, come suole essere denominato il disordinato assembramento di bancarelle che ogni giovedì mattina prende possesso dei vialoni di accesso del Parco delle Rimembranze a Napoli, un gioiello di verde regalato alla città da un celebre cavaliere, senza macchia e senza paura. Attenzione non si tratta del rampante Berlusconi, ma del ben più carismatico Mussolini.
In questo allegro bazar di sapore medio orientale, allietato dalle stridule voci dei venditori, che rimembrano le antiche voci degli ambulanti partenopei, si vende di tutto ad eccezione degli alimentari, con la presunzione di inseguire le griffe alla moda imitate in maniera prodigiosa e spacciate per vere.
Il mercatino è frequentato da una folla allegra e ciarliera nella quale si distinguono le signore e signorine bene della città alla ricerca spasmodica del capo di moda firmato, poco conta se apocrifo, perpetuando con l’aiuto del falso l’antica abitudine di vestire all’ultimo grido.
Sono naturalmente finte signore dalle labbra rifatte e dalle movenze sguaiate, inconsapevoli protagoniste di un doloroso quanto irrefrenabile epicedio: il malinconico tramonto di una classe borghese che per secoli ha comandato ed oggi è sostituita da una casta prepotente e camorristica, volgare e sfacciata.
Amare circostanze della vita mi hanno condotto in una città del nord, dove in compagnia di Tania, un’affascinante fanciulla ucraina grande appassionata di shopping economico, ho avuto modo di frequentare numerosi mercatini, improvvisati da gente di colore o efficacemente organizzati con in vendita ogni genere di mercanzia. Ho avuto così modo di constatare l’estrema convenienza di alcuni prodotti. Ho visto gli shampoo di primarie marche offerti ad un euro, gli stessi in vendita, anche nei discount, ad una cifra 3 – 4 volte superiore. Camicette e magliette alla page, con impercettibili errori di manifattura quasi regalate, senza parlare degli alimentari e dei detersivi acquistabili da tutti.
Naturalmente questi prezzi stracciati, stupefacenti, sono dovuti all’assenza di spese di fitto, tasse e gabelle varie, ma soprattutto da una ridotta esosità da parte del venditore, che vuole vivere, non arricchirsi.
Benedetti mercatini siete l’ultimo baluardo contro la globalizzazione, un’isola felice lontana dall’egoismo e dalla frenesia del guadagno.
Grazie a nome di tante famiglie che sarebbero altrimenti ridotte alla fame.

La nostra Gazzetta (in ucraino come articolo) 23 ottobre 2008 pag. 18 – Il Mattino 25 ottobre 2008col titolo Elogio dei mercatini, tra le poche alternative al caro vita) La Repubblica 18 settembre 2008 (col titolo Quanto conviene il mercatino)

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*La squallida passerella delle vanità

Per rendersi conto della deriva umana e culturale della nostra società e del clima da basso impero che oramai appesta non solo i palazzi del potere, ma anche le sue squallide dependance costituite dai salotti pseudo letterari, dai circoli esclusivi, dalle feste alla page, dalle sussieguose presentazioni di libri del politico, del giornalista, della diva attempata in fregola di scrittura, basta frequentare per pochi giorni queste inutili manifestazioni di ebbrezza folle e di vacuo trionfo di volti freschi di lampada, labbra protrudenti e seni falsi sfacciatamente prorompenti.
L'estate è la stagione più propizia per questa instancabile tribù di affamati di fama, che passano senza sosta da una cerimonia di inaugurazione ad una cena di beneficenza, da un ballo nel locale in ad una porchettata agreste, rituali intervallati da una sosta pomeridiana nel caffè di grido, sempre in prima fila nella piazza di Capalbio o di Cortina o nella celeberrima piazzetta di Capri.
Sono mescolati i personaggi più strampalati, che sgomitano lungo il ripido e scivoloso percorso che conduce all'affermazione sociale.
Li riconosci senza problemi anche se non sei un lettore affezionato di Stop, Vanity Fair o Novella 3000, né un patito di Dagospia, li vedi l'uno a fianco dell'altro senza ritegno o ricordo di barriere sociali e culturali. Sono costantemente alle prese con almeno due telefonini e parlano nella stessa lingua e dello stesso argomento: il gossip, una moderna trasposizione linguistica del pettegolezzo e della maldicenza.
Un'umanità rumorosa ed instancabile che farebbe la gioia di un antropologo che potesse studiarli e catalogarli: il politico trombato, il nobile decaduto impenitente, il chirurgo plastico arrapato, le ex bellissime rifatte, il broker rampante, i falsi intellettuali in delirio di onnipotenza, gli aspiranti tronisti, i ginecologi rattoppafiche, gli scrittori senza lettori, i palazzinari voraci, i manager superammanigliati, i prelati presenzialisti, le veline sguaiatamente spogliate, le pornodive in abiti castigati, i millantatori dalla faccia di bronzo, i truffatori sfacciati, i bancarottieri sulla cresta dell'onda, gli impresari del nulla, i furbetti del quartierino di turno, i parrucchieri delle dive, i preti vanitosi, le escort slave mozzafiato, il cocainomane dal volto pallidissimo, il frequentatore di cerimonie, i vincitori del Grande fratello e dell'Isola dei famosi.
Con l'autunno si ringalluzziscono e si ripropongono indefessi alle presentazioni di libri, ai vernissage, alle sfilate di moda. Scalpitano per avere accesso ai salotti politico mondani culturali, dove obbediscono a defatiganti liturgie di iniziazione ed a ottusi protocolli autoreferenziali. Conoscono alla perfezione la tecnica del brindisi e l'assalto al buffet. Hanno la mascella volitiva ed il morso temerario, la rapida deglutizione e, meraviglia delle meraviglie, non mostrano la loro soddisfazione culinaria col rutto, ma con mielosi complimenti alla padrona di casa; di rado sono vittime di incidenti, il più comune il filo scivoloso della mozzarella o lo spaghetto birichino che fanno capolino nell'abisso di una scollatura.
Godono fino all'orgasmo nelle feste in maschera, nelle quali, ridendo a crepapelle, si scatenano in balli di gruppo e frenetici trenini. Conoscono un'aggiornata versione del baciamano, che dispensano con eguale profusione a signore d'annata e boriosi porporati.
La domenica pomeriggio hanno una sola ambizione: tifare all'escandescenza ed abbandonarsi al turpiloquio nella tribuna d'onore dello stadio olimpico.
Sono le vittime e nello stesso tempo gli artefici del declino della nostra civiltà, della Caporetto dell'educazione e del buon senso, abbacinati dal loro sogno di vanagloria ed affermazione che può offrire una società pagana e votata all'autodistruzione.

Il Mattino 1 dicembre 2008(col titolo Il nulla nascosto dietro le maschere della società opulenta)

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Immigrazione, sempre più gravosi i suoi costi sociali

Il vento della crisi economica planetaria comincia a divenire impetuoso e dopo il crollo delle borse comincia a far sentire il suo effetto deleterio con la perdita di milioni di posti di lavoro in tutta Europa.
Davanti a questa tragedia dirompente, che spinge verso gli abissi della povertà una parte sempre più cospicua della popolazione ben poco potranno rimediare le misure varate dai vari governi. La disoccupazione diverrà l'incubo non solo dei giovani in cerca di prima occupazione, ma anche di tanti che, bene o male, riuscivano a rimediare uno stipendio ed a portare avanti dignitosamente la famiglia.
Di fronte allo scenario apocalittico che sta per aprirsi sul nostro futuro diventa sempre più lecita ed accattivante la proposta, dettata dall'egoismo, di chiudere drasticamente le frontiere o almeno tentare seriamente di chiuderle. Sarebbe opportuno che al più presto il Parlamento vari una norma che vieti ad un'azienda di licenziare un lavoratore italiano se a coprire le stesse funzioni rimangono lavoratori stranieri; allo scopo di evitare che qualche padroncino voglia approfittare della crisi per conservarsi un dipendente non sindacalizzato e liberarsi di un rompiscatole, che vuole vedere riconosciuti i suoi diritti. Deve essere chiaro che gli immigrati devono rappresentare una risorsa, non un flagello per il mondo della produzione. Se volgiamo la nostra attenzione dall'Europa all'Italia ci accorgiamo che da noi si sono da anni agitate confusamente varie correnti di pensiero senza mai confrontarsi seriamente.
La voce della Chiesa, che ha sempre raccomandato caldamente di accogliere a braccia aperte chiunque venisse da noi in cerca di migliori condizioni di vita, certa che alla fine a sistemare le cose nel verso giusto ci penserà lo Spirito santo. Gli interessi dell'industria, soprattutto media e piccola, che collimano alla perfezione con quelli della criminalità organizzata, la più grande azienda del Paese in termini di capitali e di manodopera utilizzata, ai quali fa comodo un flusso disordinato di disperati disposti a lavorare a basso costo senza diritti sindacali o peggio ancora a divenire docile strumento dell'illegalità, dalla prostituzione allo spaccio di droga. I buonisti ad ogni costo, ai quali si è associata negli ultimi tempi anche la sinistra, che ha assunto sul problema un' atteggiamento estremamente accomodante ai limiti di un ipocrita ed irrealizzabile ecumenismo.
Alcune parole d'ordine hanno cominciato a circolare insistentemente sui mass media, dal Presidente della repubblica all'ultimo dei sindacalisti pieddini:" Gli immigrati si prendono cura delle persone a cui più teniamo, anziani genitori e bambini...., senza di loro la nostra economia si fermerebbe..., i loro contributi previdenziali ci permettono di percepire ancora le nostre pensioni". Verità sacrosante a differenza della favola che si adattano a fare i lavori che gli Italiani non vogliono più fare. Andate a spiegarlo ai nostri camerieri, ai nostri operai generici, alle nostre commesse, alle nostre baby sitter ed a tutti coloro che ora più che mai sono alla disperata ricerca di un'occupazione, qualunque essa sia, per poter sopravvivere. Sono un esercito di giovani e meno giovani toccato nei propri interessi vitali ben diversi da quelli dei ricchi, preoccupati unicamente che la colf, filippina o cingalese, indossi una bella divisa o sappia cucinare e servire a tavola.
Il peso sociale dei flussi migratori disordinati, che si sono abbattuti e si abbattono sempre più su di noi lo pagano esclusivamente gli abitanti dei quartieri poveri, costretti a sgomitare non solo per un posto di lavoro, ma anche per l'assegnazione di un sussidio, un letto in ospedale o l'iscrizione all'asilo nido. Mentre gli insediamenti degli zingari sono divenuti contigui ai quartieri popolari dove sicurezza ed incolumità fisica stanno divenendo una mitica chimera, tra accattonaggio aggressivo verso gli anziani e le donne, furti e borseggi con frequenza quotidiana. Tra gli immigrati che lavorano onestamente e sono la maggioranza si sono infiltrati i criminali più incalliti, incoraggiati dalle nostre leggi ottusamente permissive e dalla nostra giustizia, che dire che è allo sfascio è fargli un complimento.
Lo dimostrano i dati diffusi dalle autorità: un reato su tre è compiuto da stranieri e solo una percentuale irrisoria arriva ad una condanna, nonostante abbiano intasato con la loro presenza e reso invivibili le nostre carceri. Si tratta di una tematica scottante, un drammatica guerra tra poveri sulla quale la Lega ha costruito la sua fortuna e la sinistra è naufragata miseramente alle elezioni. Un problema che fa tremare i polsi, che mette in dubbio il nostro futuro e che purtroppo non ha facili ed indolori soluzioni.

Il Mattino 15 dicembre 2009

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*Obiezione di coscienza: diritto o prevaricazione?

La 194 del 22 maggio 1978, ufficialmente legislazione in difesa della maternità, in pratica normativa che regola l’interruzione volontaria della gravidanza, introdusse la facoltà per il personale medico e paramedico di esercitare l’obiezione di coscienza, una possibilità della quale usufruirono una percentuale preponderante degli aventi diritto e non solo, ricordo infatti che nell’ospedale dove lavoravo i primi due colleghi che si precipitarono in direzione sanitaria furono due oculisti!
La legge, frutto all’epoca di un ipocrita compromesso tra cattolici e forze di sinistra, ha compiuto trenta anni di vita, mostra vistose incongruenze che il tempo ed alcune scoperte scientifiche hanno accentuato e necessita urgentemente di alcune modifiche, in primis la possibilità di scelta del medico da parte della paziente.
Un argomento scottante, che cerco da tempo di far giungere, se non nelle aule parlamentari, almeno sui mass media per un confronto sereno tra idee contrastanti, ma in questo articolo vorrei concentrare la discussione unicamente sul problema dell’obiezione di coscienza, segnalando ai lettori due mie contributi recenti, che sono stati pubblicati sui due principali quotidiani del Paese: la Repubblica ed il Corriere della sera.

Egregio dottore, l’obiezione di coscienza è un diritto sacrosanto, previsto in molte legislazioni europee, che permette ai sanitari di non avere una parte attiva in prestazioni mediche contrarie ai propri principi morali.
Lentamente questa facoltà è stata allargata a dismisura, dando luogo a comportamenti paradossali, come il portantino che non vuole accompagnare una paziente che deve sottoporsi ad interruzioni di gravidanza o il farmacista che si rifiuta di vendere la pillola del giorno dopo, nonostante la presentazione della ricetta ed il farmaco sia regolarmente registrato nella farmacopea. Senza tenere conto dell’obiezione dichiarata per non inimicarsi il direttore sanitario o il protettore politico, uno squallido prosseneta che tutti coloro che esercitano in strutture pubbliche sono costretti ad avere. Molti per quieto vivere o vigliaccheria dimenticano che la coscienza quando non è d’accordo con una legge ritenuta sbagliata o un sentenza avversa quando si è innocenti deve essere pronta a ribellarsi, a costo di essere perseguitati, di non fare carriera, di perdere il lavoro, gli amici, la libertà, al limite anche la vita. Troppo facile l’obiezione che fa pagare ad altri il costo di una scelta comoda, ma in questi casi non si tratta di coscienza, ma di una pallida parvenza di morale ipocrita e menzognera.

La Repubblica - 19 dicembre 2008

Caro Romano,
in riferimento alla lettera sull’obiezione di coscienza negli Stati Uniti, vorrei precisare che essa, come in Francia, Spagna e Inghilterra, è del tutto ininfluente perché le interruzioni di gravidanza avvengono la gran parte in cliniche private. Una situazione diametralmente opposta a quella dell’Italia dove una legge vecchia, frutto di un difficile compromesso, permette l’aborto solo nelle strutture pubbliche, per cui l’obiezione di coscienza, spesso fasulla, incide pesantemente sui tempi di attesa, esasperando le donne, già costrette ad una scelta sofferta e difficile.

Corriere della Sera – 12 aprile 2009

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Aumentano le vittime della società consumistica

L'altro giorno un barbone è stato trovato assiderato alla stazione di Napoli. Era privo di documenti, dimostrava un' età relativamente giovane, sosterà all' obitorio nella vana attesa che qualcuno riconosca il suo misero cadavere, poi finirà in una triste fossa comune assieme ad altri sconosciuti senza patria e senza nome. I barboni aumentano di numero anno dopo anno e nelle loro fila si trovano ora anche personaggi inaspettati: professionisti smarriti dopo una crisi coniugale, commercianti strangolati dal pizzo e dall' usura, deboli di spirito travolti da una storia d' amore naufragata, da una malattia, dalla perdita del lavoro; tutti accomunati dall' impossibilità di reggere i ritmi serrati di una società consumistica dalla sfrenata competitività. Rappresentano un residuo di arcaiche povertà, un imprevedibile esito della modernità. Un brutto giorno precipitati nella solitudine e nella miseria, diventano invisibili per gli amici, per i conoscenti, per gli stessi parenti, bastano pochi mesi e la strada come casa si trasforma in una voragine senza ritorno. Sonnecchiano sulle panchine dei giardini pubblici o stesi sui cartoni per difendersi dall' umido che penetra nelle ossa; di notte, tutti assieme, pigiati spalla contro spalla, nelle sale d' attesa delle stazioni non tanto per dormire, quanto per difendersi dalle aggressioni gratuite divenute frequentissime. Qualcuno conosce dei luoghi segreti confortevoli, come alcuni corridoi delle Asl o la sala di lettura di una biblioteca, dove si può utilizzare anche il bagno. Chi ricorda la storia di Beniamino Pontillo, che passò una vita nei saloni della Posta centrale di Napoli, scrivendo centinaia di lettere di proteste e di proposte, molte puntualmente pubblicate, ai quotidiani locali? Anche a guardarli sembrano tutti eguali: radi capelli precocemente incanutiti, pochi denti malfermi, la pelle incartapecorita e un corpo devastato dall' età indefinibile, vestiti a brandelli e un puzzo devastante che si sente a distanza. Da tempo sono divenuti gli ultimi tra gli ultimi, disperatamente in coda ai più disperati, più dimenticati degli zingari, dei drogati, degli alcolizzati o degli extracomunitari clandestini, divenuti, soprattutto se islamici, i preferiti dei parroci e delle decrepite signore d' annata delle associazioni benefiche. Se minacciati chiedono aiuto alle forze dell' ordine, vengono nel migliore dei casi ignorati, ma più spesso dileggiati, spintonati e malmenati. Nei dormitori vi è una lista d' attesa chilometrica e si può soggiornare solo per tre giorni durante le ore notturne, mentre fuori imperversa implacabile un freddo omicida. La strada diventa così una soluzione obbligata per decine di migliaia di barboni, costretti a sopravvivere in condizioni da incubo. Come potremo continuare a dormire beati nei nostri letti con il pensiero che tanti nostri simili, solo più sfortunati di noi, devono arrangiarsi, avendo come tetto il cielo e come giaciglio la pubblica strada.

La Repubblica N 24 dicembre 2008

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La solitudine flagello per gli anziani

La solitudine che affligge gran parte delle persone anziane, costrette nelle nostre metropoli dal polverizzarsi delle famiglie a vivere da sole, è una delle condizioni più crudeli che possano essere riservate ad un essere umano.
Non potere più fare affidamento, per scambiare una parola, su amici e parenti, perché lo scorrere inesorabile del tempo ha creato il vuoto intorno, facendo sparire l'uno dopo l'altro tutti gli alberi di quella grande foresta che è stata la nostra vita, viene percepito distintamente come una condanna peggiore della stessa morte.
Non vi è sorte più triste per chi invecchia lentamente, dopo aver lasciato il lavoro, ritrovarsi da solo in un tempo infinito nel quale non vi sono più incontri, dialoghi, appuntamenti.
Trascorrere ore ed ore davanti alla televisione senza la compagnia di un parente, un amico, un semplice conoscente con il quale potersi scambiare una parola o ripercorrere assieme un ricordo, un tassello di una lunga esistenza giunta al capolinea.
Esistenze urbane senza speranza che aumentano sempre più per l'innalzarsi della vita media e per la crisi irreversibile del modello i famiglia patriarcale, costrette, sulla soglia della morte, ad un'interminabile agonia fatta di malattie e di noia, ma soprattutto di una solitudine disperata di chi viene inghiottito nel nulla, dimenticato da tutti.

Il Mattino 13 gennaio 2009

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*I confini della vita

Gentile direttore,
arduo è il quesito sull’inizio della vita, ma quanti si interrogano su quando la vita finisca? Fortunatamente della problematica la Chiesa non se ne è mai interessata e questo disinteresse ha favorito il progresso della scienza dei trapianti, a differenza delle tecniche di fecondazione assistita o dell’aborto, che cozzano contro il dogma dell’animazione coincidente con la fecondazione, sancito nel 1869 da Pio IX nella”Apostolicae sedis”. A questa conclusione si è giunti dopo che sulla spinosa questione si erano espressi tutti i maggiori studiosi cristiani, da Tertulliano a S. Agostino, fino a giungere a S. Alberto Magno, che candidamente asseriva che il maschio possedeva un’anima dopo 40 giorni dal concepimento, mentre la donna dopo 90 e S. Tommaso d’Aquino, sul cui pensiero si fonda la teologia e l’etica cristiana, che sosteneva la tesi dell’animazione ritardata, prima della nascita, ma molto tempo dopo la fecondazione.
Non mi dilungo perché vorrei invitare a meditare sul preciso momento della morte. Pochi sanno che il cuore adoperato per un trapianto è perfettamente pulsante, anche se il vecchio proprietario ha il cervello che non funziona più (elettroencefalogramma piatto). Una situazione identica a tanti ricoverati da anni, senza speranza, nei nostri centri di rianimazione, anche loro con il cervello distrutto, ma con un cuore o i polmoni malandati che non interessano per un trapianto. Se a questi soggetti asportassimo il cuore senza utilizzarlo sarebbe eutanasia? E come mai non lo è se l’organo serve per un trapianto? Alcune cellule resistono alla mancanza di ossigeno più delle altre, ad esempio le cellule pilifere vivono fino a 6 giorni dopo la morte ufficiale, anche dopo il seppellimento del corpo. In caso di morte traumatica in un giovane è impressionante, vegliando il cadavere, scoprire che al mattino ci vorrebbe il barbiere.
La delicata linea di confine tra l’inizio e la fine della vita mal si presta ad essere delineata con precisione, se si vuole trovare una risposta unicamente biologica, che non può soddisfare pienamente. Una verità difficile da accettare per il laico, che non voglia travalicare nella scienza come dogma. Un argomento che diverrà sempre più scottante, che ha costituito per oltre trent’anni per il sottoscritto, come medico e come libero pensatore, oggetto di studio e riflessione, senza speranza oramai di una risposta soddisfacente e definitiva.

Il Mattino 6 febbraio 2009

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La crisi della famiglia di oggi

La solitudine che affligge gran parte delle persone anziane, costrette nelle nostre metropoli dal polverizzarsi delle famiglie a vivere da sole, è una delle condizioni più crudeli che possano essere riservate ad un essere umano.
Non potere più fare affidamento, per scambiare una parola, su amici e parenti, perché lo scorrere inesorabile del tempo ha creato il vuoto intorno, facendo sparire l'uno dopo l'altro tutti gli alberi di quella grande foresta che è stata la nostra vita, viene percepito distintamente come una condanna peggiore della stessa morte.
Non vi è sorte più triste per chi invecchia lentamente, dopo aver lasciato il lavoro, ritrovarsi da solo in un tempo infinito nel quale non vi sono più incontri, dialoghi, appuntamenti.
Trascorrere ore ed ore davanti alla televisione senza la compagnia di un parente, un amico, un semplice conoscente con il quale potersi scambiare una parola o ripercorrere assieme un ricordo, un tassello di una lunga esistenza giunta al capolinea.
Esistenze urbane senza speranza che aumentano sempre più per l'innalzarsi della vita media e per la crisi irreversibile del modello i famiglia patriarcale, costrette, sulla soglia della morte, ad un'interminabile agonia fatta di malattie e di noia, ma soprattutto di una solitudine disperata di chi viene inghiottito nel nulla, dimenticato da tutti.

Il Napoli 12 febbraio 2009

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Ventotto anni per una sentenza

Ho letto la protesta del lettore che si lamentava di una sua causa durata nove anni (Corriere, 18 febbraio). Vorrei segnalarvi una mia contestazione per morivi di lavoro in iniziata nel 1978 davanti al Tar di Salerno e durata «solo» 28 anni, dopo i quali l’Asl competente non ha ancora espletato le procedure per il Tfr e la pensione. Fortunatamente all’inizio della diatriba avevo solo trent’anni.

Corriere della Sera 24 febbraio 2009

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Futurismo chi arrivò primo

Ho letto più volte, prima la direttrice del Pan e poi il prof. Antonio Saccone, affermare che a Napoli, sulle pagine del Pungolo, il Manifesto del Futurismo era stato pubblicato in anticipo rispetto al Figaro, che lo rendeva noto il 20 febbraio 1909. Incuriosito ed allo scopo di dare risalto alla notizia, ho diligentemente consultato all’emeroteca Tucci tutte le copie di gennaio e febbraio del glorioso giornale, senza trovare alcuna traccia di quanto riferito, per cui, in omaggio alla verità storica posso affermare trattarsi di una leggenda che vari autori tramandano senza controllare la verità.

Il Mattino 7 marzo 2009

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Una normativa anacronistica

Soltanto in Italia una legge paradossale, risalente al ventennio, prevede la possibilità di notificare un’opera d’arte, sia essa una scultura o un dipinto, come pure un libro o un palazzo di particolare pregio storico o architettonico.
Notificare significa che lo Stato giudica quel manufatto di interesse nazionale e ne vieta il trasferimento all’estero, per cui se esso viene posto in vendita, tramite una trattativa privata o in un’asta, il legittimo proprietario deve informare la sovrintendenza della sua intenzione e l’acquirente compra con l’alea che, se entro 90 giorni, viene esercitato il diritto di prelazione, non può entrare in possesso di ciò che ha comprato.
Naturalmente il divieto di esportazione e la procedura da rispettare intimoriscono il potenziale compratore, il quale deve appalesarsi pubblicamente e sviliscono in maniera tangibile il valore venale dell’ opera con grave nocumento degli interessi del venditore. In Europa esiste, come imperativo categorico, la libera circolazione per ogni tipo di merce, nonché per i lavoratori ed i capitali, che possono trasferirsi liberamente dove ritengono più opportuno e conveniente, per cui è lampante che la normativa italiana è in stridente contrasto con lo spirito che anima tutte le legislazioni comunitarie.
In Italia è presente circa la metà del patrimonio artistico mondiale, ma questa circostanza non può autorizzare lo Stato a prolungare la vita a leggi che non hanno più diritto di cittadinanza in uno spazio di libertà assoluto come da tempo è quello europeo.
Nella mia veste di avvocato mi appresto a presentare presso la Corte Europea un esposto affinché ci sia una pronuncia sulla questione, ma sarebbe opportuno, allo scopo di evitare una condanna dello Stato italiano, che qualche parlamentare di buona volontà si faccia carico di una proposta di legge che abolisca una norma anacronistica ed eccessivamente protezionistica.
Gian Filippo della Ragione

Il Riformista 8 marzo 2009

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Anche la Tim fa brutti scherzi

Gentile dottor Lubrano,
ho acquistato una chiavetta Tim per collegarmi ad internet dal portatile, un contratto biennale di 40 euro al mese per 100 ore di navigazione ogni 30 giorni. Avevo preventivamente chiesto se la zona dove avrei adoperato la chiavetta era coperta e mi era stata assicurata la possibilità dì utilizzarla 24 ore su 24; viceversa non solo è estremamente difficile il collegamento, con il segnale che spesso cade dopo pochi secondi ma addirittura, (una vera truffa), ogni tentativo di connessione, anche fallito, preleva 15 minuti dalle 100 ore disponibili. Inoltre la Tim ha la pessima abitudine di inviare messaggi banali e non richiesti durante le ore notturne. Tengo acceso sempre il cellulare (sono un medico) e non è piacevole nel cuore della notte essere risvegliati da un bìp che ci informa che la ricarica è stata effettuata o che possiamo usufruire di tariffe particolari per spedire dei messaggi.
Anche la Tim, come qualche altro gestore telefonico, fa brutti scherzi. Il nostro lettore segnala tre precise scorrettezze(e sono generoso a definirle così) a cui sarebbe opportuno e onesto che la Tim desse una circostanziata risposta.

Il Mattino 1°  aprile 2009

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Obiettori di coscienza Le leggi sull’aborto

Caro Romano,
in riferimento alla lettera sull’obiezione di coscienza negli Stati Uniti, vorrei precisare che essa, come in Francia, Spagna e Inghilterra, è del tutto ininfluente perché le interruzioni di gravidanza avvengono la gran parte in cliniche private. Una situazione diametralmente opposta a quella dell’Italia dove una legge vecchia, frutto di un difficile compromesso, permette l’aborto solo nelle strutture pubbliche, per cui l’obiezione di coscienza, spesso fasulla, incide pesantemente sui tempi di attesa, esasperando le donne, già costrette ad una scelta sofferta e difficile.
Si tratta di un’osservazione interessante. Ma negli Stati Uniti, dove alcune Chiese ed i movimenti antiabortisti esercitano forti pressioni sui medici, il problema probabilmente esiste. Non vedo tuttavia come un governo, federale o statale, possa proibire l’obiezione di coscienza .La Corte Suprema degli Stati Uniti approvò l’aborto perché la sua interdizione avrebbe violato il diritto della donna alla tutela della sua sfera privata. Gli stessi argomenti valgono, mi sembra, per l’obiettore di coscienza.

Corriere della Sera – 12 aprile 2009 (già segnalata in precedenza nella lettera Obiezione di coscienza: diritto o prevaricazione?)

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Carceri dentro e fuori

Il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Franco Ionta ha di recente presentato il piano del governo per far fronte all'emergenza carceraria, che da tempo ha superato abbondantemente il livello di guardia straripando in un marasma ingovernabile con un numero di reclusi superiore di oltre ventimila unità la capienza massima. La notizia è di quelle che possono senz'altro essere accolte con soddisfazione, con la speranza che trovi quanto prima attuazione e che l'opinione pubblica, presa da altri problemi, non si dimentichi dell'urgenza della questione in campo.
A giorni, mentre gran parte della popolazione partirà per le vacanze, nelle celle, dove stipati come bestie sono ammassati i detenuti, la temperatura supererà costantemente i 40 gradi centigradi: questo, negli stessi ambienti, privi di vetri alle finestre, nei quali durante l'inverno si gelava dal freddo.
Com'è noto, gran parte delle strutture carcerarie italiane sono fatiscenti e collocate in antichi monasteri, conventi o seminari, come se lo Stato avesse volto delegare all'aura di sacralità di quei luoghi il compito, inevaso, di influire positivamente sulla rieducazione e sul recupero dei reietti. Né più né meno di ciò che è successo a Napoli, dove è impossibile non notare lo stridente contrasto tra il nome altisonante o romantico e delicato di alcune strade e lo squallore che le circonda.
Ad esempio, appaiono grotteschi o beffardi gli indirizzi di Secondigliano per gli abitanti di quel quartiere, costretti a vivere gomito a gomito con la criminalità organizzata. La più grande piazza per lo spaccio della droga d'Europa confina con II posto delle fragole o II giardino dei ciliegi, mentre le vedette della camorra si stagliano prepotenti in via La Certosa di Parma, Viale Resistenza o I racconti di Pietroburgo. A Ponticelli, altro Bronx invivibile, si passeggia in strade desolate che richiamano un lontanissimo mondo di favola, da via Walt Disney a via Marilyn Monroe o viale Fratelli Grimm. Come se i nostri incauti amministratori avessero voluto affidare ad un'improbabile toponomastica il compito improbo di rendere quei luoghi inospitali, vivibili e civili. E come se questo bastasse a tranquillizzare la coscienza.
Tra le novità del piano vi è anche la proposta di utilizzare delle navi, attraccate nei porti, come carceri galleggianti. Una soluzione che avrebbe il vantaggio di essere rapidamente esecutiva. Dopo aver sfruttato per tanti anni le isole, da Procida all'Asinara, senza mai raggiungere la fama funesta di Alcatraz, perché non seguire questa linea solo apparentemente rivoluzionaria, essendo stata già prescelta da altre nazioni? Anche l'ipotesi di far lavorare i galeotti nei lavori di ristrutturazione delle celle solo a prima vista può apparire romantica, tenendo conto delle notevoli valenze educative.
Ma l'idea più dirompente è quella basata sulla vendita delle vecchie e famigerate strutture penitenziarie, situate spesso nel centro della città, a società immobiliari decise a trasformarle in alberghi lussuosi o in centri commerciali, collaborando in cambio alla costruzione di nuove carceri con criteri di efficienza e modernità.
Una soluzione vincente che permetterà un giro dell'orrido, ripercorrendo i padiglioni di Poggioreale, un via vai di pellegrini a Regina Coeli, dove Giovanni XXIII recitò messa o nella cella di Vallanzasca a San Vittore, nella quale il fascinoso bandito usava pasteggiare a caviale e champagne.

Corriere del Mezzogiorno 20 maggio 2009 – Il Mattino 29 maggio 2009 (col titolo Carceri pronte ad esplodere: c’è un piano da attuare)

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Un flagello ubiquitario: writers da debellare

Da  tempo le mura private e pubbliche di tutte le città italiane sono umiliate da scritte demenziali e disegni osceni e lo stesso dicasi delle carrozze ferroviarie, delle statue e dei monumenti anche i più famosi, imbrattati da vernici colorate, che penetrando in profondità creano danni irreversibili. Una situazione intollerabile, sconosciuta all’estero, dove tali scempi non solo non sono tollerati, ma nemmeno immaginabili.
Alcuni cattivi maestri, che si credono critici d’arte, hanno in passato tessuto le lodi di questa arte povera ed espressiva ed hanno cercato di spiegarci che si trattava di pittori incompresi, una fandonia alla quale stesso loro non credevano, ma blateravano in giro queste idiozie per mostrarsi alla page e anticonformisti.
Questa scriteriata devastazione deve essere fermata al più presto e per farlo, in attesa di una auspicabile normativa che preveda pene esemplari per i writers, basterebbe applicare la legge, imputando i trasgressori di danneggiamento aggravato e, quando molto spesso agiscono in gruppo, prevedere anche l’ipotesi dell’associazione a delinquere, che permette l’arresto, un escamotage ben noto alla magistratura quando vuole eseguire dei provvedimenti con grande risalto mediatico.
Non dovrebbe essere difficile raggiungere lo scopo, gli avversari da battere sono semplicemente dei giovani disadattati, non certo pericolosi criminali, per cui una eventuale sconfitta contro tali scalcagnati personaggi rappresenterebbe per le istituzioni una cocente sconfitta e la lampante dimostrazione di non saper gestire nemmeno l’ordinaria amministrazione.

Il Mattino 5 giugno 2009

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Nelle grotte di Santa Lucia si respira ancora l’amore

La grotta di Piedigrotta è stata per secoli, forse millenni, teatro di pratiche orgiastiche in onore di Priapo, che periodicamente impegnavano giovani di entrambi i sessi, i quali davano libero sfogo alle loro più elementari pulsioni con innegabili benefici per il corpo e lo spirito. Il buio della caverna faceva cadere ogni inutile inibizione e alimenti energetici venivano in soccorso ai maschi impegnati in defatiganti amplessi (la famosa sfogliatella dalla forma che rammenta il pube femminile era il viagra dell’epoca).
Con l’avvento del Cristianesimo questi costumi scostumati sono stati incanalati in una più tranquilla festività a cadenza annuale, durante la quale gli istinti repressi potevano sfrenarsi in balli e strusciamenti reciproci; nasce la famosa Piedigrotta napoletana, assassinata negli anni Settanta del secolo scorso dal traffico caotico della città e da amministratori miopi e sconclusionati. Erano feste memorabili, che duravano fino a quindici giorni, durante le quali, al passaggio dei mastodontici carri allegorici, era permesso un po’ di tutto: urlare, sbracciarsi, calare coppoloni in testa a tipi “soggetti”, esercitare vigorosamente la mano morta su sederi di tutte le età, pur senza trascurare eventuali seni generosamente esposti, dimenticando in tal modo le angustie quotidiane. L’antico spirito greco della festa, nata tra venerazioni priapiche e sfrenate danze liberatorie, sembrava rivivere nel popolo festoso, esaltando lo spirito trasgressivo e godereccio dei napoletani.
Meno famose della celebre sorella sono le grotte Platomonie, poste lungo il litorale dell’antico borgo di S. Lucia ed oggi, in parte abbandonate o vergognosamente trasformate in garage, che potrebbero dare un sollievo allo scottante problema del parcheggio, ma da anni al centro di una diatriba (truffa) infinita tra squallidi speculatori ed una giunta comunale collusa ed incapace.
Questi anfratti sono il prodotto erosivo dell’acqua sulla roccia nel corso del tempo e derivano il loro nome dal greco  platamon. Alcune furono adoperate per l’allevamento delle murene, ma la loro fama è legata ad un particolare rito orgiastico, che si svolgeva più volte all’anno e consisteva nell’incontro tra una menade incoronata da un’alga marina ed uno jerofante agghindato da uomo pesce che la fecondava.
A partire dal Quattrocento il rituale subì una sorta di legalizzazione ed i due officianti erano freschi sposi che consumavano il matrimonio alla presenza dei membri di una setta, che accompagnavano la deflorazione con ritmiche cantilene e preparavano un’atmosfera adeguata bruciando essenze profumate inebrianti in tripodi ornati di falli alati del tipo di quelli che gli scavi di Pompei porteranno alla luce secoli dopo.
Nelle deliziose grotte Platamonie  per rinfrescare gl’immensi ardori dell’estate, passeggiavano quinci e si riparavano con spessi e sontuosi conviti, ricevendo dispogliati la grata aura e il desiderato fiato di ponente, e nudi tra le chiare onde a nuoto si difendevano dal noioso caldo". Benedetto di Falco, secolo XV.
"Quivi, come narrasi, la gente allegra e spensierata accorreva a banchettare e a darsi spasso; finché i sollazzi mutati, poscia, in orge scandalose, resero quei luoghi dei sozzi postriboli". Loise de Rosa, 1452.
Vari autori ci raccontano che oltre a rituali i luoghi erano adoperati anche per ammucchiate che di iniziatico avevano ben poco. Anche la malavita cercava di usufruire di un nascondiglio sicuro per nascondere merci di contrabbando e mal tollerava l’utilizzo con finalità erotiche delle grotte, per cui fece giungere al viceré don Pedro da Toledo notizia delle orge scandalose che vi si svolgevano. Il risultato fu la distruzione delle stratificazioni più profonde e la chiusura di tutte le altre. Al medesimo viceré si deve l'ampliamento cinquecentesco che per la prima volta inglobò all'interno delle mura il monte Echia, ancora in epoca aragonese fortezza militare siti Perillos, propaggine esterna della città.
Ma dove si sono ripetuti a lungo riti intrisi di tradizione e di mistero e si è scatenata incontenibile la furia erotica, i luoghi restano impregnati da forze che molto lentamente decantano ed a nulla valse murare le grotte più profonde adibite alle congiunzioni carnali più folli e scatenate; dal sottosuolo emanano sedimentazioni energetiche, viscerali, piroclastiche, telluriche, sibilline e più volte sarà capitato a qualche signora o signorina, passeggiando per via Chiatamone, senza capirne il motivo, di avvertire chiaramente un dolce, improvviso, irrazionale, irrefrenabile desiderio di sesso più che di amore.

Il Mattino 7 giugno 2009

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Applicare la legge 194 anche nelle cliniche

Vorrei aggiungere alcune considerazioni nel dibattito scaturito su Salute sull'obiezione di coscienza prevista dalla legge 194. In Italia l'applicazione della legge è di fatto paralizzata dall'altissima percentuale di obiettori sia tra i medici che nel personale parasanitario, una facoltà adoperata spesso per motivi utilitaristici. Nel resto del mondo l'interruzione di gravidanza può essere praticata non solo in ospedale, ma anche in clinica privata, per cui l'obiezione ai coscienza, dovunque molto frequente, non influenza minimamente i tempi di attesa.
Tra le modifiche da apportare alla legge...si impone perciò la possibilità di abilitare all'esecuzione delle interruzioni anche tutte le strutture private che ne facciano richiesta.
Ne guadagnerebbero tutte le donne che vivono l'esperienza come un trauma profondo, e sono la maggioranza, aggravato da interminabili attese, da interrogatori inquisitori e da un'atmosfera poco serena in momenti particolarmente delicati.

Salute, supplemento settimanale di La Repubblica 11 giugno 2009

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Pericolo intolleranza

La vittoria in tutta Europa della destra, ma soprattutto di partiti xenofobi come la Lega, fa temere un’ondata di intolleranza non solo verso gli immigrati, ma anche verso quella vasta categoria di emarginati, che la crisi economica galoppante ha aumentato vistosamente di numero. Si pontifica sulla pericolosità sociale di questi soggetti, che avrebbero inquinato con la loro presenza la tranquillità delle nostre città, grandi e piccole. Si dimentica che le prostitute, gli emigranti, i rom, i clochard, i disoccupati con la loro scia di piccoli reati dovuti alla disperazione non sono una novità e sono sempre stati una presenza abituale nella nostra civiltà, come ci rammentano, artisti, registi e scrittori. Non sono mai esistite e mai esisteranno società costituite solo da belli e buoni, onesti e ricchi, felici e realizzati. Dobbiamo tutti impegnarci affinché l’intolleranza e la xenofobia non abbiano il sopravvento, dobbiamo imparare a confonderci con l’alieno e ad assimilarlo, così che possa nascere una nuova società più giusta e con meno marcate differenze.

Il Napoli 12 giugno 2009

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*Arrivederci Arturo

Improvvisamente è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari Arturo Capasso, scrittore e giornalista, ma soprattutto uomo buono, amato da tutti. Laureato in Scienze politiche si era dedicato per anni alla gestione del negozio di famiglia, uno dei più importanti della città nel commercio dei tessuti, ma la sua passione era stata sempre la scrittura. Le sue ricerche ed i suoi viaggi in terre lontane erano iniziati nel 1956, quando si imbarcò su una nave mercantile diretta verso l’India. Passò poi lunghi periodi in Svezia ed in Unione Sovietica, dove usufruì di una borsa di studio dell’università di Mosca. Nacquero così i suoi primi saggi di natura sociologica e la sua fama di sovietologo, che gli permise di compilare alcune voci per l’Enciclopedia Minerva. Si dedicò poi attivamente al giornalismo come inviato speciale collaborando con numerose riviste. La sua firma compare su una miriade di testate, di respiro nazionale come Gente e di nicchia come La Nostra Gazzetta, l’unico periodico in lingua russa che si pubblica in Italia e Scena Illustrata di cui è stato anche condirettore. Parlava correttamente svariate lingue ed aveva licenziato alle stampe vari libri e negli ultimi anni aveva raccolto i suoi scritti in una trilogia: Cose antiche e cose nuove, Pensieri in corso, Piano Concerto, oltre al saggio Comprendere e l’ultima fatica Il mio Gesù. Convertitosi al web era infaticabile nel commentare, con garbo ed acuto spirito di osservazione, le tante sfaccettature dei difficili tempi che viviamo. Aveva un culto per l’amicizia da gentiluomo d’altri tempi e mancherà ai tanti che gli hanno voluto bene ed hanno potuto godere delle sue colte conversazioni e che da oggi saranno più poveri e più soli. Credeva in Dio sinceramente e la fede gli è stata di conforto in questi ultimi tempi che un male subdolo lo aveva ghermito. Arrivederci Arturo, ci rivedremo e continueremo per l’eternità le nostre discussioni lì dove non esiste il tempo e gli animi sono dediti solo alle cose belle.

La nostra Gazzetta (in ucraino) 2 luglio 2009

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Uomini peggio delle bestie

La dimostrazione più lampante della cattiveria degli uomini riceve una conferma annuale quando, all’approssimarsi dell’estate, decine di migliaia di mascalzoni decidono di abbandonare il compagno fedele di tante giornate passate allegramente assieme sul bordo di una strada o in un triste canile, squallido ed affollato.
In un pomeriggio di giugno o luglio, prima di partire per le vacanze, lo  spietato padrone fa salire in macchina il cane e parte senza indugi. Fido, possiamo chiamarlo così, perché tutti i quattro zampe abbaianti sono fedeli ed affezionati, scodinzola felice ed è certo che vuoi ricambiare le tante attenzioni dimostrate, dal proteggere il tuo incerto territorio alle tante manifestazioni di amicizia, affetto e lealtà, portandolo al parco a giocare, a tirargli lontano una palla che lui ti porta premuroso indietro o a farlo correre contento tra piante e fiori. Invece tu lo stai conducendo in aperta campagna dove conti di abbandonarlo: fermi la macchina, ti accosti un attimo, lo fai scendere e poi sgommi via. Come il peggiore degli uomini, ma possiamo chiamarti così, certo non sei una bestia come il tuo cane sei molto peggio.
Ci sono poi dei figuri dalla faccia tosta più della pietra, che si presentano ingenuamente ai canili e raccontano le bugie più strampalate:”Il medico ha detto che il bambino è allergico al pelo”,”Ci stiamo trasferendo in una casa più piccola e non c’è più posto per lui”,”Ha morso un estraneo ed abbiamo paura”, “Ho trovato questo cane per strada, è molto bello vorrei tenerlo, ma non posso, per cui ho pensato di portarlo da voi, invece di lasciarlo al suo destino” e si allontanano fischiettando, ma il cane impaurito comincia ad abbaiare disperato”; molti allungano il passo, altri sfrontati replicano.” In un attimo si stava già affezionando”.
E tornando a casa pensano di aver risolto alla grande il problema, rammaricati solo di non poter sistemare così facilmente il nonno o la suocera prima di partire: l’ospizio non li ha voluti e ad abbandonarli per strada non se la sentono proprio.

Il Napoli 6 luglio 2009

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Una rivoluzione pacifica ma necessaria

La crisi finanziaria che ha messo in ginocchio il mondo è stata affrontata da tutti i governi in maniera paradossale, credendo di poter curare il debito creandone uno nuovo, ancora più grande, alle spalle dei cittadini, già truffati dai banchieri e sui quali grava il peso della catastrofe economica in termini di disoccupazione, minor potere di acquisto e massima incertezza per il futuro.
Si spera di far ritornare tutto come prima, consumando senza ritegno, distruggendo l’ambiente ed esaurendo le risorse naturali, incuranti di un miliardo di uomini costretti alla fame ed alla disperazione.
Due eventi di questi giorni, apparentemente distanti, scandiscono la gravità del momento e l’errore di metodo nell’affrontarlo: il decreto sicurezza varato dal Parlamento e la riunione dei G8 all’Aquila.
Il provvedimento contro la delinquenza, ma soprattutto contro l’immigrazione clandestina, fortemente voluto dalla destra, con la benedizione dei benpensanti che albergano sotto tutte le bandiere, si illude di porre un freno a quella diaspora biblica interessante falangi di disperati  in fuga dall’avanzata del deserto e dalla fame. Quando questa marea dilagante sarà composta da centinaia di milioni di uomini, quando tutta l’Africa, che supera il miliardo di abitanti ed è ridotta allo sfascio, si metterà in moto, non vi saranno leggi restrittive, respingimenti coatti, mura infinite, cavalli di Frisia in grado di fermarne la marcia e di arginare l’invasione.
Per fermare l’ondata imminente i paesi europei debbono avere il coraggio e la lungimiranza di dedicare una quota del loro reddito per dar luogo ad occasioni di lavoro nei paesi di origine degli immigrati, debbono creare sviluppo e benessere, non esiste alcuna altra terapia.
Bisogna fare presto! Probabilmente è già troppo tardi.
Il problema è poco sentito anche a livello internazionale, infatti quella inutile passerella  di potenti, quel vacuo falò delle vanità rappresentato dalle periodiche riunioni di un club che non ha saputo prevedere l’esplosione del fenomeno migratorio in un mondo dove le diseguaglianze economiche tra gli Stati e tra ricchi e poveri tende ad aumentare vertiginosamente, senza parlare dell’allarme ambientale, dello strapotere della finanza, della follia delle guerre e della assurda dipendenza dal petrolio.
Per un cambiamento radicale, per una rivoluzione pacifica ma necessaria vi è bisogno dei giovani e degli audaci, prima che i cinesi del tessile, i raccoglitori di pomodori dell’Africa nera,  gli operai del Maghreb, i tornitori serbi, i mungitori sikh, le badanti ucraine, i piastrellisti rumeni e le miriadi colorate dei vu cumprà, con l’arrivo dei loro parenti e connazionali, appicchino un disastroso incendio al cuore pulsante della civiltà occidentale provocandone la prematura fine.

Il Mattino 9 luglio 2009

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La camorra comanda anche sulle spiagge

La camorra non è soltanto quella che si interessa di usura ed estorsioni ed ha il grilletto facile, camorra è anche, consenzienti le istituzioni, poter godere come proprietà personale della concessione di un tratto di spiaggia, pagando quattro soldi al demanio e creandosi una rendita di centinaia di migliaia di euro ogni anno. Vi sono stabilimenti balneari passati di padre in figlio che valgono, se ceduti, milioni di euro, in aperta violazione della legge, che prevede un limite massimo di sei anni di durata della concessione con la possibilità di un solo rinnovo, una norma mai applicata e divenuta poco più efficace di una grida manzoniana. Per fortuna è intervenuta l' Unione europea con l' invito ad adeguarsi alla direttiva 4908/2008 ed una richiesta di maggiore liberalizzazione del settore, con la messa all' asta di decine di migliaia di licenze da tempo scadute, eventualità che apporterebbe un fiume di danaro nelle magre casse dello Stato, che invece incassa miserevoli rendite a fronte di un patrimonio incommensurabile. I gestori sono sul piede di guerra ed hanno chiesto un congelamento delle licenze fino al 2020!, sperando che nel frattempo della questione non si interessi più nessuno e "tutto cambi purché nulla cambi".

La Repubblica 22 luglio 2009

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Dal digitale terrestre una marea di decoder

L’ingresso nel digitale terrestre, per ora avvenuto solo in alcune regioni, ma entro l’anno attivo in tutta Italia, è stato pomposamente festeggiato dai vertici della Rai come un ingresso nel futuro ed un trionfo della tecnologia, mentre per gran parte degli utenti, anziani desiderosi di trascorrere qualche ora serena di svago, si tratta dell’inizio di un percorso irto di difficoltà, perché a breve saranno necessari per ogni televisione  ben quattro telecomandi e tre decoder, uno per il digitale terrestre, uno per Sky ed uno per la nuova emittente frutto del matrimonio tra Rai, Mediaset e Telecom. Un vero shock tecnologico per vedere semplicemente le stesse cose che vedevamo in precedenza, con l’aggiunta di notevoli balzelli ed esborsi vari per poter accedere ai programmi a pagamento la cui offerta aumenterà a dismisura.
Le nostre case verranno invase da nuove scatole nere, nuovi cavi, nuovi depliant petulanti ed incomprensibili, una invasione voluta dai mercanti dell’etere e dai produttori di questi infernali marchingegni, che produrrà una metastasi di bottoni, di fili intrecciati, di libretti di istruzione, ai quali bisognerà sottostare anche per vedere soltanto i canali preferiti.

Il Mattino 2 agosto 2009

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*Quattro cose da sapere sulla RU 486

In ritardo di anni rispetto al mondo civile anche nella farmacopea italiana è stato registrato lo RU 486, il discusso prodotto che induce l’aborto per via farmacologica. La Chiesa si è letteralmente scatenata, facendo ricorso tra i tanti anatemi, anche alla scomunica, dimenticando che l’Italia è un paese laico e facendo somigliare il nostro paese all’Iran di Khomeini o all’Afganistan dei talebani, ma non è di questo che vogliamo parlare, bensì di alcuni argomenti fondamentali dei quali la stampa, impegnata nella consueta diatriba tra laici e cattolici, non ha trattato e sui quali viceversa è necessario meditare.
a) Il farmaco va assunto entro la settima settimana di gestazione, per intenderci quando la donna ha pochi giorni di ritardo e si è appena accorta della gravidanza, mentre la legge prevede tutta una serie di ostacoli burocratici, dalla riflessione di sette giorni ai colloqui ed alle analisi, che costringono la paziente spesso vicino al limite dei tre mesi, in ogni caso costantemente oltre il periodo nel quale il farmaco è efficace. Senza un cambiamento della normativa vigente sarà come discutere sul sesso degli angeli.
b) Il prodotto ha un costo di pochi euro e potrebbe far risparmiare allo Stato i circa 2000 euro che rappresentano il costo di un’interruzione di gravidanza in ospedale, essendo del tutto inutile il ricovero della donna per tre giorni fino al completamento dell’espulsione del materiale abortivo.(In nessuno dei paesi dove lo RU486 è adoperato si usa questo protocollo).
c) Il vero effetto scatenante dell’aborto è dato dalla dose di prostaglandina che viene somministrata dopo due giorni, basterebbe questo farmaco, eventualmente associato ad un contratturante uterino ad ottenere lo stesso risultato,come il sottoscritto ha dimostrato da quasi venti anni, pubblicando i risultati su riviste scientifiche internazionali. (Per chi volesse approfondire l’argomento cfr. ilparoliere.ilcannocchiale.it/.../le_ragioni_didella_ragione_il.html)
d) Il gravoso problema dell’obiezione di coscienza tra il personale medico e parasanitario, che assilla e paralizza tanti ospedali, sarebbe alleviato da tale metodica, perché è ipotizzabile che le donne possano da sole introdursi in vagina le candelette di prostaglandina e finalmente dell’aborto non dovrebbero più interessarsi legislatori e preti, medici ed assistenti sociali, facendo sì che questa scelta, difficile e quasi sempre dolorosa, riguardi unicamente la donna e la sua coscienza.

La Stampa 12 ottobre 2009 (come editoriale dei lettori)

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Il caso Marrazzo e il mondo dei disvalori

Il caso Marrazzo è stato emblematico nel rappresentarci una contemporaneità allo sbando nella quale la realtà supera la finzione, l’apparire conta più dell’essere, il denaro, e non più l’uomo, è misura di tutte le cose, mentre l’eccezione diventa la regola e l’eccentricità viene scambiata per la normalità.
Un mondo in coma dominato da confusione ed inversione di ruoli, dove si tende a scambiare sempre più spesso la figlia per la moglie, l’uomo per la donna, l’animale per l’umano, il privato per il pubblico ed il pubblico per il privato.
Un teatrino dell’assurdo animato da attori abili a recitare il copione degli altri con tutori della legge che si trasformano in estorsori, politici amanti della famiglia che si dilettano con squallidi pervertiti ed altri politici che li mettono in guardia invece di denunciarli, giornalisti che non cercano più notizie, ma gossip ed hanno sostituito i commenti con chiacchiere da donnicciole.
Ed inoltre magistrati che vogliono fare i politici, politici che si dilettano a fare gli economisti, finanzieri che pensano solo a fregare il prossimo.
E nel frattempo religione ed ideologia vanno in soffitta, la morale e la giustizia diventano merce rara e nessuno sa se abbiamo raggiunto il fondo o dobbiamo ancora precipitare in un baratro più avvilente.

Il Mattino 15 dicembre 2009

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Il David di Michelangelo e l’errore anatomico

La statua del David di Michelangelo è senza dubbio la più famosa opera d’arte che mai sia stata concepita da un artista, più della stessa Gioconda di Leonardo.
Un prodigio di perfezione, di bellezza, di potenza emana prodigiosamente da quelle membra di marmo, monopolizzando lo sguardo dello spettatore, il quale, ai piedi della monumentale statua si agita senza sosta per ammirare da ogni angolazione quel fantastico groviglio di muscoli sormontato da un volto fiero e sereno.
Milioni di visitatori si sono succeduti a Firenze nell’Accademia per godere di quel corpo possente al quale manca, come sottolineò lo stesso Michelangelo, soltanto la parola.
Centinaia di studiosi hanno descritto l’opera sulla quale esiste una bibliografia sterminata, ma nessuno credo ha mai notato un particolare anatomico, un dettaglio apparentemente insignificante, ma che si configura come un madornale errore.
L’attributo virile del David ha fatto sognare estasiate infinite donne di tutte le nazioni e di tutte le età, dando luogo a pensieri lubrici ed inconfessabili.
La precisione ottica nella definizione della muscolatura e del sistema venoso dell’eroe biblico è stupefacente, a dimostrazione di una conoscenza del corpo umano da parte di Michelangelo da fare invidia al più esperto degli anatomici, ma a ben osservare salta fuori una paradossale incongruenza: il gigante è rappresentato con un organo genitale di lusinghiere proporzioni, ma affetto da una fimosi serrata, incompatibile con lo status di un giovane ebreo, perché la pratica della circoncisione era una consuetudine costante per tutti i maschi del popolo eletto.
Il sommo artista ha descritto i vasi delle mani e delle braccia con sorprendente verismo, ma si è evidentemente servito di un modello cristiano, incorrendo in un errore stranamente mai notato fino ad ora da nessuno.
Si potrebbe concludere affermando prosaicamente che con questa svista il celebre scultore è caduto sul pisello, il che conoscendo i suoi gusti e le sue inclinazioni particolari è quanto meno una sorpresa.

Il Mattino 19 dicembre 2009

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La corporazione dei dentisti

Gli abusivi dei quali vogliamo parlare brevemente non sono quelli con il cappello a visiera, re-si celebri da Totò e specialisti nell'estorcere denaro ai malcapitati automobilisti; in tal caso avremmo dovuto parlare di armata. Vogliamo invece discutere della notizia pubblicata dai giornali della presenza in Italia di oltre 15.000 dentisti abusivi, con un fatturato vicino al miliardo di euro. Naturalmente la stampa sottolineava pericoli inesistenti, quali il rischio di diffusione dell'epatite C e dell'Aids, come se questi sanitari — spesso si tratta infatti di medici non specialisti o di odontotecnici – sapessero tirare denti o otturarli applicare dentiere e non conoscessero le regole della sterilità. Molti di questi abusivi si scopre che esercitano da anni, alcuni da decenni con una clientela numerosa ed affezionata, a dimostrazione di prestazioni di buon livello, offerte a prezzi meno esosi. Vogliamo vedere che si tratta di difendere una lobby di pochi individui che non vogliono dividere con altri un mercato lucroso, nel quale vengono praticati prezzi che non hanno uguale in altri paesi? Lo dimostra la falcidia di aspiranti odontoiatri ai concorsi per entrare nella scuola di specializzazione, una spada di Damocle che tronca il futuro di tanti giovani, i quali spesso infrangono i loro sogni su una formula di matematica o una domanda di cultura generale. Ri-servare a pochi privilegiati l’esercizio di una professione o di un commercio è il male che strangola l'Italia, una repubblica dominata da corporazioni potentissime.

La Repubblica N 2 gennaio 2010

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Immigrati clandestini bomba ad orologeria

Uno spettro si aggira per L’Europa: la rabbia di milioni di immigrati clandestini, disperati e decisi a reclamare anche solo le briciole della nostra opulenza. Oggi il pericolo che incombe sulla nostra convivenza civile, non è più il terrorismo, ma una bomba a orologeria che, se non disinnescata in tempo, rischia di deflagrare, per inadeguata gestione del fenomeno migratorio, tra deleterio buonismo ed esasperato rigore. Non si riesce a scegliere una linea di condotta inequivocabile, che costituisca una bussola certa e permetta di governare l’ingovernabile. Gli scontri tra etnie diverse avvenuti nel cuore di Milano, hanno dimostrato che il malessere non alberga soltanto nelle zone derelitte del Paese, dove comanda indisturbata la criminalità organizzata, ma anche tra le strade della capitale morale, roccaforte del nostro sistema industriale. I primi a soffrire per queste rivolte, oramai sempre più frequenti, sono i vecchi abitanti delle zone trasformate in ghetti e la massa degli stranieri in regola, desiderosi soltanto di lavorare e vivere in pace. Combattere l’immigrazione clandestina e le sue connessioni con la criminalità più o meno organizzata non è facile, ed ancora più difficile è contrastare la formazione di concentrazioni etniche nelle grandi città. Il tempo è oramai scaduto e se non troviamo adeguate soluzioni dovremmo abituarci a convivere con disordini e rivolte quotidiane.

Il Mattino 20 febbraio 2010

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Video oscurato a chi non paga

Gentile dottor Lubrano,
l’apice dell’evasione fiscale in Italia si raggiunge nel pagamento del canone sulla televisione, che in intere regioni è considerato poco più che un optional ed allegramente almeno dieci milioni di utenti si comportano come non esistesse.
Oggi con il digitale terreste è tecnicamente possibile interrompere la ricezione delle trasmissioni per i morosi, come accade in altre nazioni, ad esempio in Belgio, dove basta anche un giorno di ritardo per vedere lo schermo buio. Nello stesso tempo chi ritenesse di voler seguire soltanto le programmazioni di Mediaset o delle numerose emittenti private verrebbe liberato dal pagamento, oggi obbligatorio, del canone.
Far pagare di meno, ma far pagare a tutti sarebbe un bel esempio di lotta all’ evasione ed interesserebbe un quinto della popolazioni, basterebbe la volontà di usufruire delle nuove possibilità messe a disposizione dalla tecnica.

Il Mattino 7 marzo 2010

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Leghismo becero, iattura per il Sud e l’Italia tutta

Gentile direttore, il leghista Cota, nemmeno insediato sulla poltrona di presidente del Piemonte già comincia a rilasciare dichiarazioni contrarie alla logica ed al buon senso, affermando che la RU486, la pillola per indurre farmacologicamente l’aborto, nella sua regione non verrà adoperata.
Dimentica il neo eletto che in Italia esiste una norma, la 194, che regola la materia e non è tra i poteri degli amministratori locali disobbedire alle leggi dello Stato. Il leghismo ritiene già di governare una nuova nazione e non si accorge di rappresentare una tabe mortale per l’unità del Paese ed una iattura per le regioni meridionali.
Esso fa leva sulle paure inconsce e sull’egoismo più becero delle masse, diffonde una xenofobia criminale ed un’ansia di secessione suicida.

Il Roma 6 aprile 2010

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*Trenitalia, più che multa ci è parsa un’estorsione

Saliamo in treno a Narni, ma potremmo essere saliti in altre cento ed ancora cento stazioni italiche prive di biglietterie, con macchinette automatiche guaste ed obliteratrici fuori uso. Gli onesti, siamo in tre, cercano il controllore per fare il biglietto, spiegando che non è stato assolutamente possibile farlo prima; gli altri, i furbi, una ventina, si disperdono tra i vagoni. Il controllore con ingiustificata prosopopea ci redarguisce a voce alta e ad ognuno infligge un' ammenda spropositata e vessatoria, oltre all' importo del percorso, per alcuni di pochi chilometri. Non vuole ascoltare ragioni, si spazientisce ed impone un regolamento assurdo, invitandoci al limite a fare un inutile ricorso. E noi vogliamo pubblicamente appellarci alla logica: se non si mette il viaggiatore nelle condizioni di fare il biglietto prima, salendo da stazioni prive di ogni servizio, che ci si possa rivolgere, in questi soli casi, al personale viaggiante per pagare l' importo dovuto. Altrimenti non si tratta di un' ammenda, ma di un' estorsione.

La Repubblica 14 aprile 2010 – Il Corriere della Sera 14 aprile 2010(col titolo Stazioni ferroviarie senza biglietterie) – IL Mattino 15 aprile 2010 (col titolo Niente biglietterie multati gli onesti)

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Pedofili tra preti… serve qualità morale

La pedofilia oltre ad essere un peccato mortale esecrabile è anche, non dimentichiamolo, un reato penale tra i più gravi, ma soprattutto è una malattia, una turba psichiatrica della quale sono affetti, volendo rimanere all’Italia, non meno di diecimila persone, mentre altre centomila hanno tendenze pedofile.
Non bisogna perciò meravigliarsi se 10 – 15 di questi 10.000 siano preti, salvo che non si sia scoperta solo la punta di un iceberg più ampio e mostruoso.
Si è molto discusso di un rapporto di causa ed effetto tra celibato e pedofilia e quasi tutti gli studiosi hanno escluso un legame, affermando che tra celibi o vedovi non vi sia questa tendenza, ma non si è tenuto conto che il celibato sacerdotale è un obbligo, non una scelta e che l’atmosfera sessuofobica che si respira nei seminari è soffocante ed induce alla deviazione del desiderio, il quale, nella maggior parte dei casi sfocia nell’omosessualità, praticata da una percentuale cospicua dei novizi, come è molto diffusa nelle caserme e nelle carceri e dovunque si creino in maniera innaturale delle concentrazioni stabili e forzate di soggetti dello stesso sesso.
La repressione del sesso induce a concentrare le proprie energie in una causa. La Chiesa lo ha scoperto duemila anni prima dei guerrafondai dell’epoca vittoriana, Reich lo ha dimostrato in maniera inconfutabile cinquanta anni orsono.
Per scegliere la castità ci vuole coraggio e maturità, oltre ad una chiara e solida vocazione. San Paolo dichiarava solennemente: “Se uno per dedicarsi a Dio deve ardere, si sposi, io nella castità sono felice”.
Il rischio che l’obbligo del celibato possa attrarre giovani insicuri dalla personalità fragile, che non vogliono instaurare un rapporto con la donna e scelgano perciò di entrare nella Chiesa non è da trascurare e quando e se tale regola sarà abolita possiamo sperare che la qualità morale dei preti aumenterà. Il terzo millennio ed il terzo mondo hanno bisogno di sacerdoti eroi, solidi nella fede, ma anche nella mente.
La strada scelta da Benedetto XVI, la tolleranza zero è una decisione lodabile e gli attacchi alla sua persona sono vergognosi, ma non bisogna intralciare il cammino della giustizia civile, che per quanto fallibile è l’unica a disposizione, almeno per i laici, i quali a differenza dei cattolici non possono contentarsi di una futura punizione divina.

Il Roma 18 aprile 2010

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Quella strage senza colpevoli

Gentile direttore,
a giorni saranno trenta anni dalla strage di Ustica, uno dei tanti misteri che soffocano la nostra storia recente, sulla quale si è detto e non detto  e sono stati versati fiumi di parole inutili.
A ricordare la triste ricorrenza nessuna cerimonia ufficiale, le interviste reticenti ai politici dell’epoca, che sanno e non dicono ed un bel libro di Rosario Priore, il giudice che indagò a lungo, ostacolato in ogni modo, sulla tragica esplosione del Dc9 dell’Itavia e sulla morte di ottanta persone.
Ma trovare la verità non dovrebbe essere difficile e mi permetto di consigliare la via da percorrere a chi volesse, giornalista o magistrato, sapere cosa successe realmente nei nostri cieli.
Gli Americani conoscono da sempre l’esatto svolgersi degli avvenimenti, anche se hanno sempre rifiutato di collaborare.  A Napoli, alla rada, stazionava una portaerei che con i suoi radar teneva sotto controllo tutto il Mediterraneo, mentre dall’alto ai satelliti non sfugge un metro quadrato di territorio; tutto registrato e conservato.
Negli Stati Uniti esiste una legge sacrosanta a baluardo della libertà d’informazione:il Freedom of Information Act, che consente al semplice cittadino di accedere  direttamente ai documenti, anche all’epoca riservati, della pubblica amministrazione civile e militare.
Le informazioni che ci interessano sono lì che attendono di essere compulsate, ci sarà qualcuno di buona volontà che vorrà adoperarsi per farci conoscere la verità?

Il Mattino 25 giugno 2010

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I talenti migliori penalizzati dalle caste

Il recente episodio del chirurgo Macchiarini, ritornato in Italia dopo aver raggiunto la fama all' estero e costretto, dopo due spettacolari trapianti di trachea, a ripartire, accettando un insegnamento in Svezia, è la dimostrazione lampante di una società bloccata, dove il merito, anche se eclatante, non viene riconosciuto e dominano incontrastate caste e cosche, che difendono posizioni di privilegio e si riproducono unicamente per raccomandazioni. Si tratta di un copione vecchio che tristemente si ripete. Ricordo ancora il caso del professor Bovet (italianissimo nonostante il cognome francese), insignito del premio Nobel per la medicina, che volendo ritornare in patria ed esibendo nei concorsi un curriculum interminabile, tra cui la celebre onorificenza, si vedeva spudoratamente superato da figli e nipoti di baroni con articoletti pubblicati su riviste prezzolate, mai lette da nessuno. Questo sistema ingessato viene pagato principalmente dai giovani, i migliori, destinati ad emigrare, ma alla fine da tutti noi, costretti a pagare costi più alti per servizi più scadenti. La grande rivoluzione liberale, tante volte annunciata è di là da venire. Un plauso va perciò al chirurgo fiorentino, che ha cercato con il suo bisturi di incidere su un corpo putrefacente quale quello delle caste duro a morire.

La Repubblica 5 agosto 2010

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Serra di Cassano fasti e nefasti

Gentile direttore, sulle pagine del Mattino è comparsa in tre puntate la cronistoria di una favolosa festa tenutasi cinquanta anni orsono nel palazzo Serra di Cassano, lo stesso che oggi ospita la sede dell'Istituto per gli studi filosofici di Gerardo Marotta. Di questo mitico ballo con oltre mille invitati si è persa la memoria e beh venga un libro ed un'esposizione a ricordarlo, ma a me preme rammentare a tutti un meno commendevole episodio riguardante la famiglia: la vendita ad un nobile inglese della preziosa biblioteca contenente migliaia di volumi, alcuni rarissimi riguardanti la storia di Napoli, che non possono essere più consultati, essendo divenuti inaccessibili nel castello che ora li accoglie. Abbiamo perso per sempre una parte del nostro glorioso passato e siamo divenuti tutti più poveri, mi pare giusto che vadano rimembrati non solo i fasti, ma anche i nefasti.

Il Mattino 5 agosto 2010

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*Anche i politici si diano una pausa

Il divino Augusto, che comandava il mondo, quando era periodo di ferie (giustamente dette augustee) non voleva sentire ragioni che non fossero il riposo e il divertimento; speriamo che anche i nostri politici concedano a tutti i cittadini un periodo di sosta senza litigare e rilasciare quotidianamente dichiarazioni bellicose, vadano in vacanza e non ci assillino con le loro beghe e le loro squallide spartizioni di potere. Siano seri almeno a ferragosto.

Il Mattino 17 agosto 2010 – La Repubblica 14 agosto(col titolo Politica a Ferragosto speriamo in una pausa) – Corriere della Sera 14 agosto 2010(col titolo Ferragosto senza litigi)

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Grida manzoniane

Non ci troviamo a Forcella, notoriamente quarto mondo, bensì nel cuore dell’Italia civile, a Firenze, nei pressi della basilica di San Lorenzo e quello che vediamo è un suk in piena regola con ogni tipo di mercanzia in vendita in assenza di qualsiasi controllo igienico e soprattutto fiscale.
Potremmo spostarci in qualunque altra zona della città e trovarci davanti ad una situazione simile, la città è oramai invasa da decine di migliaia di extra comunitari, irreggimentati dalla camorra e dalla ndrangheta, sotto l’occhio distratto di coloro che dovrebbero essere i tutori dell’ordine viceversa impegnati a guardare altrove.
La situazione è tragica e l’unica nota comica è costituita dagli ubiquitari cartelli di divieto ad acquistare fuori dai negozi. Una parodia delle grida manzoniane che copre di ridicolo gli amministratori cittadini.
Immagino che Oriana Fallaci si stia rivoltando nella tomba per lo squallido spettacolo offerto dalla sua amata Firenze, caduta preda dell’illegalità diffusa, lei che per prima denunciò il pericolo di assuefarsi ad una situazione vergognosa, che si perpetua quotidianamente sotto lo sguardo allibito di milioni di turisti

La Nazione 18 agosto 2010

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Fermare i suicidi nelle carceri

Anche quest’anno a ferragosto si è ripetuto il mesto rito del pellegrinaggio dei parlamentari ai penitenziari per rendersi conto delle miserevoli condizioni di vita dei carcerati.
All’iniziativa dei radicali, passata sotto silenzio sulla stampa, questa volta hanno aderito in duecento, un numero considerevole e rappresentati erano sia il governo che l’opposizione. 
I parlamentari si sono recati non solo nelle grandi galere: Poggioreale, Regina Coeli, Ucciardone, ma hanno ispezionato anche piccole strutture, scoprendo, ad esempio, che la recettività più assurda, meno dello spazio in una cuccia di un cane, la si trova a Lucca, dove per ogni recluso in cella è disponibile meno di due metri quadrati.
E poi un interminabile elenco di carenze, tutte già ben note ed alcune che gridano vendetta e meriterebbero di essere portate davanti alle corti di giustizia europee: sovraffollamento record, condizioni igieniche disastrose, suicidi a catena per disperazione, personale di custodia insufficiente, mentre non si applicano pene alternative, mancano progetti per ammettere ad un utile lavoro esterno e la giustizia, sempre più lenta, tollera che la metà dei reclusi sia in attesa di giudizio e di conseguenza, se la Costituzione non è carta straccia, innocente.
Bisogna urgentemente passare dalla teoria alla pratica. Alla ripresa dei lavori parlamentari vengano presentate serie proposte bipartisan per la depenalizzazione di molti reati, riservare la custodia cautelare ai casi più gravi, incrementando l’istituto degli arresti domiciliari sotto la tutela del braccialetto elettronico, fornire incentivi economici e fiscali alle imprese che assumano detenuti in semi libertà o che hanno da poco scontato la pena, potenziare il personale di custodia, senza dimenticare psicologi ed educatori.
Ma soprattutto fate presto per evitare che il problema si risolvi da solo attraverso un’allucinate catena di suicidi, dall’inizio dell’anno sono quasi cinquanta.!!!

Il Mattino 20 agosto 2010 – La Nazione 21 agosto 2010 – Il Giornale 21 agosto 2010(col titolo Il problema carceri sempre più drammatico)

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*Tutti al mare nelle spiagge chic

l’Italia sta vivendo una situazione politica definita da molti commentatori da ultima spiaggia, ma sarebbe più corretto parlare di molte spiagge da Ansedonia a Capalbio, da Forte dei Marmi a Porto Cervo e Porto Rotondo, affollate in questi giorni dagli squallidi protagonisti di questa ennesima bagarre.
I parlamentari, continuano imperterriti nei loro quotidiani bollettini di guerra, ma preferiscono alle sedi istituzionali del dibattito i proclami ferragostani, mentre sui giornali scorrono le immagini di leader in costume da bagno, infradito, calzoncini e canottiere quasi in competizione per il look più fico e l’abbronzatura più alla page.
Bisognerà pazientare fino a settembre inoltrato, quando si spera questi patetici duellanti scenderanno dai loro panfili ed indosseranno di nuovo una giacca e nel frattempo gli Italiani continuano a pazientare, tanto la situazione è grave, ma non seria.

Libero 21 agosto 2010 – Corriere della Sera 21 agosto 2010(col titolo Situazione politica Grave ma non seria)

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**Gonne svolazzanti e mutandine maliziose

Mi sia permesso, tra tanti argomenti seri ed angoscianti (crisi economica, caro vita, disoccupazione, ecc.) trattare brevemente di una tematica apparentemente fatua, tessendo un elogio di un indumento oramai abbandonato e che una volta marcava la differenza tra i due sessi: la gonna, sostituita a livello planetario, in Occidente come in Cina, da jeans strettissimi che più stretti non si può. Le conseguenze per lo smaliziato occhio maschile sono state negative, omologando nell’anonimato belle e brutte. E non meno inquietanti sono risultati gli esiti sotto il profilo medico estetico, avendo dato luogo a celluliti, accumuli di adipe e vulvo vaginiti ribelli a qualsiasi terapia. Il tutto aggravato dal consequenziale abbandono delle calze tradizionali, soppiantate dal collant, una delle invenzioni più nefaste della storia…Se solo le gentili signore e signorine intuissero il dirompente effetto afrodisiaco di una minigonna o di un reggicalze, ben più potente di qualsiasi compressa di Viagra, si pentirebbero certamente.  
Per chi proviene da una città del sud afflitta dal traffico e da pendenti salite l’uso della bicicletta è sconosciuto, per cui, trovandosi in una città pianeggiante, la visione di una fiumana di leggiadre signore e signorine, le quali scorazzano allegramente su variopinti velocipedi, dà l’impressione di un mirabile miraggio, soprattutto perché le suddette hanno fortunatamente da tempo abolito gli aborriti pantaloni ed adoperano esclusivamente gonne generose, che, complice il vento ed una innata abilità da consumate maliarde, svolazzano birichine mettendo in bella mostra audaci scorci di panorama anatomico e molto spesso maliziose mutandine.
Ma non sono soltanto visioni radiose, fautrici di pensieri peccaminosi, perché molte di queste cicliste sono giovani mamme, le quali, avventatamente, conducono con sé i loro pargoletti: uno, due, anche tre alla volta, incuranti del pericolo mortale di una condotta sciagurata.

Il Tirreno 27 agosto 2010(col titolo In bicicletta leggiadre ma con due o tre bambini)

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Nubifragio in Pakistan e chi se ne frega?

Lo scriteriato sfruttamento delle risorse della Terra ha sconvolto il clima del pianeta, tsumani ed inondazioni, diluvi biblici e smottamenti sono sempre più frequenti e mentre noi siamo beatamente in vacanza una immane catastrofe ha sommerso un quinto del Pakistan, provocando centinaia di migliaia di vittime, venti milioni di profughi, mentre le epidemie mettono in forse la vita di tre milioni di bambini.
L’Occidente distratto dal ferragosto e forse perché si tratta di un paese islamico assiste distrattamente agli avvenimenti senza organizzare una campagna di aiuti.
La nostra pelosa carità cristiana si ferma quando si tratta di soccorrere uno stato mussulmano.
Sono necessari miliardi di dollari per ricostruire una nazione sfortunata e mal governata, dotata della bomba atomica, ma priva di strade, ospedali e case decenti, ma che scocciatura proprio mentre siamo impegnati nelle ferie.

Il Mattino 27 agosto 2010 – La Stampa 27 agosto 2010 - Il Manifesto 29 agosto 2010 – Libero 29 agosto 2010

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*Le baby prostitute della Cina

Dopo averci invaso per anni con i suoi prodotti a prezzi stracciati la Cina ha completato l’opera inviandoci legioni di prostitute, in gran parte minorenni, le quali stanno sconvolgendo anche il mercato della prostituzione, che sembrava al riparo dagli effetti della globalizzazione.
Non saranno forse belle come le slave o calienti come le cubane e le brasiliane, ma certamente sono meticolose e pazienti e soprattutto offrono un servizio completo per 10 euro, alcune addirittura per 5, permettendo così un allargamento del bacino di clientela, che comprende ora anche disoccupati e nullatenenti. O tempora o mores.

Il Mattino 30 agosto 2011

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Degrado “Persino peggio di Napoli”

Sono napoletano e da una vita viaggio per il mondo. Mi è sempre capitato, facendo il paragone con la città natale, amata svisceratamente ed i luoghi visitati, di trovare costantemente realtà più efficienti, più ordinate, più pulite.
Ma ora, dopo tanto peregrinare, ho incontrato una pseudo capitale, Roma, che in molti campi ha superato Napoli, conquistando la vetta nel guinness dei primati negativi. Infatti ogni giorno i romani, e con loro un flusso cospicuo di turisti, devono confrontarsi con una rete di trasporti pubblici inadeguata e lumachesca, che ha il suo epicentro nella linea B della metropolitana, priva di aria condizionata, per cui si raggiungono lungo tutto il percorso temperature tropicali con malori a catena.
Il numero di accattoni è superiore alla tollerabilità e molti di questi, in assenza di qualsiasi controllo, diventano spesso insolenti ed aggressivi, mentre aumentano sempre più posteggiatori abusivi e lavavetri. Durante le ore notturne gran parte del centro è in balia di fracassoni, teppisti e ubriachi, che i vigili urbani non cercano neppure di contrastare. Il traffico, nonostante ubiquitari divieti di circolazione, è caotico, la sporcizia delle strade montante, la raccolta differenziata mera utopia.
Finire in un pronto soccorso è un incubo pari soltanto all’utilizzo di un treno regionale, imbrattato e puteolente. Potremmo continuare a lungo, ma ci fermiamo per carità di patria, essendo ancora Roma la capitale, che dovrebbe essere d’esempio per tutti gli italiani.

Il Tirreno 11 agosto 2010 - Corriere della Sera Roma – 4 settembre 2010

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Il sottile veleno del consumismo

Gentile dottor Lubrano,
credere che il possesso di infiniti oggetti possa rendere felici è il sottile veleno che il consumismo, complice i mass media ed una pubblicità martellante, ha inculcato nelle nostre menti.
Una droga sulla quale si basa da decenni l’economia mondiale. Un modello di sviluppo nefasto, creato dagli Stati Uniti, basato sullo sperpero dissennato delle risorse e sul debito concesso a tutti, non solo alle classi medie, ma anche ai poveri, senza alcuna preoccupazione per la restituzione, tanto a pagare ci sono le altre nazioni, attraverso la truffa del dollaro come valuta di riferimento prima e dei derivati venduti ad innocenti risparmiatori poi, ma soprattutto lasciando un conto da saldare salatissimo alle nuove generazioni ed un pianeta al collasso.
E ad aggravare la situazione ed a togliere ogni residua speranza di palingenesi, l’adozione della stessa mentalità da parte dei nuovi imperi economici: Cina, India, Brasile e Russia, paesi che ignorano democrazia e diritti civili, creano ridotte caste di super miliardari e miliardi di poveri con salari da fame.

Il Mattino 12 settembre 2010

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**Possiamo ignorare i barboni?

Gentile direttore,
ad ogni angolo della città possiamo osservare uomini e donne di tutte le età, che bivaccano in condizioni igieniche spaventose, avendo fatto del marciapiede la loro casa.
Discutendo del problema con amici, si sente dire spesso che la scelta del barbone di vivere per strada è libera e non spinta da necessità. Per rendermi conto della verità ho assunto direttamente informazioni presso il dormitorio pubblico di via Grande Archivio ed ho scoperto con angoscia che ogni sera decine di persone non trovano ricovero e sono costretti a passare la notte per strada.
Notizia confermatami dal coraggioso parroco della vicina chiesa dei Ss. Severino e Sossio, il quale ha organizzato un servizio di assistenza spirituale. Ma anche il corpo ha le sue improrogabili necessità e credo che il dormire sotto un tetto sia una delle principali. Come potremo continuare placidamente ad addormentarci la sera nei nostri letti ora che sappiamo che uomini e donne più sfortunati di noi sono costretti a cercarsi un giaciglio di fortuna sulla pubblica strada!

Il Mattino 26 settembre 2010

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Dalle donne di Botero alla voglia di anoressia

Per millenni la bellezza femminile ha fatto rima con l’opulenza, nessuna donna era appetibile se non fosse dotata di una quantità di adipe più che cospicua.
I fianchi larghi garantivano un parto più facile e poiché nel nostro codice genetico è impresso l’imperativo categorico della riproduzione, l’istinto del maschio faceva sì che per l’accoppiamento erano ricercate unicamente donne dai glutei prominenti e dai seni prosperosi, che davano la sicurezza di un efficace allattamento.
Nel Rinascimento l’ideale della donna ipercolesterolemica dai fianchi debordanti e dall’addome batraciano è stato immortalato dal virtuoso pennello dei più grandi pittori da Giorgione a Tiziano. Ed anche nel Novecento vi sono stati cantori dell’esuberanza corporea muliebre da Tamara de Lempicka a Botero, ossessionato dal pingue e dall’adipe soprannumerario.
Poi all’improvviso, in preda ad un impeto penitenziale, è scattata una moda aberrante  basata sul disprezzo delle curve e sull’esaltazione dell’anoressia, sul trionfo della magrezza e sull’obbligo sociale della taglia 46. Il grasso superfluo diventa un demonio da esorcizzare attraverso una guerra ai carboidrati, una fatwa scriteriata scagliata verso pizza e spaghetti, un inno al sushi ed alle insalate scondite. Una vera e propria patologia che fa più vittime dell’obesità e che, nel penalizzare gli innocenti peccati di gola, induce a ben più severe trasgressioni dall’alcol alle droghe.
Le donne over size sono la maggioranza e non è giusto che vengano trascurate dagli uomini, che sembrano non avere occhi che per le snelle.
Tutte le signore e signorine in sovrappeso non devono dichiararsi vinte e devono intonare una preghiera laica al genio di Botero, il quale, ha immortalato sulla tela personaggi femminili, in cui i grandi volumi trionfano indisturbati, come nella celebre tela che raffigura un’immensa bambinona nella sua innocente nudità, a mo’ di Venere dallo sguardo invitante. Ella si acciambella, stringendo pudicamente le gambe e creando intorno a se una nicchia dove un compagno di avventura è invitato come amante, ad accarezzare le sue forme generose di  divinità dell’opulenza e nello stesso tempo di brava ragazza. Niente di più moderno di questo epicureismo alleggerito da ogni totem e tabù vittoriano. Niente di meno contemporaneo, niente di più fedele alla Venere allo specchio di Velazquez o alla Maja desnuda di Goya, di questi ripetuti inni all’innocenza della voluttà. Ciò che conta veramente è poter gioire dell’essere in vita con buona salute ed opulenta complessione, mentre il seno della fanciulla deborda senza limiti e senza ritegno straripando nelle pieghe di un infinito adipe e sembra voler abbracciare tutta l’umanità per chiedere affetto e comprensione.

Il Mattino 29 settembre 2010

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Perché gli uffici pubblici non sono dotati di bagni?

Mi trovavo in fila da oltre un’ora presso il grande edificio delle Poste in Prati, frequentato ogni giorno da migliaia di cittadini, quando sono stato colto da un insopprimibile bisogno fisiologico. Ho chiesto timidamente ad un impiegato dove fossero dislocate le toilette, ma costui mi ha risposto che, semplicemente non esistono. La stessa risposta mi sarebbe stata data se mi fossi trovato in qualunque altro edificio pubblico perché, pare, i servizi igienici sono ritenuti un optional. Quanta acqua è passata sotto i ponti del Tevere da quando il grande imperatore Vespasiano dotò la città eterna ed il suo impero di quegli indispensabili presidi idraulici, che giustamente presero nome dal loro geniale ideatore e che oggi i nostri solerti amministratori giudicano superflui.

Repubblica Roma 3 ottobre 2010 – Corriere della Sera Roma 5 ottobre 2010 (col titolo Prati Mai in bagno alle Poste)

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La casta dei notai ed i concorsi truccati

Gentile direttore, la penosa interruzione del concorso notarile nazionale, avvenuta a furor di popolo per le lampanti irregolarità riscontrate, tese a favorire gli iscritti ad una famosa scuola di notariato di Roma, frequentata dai figli di politici e di notabili, è la dimostrazione lampante di un anacronismo a cui bisogna porre rimedio, allargando l’accesso ad una professione, che è una vera miniera d’ ora per i pochi fortunati e raccomandati che riescono ad accedervi.
Bisogna permettere anche agli avvocati di esperire le procedure attualmente riserva di caccia privilegiata per la più potente casta d’Italia e trasferire a funzionari dello Stato le attività più semplici. Si realizzerà in tal modo un riequilibrio da tempo agognato e soprattutto si farà l’interesse del cittadino e non più di pochi ricchissimi mandarini.
Gian Filippo della Ragione

La Repubblica 5 novembre 2010

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Napoli, un laboratorio che interessa tutti

Napoli affoga sepolta dai rifiuti ed è l’immagine premonitrice di un futuro quanto mai vicino, quando, se non si frena una civiltà basata su un consumismo sfrenato ed irrazionale, tutte le città del mondo saranno sommerse dai rifiuti ed avvelenate dai gas di scarico emessi da automobili ed inceneritori. Napoli è il laboratorio dove si accavallano una serie di tematiche che da tempo hanno raggiunto e superato il livello di guardia, ma che interessano tutti i contemporanei. Traffico, disoccupazione, delinquenza organizzata,smaltimento dei rifiuti, abusivismo, etc. Se Napoli dovesse veramente affondare creerà un gigantesco risucchio e trascinerà con sé anche le altre metropoli.

La Repubblica 7 novembre 2010

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*Villa Fersen tornata agli antichi splendori

L' ultima fatica letteraria di Vittorio Sgarbi è opera meritevole, anche se dedica poco spazio al sud, per il proposito di far conoscere un' Italia sulla quale incombe la minaccia di scomparire, un po' come sta succedendo in questi giornia Pompei. Tra le pagine, scritte con una prosa elegante, uno Sgarbi che riesce ad incantarci con le sue descrizioni accurate ed accorate, ma scopriamo anche un errore grossolano, quando si parla di villa Fersen a Capri, dal nome del barone dandy che a lungo ne fu proprietario. La descrizione dello stato miserevole i cui versa è impietoso: "In alcune stanze il soffitto è caduto, in altre voragini si aprono nel pavimento; sfondata e mutilata delle decorazioni la celebre stanza absidata detta dell' oppio". Evidentemente Sgarbi da tempo non vi mette piede, perché essa, di proprietà da anni del Comune, è stata restituita all' antico splendore ed ospita mostre ed altre manifestazioni culturali.

La Repubblica 20 novembre 2010

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“Il Mattino ritrovato”

L' altro giorno entro nella metropolitana (linea A Ottaviano), rammaricato che all’edicola avevano esaurito Il Mattino, il quotidiano preferito, ma appena mi seggo nel treno mi rincuoro:su un sedile scorgo una copia del giornale che leggo quotidianamente. Bene, ho risparmiato un euro, ma appena comincio a sfogliarlo mi accorgo della data: 3 novembre, anzi da un appunto sottolineato a penna che si tratta proprio del mio giornale, che avevo lasciato, avendolo letto, ad un viaggiatore tre settimane fa. Evidentemente le carrozze vengono pulite con cadenze sconosciute e non ci vuole molto per accorgersene

Corriere della Sera Roma 27 ottobre 2010 - La Repubblica 25 novembre 2010 (col titolo Metro, i vagoni della linea A vengono puliti raramente)

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La nostra spazzatura nel deserto libico?

Gentile dottor Lubrano,
l’infinito capitolo dell’emergenza rifiuti in Campania non ha in tempi brevi, nonostante i proclami trionfali del governo, alcuna soluzione se non quella di portare altrove le tonnellate di monnezza che affollano le strade di Napoli e delle altre cittadine. In attesa della costruzione di altri termovalorizzatori e di organizzare seriamente la raccolta differenziata.
Per far decantare il problema vorrei porre all’attenzione generale una soluzione, che potrà parere provocatoria, ma mi sembra l’unica percorribile. Sfruttiamo i buoni rapporti che abbiamo con Gheddafi e convinciamolo, in cambio di un po’ di vile denaro, ad ospitare nello sterminato deserto libico la nostra spazzatura. Esso può assorbirla senza gravi impatti ecologici ed il trasporto via mare ha costi enormemente inferiori a quelli sostenuti in passato pr inviarli via treno verso gli inceneritori germanici.

Il Mattino 7 novembre 2010

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**Maledetta vecchiaia

Se osserviamo gli animali in libertà - senza dimenticare che anche noi lo siamo - ci accorgiamo che non conoscono né vecchiaia né lunghe malattie e invece, con il nostro incauto comportamento, abbiamo condannato a questa maledizione anche gli animali domestici.
Uno dei pensieri che più mi rattrista al mattino è che il tempo, inesorabile, non scorre eguale per tutti i viventi. Il giorno appena trascorso equivale a sette giorni per il mio fedele amico Portos; oggi abbiamo in proporzione la stessa età, ma il suo tempo scorre impietosamente più veloce.
La natura, nella sua infinità saggezza - o Dio, se preferite - non aveva previsto per l’uomo che si potessero superare i 30-40 anni: la menopausa per le donne, la calvizie per gli uomini, la presbiopia per entrambi sono aberrazioni non programmate. L’uomo viveva nel vigore della giovinezza e moriva nel pieno delle proprie forze, non conosceva l’umiliazione del degrado fisico e la morte per consunzione. Poi la civiltà, la prosperità e la medicina hanno aggiunto anni alla vita senza aggiungere vita agli anni, dando luogo alla vecchiaia, una maledizione tra le più difficili da tollerare.
Il nostro corpo invecchia, ma dentro molti di noi rimangono giovani. Ci è vietato guardare le ventenni (o i ventenni) con cupidigia, ma la bellezza ancora ci attrae irresistibilmente; non abbiamo davanti a noi molti anni da vivere, ma non ci rassegniamo all’idea di morire. Spesso riusciamo a sopravvivere decentemente, ma quando siamo costretti dall’avanzare inesorabile degli anni e dalle malattie a subire mille limitazioni, ci sentiamo degli abusivi della vita.
Ma la mazzata più forte che ci riserva la vecchiaia è la perdita del proprio compagno. Non vi è saggezza che possa confortarci. Abbiamo rinunciato al branco, ma siamo programmati per vivere in coppia. Chi muore per primo non capisce la sua fortuna: dovunque egli vada, il compagno che resta va all’inferno.

La Stampa 20 dicembre 2010(come editoriale dei lettori)

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La liberazione dai rifiuti

Viviamo senza accorgercene una terza rivoluzione industriale e solo un uso più razionale delle materie prime e dell'energia consentirà la sopravvivenza degli affari, del lavoro e una riduzione dei consumi. Il perverso andamento della civiltà dei consumi, vincolata al credo della produzione di merci sempre meno durature, al successo di mode effimere e di un mercato che spinge verso una continua produzione, ci costringerà nel giro di pochi anni a fare i conti con una massa di rifiuti in grado di travolgerci e se i governi del mondo continueranno ad ignorare la gravità del problema, sarà necessario far nascere e crescere un movimento di liberazione dai rifiuti.

Il Mattino 2 gennaio 2011

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Stop al canone vendiamo la Rai

Mentre a tutte le ore si intensificano gli appelli a mettersi in regola con il pagamento del canone annuale, una odiosa tassa evasa da oltre 10 milioni di italiani, nata in epoca di monopolio ed assolutamente ingiustificata in presenza di televisioni libere e del dominio di internet, nessuno tra i politici propone di vendere la Rai ai privati.
Si ricaverebbero un sacco di soldi subito, utili ad alleviare il buco nel bilancio dello Stato e se ne risparmierebbero altrettanti in futuro come spese di gestione, ma soprattutto eviteremmo la vergogna di dover assistere a programmi parapolitici faziosi finanziati dai contribuenti e a tanta tv spazzatura, dal gioco dei pacchi alle tante isole popolate da personaggi beceri più o meno famosi.
La televisione finirebbe di essere il lucroso refugium peccatorum di tanti raccomandati, il mercato guiderebbe le scelte dei programmi e gli italiani verrebbero liberati da un anacronistico balzello.
Il Mattino 7 febbraio 2011
Se l’economia prevale sulla politica
Una volta il mondo si divideva semplicemente in ricchi e poveri, oggi, ed in futuro il divario sarà sempre più accentuato, tra chi ha un lavoro e chi non lo ha. Quanto prima l'automazione, i robot, la telematica libereranno l'uomo dal fardello del lavoro, mentre la produzione di beni e servizi rimarrà invariata. Il problema, gigantesco, sarà allora quello di distribuire equamente tra gli uomini il prodotto delle macchine, basterà un governo sovranazionale, possibilmente illuminato, a risolvere equamente la questione? Per proporre qualche rimedio alla crisi del capitalismo, all'implosione del mercato del lavoro ed al disordine finanziario bisogna ipotizzare l'esistenza di un'autorità che sia in grado di far rispettare delle regole, il contrario di ciò che avviene oggi con il predominio, netto ed incontrastato, dell'economia sulla politica e con gli Stati servi dello strapotere delle multinazionali

Il Mattino 21 febbraio 2011

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Maxiretata di prostitute

L’ALTRA notte a Napoli vi è stata una maxiretata di prostitute a cura del corpo di vigili municipali coordinati dal generale Sementa, che ha diretto personalmente l’operazione. Le donne, quasi cento, oltre ad alcuni trans, sono state identificate e i risultati sono stati sbalorditivi,«evidenziando alcuni particolari assolutamente inaspettati: nessuna minorenne, una sola italiana, la più anziana del gruppo una settantunenne costretta a esercitate aiutandosi col bastone. Sembrano dati incredibili perché basta essere minimamente esperti dei luoghi di raduno di queste donnine per sapere che le ragazzine anche di dodici o tredici anni costrette a prostituirsi sono numerose. Meno sorprendente la quasi totalità di straniere: nigeriane, albanesi, rumene, da alcuni anni anche molte cinesi.

La Repubblica N 16 marzo 2011

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*Ricordando il Centenario

Sono divenuto vecchio senza accorgermene, infatti ricordo come se fosse ieri, ed erano cinquanta anni orsono, quando avevo tredici anni e visitai a Torino i festeggiamenti per il Centenario dell’Unità d’Italia, accompagnato da mio padre nel mio ultimo viaggio con lui già gravemente ammalato, ma volle accompagnarmi a celebrare un momento epocale della nostra storia.
Come pure conservo gelosamente nella mia biblioteca un’antologia di scritti patriottici, con in copertina una coccarda tricolore, che venne distribuita gratuitamente a tutti gli studenti italiani.
Erano lontani anni luce le revisioni dei neoborbonici e le scriteriate proteste secessionistiche della Lega.
Per Italia ’61 a Torino fu approntata un’avveniristica monorotaia, si potette assistere al circorama ad un emozionante documentario sulle nostre regioni (le fasi emozionanti di una corsa a Monza o l’ingresso trionfale nel golfo di Napoli in aereo tra Vesuvio e via Caracciolo), vi erano un’infinità di ristoranti dove si potevano gustare i manicaretti caratteristici di ogni località della penisola.
Si respirava ovunque un grande entusiasmo, perché non si festeggiava soltanto l’Unità, ma soprattutto il grande progresso economico della nazione: l’oscar della moneta alla lira, lo straordinario successo delle olimpiadi di Roma, le ultime a misura di uomo, il lavoro che aumentava, le autostrade che crescevano come funghi, le riforme, i grandi cambiamenti nel costume, lo stupefacente miracolo economico.
Dopo cinquanta anni la situazione è radicalmente cambiata con una disoccupazione dilagante, il calo demografico, le fazioni politiche impegnate in una lotta senza esclusione di colpi, il crepuscolo delle coscienze, l’epicedio dei valori.
Come i 100 anni furono contraddistinti da allegria e partecipazione, così i 150 sembrano distinguersi unicamente dall’eclisse della speranza e dalla negazione del cammino percorso assieme.

La Stampa (come editoriale dei lettori) 23 marzo 2011

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*Matrimoni di anziani truffa all’Inps

Gentile Direttore,
ieri ho ricevuto la partecipazione per il matrimonio di un conoscente che non vedevo da decenni e che, francamente, credevo avesse già da tempo lasciato questa valle di lacrime.
Invece Giusto, un arzillo ingegnere novantenne, due volte vedovo, ha deciso di impalmare la sua badante, più giovane di lui di solo sessanta anni.
Colpo di fulmine o più semplicemente una vera e propria truffa, anche se non punibile, ai danni dell’Inps?
Infatti la nostra legge, a differenza delle più severe normative in auge in altri più seri paesi europei, prevede che la novella sposa possa usufruire della pensione di reversibilità, eventualmente tornandosene comodamente nel suo Paese a grattarsi la pancia, non appena il nostro Giusto si deciderà finalmente al trapasso.
Speriamo che quanto prima il legislatore troverà il tempo per approvare una legge bipartisan, che stabilisca chiaramente, anche al fine di acquisire la cittadinanza, un tempo minimo di durata del matrimonio (due o meglio ancora cinque anni) prima che si maturi il diritto alla pensione, per evitare il dilagare di migliaia di matrimoni fittizi, che dilapidano le già disastrate finanze degli enti previdenziali e costituiscono una beffa per tanti giovani che non potranno mai avere la loro giusta pensione.

Il Mattino 1° aprile 2011 – La Repubblica N 30 marzo 2011

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**Le gioie del volontariato

Sembra strano che in tristi tempi come quelli che viviamo, segnati da un tramonto dei valori religiosi, da un dissolvimento degli ideali politici, da un dominio incontrastato dell’edonismo e del consumismo più sfrenato, aumenti sempre più il numero di coloro che si dedicano con altruismo al volontariato, soccorrendo i più deboli ed i più sfortunati.
L’enorme carica di energia vitale che promana vigorosa da questa moltitudine di uomini e donne di ogni età, come un pollone spontaneo, è in grado di salvare il mondo, di colmare le ingiustizie più palesi, di permetterci di guardare al futuro con meno apprensione.
Solo chi lo pratica conosce le gioie del volontariato, la soddisfazione di essere utile al prossimo, di poter soccorrere chi ne ha bisogno, di dare un senso alla nostra vita.
Per chi non lo ha mai conosciuto e vuole avvicinarsi ad esso consiglio di farlo all’inizio in compagnia di qualche amico, si supera così più facilmente l’impatto che a volte può mettere in fuga i meno motivati, dando la penosa impressione di dover sopportare da soli tutto il male del mondo.
Giorno dopo giorno cresce poi una voglia irrefrenabile di fare qualcosa per gli altri ed il piacere di farlo.
Non si tratta di seguire precetti religiosi o vacui ideali, di conquistare meriti ultraterreni, bensì di agire spontaneamente per perseguire il bene.
Le soddisfazioni, ve lo assicuro, non si faranno attendere e saranno in grado di riempire il nostro animo di una gioia immensa.

Il Mattino 19 aprile 2011 – (Sarà ripubblicata da Il Mattino il 1 novembre 2014, col titolo La vita piena e ricca di chi fa volontariato)

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Affidare alla sorte la sanatoria delle badanti

Gentile dottor Lubrano, in questi giorni si sta consumando l’ennesima ipocrita beffa ai danni dei lavoratori extra comunitari e degli stessi datori di lavoro, desiderosi di mettersi in regola con la legge e con i magri bilanci previdenziali, pagando i relativi contributi per coloro che da anni sono al loro servizio.
Affidare alla sorte l’ultima sanatoria per badanti ed affini e fingere di ignorare che tutte le richieste sono state avanzate, non da nuovi migranti desiderosi di trasferirsi presso di noi, bensì da onesti lavoratori da anni in attività presso famiglie o aziende italiane, significa semplicemente prendere in giro i cittadini.
Sarebbe stato opportuno permettere alle centinaia di migliaia di stranieri, che hanno fatto del nostro Paese la loro seconda patria, di emergere da un’assurda clandestinità, attraverso un rigoroso riconoscimento dei loro diritti e doveri, senza un’assurda finzione legata alla velocità di un clik ed a quote di assorbimento inadeguate alla realtà; ma oggi, in un momento di crisi economica come quello che stiamo attraversando, ci si affida alla speranza, come sempre ha fatto la plebe, e si gioca, non solo al lotto, l’antico sogno dei poveri, ma al gratta e vinci, al totocalcio, alla lotteria, alle scommesse e a tanti altri giochi, che hanno in questi ultimi anni raggiunto una diffusione mai vista prima in Occidente, per cui anche la volontà di lavoro e di riscatto viene legata alla fortuna ed alla più abietta ipocrisia.
Anche questo tipo di sanatoria sembra essere frutto della contraddizione, ossia di due visioni: una che vede negli extracomunitari una risorsa e l’altra che invece vorrebbe ricacciarli oltre confine. Contemporaneamente poi assistiamo al fenomeno inverso: con i mariti disoccupati o in cassa integrazione non poche mogli si offrono come badanti. Sono numericamente in aumento infatti le italiane che si iscrivono ai corsi di formazione per assistenza agli anziani. E non pochi extracomunitari lasciano l’Italia diretti altrove perché qui da noi non c’è più lavoro.

Il Mattino 24 aprile 2011

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L’acqua è ricchezza

Dai Sumeri ai Romani, i popoli antichi ne avevano già capito l’importanza per la civiltà. Mentre oggi anziché diffonderla per lo sviluppo, si privatizza.
La vita senza acqua è impossibile, il nostro corpo è formato in gran parte da questo prezioso liquido, al quale sono legate la fertilità della terra, la possibilità di allevare bestiame, le principali tecniche di produzione industriale.
Il benessere senza una cospicua dotazione idrica è pura utopia e non da oggi, infatti le grandi civiltà del passato, dai Sumeri ai Romani, ne avevano compreso l’importanza vitale e attraverso grandiose opere idrauliche: acquedotti maestosi ed efficaci impianti di irrigazione avevano trasformato l’abbondanza dell’acqua nel volano dello sviluppo e l’emblema stesso della civiltà.
Nel medioevo poi la scarsa disponibilità di acqua, crollati in rovina i poderosi acquedotti dell’antichità, provocò una disastrosa crisi economica durata secoli. La preziosa linfa si poteva attingere solo dai pozzi; divenne un lusso l’igiene, bestie e campi patirono la sete, mentre trionfavano ovunque carestie ed epidemie. Oggi, mentre bellicose multinazionali cercano di accaparrarsene la privata proprietà in tutto il mondo, la battaglia per l’acqua può rappresentare la chiave per scardinare le diseguaglianze tra i popoli, arginare le ondate migratorie bibliche, creare nei paesi poveri, afflitti da siccità e desertificazione, le condizioni per lo sviluppo.
A differenza dell’oro nero, l’acqua non si può trasferire molto lontano da dove sgorga: lì dove mancano fiumi e laghi, deve essere il mare, opportunamente desalinizzato, a sobbarcarsi il compito di placare la disperata sete di centinaia di milioni di uomini.
Se l’acqua non è libera, disponibile e abbondante la civiltà fa un passo indietro e bisogna attivarsi con urgenza affinché enormi zone del globo, oggi desertificate, possano di nuovo essere restituite all’agricoltura, creando in loco le risorse per combattere la fame di tanti nostri simili disperati.

La Stampa 27 aprile 2011 (come editoriale dei lettori)

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Galleria di Arte moderna chiusa senza preavviso

Mercoledì scorso, dopo essermi informato telefonicamente sul turno settimanale di chiusura, mi reco con alcune coppie di amici, sotto una pioggia battente, alla Galleria di Arte moderna per visitare la mostra sui Preraffaelliti. Grande è stata perciò la nostra sorpresa, inferiore solo alla rabbia, nel trovare sbarrata la porta d' ingresso con affisso un laconico avviso di chiusura straordinaria per compensare l' apertura pasquale.

La Repubblica Roma - 1° maggio 2011

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*Donne e aborto problema aperto

Gentile direttore,
negli anni Settanta il movimento delle donne si batteva nelle piazze per la depenalizzazione dell'aborto, poi venne la legge, il 22 maggio 1978, un ipocrito compromesso tra Democrazia cristiana e partiti di sinistra, un vero e proprio aborto giuridico. Dopo tre anni la Chiesa tornò alla carica con un referendum abrogativo, che si concluse con l'affermazione del diritto all'aborto. Fu una sconfitta per le gerarchie ecclesiastiche, ma non fu una vittoria perle donne per le quali cominciarono le difficoltà per l'epidemia di obiezione che paralizzò di fatto il lavoro degli ospedali. Si fa un gran parlare di aborti clandestini, ma perché non proviamo a farli divenire e chiamarli privati? Una donna per un'appendicectomia è libera di scegliere il medico ed il luogo di cura, per un'interruzione di gravidanza è costretta invece a servirsi di strutture pubbliche, delle quali può non avere piena fiducia. All'estero è completamente diverso, la paziente può rivolgersi all'ospedale o scegliere un ginecologo in una clinica privata autorizzata. E smettiamola anche di evocare lo spettro delle mammane e delle donne rovinate dall'aborto. Le mammane non lavorano più da decenni ed il famigerato laccio è andato definitivamente in pensione. Oggi se una paziente sceglie un medico privato è perché sa molto bene che gli specialisti che si dedicano a questa attività sono molto più abili dei colleghi ospedalieri, adoperano il metodo Karman (aspirazione) molto meno cruento della metodica chirurgica tradizionale e soprattutto permettono di evitare le defatiganti attese, gli interrogatori imbarazzanti, gli interminabili e spesso inutili accertamenti, la promiscuità delle corsie, l'ansia di una decisione sempre dolorosa e traumatizzante, che spetta solo alla donna dopo aver interrogato la sua coscienza. In Italia la legge prevede che le cliniche private possano chiedere l'autorizzazione a praticare l'interruzione di gravidanza ed addirittura il convenzionamento con l'Asl, ma questa richiesta solo eccezionalmente viene accolta, per cui un ginecologo che volesse seguire una sua paziente, in cura da anni ed alla quale ha preso i parti precedenti, deve invece abbandonarla a colleghi, quasi sempre giovani e che spesso si dedicano all'interruzione per trovare un primo lavoro, pronti a divenire obiettori appena ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Presso le Asl in tutta Italia dormono decine di domande di autorizzazione ed i politici debbono decidersi ad affrontare il problema, che da tempo attende una soluzione rispettosa delle richieste di tante cliniche qualificate, che vogliono mettersi al servizio della leggee delle donne. Oggi insieme alla cocaina ed all'hashish gli spacciatori vendono anche la RU486, soprattutto alle ragazzine, un vero pericolo se adoperata incautamente. Vi ricorrono le minorenni, le immigrate e tutte coloro che vogliono saltare le pastoie burocratiche e non riescono a reperire uno specialista compiacente Dimenticavo: le pazienti che oggi ricorrono ad un medico privato pagano una cifra in linea con i prezzi delle prestazioni sanitarie, 500-600 euro e fanno risparmiare allo Stato circa 2000 euro, dobbiamo esserle grate.

Il Mattino 25 maggio 2011

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La vecchiaia ai tempi del Viagra

I sessanta anni hanno costituito per secoli un traguardo dignitoso per l’uomo alle soglie della pensione, un periodo costellato dai primi dolori artritici, a cui facevano da contrappeso saggezza e tranquillità d’animo.
La famiglia, allietata da un nugolo di nipotini, stilava il bilancio di decenni di vita trascorsi assieme, pronta a viverne ancora tanti con gioia e soddisfazione reciproca. Oggi le fantastiche pilloline blu, infiammano i corpi, ma soprattutto la mente, creando legioni di anziani patetici, smaniosi, dal desiderio nevrotico ed incontenibile, mentre si sfasciano famiglie, che pur avevano festeggiato le nozze d’argento, complici milione di immigrate, giovani, bonazze e di bocca buona.
Gli anziani che fanno ricorso a questi succedanei della passata virilità, vogliono sfidare le leggi della natura e somigliano sempre più a dei satiri assatanati, più che a uomini pieni di esperienza in grado di dispensare saggezza.
Una nuova realtà, innaturale, alla quale bisognerà abituarsi, mentre il cinema ed i libri provvedono già a rappresentarla degnamente, declinando una nuova figura di vecchio sul viale del tramonto alla disperata ricerca di un’immortalità surrogata e di un’onnipotenza virtuale, che faccia da antidoto ad una improcrastinabile impotenza.

Il Fatto Quotidiano 18 giugno 2011

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Liberalizziamo la droga

Fino a ieri a parlare di liberalizzazione della droga vi erano soltanto i radicali, da oggi Pannella e soci sono in buona ed autorevole compagnia; infatti il comitato dei saggi dell’Onu, composto da illustri personaggi è giunto, anche se in ritardo, alle stesse conclusioni: inutile criminalizzare le sostanze stupefacenti, non se ne riduce il consumo e si incrementano all’infinito i guadagni della criminalità organizzata, in grado oramai, grazie al narcotraffico, di gestire bilanci superiori a quelli di oltre metà degli Stati iscritti alle Nazioni Unite e di comandare in alcune nazioni dal Kosovo all’ Afghanistan.
Tra i membri della commissione vi sono nomi prestigiosi da Kofi Annan a Mario Vargas Llosa, dagli ex presidenti di Messico, Colombia e Brasile, in passato accaniti proibizionisti, all’ex premier greco Papandreu, senza dimenticare ex ministri di Nixon e Reagan, l’ex presidente della Federal Bank o della Federazione svizzera. Nelle 24 pagine del loro rapporto, ignorato da gran parte dei media mondiali, invitano gli Stati ad una rivoluzionaria inversione di tendenza, liberalizzando la droga, dopo 50 anni di inutile lotta per impedirne il consumo.
Un’esperienza che fino ad oggi ha interessato, e parzialmente, solo alcuni paesi: Canada, Portogallo, Svizzera ed Olanda, dove non vi è stato un aumento del consumo, mentre la delinquenza ha avuto un colpo mortale. In Italia alla base di oltre il 50% dei reati vi è l’ombra della droga, oltre la metà dei carcerati è ospite… dello Stato per reati connessi agli stupefacenti, la metà delle forze dell’ordine e della magistratura è occupata a contrastarne il traffico. Sarebbe opportuno cominciare a discuterne pacatamente, anche se è difficile avere spazio sui giornali, perché i poteri dell’antistato sono in grado di corrompere e condizionare chiunque.

Il Tirreno 19 giugno 2011

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**Uno sguardo sul nostro futuro

Un domani i nostri figli e nipoti dovranno pagare l’enorme debito da noi accumulato. Ci malediranno e nello stesso tempo si chiederanno il perché di questa vigliaccata. Leggeranno i libri di storia alla ricerca di una risposta e vedranno come negli anni Ottanta del Novecento il capitalismo cambiò volto e, caduto il muro di Berlino, stabilì di liberalizzare i movimenti di capitali, i quali cominciarono a spostarsi da un angolo all’altro della Terra, alla ricerca della migliore redditività, una cosa fino ad allora impensabile, in un epoca ispirata agli storici accordi di Bretton Woods, contrari a qualsiasi trasferimento di risorse monetarie lontano dal luogo dove erano state prodotte.
Tali limitazioni, da tutti accettate, avevano permesso una tregua nell’ eterna lotta tra capitale e lavoro; infatti si rinunciava alla volontà del massimo profitto in cambio di una sorta di pace sociale, contraddistinta dall’ affievolirsi della lotta di classe, dalla diminuzione degli scioperi e dalla ricerca congiunta dell’aumento di produttività, condizione indispensabile per incrementare la redditività del capitale ed in proporzione la crescita di stipendi e salari. I politici chiamarono questo accordo tra le parti politica dei redditi e per alcuni decenni essa fu contrassegnata da una drastica riduzione della disoccupazione e da una ragionevole distribuzione dei benefici economici. Questo virtuoso equilibrio tra le parti saltò in breve non appena ingenti risorse monetarie cominciarono ad indirizzarsi verso i paesi poveri, dove diedero luogo a tumultuosi processi di sviluppo, travolgendo però antiche tradizioni, sedimentate nei secoli e creando le condizioni per repentini quanto devastanti fenomeni di deflusso economico.
Nel frattempo in Occidente questi spostamenti monetari provocarono una mutazione genetica del capitalismo, che assunse il suo volto più feroce, con una ricerca spasmodica del massimo profitto, in dispregio dell’ambiente e dei limiti dello sviluppo consentiti dal pianeta; inoltre si cominciò ad assistere ad una prevalenza della finanza sull’economia e della speculazione sulla produzione. Le conseguenze furono disastrose con uno spostamento dei guadagni dalla tangibile realtà della produzione agli artifici truffaldini della finanza, un aumento delle diseguaglianze sociali ed un incremento del divario tra ricchi e poveri. Inoltre venne a crearsi un effetto paradossale con il risparmio realizzato nei paesi emergenti, il quale, invece di sostenere i consumi locali, aumentando l’ infimo livello di vita delle popolazioni locali, va alla ricerca di un buon rendimento e di una ragionevole sicurezza, andando a finanziare i consumi spropositati dei cittadini dei paesi ricchi, istaurando una cronico squilibrio nelle loro bilance di pagamento e perpetuando la scellerata consuetudine di vivere alle spalle delle future generazioni di un regime economico nel quale l’ indebitamento cresce giorno dopo giorno ed un consumismo sfrenato, esaltato da una pubblicità martellante, induce il cittadino a ricercare benessere e felicità nel vacuo possesso di una miriade di oggetti privi di senso.
Poi sopraggiunse una spaventosa crisi provocata dall’esplosione di una gigantesca bolla immobiliare negli Stati Uniti e dalla scoperta della truffa insita nei derivati ed in altri prodotti finanziari spazzatura. Per effetto perverso della globalizzazione dall’America il crack si trasferì in tutto il mondo travolgendo i mercati. La depressione del 1929 apparve ben poca cosa, anche perché si riuscì faticosamente a superarla grazie alla politica, che ancora prevaleva sull’economia, alla tutela degli interessi pubblici in contrasto agli egoismi privati. I governi davanti alla vastità della catastrofe si mostrarono deboli ed accondiscendenti con i responsabili: ripianarono i bilanci delle banche insolventi con denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti ed aumentando a dismisura il debito pubblico. Furono necessari gravi e duraturi sacrifici, mentre le agenzie di rating si permettevano di criticare i bilanci deficitari degli Stati che, abdicando impudicamente ad esercitare la sovranità, si erano prostrati davanti a multinazionali e potentati finanziari. Riprese spavaldamente il gioco della rapina finanziaria ai danni dei cittadini fino a quando….
E qui la storia può prendere due diversi svolgimenti, tutto dipenderà da come noi ci comporteremo. Ci avvieremo verso un governo mondiale, obbligatoriamente di natura dittatoriale(le democrazie sono il regno della corruzione dove il potere del denaro trionfa), auspicabilmente illuminata, in grado di regolare lo straripante potere della finanza, riportando il capitalismo a più miti consigli e dedicando la giusta attenzione all’uomo ed ai suoi bisogni. Al limite alla divisione del mondo in due blocchi contrapposti, regolati però da leggi dipendenti dalla politica e non dall’economia. Oppure (ed in tal caso dubito che i nostri discendenti possano leggere il finale) il denaro continuerà ad essere la misura di tutti i valori, la disoccupazione dilagherà, mentre il capitale sfrutterà sempre più il lavoro, incurante di disastri ambientali e dell’esaurimento delle risorse fino all’ apocalisse prossima ventura.

Il Fatto quotidiano 20 giugno 2011

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Il Migliore ma non come padre

Gentile direttore, a margine della scomparsa a 86 anni del figlio dimenticato di Togliatti, sono rimasto colpito dalla dedizione ultratrentennale della sua badante, un'italiana di nome Marisa come la sorella dello sfortunato signore, costretto da una malattia mentale ad essere ghettizzato a vita. Il "Migliore" per milioni di comunisti genuflessi non è stato il migliore dei mariti, lasciando la moglie per una compagna più giovane e più bella come l'ultimo dei borghesi e certamente non è stato il migliore dei padri, cancellando dalla storiografia ufficiale un figlio affetto da turbe psichiche e dimenticandolo tra ospedali e ospizi. Ma suo figlio è stato fortunato: ha trovato una badante discreta ed affezionata che lo ha assistito amorevolmente fino alla fine, descrivendolo come un gentiluomo, elegante e riservato a cui piacevano tanto i dolci e non come uno sfortunato demente. E come un ultimo atto di devozione ha deciso che riposerà nel cimitero del suo piccolo paesello, affinché non gli manchi, anche dopo la morte, sulla tomba, il conforto di un fiore e di una preghiera di una persona che gli ha voluto bene, anche se questa era soltanto la sua badante.

Il Mattino 20 luglio 2011

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* I rifiuti in nave

Strano che nessuno abbia mai pensato ad una semplice ed economica soluzione per lo smaltimento dei rifiuti, che vorrei proporre all'attenzione dei tecnici e dell'opinione pubblica. I rifiuti, senza necessità di differenziarli, dovrebbero essere trasferiti nella stiva di navi in grado di sminuzzarli, comprimerli ed inglobarli in grossi contenitori di cellulosa o altro materiale idoneo a contenerli per un lungo periodo di tempo, nell'ordine di decenni, se non di secoli. Tali navi dovrebbero poi raggiungere le acque internazionali in corrispondenza di notevoli profondità (per Napoli basta superare Capri) e liberarsi del carico, il quale andrebbe a porsi sul fondo, dove riposare in pace. Quando fra un periodo infinito i contenitori dovessero cedere nessun problema: la frazione umida potrebbe costituire un efficace nutrimento per i pesci, il vetro si trasformerebbe in sabbia, carta e cartone si dissolverebbero in un attimo.
Tutto verrebbe assorbito in maniera ecologica, ad eccezione della plastica, una modesta quota dei rifiuti urbani, che necessita di più lunghi periodi di trasformazione. I costi per smaltire i rifiuti cittadini sarebbero irrisori, rispetto alle metodologie attualmente adoperate ed il rispetto per l'ambiente assoluto.

Il Mattino 1° agosto 2011

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L’economia reale e quella virtuale

Gentile direttore, mentre il prezzo degli ortofrutticoli raggiunge il massimo della forbice tra produttore e consumatore, con incrementi scandalosi anche di 30-40 volte tra ciò che la grande distribuzione paga al contadino e quanto viene richiesto dal dettagliante, abbiamo assistito nei giorni scorsi, in attesa di sentire la voce disperata dei consumatori, a grandi manifestazioni di protesta da parte dei pastori e degli agricoltori. I primi hanno portato in piazza il loro grido di dolore fino ai palazzi della capitale, mentre i secondi hanno invaso piazza Affari a Milano con i loro maiali davanti alla sede della Borsa, il luogo dove il lavoro vero, la fatica che fa sudare, non viene più riconosciuto e dove pochi avidi speculatori decidono i prezzi dei cereali e dei mangimi, della carne e del latte, influenzando il destino di milioni di uomini, molti dei quali, soprattutto in Africa, sono ridotti letteralmente alla fame. Non dimentichiamo infatti che ciò che per noi rappresenta il caro-vita, per tanti altri è semplicemente la vita e lo strapotere della finanza sull'economia reale è fonte quotidiana di ingiustizie che chiedono vendetta oramai solo davanti a Dio, perché la giustizia terrena è in tutte altre faccende impegnata.

Il Mattino 3 agosto 2011

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Ringrazio le badanti un esercito silenzioso

L' ultima manovra finanziaria conteneva una norma anti badante per evitare le truffe all' Inps costituite dai matrimoni tra datori di lavoro ottuagenari e giovani domestiche, ma per pochi episodi di malcostume non bisogna stancarsi di dire ogni giorno grazie a un esercito silenzioso composto da oltre due milioni di unità, che permette all' Italia di poter continuare a camminare nel suo egoismo, figlio della civiltà dei consumi. Le nostre donne oramai ambiscono solo e soltanto a un lavoro fuori casa e scaricano sul personale domestico, quasi tutto straniero, incombenze alle quali fino a una generazione fa attendevano volentieri, la gestione della casa, l' educazione della prole e, l' impegno più gravoso, l' assistenza agli anziani. L' arrivo di un fiume di badanti di razze e culture diverse è accettato di buon grado dalle famiglie,è tollerato anche nei diktat più scriteriati dei leghisti e può costituire un' occasione di graduale cambiamento dei costumi. Nei casi più gravi prestano la loro preziosa assistenza costantemente a casa, ma spesso escono a fare quattro passi con la persona a loro affidata e sono immagini di grande tenerezza: premurose sono seduti assieme su di una panchina nei giardini pubblici o aiutano amorevolmente a fare una brevissima passeggiata mattutina, per convincere l' assistito di essere ancora vivo. Il vecchio e la badante sembrano lontani anni luce, viceversa quasi sempre si intendono con un semplice sguardo, sono entrambi molto saggi, l' uno per l' esperienza accumulata negli anni, l' altra perché vivere lontano da casa rende subito maturi. Sono entrambi fragili come il vetro per i malanni e per la scarsa tutela dei propri diritti. Sognano la famiglia lontana e soffrono di un' inguaribile solitudine: lo straniero ha i suoi cari a migliaia di chilometri, l' anziano ancora più distanti, anche se la figlia o la nuora abitano a pochi isolati di distanza. Tutte le piazze d' Italia dovrebbero dedicare un monumento alla badante e gli artisti dovrebbe saper cogliere e trasferire sul marmo o sul bronzo lo sguardo caritatevole di queste donne, cingalesi e filippine, polacche e ucraine. Possiamo immaginare una donna china su un vecchio col sorriso sulle labbra. Tutti dovremmo sostare a meditare, come non siamo da tempo più abituati e possiamo essere certi che il monumento non attirerebbe lo spray imbrattante del vandalo, che umilia le statue dei personaggi celebri e dei padri della patria e farebbe tentennare la mano del politico o del funzionario pronti a firmare una legge restrittiva o un obbligo di rimpatrio.

La Repubblica 13 agosto 2011

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Gli autobus hanno il sistema GPS ma nessun collegamento al 113

Esperienza allucinante l' altro giorno sul 33: sale sull' autobus un giovane energumeno che comincia a chiedere un euro, perché ha perso il portafoglio; dopo i primi dinieghi, si spazientisce e comincia a minacciare. Alcuni, terrorizzati, acconsentono alla richiesta, io gli allungo dieci euro. Allontanatosi il folle mi avvicino all' autista, e scopro che a Roma gli autobus nonostante il sistema Gps di localizzazione non possono comunicare con le forze dell' ordine.

La Repubblica Roma – 17 settembre 2011 – Corriere della Sera Roma 20 settembre 2011 (col titolo In balia di un violento)

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Cinque proposte per svuotare le carceri

Si parla tanto di amnistia e indulto, alimentando inutili speranze tra i 70000 detenuti, stipati come bestie nelle carceri, dimenticando il delicato momento politico, per cui è pura utopia sperare che si possa raggiungere in Parlamento la maggioranza qualificata necessaria a varare un provvedimento di clemenza. Si potrebbero invece svuotare rapidamente i penitenziari attraverso una legge ordinaria, che preveda il rispetto di leggi già esistenti, inapplicate per il congestionamento degli uffici dei giudici di sorveglianza, costretti, nonostante il loro lodevole impegno, a esaminare con attese estenuanti migliaia di istanze. Le ragionevoli proposte che mi sentirei di avanzare al legislatore sono: 1) Il diritto automatico ai domiciliari per chi deve scontare meno di un anno. 2) L' avviamento obbligatorio ai servizi sociali per tutti coloro che devono scontare gli ultimi tre anni di reclusione. 3) L' utilizzo della carcerazione preventiva solo in casi eccezionali, facendo tesoro del braccialetto elettronico in uso in tutti i paesi civili e non dimenticando che secondo la Costituzione si tratta di innocenti. 4) La possibilità di scontare la pena ai domiciliari per tutti i malati passibili di peggioramento in regime di reclusione e per chi ha compiuto 65 anni. 5) Trasferire in strutture attrezzate i tossicodipendenti per un più efficace programma di recupero, favorendo un futuro inserimento nella società.

Il Tempo 1° ottobre 2011

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Lettera di Torkey Mohamed Fathy compagno di cella di Achille della Ragione

IL DIO DI REBIBBIA
Quando sono venuto qui in questo albergo lussuoso sono capitato con uno scrittore italiano: si chiama Achille della Ragione. Egli e veramente un Aristotele degli anni duemila, anche se lui e un filosofo che io non condivido. La sua filosofia va sull’essistenzialis.
La derivazione del suo nome e di origine greca. Il famoso Achille il troiano conosciuto che era un figlio di una dea, un eroe immortale però aveva il suo difetto: il tallone. Quando sua madre lo ha messo nell’acqua per farlo divenire immortale dimenticava di metterlo interamente nell’acqua tenendolo per le caviglie. Per questo il suo difetto era il tallone. Nella guerra di Troia i suoi nemici scoprirono il suo difetto. Quando e stato scoperto secondo la storia greca diventato mortale, però il nostro Achille della Ragione, il suo difetto e il suo grande vantaggio per lui dal primo momento che tu lo incontri. Ti fa sentire che lo conosci da anni. Ti fa sentire la vera amicizia fa così con tutti quelli che vengono da lui per prendere la sua opinione o il suo consiglio per qualsiasi cosa nella vita perche il nostro mito considerato come un dizionario perche lui praticante secondo il mio parere. Non sono un filosofo, lui e un artista nel teatro della vita, un poeta, a parte che lui ha scritto 55 libri di vari argomenti, libri di arte politica e filosofia economia.
Lasciamo perdere la sua napoletanità. Lui qui lo chiamano il Buon Dio di Rebibbia perché e sempre disponibile anche per una caramella la dona con sorriso la sua esperienza e illimitata e sempre pronto con la battuta simpatica. In qualsiasi momento per me e difficile che qualcuno filosofo mi colpisca. Ho letto più di 2000 libri ricordo molto bene i personaggi il nostro Achille sembra una di questi grandi personaggi usciti dal libro. Non posso dire di preciso. O arriva dal medio evo, o dalle montagne di Olimpia, ove la montagna era piena di tanti dei però qua l’Olimpia di Rebibbia ha solo un dio e non c’e posto per un altro, questo e il nostro Achille. Mentre il suo cognome: della Ragione. Questo è un cognome nobile però il significato in greco della Ragione significa e l’uomo filosofo che usa il suo cervello per qualsiasi cosa per es. Socrate quando qualcuno lo diceva buongiorno, lui rispondeva ragionando che e il buono? Io ho avuto tanti dialoghi con lui per tutti i cinque mesi perche la nostra filosofia troviamo punti di riferimento, però sempre ogni volta che dialoghiamo mi insegna cose nuove non solo a me, ed anche altri compagni. Perciò c’è ancora tanto da imparare da quest’uomo non si annoia mai. Perche questo tipo di filosofia che ogni giorno c’è qualcosa nuovo.

Il Tempo 20 ottobre 2011

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Ho incontrato Dio in carcere

«Ho incontrato Dio in carcere. Dio è in ogni luogo e può raggiungere ed illuminare il cuore di un uomo in ogni momento, dovunque egli si trovi, anche nel buio di una cella, dimenticato da tutti se non dalla cattiva sorte. Posso testimoniarlo personalmente: sono un peccatore, non un delinquente e fino ad oggi ho creduto fermamente soltanto ad un Dio creatore ad una intelligenza suprema, che ha creato l’universo, dotandolo di leggi perfette. Mille dettagli ce lo confermano ogni giorno.
Più difficile è credere ad un Dio misericordioso, perché ci capita spesso di osservare avvenimenti che riteniamo ingiusti, soprattutto quando ci toccano personalmente e noi ben sappiamo di essere innocenti, ma commettiamo l’errore di confondere la giustizia terrena, fallibile, con quella divina che lavora in tempi più lunghi.
Oggi sono felice perché Dio non si è dimenticato di me, ha toccato il mio cuore e spero orienterà il mio futuro.
Volevo riconciliarmi con lui,confessarmi e comunicarmi.
Peccato che a Roma, sede millenaria del Papato, per assistere alla Messa, bisogna prenotarsi ed io, neofita, da poco ospite dello stato, non lo ero»

Il Roma 4 Novembre 2011 - La Repubblica 16 novembre 2011

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Pena di morte? No suicidio di Stato

In Italia non esiste la pena di morte, non siamo mica gli Stati Uniti o la Cina, siamo un paese civile.
Da noi però i detenuti, per le mostruose condizioni di sovraffollamento, denunciate solennemente dallo stesso Presidente Napolitano, sono costretti a vivere stipati come bestie e da tempo nei penitenziari si è diffusa una micidiale epidemia, con una cadenza di suicidi impressionante.
Speriamo che il nuovo governo, invece di varare con assoluta urgenza adeguati provvedimenti, non pensi che il problema si risolva spontaneamente grazie a questa catena di suicidi forzati, ben piu' esecrabile della pena di morte.
L'altro giorno a Rebibbia, ignorato dalla stampa, vi è stato l'ennesimo suicidio per impiccagione;
durante la messa al momento della preghiera, ho ricordato con brevi parole l'episodio (pubblicato come lettera al direttore)

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FINALMENTE LIBERO

una bilancia in un'aula di giustizia ha segnato il suo destino, l'altro giorno una bilancietta gli ha permesso di diventare libero. Anche in reparti come il nostro G8 la sofferenza, la malinconia, la solitudine, la disperazione possono indurre ad atti insulsi.
Possa Dio, nella sua infinita misericordia perdonarlo ed accoglierlo nell'alto dei cieli
preghiamo

RISPOSTA DELLA FAMIGLIA di Luigi Del Signore
GRAZIE
è con profonda commozione che abbiamo ascoltato la lettera che avete scritto per ricordare lo zio.
"Giggi" così noi lo chiamavamo, è stata una persona sfortunata, ha avuto una vita difficile. Non era semplice stargli accanto nè volergli bene, mi ha colpito come lo avete descritto, gli aggettivi che avete usato.
Lui era Giggino così strano, lunatico, ma inoffensivo.
aveva un carattere difficile e non amava parlare di sé, né forse farsi conoscere troppo profondamente.
Non sapremo mai il PERCHE' zio abbia deciso di togliersi la vita, noi tutti speriamo che adesso sia in pace con se stesso e con gli altri.
Grazie per avergli voluto bene e grazie anche per essere stato presente i fiori che avete mandato.

Il Tempo 6 dicembre 2011

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*Grazie a Elvira che mi ama nell’avversità

L’amore, è quel sentimento misterioso e sublime, il più bel dono che ci ha fatto il Creatore, il quale può sfidare la caducità della materia e durare in eterno.
Vorrei rendere nota ai lettori la mia esperienza.
Ho avuto la fortuna di incontrare una donna unica Elvira e da 40 anni condividiamo la buona e la cattiva sorte, osservando scrupolosamente la promessa che ci scambiammo sull’altare.
In passato ci sono state tante gioie: agiatezza economica, figli, nipoti, la salute, ma poi su di noi ha imperversato un destino avverso fatto di malattie e di traversie giudiziarie. Ma il nostro amore non ha conosciuto crisi: ieri presentazioni di libri a Montecitorio, la partecipazione attiva nel bel mondo della società e della cultura, oggi una ben diversa realtà.
Ma Elvira non mi ha mai lasciato, né in sala di rianimazione, né oggi, che, ingiustamente condannato, sono costretto come un leone in gabbia, a trascorrere il resto dei miei giorni nel buio di una cella.
Grazie all’amore e grazie ad Elvira.

La ringrazio per la sua lettera che, come capita molto raramente, non parla di abbandoni e tradimenti ma di un amore incrollabile pur attraverso le più dure traversie. Lei è stato condannato per un reato grave, ma si dice innocente, cioè afferma di non aver commesso il fatto, perché quel fatto c’è stato ma lei non lo ritiene reato? Comunque mi pare chr lei sia stato condannato a dieci anni, quindi quando avrà, a pena scontata, il tempo di tornare a vivere con questa moglie fedele e tuttora innamorata; è strano come le donne (o gli uomini ovvio) continuino ad amare e sostenere una persona anche dopo aver saputo che ha commesso atti illegali gravi, e invece la abbandonano indignate per un paio di corna; è come se la vita privata contasse più della convivenza civile, ma non può essere così, se no la società andrebbe a pezzi. Lei e la sua Elvira siete stati per anni al centro della vita mondana di Napoli, avete figli grandi, e nulla vi ha separato. Mi piacerebbe sapere cosa pensa di questa vostra reciproca fedeltà la signora Claudia della prima lettera
Natalia Aspesi

Lettera pubblicata il 23 dicembre 2011 su "il Venerdi di Repubblica"nella rubrica "Questioni di cuore" di Natalia Aspesi

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 **Lettera aperta al ministro Severino

Gentile signora Severino,
sono napoletano come Lei, medico e scrittore attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia, ed ho molto apprezzato il Suo toccante discorso in occasione della visita del Santo Padre, per cui desidero ringraziar La, anche a nome dei miei compagni di sventura.
Lei non ha potuto vedermi, perché la mia domanda (cattiva), per quanto condivisa dai cappellani, è stata censurata dalla segreteria del Pontefice.
In ogni caso è stata pubblicata da numerosi quotidiani sotto forma di lettera al direttore:
«Colgo l’occasione per sottoporLe una mia proposta che,nonostante abbia prospettato da tempo alla direzione, non ha finora ricevuto risposta. Ho la fortuna che mia figlia e mio genero siano commissari europei e, dopo aver consultato tutti i presidenti delle commissioni, mi hanno assicurato, in tempi brevissimi, la disponibilità di 100.000 euro per una o più iniziative a favore dei reclusi di Rebibbia.
Il mio sogno è che si possa permettere-a costo zero- l’opportunità di ricevere ed inviare mail a parenti ed amici,grazie al finanziamento della Comunità Europea.
Naturalmente la posta elettronica in arrivo ed in partenza,a differenza di quella tradizionale che gode della segretezza, potrebbe avere un filtro censorio .Rimanere in contatto costante con i propri cari è l’unico rimedio che conosco per sopportare la sofferenza, la solitudine, la malinconia. Se non
si ha l’energia per la realizzazione di un’iniziativa del genere,che ci porrebbe una volta tanto all’avanguardia in Europa, avanzo una seconda proposta: quella d’invitare i maggiori esperti internazionali del settore a tenere un ciclo d conferenze sulle metodiche più avanzate per meglio tollerare la detenzione, dall’ipnosi alla meditazione trascendentale, senza alcuna preclusione (ricorda la signora Ministra la scena relativa di Arancia meccanica?) e raccogliere poi i risultati in un volume da diffondere presso gli istituti di pena di tutto il mondo. Attualmente ho constatato che l’unica tecnica ampiamente attuata consiste nell’uso generoso di psicofarmaci, sconfinante nell’abuso,ch trasforma i detenuti in pallidi ectoplasmi, in automi, molto spesso in marionette impazzite.
Non mi dilungo, gentile signora, ma sarei onorato di un Suo riscontro

L’Unità 22 gennaio 2012

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Il peccato della libertà di parola

«Il peccato originale per l’uomo non è consistito certamente nell’aver assaporato le gioie del sesso, bensì nella volontà di accedere alla conoscenza e soprattutto attivarsi alla sua diffusione.
Un acuto pensatore riesce a leggere il futuro prima dei suoi contemporanei, non ha timore di scontrarsi con la morale corrente e con il potere ed invita perentoriamente ad infrangere le regole della tradizione, senza preoccuparsi delle conseguenze personali.
Il pensiero non conosce alcun limite, né quello delle sbarre di una cella, da dove può espandersi fecondando ed influenzando l’opinione pubblica, né la prigione di un corpo paralizzato come nel caso del grande scienziato Hawking, che da cinquanta anni, costretto su una sedia a rotelle, grazie ad un computer collegato ad un sintetizzatore vocale, ha stravolto con le sue idee i confini della fisica moderna.
Senza la scintilla del pensiero la nostra esistenza non avrebbe alcun significato: un succedersi di eventi senza senso: nascere, diventare adulti, avere un carattere, dei sentimenti, lavorare, essere ricchi o poveri, avere una famiglia e degli amici, avvertire vagamente il tempo e lo spazio e morire senza lasciare traccia del proprio passaggio sulla terra.
La conoscenza si trasmetteva in passato esclusivamente attraverso i libri, i quali come i fiumi rendevano ubertosa la terra, rappresentavano le fonti primigenie della saggezza, permettendo alla mente di spingersi in un abisso senza fondo.
Oggi, sempre più frequentemente, la verità cammina su Internet e per un blog si può essere uccisi nel più atroce dei modi: con la testa mozzata, messa dentro un sacco e lasciata davanti ad una scuola con accanto, affinché il messaggio risultasse ancor più minaccioso ed ammonitore, una tastiera di computer.
È quanto è accaduto ad una giovane blogger messicana, che si firmava “La ragazza di Laredo”, perché da lì conduceva la sua battaglia contro i narcotrafficanti, la cui potenza economica ha da tempo ammansito gran parte della stampa e le televisioni locali. Ma il sacrificio di questa ignota ragazza, di questa eroina dei nostri tempi, ha scatenato la furia dei blogger, che sono aumentati di numero ed hanno trovato il coraggio di denunciare questi ignobili commerci e la corruzione dilagante.
La forza delle parole e del raziocinio non si fa imbrigliare dalle ferree regole delle leggi o dall’etica corrente, né rispetta i rigidi dettami delle religioni. Spesso l’ateismo è una manifestazione del libero pensiero, con l’uomo che si fa arbitro e giudice delle sue azioni, emancipandosi di fatto da ogni ipoteca soprannaturale.
Talune volte la forza dell’intelletto attira su di sé un fascino irresistibile, che lo trasforma in un grande seduttore, di menti come di gonnelle, una sorta di Don Giovanni, come tutti quelli immortali, creati dalla fervida fantasia di scrittori di ogni epoca, da quello di Tirso de Molina a quello di Molière, fino all’eroe trasfuso in pura lirica da Mozart.
Sempre in anticipo sui loro tempi, come capita anche ai nostri giorni assediati dai fantasmi di rozzi integralismi religiosi ed etici, che mostrano la forza liberticida di un oscurantismo, che non risparmiano neanche l’Occidente, dove le grandi conquiste liberali sono insidiate da un bigottismo ipocrita ed opportunista.

Il Tirreno 2 febbraio 2012

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* Meglio bestia che detenuto

Il governo si è sciolto senza prendere alcun provvedimento “sfollacarceri”, mentre quotidiani e mass media continuano ad interessarsi alla sorte dei cani randagi in Ucraina, dei gatti sfollati da Largo Argentina o delle galline costrette in gabbie anguste.
I detenuti gradirebbero che fosse dedicata pari attenzione ad esseri umani costretti a spazi talmente
Limitati da invidiare gli animali dei giardini zoologici.

Venerdì di Repubblica, La posta di Serra, 15 febbraio 2013(con il titolo Il carcere fa meno notizia degli animali)

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Globalizzazione sì, capitalismo selvaggio no!

La globalizzazione ha portato indubbi vantaggi ai Paesi emergenti, mentre ha impoverito l'Europa e gli Stati Uniti, perchè gli imprenditori hanno delocalizzato la produzione li dove il costo del lavoro è basso ed i diritti sindacali inesistenti.
Nello stesso tempo ha favorito la circolazione delle idee e dei modelli culturali tra i vari Paesi.
Precari ed Indignati occidentali protestano a nome del 99% della popolazione contro quell'1%, che detiene gran parte della ricchezza mondiale.
La finanza selvaggia, che da alcuni anni imperversa indisturbata, ha creato una voragine tra lavoro e capitale, aumentando la disoccupazione ed incrementando il divario tra ricchi e poveri.
La soluzione ci sarà soltanto quando un governo mondiale sarà in grado di indirizzare lo sviluppo, la circolazione di capitali e controllare l'inquinamento e l'esaurimento delle risorse, pena l'apocalisse terrestre, che sarà uno spettacolo al quale assisteremo tra breve.
L'esatta antitesi del capitalismo di stato cinese, che sta divenendo modello di riferimento, non solo per il terzo mondo, ma per lo stesso Occidente.

Il Tirreno 7 marzo 2012

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Il dramma della disoccupazione

“Sono mortificato, ma debbo licenziarla”.
Una pacca sulla spalla, una stretta di mano ed il nostro amico, dopo anni di lavoro deve lasciare la sua azienda, che rischia di il fallimento.
Riempie uno scatolone con le sue cose, che lo hanno accompagnato per una vita e si avvia lontano dal suo passato, timoroso per il suo futuro.
Cosa racconterà alla moglie ed ai figli? Cammina a testa bassa, pensando di essere stato trattato come il gas o il telefono, che si possono tagliare da un giorno all’altro.
Gli sembra d’impazzire, perché oltre alla sua identità è stata annullata la sua dignità di lavoratore.
Quanti sono coloro che in questi giorni di crisi economica stanno subendo la stessa sorte, affiancandosi ai milioni di giovani precari?
È un dramma epocale e pare che nessuno sappia trovare la soluzione giusta.

Il Tirreno 25 marzo 2012

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Come uscire dalla crisi

I tempi delle vacche grasse sono tramontati per sempre e nessuno propone idee per uscire dalla crisi.
I sindacati, invece di difendere strenuamente l’indifendibile, perché non propongono di tornare alla settimana lavorativa di 40 ore, inclusi gli statali, a parità di stipendio?
Aumenterebbe sensibilmente la produttività e si incoraggerebbero gli imprenditori stranieri ad investire in Italia.
Sarebbe una virtuosa inversione di tendenza ed un segnale positivo, che certamente verrebbe favorevolmente accolto dal mercato.

Il Tirreno 27 aprile 2012

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* Eroi e muse reincarnate negli idoli contemporanei

La mitologia antica, creata dalla fertile fantasia dei nostri antenati rivive con prepotenza nell’immaginario popolare dei nostri contemporanei.
Le muse sono oramai a portata di mouse e non vivono più nei racconti dei cantastorie che le diffondevano dai villaggi alle città, ma trionfano sui settimanali patinati ed irrompono dallo schermo dei nostri computer, creando un mirabile corto circuito tra passato e presente in un mirabile spazio tempo, a cui tutti gli abitanti del villaggio globale possono accedere liberamente.
Oramai tra l’Olimpo e lo Star System non esiste più alcuna barriera temporale. Le monumentali statue di Fidia e di Mirone, che ci proponevano atleti leggendari, si sono reincarnate nelle piroette di Messi e nello scultoreo corpo della Pellegrini mentre le divinità sono divenute dive, gli eroi si sono trasformati in campioni olimpici, le vezzose quanto seducenti ninfe sono degnamente rappresentate da graziose veline o maliziose escort, i virulenti satiri hanno trovato un degno erede nelle incredibili cavalcate erotiche dell’immarcescibile cavaliere.
Eris, la poco nota dea della zizzania, rivive negli effetti devastanti del prorompente posteriore di Pippa Middleton, che distoglie i flashes dei fotografi dall’abito nuziale della sorella Kate e turba i desideri lascivi dei maschi di tutte le età. Una pedissequa ripetizione della famosa discordia scatenata dalla perfida mela che turbò il matrimonio tra Peleo e Teti, scatenando dissapori tra le dee come in una eccitante puntata di un reality show.
I suoni delle band e la suadenti melodie delle cantanti vorrebbero ammaliarci, come le sirene cercarono di incantare l’astuto Ulisse.
Le miss e le longilinee top model ricalcano un mito del trucco e della bellezza. Che vede Cleopatra come illustre capostipite.
L’antica mitologia ci proponeva divinità umanizzate con pregi e difetti: da Giove a Venere, da Ercole ad Achille, da Paride ad Elena; antichi archetipi, pedissequamente riproposti da calciatori, ballerine, pop star ed attori del cinema e della televisione in una girandola multiforme e con uno scambio di ruoli, da inorridire sia Kafka che Pirandello.

risposta di Roberto Gervaso
Lei, caro Achille ha perfettamente ragione: le cose stanno proprio così. Né con l’aria che tira, potrebbero stare diversamente. I valori si sono sovvertiti, il favore fa aggio sul merito, i gusti sono cambiati, e anche i disgusti. E cambiate sono le aspirazioni. Il mondo di oggi non è più quello di ieri, e non solo entro i confini dello stivale: ovunque. Le copertine dei settimanali sono diventate appannaggio degli eroi dello spettacolo, dello sport, della moda. Le veline, le show girl, i calciatori, le modelle, tengono campo, dopo averlo invaso. I nuovi Soloni sono i tronisti che, non sapendo niente di niente, possono parlare, e parlano di tutto. Il gossip dilaga, il sensazionalismo è la materia prima dei giornalisti. Se non fai scandalo, non sei nessuno. Un paio di tette prosperose o un fondoschiena ben esibito valgono più di un cervello che funzioni. Lo star system impera e i suoi fan, sempre più fanatici, non si contano.
Noi siamo all’antica e non solo perché antichi (antichi o venerabili, non vecchi) e in questo mondo stiamo male, anche se speriamo di restarci il più a lungo possibile visto che l’altro, se esiste, non lo conosciamo; se non esiste, ci annulla e ci toglie la voglia di salire sul barcone di Caronte.
Con la parola e con la penna cerchiamo di arginare questa deriva ma l’impresa è disperata. Siamo soli e in pochi. La massa si è adeguata e i pettegolezzi che ha sempre amato la fanno gongolare più di quanto la interessino la serietà e la profondità dei ragionamenti. Fra un Nobel e Madonna che fa una piroetta e canta, sguaiata e blasfema, non ha dubbi: meglio la signora Ciccone. Tra un filosofo che cerca di farti capire l’incomprensibile vita e un bomber come Di Natale, sceglie Di Natale.
Nei bar, la mattina, fra una tazzina e l’altra di caffè, di cosa si parla? Del rigore ingiustamente negato alla Roma e benevolmente concesso alla Juventus, dell’ultima esibizione della rock star, del temerario bikini di Belen o dell’amore contrastato della figlia di un commoner con il pretendente al trono di un regno scandinavo.
Che fare? Niente. Prendere atto, come dicevo, che il mondo di oggi non è più quello di ieri e augurasi che quello di domani sia meglio di quello di oggi.
Roberto Gervaso

Il Messaggero 27 giugno 2012 nella rubrica A tu per tu” di Roberto Gervaso” (col titolo Mitologia oggi)

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Due amare considerazioni

L’evasione ci salva
In Italia l’economia sommersa è talmente diffusa da fornire al Paese quella liquidità necessaria per sopravvivere pur producendo sempre meno ed oberata dal terzo debito pubblico al mondo.
Per rispondere a questo mistero basta esaminare la situazione della Campania, la regione con il reddito pro capite più basso d’Italia e con una densità urbanistica e demografica tra le più alte al mondo.
La risposta è semplice: riciclaggio.
Gran parte delle attività e soprattutto bar, pizzerie e ristoranti sono in mano alla camorra, la quale fa emettere una massiccia quantità di scontrini falsi, immettendo denaro nel sistema fiscale.
Per cui da un lato fornisce ossigeno ad una economia asfittica e soccorre nello stesso tempo il bilancio dello stato, evitando il crack.

Profezia apocalittica
Il giorno non molto lontano in cui finiranno i risparmi delle famiglie e la disoccupazione dilagherà, quando noi genitori non ci saremo più e scompariranno stipendi e pensioni, non ci sarà più alcuna differenza tra gli emigranti africani, che sfidano le onde dell’oceano alla ricerca della terra promessa ed i nostri figli viziati, svogliati e privi d’iniziativa.

Il Giornale di Napoli 18 settembre 2012

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* « Una dolce morte »

Per le coppie anziane, dopo tanti anni passati assieme sorge il desiderio anche di morire insieme.
A me e mia moglie questa rara occasione capitò anni fa in un aereo in avaria, che tentò un atterraggio di fortuna senza carrelli, ma riuscimmo fortunatamente a salvarci. Da allora tanto tempo è passato: Gli occhi si cercano sempre, le mani si accarezzano più di prima. Il desiderio si trasforma, i corpi stanchi e rugosi, diventano il soffice cuscino cui adagiarsi.
Il vecchio desiderio di Filemone di essere trasformato con l’amata Bauci in una quercia e in un tiglio uniti per sempre nel tronco e nelle radici è una mera utopia. In un paese che non permette l’eutanasia, non resta che bere assieme una tazza di dolce veleno, regalandosi vicendevolmente la morte.

risposta di Natalia Aspesi
André Gorz, scrittore, filosofo, uno dei fondatori del settimanale francese Nouvel Observateur, si uccise nel 2007 assieme alla moglie malata, non potendo immaginare di vivere senza di lei,
erano insieme da 58 anni. Di lui, Sellerio ha pubblicato nel 2008 Lettera a D. inno: d'amore a Dorine, la compagna di tutta la vita da cui non ha voluto separarsi.
Mi perdoni se le ricordo che altri hanno fatto ciò che lei immagina, se segnalo ancora una volta il film Amour che racconta una storia simile.
Mi perdoni anche se le dico che, se ovviamente penso che l'eutanasia sia un diritto per chi vuole porre fine alla sofferenza o per chi sopravvive con le macchine come un vegetale, non posso pensare che si rinunci alla vita, perché muore una che sino a quel momento l'ha divisa con noi. Davanti saranno anni vuoti, tristi, ma varrà sempre la pena di viverli anche in solitudine, perché comunque la morte non unisce, cancella soltanto e non ci sono dei, che, come racconta Ovidio nelle sue Metamorfosi, premino Filemone e Bauci facendoli morire insieme e trasformandoli, per sempre, in alberi.
Natalia Aspesi

Lettera pubblicata il 7 dicembre 2012 su "il Venerdi di Repubblica"nella rubrica "Questioni di cuore" di Natalia Aspesi

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** DISCORSO TENUTO IN OCCASIONE DELLA VISITA DEL MINISTRO DELLA SALUTE BALDUZZI AL GRUPPO UNIVERSITARIO DI REBIBBIA

Signor Ministro, direttore, professori, colleghi, sono Achille della Ragione, divenuto qui più semplicemente: 90159, sono medico, specialista in Ostetricia e Ginecologia ed in Chirurgia Generale, già docente di Fisiopatologia della riproduzione nell’Università di Napoli. Nello stesso tempo sono gravemente ammalato, affetto da una ventina di patologie, per cui costituisco l’osservatorio ideale per tracciare un quadro della situazione sanitaria nel penitenziario, di cui sono ospite da 18 mesi.
Prima di entrare nel merito dei numerosi disservizi, comuni, ma qui aggravati, a quelli di tutti i cittadini, in un momento di grave crisi economica come quello che stiamo attraversando, vorrei fare una precisa denuncia dell’abuso di psicofarmaci, i quali vengono elargiti in cospicua quantità, pur di tenere calmi i detenuti e che in breve tempo trasforma gli stessi in automi disarticolati, in pallidi ectoplasmi, in marionette impazzite.
Un altro prodotto che viene distribuito a richiesta è la tachipirina, un antipiretico, che viene utilizzato per curare le più svariate affezioni: dal raffreddore al mal di testa, dai dolori muscolari alle bronchiti, una vera panacea se non si trattasse di un semplice placebo.
I tempi di attesa per una visita specialistica interna sono di mesi, per un’indagine esterna, superano spesso un anno.
Le procedure burocratiche per far entrare un consulente esterno sono macchinose e defatiganti e durano costantemente molti mesi.
La permanenza in carcere peggiora tutte le patologie, anche nei più giovani, immaginiamo gli effetti devastanti che possono avere in pazienti, spesso anziani, affetti da cardiopatie gravi, crisi ipertensive, Aids in fase terminale, diabete scompensato e tante altre affezioni che conducono in breve tempo al decesso.
Un discorso a parte meritano i numerosi tossicodipendenti, che dovrebbero essere, prima che puniti, curati in apposite strutture.
Potrei dilungarmi, ricordando i tanti morti, l’ultimo meno di un mese fa e l’epidemia di suicidi, che andrebbe contrastata con un’inesistente assistenza psicologica. Ma vorrei trattare brevemente dei non meno importanti mali dell’anima: la solitudine, la malinconia, la sofferenza, la nostalgia. Conosco un rimedio infallibile per combatterli: rimanere in contatto con i propri familiari, anche solo per telefono. In tutta Europa i detenuti (a loro spese) sono liberi di fare quante telefonate desiderano. Perché dobbiamo costantemente essere il fanalino di coda della civiltà?
Signor Ministro le auguro di far parte del nuovo governo e La invito, in accordo col nuovo Ministro della giustizia di cercare di ovviare ai gravosi problemi che Le ho brevemente esposto, i quali, se trascurati, più che alla giustizia terrestre, gridano vendetta davanti a Dio.
Grazie Achille della Ragione
Pubblicato integralmente o parzialmente(come nelle lettera che segue) da numerose testate cartacee e telematiche

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Favole da Rebibbia

Dedica
Questo libro di favole è dedicato ai miei nipoti Leonardo, Matteo ed Elettra,? ma anche a tutti i bambini del mondo e soprattutto agli adulti;? che possano meditare e capire più in profondità il messaggio? di speranza e di sofferenza che sottende ai vari capitoli.

Prefazione di Savino De Rosa
Immaginarsi rinchiusi, lontano dall’affetto dei cari e da quello dei piccoli che non capiscono il perché di una lontananza ed un’assenza così lunga e soffrono e chiedono, e voler inviare ad essi un dono anche se intangibile, ma pieno di valori e di immagini.
Così nasce l’idea di Achille di trasformare le esperienze, le relazioni, le sofferenze di una vita di costrizione in favole, leggendo le quali tutti noi, ma in particolare i piccoli possano fantasticare e pensare il loro caro come un valoroso condottiero impegnato a combattere feroci pirati, per liberare tutti i suoi compagni dalla disumana costrizione.
Quando, durante le festività Natalizie, lessi tutte d’un fiato e per la prima volta le favole per bambini scritte dal carcere di Rebibbia da Achille, cercai di trovare in esse il messaggio che egli voleva inviare a tutti noi, che viviamo nella condizione di agire secondo il nostro libero arbitrio, non prigionieri costretti, come lui dice, dai pirati.
Le ho rilette tante volte per percepire in ognuna di esse tristezza, malinconia, ma forza interiore, amore e rispetto degli altri, voglia di riscatto che accomuna e da coraggio.
Le immagini che tanto colpiscono i bambini, Rebibbia appare come un castello con torri merlate, a sinistra un cielo terso con un sole splendente e sulla destra la notte, tranquilla con una falce di luna e dal comignolo coriandoli colorati, così come le lingue di fumo.
Ci sono le grate ma si perdono nella policromia dell’insieme, e la nave dei pirati, disegnata con i pastelli dal nipotino Leonardo e tutte le altre immagini, foto ci danno una rappresentazione di vita vissuta in amicizia e gioia nella comunità.
Questo è il dono di Achille per Natale, ha raggiunto e commosso noi adulti, ha raggiunto ed entusiasmato i piccoli che hanno capito il perché della sua assenza e lo hanno eletto a loro prode condottiero.
Ma a noi adulti ha voluto trasmettere anche la sua visione cristiana del mondo, non creato solo per uomini, ma anche per la natura, che sia essa una fonte, un albero, un animale.
L’amore, il rispetto e la dedizione per i suoi compagni, che molte volte qui fuori, viene trascurato e a volte mercificato, è un valore formidabile che completa il suo messaggio.
Ogni favola è una dedica ai suoi compagni e che li ha fatti diventare compagni di tutti noi che abbiamo letto.
L’amore per la natura, per gli animali, il volo libero dei gabbiani, il rapporto con la gattina Chicca e con gatta Lucia, la rianimazione bocca a bocca del cagnolino, Il curioso topolino Michele, che seppur protetto dai gatti all’interno, preferisce ripercorrere all’inverso il piccolo foro da cui era entrato, dopo aver visto le cucine ed il cibo preparato, sono messaggi che toccano i cuori dei bambini, ma non solo.
È stato bravo come sempre, Achille, ma questa volta ha voluto darci qualcosa che a volte, noi, non sappiamo cogliere: la forza delle cose semplici, l’integrazione tra diversi, il presepe che unisce gli affetti, la competizione che premia il vincitore e fa sognare la libertà e tanto altro.
Siamo in periodo Pasquale, festa di resurrezione ed il nuovo Papa ha messo nella sua missione l’aiuto dei poveri, dei deboli, degli indifesi, dei costretti e allora se tutto questo è un valore e se le sue favole sono un valore, non può pensare e sperare che ad un solo finale, quello che lo vede tornare vittorioso ai suoi cari ed ai suoi piccoli.
Gli altri finali porterebbero solo dolore, dispiacere, ricordo che si affievolisce e lascerebbe molto poco di sé.
Brinderemo un giorno di grande festa e che sia prossimo, ma fino ad allora dai sempre agli altri tutto quello che hai dentro ed è tanto. Forza amico mio!

Il Tirreno 1 aprile 2013 – Orizzonti Nuovi aprile 2013

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Messaggio a Papa Francesco: Santità, venga a Rebibbia

Vorrei inviare un messaggio al Papa: Santità, abbiamo molto apprezzato
Santità, abbiamo molto apprezzato che un membro di un ordine, da sempre considerato l'intelligentia della Chiesa, abbia scelto il nome di Francesco che si batteva in difesa degli umili e dei deboli.
Sicuramente da buon pastore, Lei si metterà in cerca delle sue pecorelle smarrite e quante ne troverebbe se ci facesse l'onore di venire a trovarci nel carcere di Rebibbia.
Troverebbe tanti Argentini, ma anche tutte le razze e tutti i popoli, il penitenziario è una sorta di ONU con detenuti di 77 diverse nazionalità.
A riceverla Don Sandro e Don Roberto, che da decenni sono al nostro fianco e che mai ci lasceranno.
Le scrive un innocente, che però sa ben discernere tra la giustizia terrestre spesso fallace e quella divina, infallibile, i cui tortuosi percorsi spesso non riusciamo a discernere se non ci sorreggesse una fede incrollabile.
L'aspettiamo; non ci deluda.
Corriere della Sera 3 aprile 2013

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Quelle telefonate che allungano la vita

La permanenza in carcere peggiora tutte le patologie, anche nei più giovani. Ma un discorso a parte meritano i numerosi tossicodipendenti, che dovrebbero essere, prima che puniti, curati in apposite strutture. Non solo per evitare l' epidemia di suicidi, che andrebbe contrastata con l'assistenza psicologica ora inesistente. Ma anche per evitare i non meno importanti mali dell' anima: solitudine, malinconia, sofferenza. Conosco un rimedio infallibile per combatterli: rimanere in contatto costante coni propri familiari, anche solo per telefono. In tutta Europa i detenuti (a loro spese) sono liberi di fare quante telefonate desiderano. Perché dobbiamo essere costantemente il fanalino di coda della civiltà?

La Repubblica 5 aprile 2013

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**  I compagni di carcere. un’altra famiglia da non dimenticare

Ho due famiglie e me ne vanto, però non sono uno dei tanti adulteri o bigami che lo sfascio della famiglia, di pari passo con la corruzione dei costumi,ha prodotto con conseguenze devastanti. Ma sono da tempo, anche se innocente, un detenuto per cui, oltre alla mia splendida famiglia che ho all’esterno e con la quale posso vedermi  poche ore al mese, costituita da Elvira, una moglie adorabile, Tiziana, Gianfilippo e Marina, tre figli affettuosi, Leonardo, Matteo ed Elettra, tre tesori di nipoti, Carlo, un fratello con un figlio: Mario, Giuseppina, Elena ed Adele, zie ottuagenarie, Teresa, una cugina che amo come una sorella ed una miriade di altri cugini, ho costituito nel pianeta carcere un’affettuosità ed una solidarietà con gli altri 1800 compagni di sventura, tale da costituire un’altra famiglia: la più grande del mondo, dove vigono regole non scritte con le quali,se fossero valide all’esterno,  il mondo sarebbe migliore e non sarebbe destinato alla disintegrazione

Gentile dottore,
Lei, come molte persone che stanno scontando una pena, si dichiara innocente, e forse lo è, io posso crederle. O pensare che ciò che è stato giudicato un crimine, per lei non lo era. Fuori, nella sua bella città, ha fatto una gran vita, era molto conosciuto, era un personaggio importante e le auguro di tornare presto a casa dentro quella famiglia affettuosa ed estesa, cugini e zie ottuagenarie comprese. Può darsi che questa difficile parentesi che le è stata imposta dalla legge le abbia fatto conoscere un mondo carico di umanità dolente, una folla di solitudini, persone che, qualsiasi cosa li abbia portati in carcere, devono cercarsi un modo per vivere e non lasciarsi andare,
Lei, che è un uomo colto, e per quel che mi risulta, sensibile, può aiutarli a dare senso alle loro giornate e alle loro speranze. Senza dimenticarli, quando tornerà al suo mondo.
Natalia Aspesi

Questo articolo di Achille della Ragione ha vinto il 1° premio di 2.000 euro al concorso “Silvio Pellico” (edizione 2012) riservato ai detenuti di tutti i penitenziari italiani. Il denaro della vincita è stato devoluto dall’autore in beneficenza)

Il Venerdì di Repubblica 12 luglio 2013

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** Pietà per i bambini

Tra le tante problematiche, che affliggono il pianeta carcere, vi è il disagio degli oltre 100.000 bambini che si recano a fare visita al genitore detenuto e diventano vittime di colpe di cui sono assolutamente innocenti. Sconvolti dall'improvvisa assenza, emarginati dalla scuola, sono turbati da quelle rare visite, condite da attese interminabili, perquisizioni, sequestri di giocattoli, pianti e grida disperate. Divengono di colpo poveri, perché è venuta meno l'unica fonte di reddito (lecita o illecita) della famiglia. Non sanno spiegarsi il perché di ciò che è successo ma ne percepiscono la gravità dalle lacrime che all'improvviso inondano la casa.
Gli incontri con i propri figli sono uno dei pochi conforti concessi ai detenuti e sono l'unico modo per mantenere unita la famiglia. Il 90% dei penitenziari italiani non permette visite la domenica o compatibili con gli orari di scuola, e stiamo parlando di bambini fortunati, perché Italiani, mentre tanti stranieri (oramai il 50% dei detenuti) non vedono per anni i propri familiari: basterebbe SKYPE e questi nostri fratelli potrebbero, a costo zero, veder crescere i propri figli e rimanere loro vicini, anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

Sette (supplemento Corriere della Sera) 19 luglio 2013 – Ampi Orizzonti dicembre 2013

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Una chiesa con due teste

Benedetto XVI, nell’abdicare dalla Cattedra, si giustificò con gravi motivi di salute.
Molti gridarono al “vil rifiuto” e parlarono viceversa di gravi dissidi con la Curia. Tutti ci aspettavamo che si ritirasse nella quiete delle sue stanze a pregare, invece, giorno dopo giorno, la sua presenza diventa sempre più ingombrante al fianco di Francesco, al punto da scrivere di suo pugno una parte dell’ultima enciclica, dando luogo ad una situazione paradossale di una Chiesa con due teste, circostanza che certamente, in tempi brevi, creerà, oltre ad un imbarazzante precedente, una confusione nel processo di evangelizzazione ed un ritardo nelle improcrastinabili decisioni per modernizzare un apparato che non riesce più a stare al passo con i tempi.

Le altre lettere L’Espresso - 20 luglio 2013

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Elogio della monogamia

In una società dove le coppie scoppiano ed avanza il numero degli omosessuali bisogna porsi la domanda: la monogamia nella specie umana è una virtù o un necessita? E convincersi che la risposta, biologica più etica, è solo e soltanto la seconda.
La dimostrazione è insita nella circostanza che in età fertile, grazie ad un mirabile meccanismo solo in parte conosciuto, sono presenti un egual numero di maschi e di femmine. Un altro fattore è costituito dal lungo periodo delle cure che i genitori devono dedicare ai cuccioli di uomo, da cui scaturiscono sentimenti come la fedeltà e la gelosia dal pregnante significato teleonomico.
Sconvolgere questo delicato equilibrio porta alla crisi della famiglia ed a catena della società e degli stati.
A buon intenditor poche parole.

Le altre lettere L’Espresso - 25 luglio 2013

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* Lettera Aperta alla giornalista e scrittrice Natalia Aspesi

Gentile Signora Aspesi,
siamo tre componenti della grande famiglia di Achille della Ragione e vorremmo far conoscere a Lei ed ai suoi lettori questo personaggio unico. Trascurando la sua intelligenza e cultura fuori dal comune, vorremmo sottolineare la sua bontà: sempre sorridente e pronto ad aiutare chiunque, divide il suo pane con gli uccelli ed il suo vitto con i gatti.
Umile con i deboli, autoritario con i forti come quando, nel ricevere il ministro della salute, espose senza remore la disastrosa gestione della sanità penitenziaria.
Ha scritto, tra i tanti, un bellissimo libro: Favole da Rebibbia, nel quale espone ai bambini ed agli adulti la realtà della vita in carcere, devolvendo l’incasso delle vendite ai bambini fino a tre anni costretti a vivere con le mamme dietro le sbarre.
Tutti lo rispettano, dal direttore all’ultima guardia penitenziaria e quando uscì per presentare un suo libro, l’ispettore capo, che lo accompagnò, esordì “per noi è un onore ospitare un tale personaggio”.
Ha salvato la vita a due detenuti, ad uno dei quali, pur sapendo che fosse affetto da aids, in fase terminale, ha praticato la respirazione bocca a bocca, lo stesso bacio della vita che ha elargito ad un cane intirizzito dalla neve.
Quando tornerà all’altra sua famiglia, che lo aspetta fuori da queste tristi mura, saremo tutti contenti ma ci sentiremo più poveri e più soli
26 Luglio 2013
Mohamed Torkey
Pasquale Gissi
Tonino Vicedomini

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* Mercato della droga e lotta ai clan

Nell'arco dei prossimi dieci anni il mercato mondiale degli stupefacenti sarà sconvolto dall'uscita incalzante di sempre nuove sostanze sintetizzate in laboratorio, in grado di mimare perfettamente gli effetti prodotti dalle droghe maggiori, a fronte di effetti collaterali devastanti.
Tali prodotti alla portata di ogni laboratorio ben attrezzato, posto in qualsiasi angolo del mondo, saranno commercializzati sul WEB a prezzi ridottissimi e costituiranno una concorrenza tale da far precipitare in poco tempo i prezzi dell'eroina e della cocaina.
Come reagiranno i trafficanti, ed i governi?
I primi perderanno denaro e potere, senza riuscire a fermare questo nuovo mercato, perché ubiquitario e di conseguenza diminuirà il loro condizionamento sugli Stati, i quali potrebbero finalmente cogliere l'occasione per liberalizzare la vendita della droga, che dovrà essere pura, economica ed offerta sotto controllo sanitario.

Il Mattino 9 agosto 2013

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* Lettera da Rebibbia

Tutti, ingenuamente, credono che le sbarre delle prigioni servano per evitare la fuga ai reclusi: viceversa, la loro funzione è quella di impedire che tra quelle tristi mura entrino la legalità, l’intelligenza, l’altruismo, la generosità, la bontà.

Le altre lettere l’Espresso - 20 settembre 2013

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* Cara Cancellieri, le segnalo un amico in carcere

Gentile Ministro Cancellieri,
sono un suo estimatore e faccio parte di coloro che l'avevano proposta come Presidente della Repubblica. Mi permetto segnalarle un mio amico detenuto nel carcere di Rebbibbia, è lo scrittore napoletano Achille della Ragione. Nella sua ultima lettera inviatami qualche giorno fa mi scrive che la sua salute peggiora ogni giorno di più e diventa sempre maggiore la sua depressione.
Da anni il suo legale si sta battendo per farlo trasferire agli arresti domiciliari, ma fino a questo momento ancora non è riuscito ad ottenere un bel nulla. Le sarei veramente molto grato se, in nome della sua proverbiale sensibilità e considerazione per i detenuti sofferenti e bisognosi, logicamente nei limiti del possibile e del rispetto delle leggi, potesse prendere a cuore il pietoso caso di Achille della Ragione spendendo una buona parola per questo detenuto così malato e bisognoso di aiuto.
La ringrazio con tutto il cuore e le porgo distinti saluti,
Raffaele Pisani

Le altre lettere L’Espresso - 8 novembre 2013 - Pubblicata anche da "L’Unità", "Il Roma", "Libero", "l'Espresso", "Oggi". in date diverse

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I Caffè della mia Napoli

Senza esagerazione si può affermare che parte della storia di Napoli nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento sia stata decisa ai tavolini dei numerosi caffe napoletani.
Dallo sviluppo delle lettere, della poesia, della pittura, della musica, a gran parte degli avvenimenti storici fondamentali per la città, sono stati partoriti tra un gelato ed una classica tazzina di caffè. Partendo da Giacomo Leopardi, che durante il suo soggiorno napoletano, si recava quotidianamente presso la prima bottega di Vito Pinto, cercando l’ispirazione sorbendo un sorbetto, di cui era goloso, alle più belle canzoni napoletane o celebri romanzi, come La cieca di Sorrento di Mastriani, elaborati nell’accogliente atmosfera delle sale dei Caffè di Toledo.
Al “Gambrinus” Gabriele D’annunzio scrisse i versi di “A Vucchella” per una scommessa con il Poeta Ferdinando Russo e potremmo continuare a lungo. A partire dal Settecento le sale dei principali caffè napoletani sono state non solo luogo di distrazione, ma spesso nuclei di diffusione della cultura e di iniziative politiche, fungendo da base operativa per rivoluzionari e patrioti, provenienti da tutta l’Italia meridionale. Già negli ultimi decenni del Settecento in tutte le principali strade della città si aprirono caffè dove si poteva consumare seduti, la famosa “tazzulella” obbligatoriamente con le tre “c” di “come cazzo coce”.
Nella prima meta dell’Ottocento divennero numerose soprattutto lungo Via Toledo, di queste botteghe se ne contavano oltre trenta, da quelle più In, frequentate dalla nobiltà e dalla ricca borghesia, a quelle popolari, dove perdigiorno trascorrevano piacevolmente alcune ore. Anche se nella zona del porto, ove si svolgevano le principali attività commerciali, si aprirono numerosi Caffè, che in questi anno cominciarono a trasformarsi in veri e propri cenacoli letterari, nei quali si davano appuntamento artisti e scrittori.
Vito Pinto fondò la prima bottega del Caffè e la sua specialità fu un sorbetto dal gusto squisito, che univa il sapore della cassata a quello delle raffinate creme pasticciere francesi. I suoi gelati erano talmente buoni che i Borbone gli assegnarono il titolo di Barone e tra i suoi avventori vi era ogni giorno Giacomo Leopardi in compagnia di Antonio Ranieri, dopo aver degustato più di una ghiottoneria al Caffè Trinacria, anch’esso situato lungo Via Toledo e dotato di salottini arredati con divani rossi e le pareti adorne di specchi. Luogo di incontro della Napoli bene era un habitué anche Alexandre Dumas. Un altro celebre locale nella zona del Porto era il Caffè delle Quattro stagioni, ritrovo abituale di Bohemien di idee liberali: Pittori, Scrittori, Epigrammisti tra cui Francesco Proto, Duca di Maddoloni e Rafael Petra, marchese di Caccavone, i quali, a colpi di penna si sfidarono per anni con chiare allusioni alle rispettive prestazioni sessuali. Quella dello svizzero Luigi Caflischi é l’epopea di “un self made man”, il quale partendo da zero divenne proprietario di Caffè e pasticcerie in tutta Italia , per poi concentrare la sua attività a Napoli, che costituiva la piazza più ambita e lo è ancora oggi dopo 200 anni, dopo aver resistito a cambiamenti politici e crisi economiche, rappresentando un nucleo consistente della storia della città.
Il caffè d’Europa , di proprietà dei coniugi Thevenin sito in piazza San Ferdinando, riuscì a raggiungere in pochi anni, a partir dal 1845 il fior fiore dell’Intellighenzia napoletana, grazie all’abilità dei suoi camerieri rispettosi della regola “ il cliente ha sempre ragione” ed alla bellissima Madame Thevenin, dagli occhi ammalianti in grado con un sorriso di stregare gli avventori, che rimanevano attaccati ai tavolini come ostriche allo scoglio. Tra gli assidui delle eleganti sale dorate una combriccola di artisti: Caprile, Migliaro, Altamura, Nitti, Cortese, Mancini, Pratella, Dal Bono e tanti altri.
Spesso si tenevano banchetti luculliani, memorabile fu quello offerto da Schilizzi a Luigi Capuano in occasione della prima Giacinta al Sannazaro. Altre botteghe degne di essere ricordate sono: il Caffe del Commercio sito alle spalle del teatro Mercadante, frequentato da personaggi come Eduardo Scarpetta e Francesco Mastriani e dove per oltre un anno al pianoforte suonò Pietro Mascagni, oppure il Caffè Croce di Savoia, all’altezza dell’attuale Piazza Augusteo, conosciuto come “Giorno e Notte” perché non chiudeva mai e veniva adoperato anche da viaggiatori che non avendo trovato alloggio, si arrangiavano su un divano come lo stesso proprietario, che pare non avesse casa e viveva nel locale. Sempre pronto ad aiutare, il fedele cameriere all’arrivo di comitive di dame e gentiluomini, di ritorno da uno spettacolo o da un banchetto. Citiamo brevemente il Caffè Aceniello in Via Foria, che fungeva da ufficio per Mastriani, il quale vi compose romanzi ed articoli, il Caffè Diodati di Piazza Dante, dove si svolgevano periodicamente i primi festival della canzone napoletana con in giuria personaggi del calibro di Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo e tra i motivi vincitori “O ricciulillo” e “O carcerato”.
In occasione della Piedigrotta il proprietario creava tra i tavolini all’aperto uno spazio per i mastodontici carri della sfilata. Vi era poi, in via dell’Incoronata l’”Envecible”Bar frequentato quasi unicamente da forestieri, che godevano della musica di uno dei primi Caffè concerto napoletani. Un altro classico caffè concerto sorgeva nell’attuale Piazza Municipio, dove si poteva gustare anche un’ottima birra. Era un locale affollato nelle ore notturne, quando arrivavano gli spettatori del San Carlo. A poche centinaia di metri si trovava un altro punto di raccolta della borghesia gaudente, ma anche di compositori. Ai suoi tavoli, tra un caffè ed una birra, sono nate “O sole mio”, “Marechiaro”, ”luna nuova” e tante altre celebri canzoni.
Ed arriviamo al “Gambrinus”, ancora esistente, fondato nel 1860 e che subito fece concorrenza a tutti gli altri Caffè, anche per il prestigio di “Fornitore della Real Casa”. Tra i Caffè concerto ed i cenacoli letterari, il “Gambrinus” spopolò e nelle sue eleganti sale si concentrò tutto il bel mondo napoletano: Nobili, illustri professionisti, Artisti, Poeti e Musicisti, che ammiravano estasiati gli stupendi quadri che adornavano le pareti. Il principe di Sirignano acquistò l’ultimo piano del palazzo e fondò nel 1888 il Circolo artistico politecnico, ancora esistente e che a lungo ha ospitato l’Accademia napoletana degli scacchi, grazie all’opera di Giorgio Porreca. Ai tavolini del Gambrinus Gabriele Dannunzio ha composto la celebre canzone “Vucchella.”
Per quanto frequentato da molti gerarchi, tra cui il mitico Aurelio Padovani, il “Gambrinus” era un noto covo di anti fascisti, per cui nel 1938 venne chiuso per ordine del Prefetto, anche perché la moglie, che abitava nei pressi era disturbata dal frastuono degli avventori e dalle melodie dell’orchestrina. Dopo la chiusura i locali vennero occupati da un’agenzia del Banco di Napoli.
Il “Gambrinus” riaprì nel 1952 e solo da pochi anni ha potuto riacquistare completamente i suoi sfarzosi saloni. Ed arriviamo all’epoca del Caffè Chantant. Il primo, poco dopo l’inaugurazione della Galleria Umberto, fu il “Calzona”, dove per la prima volta si esibirono le “Girls” a mezzanotte del 31 dicembre 1899, 12 bellissime fanciulle con un costume osé, salutarono in un frenetico balletto il vecchio secolo ed inaugurarono il Novecento.
Avendo dedicato un apposito capitolo all’Epopea del Caffè Chantant ed al mitico Salone Margherita non torneremo sull’argomento, ma ricorderemo un locale unico ”L’eldorado Lucia”, sito al Borgo marinari a ridosso del Castel dell’Ovo, il quale da giugno a settembre, oltre che un teatro all’aperto, era anche uno stabilimento balneare e termale con acque miracolose, punto d’incontro preferito dei “Viveurs” napoletani, che si godevano gli ultimi scampoli della Belle Époque. Trovandoci in ambiente balneare non possiamo non citare il primo caffè letterario della vicina Capri: il Morgano, punto di incontro di un élite internazionale, che si recava nell’isola di Tiberio in una sorta di pellegrinaggio spirituale e molti ammaliati dal suo fascino, si fermavano per viverci. Solo qualche locale di Parigi poteva gareggiare col Morgano per il livello della sua clientela, da Oscar Wilde a Edwin Cerio, da Kruppa a Fersen, da Munthe a Gorki, senza considerare d’Annunzio, Malaparte, Moravia, Steinbeck e tanti altri illustri intellettuali.
Siamo alla fine del nostro viaggio nella patria del caffè, ma prima di parlare del mitico locale denominato del “Professore”, sito in Piazza San Ferdinando, nel frattempo divenuta, Trieste e Trento, dove si possono gustare l’espresso brasiliano ed il famoso caffè nocciolato, è doveroso ricordare un altro grande locale sorto in via Toledo negli anni Cinquanta: Il caffè Motta, luogo di ritrovo non più di intellettuali, ma degli impiegati dei numerosi uffici situati nei paraggi, dal Comune all’Enel, dal Banco di Napoli alla Commerciale.

Le altre lettere L’Espresso - 10 novembre 2013

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**Cuore di cane

Cara Rossini,
il cimitero dove mio padre riposa è a 60 chilometri dalla città dove viviamo e Alex, il nostro
cane, fece quel percorso di notte, raggiunse il cimitero, vi entrò e rimase lì, anche in seguito, sottraendosi ad ogni possibile recupero da parte nostra. Divenne un cane di strada, così come per strada mio padre l'aveva raccolto. E ogni giorno tornò a trovarlo e a sdraiarsi sulla sua tomba fino a quando qualcuno non provvedeva a mandarlo via. Ma, dopo qualche tempo, la sua storia, delicata e commovente, era diventata talmente nota che alla fine le autorità lo lasciarono vegliare il suo padrone, in santa pace. Da quel momento Alex non si mosse più: beveva l'acqua che gli davano ma non accettava il cibo che veniva messo lì per lui. Divenne magro, lo scheletro di un fox terrier che vegliava il suo padrone. Ed un giorno morì, per raggiungerlo. 
Nessuno può convincermi che quell'incontro non fosse uno speciale incontro già avvenuto altrove e, diversamente, prima su questa terra: incontro di anime, di pensieri, oserei dire una "ricongiunzione". Nessun amore fu più sincero e grande di quello sbocciato quando mio padre incontrò Alex e quel cane incontrò lui. E nessuno dei due avrebbe mai fatto a meno dell'altro. Sinceramente, credo, neppure mio padre. 
Ogni volta che invio a casa dei panni da lavare,la mia cameriera li fa annusare ad Attila, il mio fedele rottweiler, che mi aspetta da oltre due anni. Attila crede che stia per ritornare a casa e corre a mettersi vicino al mio letto sul tappetino persiano dove era solito dormire accanto a me e mi aspetta per tutto il giorno. Solo la sera, deluso e senza toccare cibo, si ritira nella sua cuccia. 
Achille della Ragione 

Questa lettera è solo un brano di un testo molto lungo che ho ricevuto da un detenuto del carcere di Rebibbia di Roma, un ginecologo condannato a dieci anni con l'accusa di aver praticato aborti clandestini. Benestante e molto conosciuto negli ambienti intellettuali napoletani, dopo tre anni di latitanza Achille della Ragione si è fatto tradire dalla sua passione per la scrittura. È stato infatti arrestato in un Internet point romano da dove aggiornava Il suo blog. Ora continua a scrivere dal carcere mandando quotidianamente lettere sui più svariati argomenti. Non ho resistito a questa, che oltre a dare una testimonianza diretta di un amore che supera la morte, ci dipinge con pochi tratti la struggente nostalgia del rottweiler che aspetta il ritorno del suo padrone. Chiunque abbia avuto accanto a sé un cane, sa di che grande amore si tratta.
Stefania Rossini

L’Espresso 19 dicembre 2013

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L’abbrutimento nelle carceri

Vi è molto sconforto nelle carceri, non solo per le condizioni di vita disumane, ma soprattutto perché non vi è alcuna possibilità di rieducarsi e prepararsi al reinserimento nella società. Quella rivisitazione critica del proprio passato che viene richiesta per poter godere di qualunque forma di beneficio: permesso, affidamento in prova, semilibertà; che gradualmente svuoterebbero i penitenziari, tenendo conto che oltre 20.000 detenuti potrebbero beneficiare portando il numero dei reclusi in linea con quanto perentoriamente richiestoci dall'Europa. E allora cominci lo Stato che tratta i suoi figli così disumanamente a fare una "rivisitazione critica" di quello che ha fatto, di quello che ancora fa, delle tante illegalità che continua a reiterare. È veramente convinto lo Stato che far scontare ai detenuti la pena in modo disumano dentro le carceri sovraffollate, senza alcuna attività, imbottiti di psicofarmaci, incattiviti ed esasperati, renda la società più sicura? Le carceri così come sono, sono inutili e dannose per i detenuti, per le loro famiglie, e per la società. Lo Stato si comporti come un padre, severo ma buono, perché non è uno Stato vero quello che ritiene di doversi vendicare dei suoi figli che pure hanno sbagliato. Dia lo Stato un segnale ai suoi figli, e lo faccia pure la società, perché le carceri, oggi, invece di recuperare escludono ed emarginano, e rischiano di far uscire le persone peggiori di come sono entrate.

La Repubblica N 5 febbraio 2014 - Le altre lettere L’Espresso 29 gennaio 2014 (con il titolo Un atto di clemenza - La posta di Serra (Venerdì di Repubblica) 7 febbraio 2014 (con il titolo Il carcere che non rieduca fa male a tutti)

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*Parliamo di Eutanasia

La vita è degna di essere vissuta quando possiamo studiare, lavorare, amare, ridere, passeggiare, pensare; oggi, nel mondo, centinaia di migliaia di cadaveri viventi affollano ospedali e cronicari, con crescenti spese per la società. Soggetti privi di coscienza e che mai più parleranno, sentiranno, vedranno, cammineranno, potranno dare una carezza, i quali fino a pochi anni fa sarebbero morti in poche ore, costretti in un limbo infernale dall'accanimento di una medicina, che offende la solennità della morte e la dolcezza della vita, operando una grottesca quanto sinistra contaminazione. Anche la Chiesa ha affermato:"Nell’imminenza di una morte inevitabile è lecito rinunciare a trattamenti che procurano soltanto un prolungamento precario e penoso della vita! Il lavoro dei medici deve essere improntato all’etica: non è il loro compito tenere in vita i morti, né quantomeno resuscitarli, nessuno vi è mai riuscito dopo Cristo. Vogliamo serenamente riaprire l'imbarazzante dibattito sull'eutanasia?

Il Tirreno 1° marzo 2014

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Equo canone per i negozi

Ogni giorno centinaia di negozi sono costretti a cessare l'attività per l'esosità del canone di affitto.
Se si vuole rilanciare il commercio e creare nuovi posti di lavoro è necessario che il Parlamento vari una forma di equo canone per i locali commerciali, nello stesso tempo quadruplicando la tassazione per chi li lascia chiusi

Il Mattino 24 aprile 2014

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*Triste ritorno a Napoli

Mancavo a Napoli da 6 anni e, nonostante ne avessi seguito attraverso i giornali il precipitoso declino, non immaginavo di vedere, col cuore sanguinante, un degrado ubiquitario e soprattutto, più delle saracinesche calate e della spazzatura trionfante, una mutazione antropologica della popolazione con una percentuale di vecchi soverchiante ed i pochi giovani sbandati dai volti smarriti, incorniciati da piercing, tatuaggi e capigliature degne di un selvaggio. Un linguaggio scurrile anche in bocca alle ragazze ed un vestire trasandato ai limiti della decenza, senza contare l'esercito dei mendicanti che non ha eguali in nessuna città europea.
Bisogna essere eroi per continuare ancora ad amare questa splendida e sfortunata città.

Le altre lettere l’Espresso - 25 aprile 2014 – Il Mattino 29 aprile 2014

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**Abusi e irregolarità nelle carceri

Una delle pratiche più perverse alle quali sono sottoposti i reclusi, con un accanimento degno di miglior causa, sono le perquisizioni delle celle, che avvengono con ritmo incessante al punto da configurare senza ombra di dubbio il reato di stalking. Nel migliore dei casi, prima delle 8 del mattino, una squadretta di 6-7 guardie penitenziarie si presenta all'improvviso ed invita perentoriamente gli occupanti della cella a svegliarsi, a lasciare la latrina, anche se nel pieno di un improcrastinabile bisogno fisiologico e dopo una perquisizione personale, chiusi a chiave in una saletta dove attendere la fine delle operazioni. Nessuno può essere presente e qui viene a manifestarsi la prima grave irregolarità, perché chi può assicurarci che tendenziosamente non vengano portati dall'esterno corpi di reato: una bustina di droga o una lima, la cui proprietà poi venga contestata ad uno dei detenuti. In tutti i penitenziari europei, alla stregua di ciò che avviene nel corso di una perquisizione domiciliare autorizzata dal magistrato, è permesso assistere alla stessa e se alla fine viene riscontrata qualche irregolarità, l'interessato può fare le sue osservazioni sul verbale di sequestro. Un altro palese abuso è costituito dalla possibilità di leggere la corrispondenza conservata dal recluso e qui ci troviamo davanti ad un palese reato previsto e punito dal codice penale. Infine, e questo è l'aspetto più inquietante, al ritorno nella cella, il più delle volte, il detenuto trova i suoi effetti personali sparpagliati sul letto se non a terra e deve a fatica cercare di rimettere a posto cose a cui tiene tantissimo: foto dei familiari, lettere, appunti, vestiti, generi alimentari. Lo spazio fisico riservato ad ognuno è come sappiamo limitatissimo ed ancor più ridotto è quello dove riporre il necessario per sopravvivere: angusti armadietti con capienza limitata, per cui ci si arrangia conservando in scatoloni posti sulle bilancette ciò che materialmente non trova spazio negli armadietti. Capita di frequente di trovare a terra tutto ciò che è contenuto in questi pietosi scatoloni, che vengono sequestrati e buttati nella spazzatura con minaccia di sanzioni disciplinari, che spesso fanno bollire di rabbia e per non reagire è necessaria una pazienza superiore a quella di quella di Giobbe.

La Repubblica N 30 aprile 2014

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Legge 194 e obiezione di coscienza

I giornali si interessano spesso al problema della obiezione di coscienza praticata da un numero di sanitari talmente alto da rendere vana la 194.
La soluzione è semplice e ci allineerebbe alla legislazione vigente in tutta Europa: liberalizzare l’interruzione di gravidanza, permettendo che venga eseguita nelle cliniche private, mettendo così fine all’ipocrita compromesso alla base della normativa attuale, un vero aborto giuridico, che considera lecito l’intervento in ospedale e reato esecrabile se eseguito altrove, anche se seguito da valenti specialisti.
Vorrei aggiungere alcuni dati pregnanti: una interruzione in ospedale costa alla comunità oltre 2000 euro tra analisi, anestesia, ricovero etc., mentre entro le 9 settimane di gestazione, applicando l’ancora poco conosciuto Karman (aspirazione) necessitano 40 secondi e dopo 5 minuti la donna ritorna a casa senza problemi. Parola di chi ha una casistica di 60.000 casi e che decenni fa introdusse in Italia il metodo Karman.

Il Mattino 10 maggio 2014

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Nei recipienti c'è di tutto tranne quello che dovrebbe esserci

In alcuni quartieri come Posillipo la popolazione ha l'obbligo di differenziare e da tempo sono scomparsi i cassonetti per la spazzatura "normale". Risultato: i recipienti per carta, vetro, plastica traboccano di tutto salvo la sostanza che dovrebbero contenere, rendendo vano lo scopo per cui sono stati collocati e di lato trionfano cumuli di monnezza di ogni genere, che rimangono per giorni e giorni a impestare l'aria, costituendo un'attrattiva irresistibile per ratti di cospicue dimensioni.

La Repubblica N 3 giugno 2014

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Sognando via Caracciolo

“Amore, non 6 un sogno, ma una splendida realtà, perciò posso sognarti”
Questa frase è incisa su uno scoglio di via Caracciolo e leggendola anche io ho voluto sognare ed ho immaginato la strada più bella del mondo trasformata in un’arteria ad otto corsie con una spiaggia lunga chilometri e decine di migliaia di bagnanti accorsi da ogni angolo della Terra a rosolarsi al sole.
Un sogno malizioso, ma non proibito, che potrebbe diventare realtà con una spesa un decimo di quella preventivata per la bonifica di Bagnoli, se una volta tanto politici e mass media facessero fronte comune per assicurare alla città una risorsa prodigiosa in grado, oltre al prestigio planetario, di assicurare migliaia di posti di lavoro ed un futuro ai giovani costretti ad un esodo di dimensioni bibliche.

Le altre lettere L’Espresso 8 giugno 2014 – Il Mattino 9 agosto 2014 – Corriere del Mezzogiorno 21 giugno 2014

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**Integrazione dietro le sbarre

Il problema dell’integrazione tra Italiani ed il fiume di stranieri che, anno dopo anno, sempre più affluiscono nel nostro paese, in un solo luogo ha trovato piena applicazione: nei penitenziari, soprattutto delle grandi città: Roma, Napoli, Milano, nei quali oramai "gli alieni" (ma sono nostri fratelli) costituiscono la maggioranza.
Nel buio delle celle vigono regole di solidarietà sconosciute nel mondo esterno, cosiddetto civile e tutti si considerano membri di una grande famiglia, chi non conosce la nostra lingua la impara in fretta, acquisendo anche la cadenza dialettale locale.
Un esempio virtuoso di cui tenere conto e da perseguire, perché non si può andare contro il corso della storia, Noi abbiamo bisogno della loro energia e voglia di conquistare il benessere ed è una fortuna non una calamità, che molti scelgono l’Italia, antica terra di emigrazione, divenuta oggi per tanti la Terra promessa.

Le altre lettere L’Espresso 21 giugno 2014 – Il Mattino 10 luglio 2014 (col titolo Immigrazione e integrazione) - Il Mattino 10 agosto 2014 (col titolo Stranieri, all’Italia serve la loro energia)

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 Vivere a Napoli senza nemmeno un tetto

Gentile direttore,
ad ogni angolo della città possiamo osservare uomini e donne di tutte le età, che bivaccano in condizioni igieniche spaventose, avendo fatto del marciapiede la loro casa. Discutendo del problema con amici, si sente dire spesso che la scelta del barbone di vivere per strada è libera e non spinta da necessità. Per rendermi conto della verità ho assunto direttamente informazioni presso il dormitorio pubblico di via Grande Archivio ed ho scoperto con angoscia che ogni sera decine di persone non trovano ricovero e sono costretti a passare la notte per strada. Notizia confermatami dal coraggioso parroco della vicina chiesa dei Ss. Severino e Sossio, il quale ha organizzato un servizio di assistenza spirituale. Ma anche il corpo ha le sue improrogabili necessità e credo che il dormire sotto un tetto sia una delle principali. Come potremo continuare placidamente ad addormentarci la sera nei nostri letti ora che sappiamo che uomini e donne più sfortunati di noi sono costretti a cercarsi un giaciglio di fortuna sulla pubblica strada!

Il Mattino 17 luglio 2014; già pubblicata in passato da Il Mattino 30 luglio 2004 - Roma 22 giugno 2004 - Corriere del Mezzogiorno 8 luglio 2004(col titolo Barboni, non possiamo far finta di non vederli

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Un divieto assurdo e medioevale

A Napoli la nascita del primo circolo risale al 7 maggio del 1778, in seguito ne sono sorti numerosi altri.
Tutte queste associazioni, fondate in gran parte nell’Ottocento, vivono ancora, ad ulteriore dimostrazione della voglia dei napoletani di fare vita di gruppo.
A tal proposito voglio segnalare che alcuni sodalizi napoletani fra i più celebri(non ne faccio i nomi per non far vergognare i presidenti) non solo non accettano come soci le appartenenti al gentil sesso, ma addirittura vietano in sala l’ingresso alle signore se non accompagnate da un maschietto.
Il cemento che tiene assieme tante persone , in mancanza di un mazzo di carte è naturalmente il cibo, l’elemento unificatore per eccellenza della nostra società bulimica e crapulona. Il divieto di iscrizione per le donne è l’ulteriore segno di una mentalità medioevale e l’auspicio è che venga quanto prima abolito.

Il Mattino 22 luglio 2014

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Il turismo a Napoli unica risorsa

I mass media italiani e stranieri si interessano di Napoli soltanto quando si parla di monnezza, delinquenza o disorganizzazione. Mai una inchiesta seria, mai un inviato speciale con l’incarico di divulgare i giacimenti di arte e cultura di  cui la città è straricca, al punto che importanti musei stranieri chiedono in prestito tesori come quello di San Gennaro, in grado di attirare in pochi giorni decine di migliaia di visitatori entusiasti.
È utopico immaginare una trasferta a fini promozionali di quadri e reperti archeologici per invogliare il turismo a riscoprire l’oro di Napoli, la cultura, le chiese, i musei, alcuni tra i più importanti del mondo?
Cosa attendono le istituzioni a pensare ad una nuova edizione di Civiltà del Seicento, una mostra che attirò l’interesse universale e della quale all’estero ancora si parla a distanza di trenta anni?
Diamoci tutti una scossa: il turismo è l’unica speranza che può salvare Napoli dando lavoro a migliaia di giovani, non più costretti ad emigrare.

Il Mattino 25 luglio 2014 - Metro Roma 25 luglio 2014(col titolo Napoli non è solo monnezza)

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Lotta all’evasione uguale recessione

L’economia dell’Italia si è sempre basata sull’evasione fiscale praticata con pervicacia da gran parte della popolazione, ma i proventi sfuggiti all’erario spesso venivano reinvestiti in attività produttive, senza che lo Stato li sprecasse in stipendi a burocrati inutili o i politici se li dividessero equamente in ruberie o li distribuissero in tangenti a clienti e sodali.
Ora si tende a controllare ogni pagamento, addirittura superiore a 30 euro e questa procedura, solo apparentemente virtuosa, mette in fuga le poche persone ancora in grado di far circolare un po’ di contante, più o meno onestamente guadagnato.
Chi volete, se non un pazzo, che comperi una casa, un dipinto, oppure  apra un’attività commerciale, per vedersi in tempo reale la finanza addosso per sapere dove, come e quando ha guadagnato il denaro per l’acquisto.
Meglio investire all’estero e non lamentiamoci se, grazie ad una scelta populista, il mercato immobiliare è crollato, l’economia arranca e l’unica ad aumentare è la disoccupazione.

Il Tirreno 26 luglio 2014

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Il calcio è noioso servono nuove regole

I recenti campionati mondiale sono stati giorni e giorni di partite penose, portate stancamente a reti inviolate ai supplementari e poi la spietata roulette dei rigori. La grande preparazione atletica, l’abile sfruttamento dell’assurda regola del fuorigioco e l’esasperato difensivismo hanno fatto prevalere un gioco sterile, continuamente interrotto da falli, spesso eccessivi ed hanno fatto appassire la fertile pianta dei grandi virtuosi del pallone in grado di far sognare milioni di tifosi. Urgono nuove regole per rivitalizzare il gioco ed aumentarne la spettacolarità, che come tutte le discipline sportive è legato alla realizzazione del punto. 
Diminuire il numero dei giocatori ad un massimo di nove per squadra. Dai tempi di Meazza e Piola ogni calciatore corre una distanza quasi tripla ed è presente in ogni fase del gioco, creando inestricabili affollamenti. 
Abolire il fuorigioco ad eccezione dell’area di rigore. La tecnica dei nuovi allenatori compatta i giocatori in aree ristrettissime e super affollate, nelle quali un dribling è pura fantasia. 
Effettuare la rimessa laterale con i piedi. Nessun difensore spedirebbe continuamente la palla fuori campo col rischio di rivedersela in piena area di rigore. 
Ogni cinque falli una punizione pericolosa. Per diminuire l’eccessivo ricorso al fallo prevedere una specie di rigore da tirare, senza barriera, dal limite dell’area di rigore. 
Permettere maggiori cambi, anche temporanei. Questa semplice regola in vigore con successo nella pallacanestro, permetterebbe ritmi veloci e maggiore spettacolarità. 
Ed in occasione della finale dei campionati mondiali prevedere, in caso di parità dopo i tempi supplementari, la ripetizione dopo due giorni della partita ed in caso di nuovo pareggio la non assegnazione del titolo o la vittoria ex equo.

Il Mattino 31 luglio 2014

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Che caldo al fresco

Anche quest’anno a ferragosto si è ripetuto il mesto rito del pellegrinaggio dei parlamentari ai penitenziari per rendersi conto delle miserevoli condizioni di vita dei carcerati.
All’iniziativa dei radicali, passata sotto silenzio sulla stampa, questa volta hanno aderito in tanti.
I parlamentari si sono recati non solo nelle grandi galere: Poggioreale, Regina Coeli, Ucciardone, ma hanno ispezionato anche piccole strutture, scoprendo, ad esempio, che la recettività più assurda, meno dello spazio in una cuccia di un cane, la si trova a Lucca, dove per ogni recluso in cella è disponibile meno di due metri quadrati.
E poi un interminabile elenco di carenze, tutte già ben note ed alcune che gridano vendetta e meriterebbero di essere portate davanti alle corti di giustizia europee: sovraffollamento record, condizioni igieniche disastrose, suicidi a catena per disperazione, personale di custodia insufficiente, mentre non si applicano pene alternative, mancano progetti per ammettere ad un utile lavoro esterno e la giustizia, sempre più lenta, tollera che la metà dei reclusi sia in attesa di giudizio e di conseguenza, se la Costituzione non è carta straccia, innocente.
Bisogna urgentemente passare dalla teoria alla pratica.
Alla ripresa dei lavori parlamentari vengano presentate serie proposte bipartisan per la depenalizzazione di molti reati, riservare la custodia cautelare ai casi più gravi, incrementando l’istituto degli arresti domiciliari sotto la tutela del braccialetto elettronico, fornire incentivi economici e fiscali alle imprese che assumano detenuti in semi libertà o che hanno da poco scontato la pena, potenziare il personale di custodia, senza dimenticare psicologi ed educatori.
Ma soprattutto fate presto per evitare che il problema si risolva da solo attraverso un’allucinate catena di suicidi: dall’inizio dell’anno sono quasi cinquanta!!

Il Giornale di Napoli 20 agosto 2014

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Dieci, cento, mille San Gennaro

L'ennesima ripetizione del prodigio di San Gennaro non deve farci dimenticare che Napoli è da oltre cinquecento anni capitale mondiale delle reliquie, in particolare custodisce circa duecento ampolle contenenti grumi di sangue di santi, martiri ed asceti. Infatti, dopo la caduta dell’Impero romano d’Oriente, avvenuta nel 1453, immagini religiose di ogni tipo e reliquie varie affluirono copiose nella nostra città e da allora non si sono più mosse, pur cadendo lentamente nell’oblio.
Molti di questi grumi presentano la stupefacente caratteristica di liquefarsi con una precisione anche superiore a quella del celeberrimo Santo patrono e senza la necessità di quel corteo di preghiere ed invocazioni che qualcuno ha proposto come spiegazione parapsicologica del fenomeno.
La fama universale del sangue di San Gennaro, un prodigio osservato nei secoli da tanti smaliziati visitatori stranieri, a Napoli per il Grand Tour, scettici ed illuministi, ma sempre cauti nel cercare una spiegazione razionale del fenomeno, ha rubato la scena alle numerose altre testimonianze del fenomeno liquefattivo, che si ripete da secoli in numerose chiese napoletane e nel segreto di cappelle gentilizie di antiche e nobili famiglie.
Cominceremo ora un’ appassionante carrellata attraverso l’affascinante universo esoterico partenopeo, partendo da alcune tra le reliquie più note quali: il sangue di Santo Stefano, custodito nel monastero di Santa Chiara, che si liquefa il 3 agosto ed il 25 dicembre, quello di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, conservato nella chiesa della Redenzione dei Captivi, che si scioglie il 2 agosto, quelli di San Pantaleone e di San Luigi Gonzaga, nel Gesù Vecchio, attivi entrambi il 21 giugno o quello di Santa Patrizia, il più dinamico in assoluto, conservato in San Gregorio Armeno.
Sorprendente è il comportamento del sangue del Battista, scioltosi per la prima volta nel 1554 durante la celebrazione della messa nel convento di Sant’Arcangelo a Baiano, dove era custodito, proveniente dalla Francia, sin dal Duecento. Quando il convento venne soppresso, per il leggendario comportamento licenzioso delle monache, il sangue del santo, diviso ab antico in due ampolle, venne affidato alle monache di San Gregorio Armeno e di Donnaromita. Il primo continua regolarmente a sciogliersi, mentre il secondo ha cessato ogni attività dal Seicento. Quando anche il monastero di Donnaromita venne soppresso, l’ampolla “inattiva” ritornò vicino alla gemella conservata in San Gregorio Armeno e stranamente ha ricominciato a manifestarsi anche se in formato ridotto, con un semplice arrossamento, in occasione della festa del Santo.
Questa moltitudine di eventi prodigiosi rappresenta per il credente un valido motivo di orgoglio, con il sangue che tanti martiri versarono per la loro fede, il quale si riversa, come una pioggia ristoratrice, su tutti noi, in un periodo così difficile per la Chiesa e per l’umanità tutta; ma anche per i laici deve rappresentare un motivo di profonda meditazione, perchè le spiegazioni fino ad ora proposte dalla scienza, per cercare di dare una spiegazione razionale al fenomeno, sono poco più che risibili.
Basta leggere le conclusioni del Cicap, un’associazione scientifica che si propone di trovare la soluzione ai tanti quesiti ancora aperti della parapsicologia, per convincersene. Si è dato grande risalto ad una pubblicazione, nell’ottobre del 1991, sulla prestigiosa rivista Nature, di una equipe dell’università di Pavia, guidata dal ricercatore Garlaschelli, che riteneva di saper riprodurre il fenomeno del passaggio dallo stato solido allo stato liquido in un fluido, adoperando poche sostanze elementari già note agli alchimisti medioevali, dal carbonato di calcio al cloruro di ferro in soluzione, per ottenere una sostanza gelatinosa ”reversibile” a piacimento, purché dall’esterno venga fornita energia attraverso lo scuotimento del contenitore; condizione del tutto assente nella liquefazione di gran parte dei grumi di sangue dei santi precedentemente descritti, incluso lo stesso San Gennaro, che si “manifesta” nelle più diverse condizioni.
Naturalmente per studiare più approfonditamente il fenomeno della prodigiosa liquefazione del sangue dei santi, sarebbe necessario aprire le ampolle, per sottoporre il contenuto ad indagini di laboratorio e ciò è naturalmente impensabile per quelle del venerato ed amatissimo San Gennaro, ma perchè non analizzare qualche grumo di sangue di santi meno venerati tra i tantissimi che si conservano nella nostra città, non solo in chiese, ma anche di proprietà di antiche famiglie napoletane? Credo che nessuno potrebbe opporsi a degli esami eseguiti su ampolle di sangue conservate nelle cappelle gentilizie di famiglie disposte a placare una insopprimibile sete di conoscenza.
“Pulcra sunt quae videntur, pulchriora quae sciuntur, longe pulcherrima quae ignorantur”.
E nell’attesa che parte del mistero che circonda i sacri grumi possa dissolversi attraverso l’indagine della scienza resta l’oggettività del prodigio sotto gli occhi di tutti, credenti e scettici, a fornire agli uni il coraggio della fede, agli altri una giusta dose di meditazione e riflessione.

Le altre lettere L’Espresso 22 settembre 2014

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In attesa di una moschea

Sono un giovane marocchino, 30 anni, laureato, vivo e lavoro a Bruxelles da anni.
Mi è capitato di leggere in rete un libro: Napoletanità, arte, miti e riti a Napoli ed alcuni passi del capitolo “Napoli chioccia generosa” mi hanno emozionato a tal punto da contattare l’autore, il quale gentilmente mi ha invitato a   trascorrere una settimana a casa sua, per conoscere ed apprezzare la città.
“Napoli è stata sempre giudicata una città porosa, non tanto perché poggia su di uno strato di tufo, che possiede queste caratteristiche, quanto per l’innata capacità di amalgamare i vari popoli che nei millenni l’hanno conquistata, a partire dai Greci ai Romani, fino agli Spagnoli, agli Austriaci ed ai Francesi.
Negli ultimi decenni il fenomeno migratorio ha assunto un andamento pluridirezionale: da un lato i giovani migliori, laureati e diplomati, prendono tristemente la via del Nord e dell’estero, privando la città dell’energia vitale indispensabile per arrestare una decadenza ormai irreversibile e nello stesso tempo una marea di extracomunitari, in fuga da guerre e carestia, sceglie Napoli come meta di riscatto civile, sicura almeno di trovare il minimo per sopravvivere. E la città si dimostra impreparata rispetto al passato ad accogliere con un caloroso abbraccio questo “melting pot”, il quale diventa ogni giorno più pressante, rischiando di rompere gli argini come un fiume in piena.
Percorrendo Piazza Garibaldi o Piazza Mercato siamo sommersi dai suoni ma principalmente dagli odori di una città multietnica: kebab, couscous, pizze fritte e piede di porco, pesci marinati e trippa.”
Mi ha colpito però il mancato rispetto della libertà di culto per l’assenza di una moschea, più volte promessa dai politici e mai realizzata. Fino ad oggi bisogna radunarsi all’aperto in piazza Mercato ed osservare un migliaio di ragazzi stranieri riuniti  in uno dei punti più antichi della città, teatro dei principali episodi della sua storia, pregare, mentre tutt’attorno si svolge il solito caos quotidiano ha fatto affermare a più di un visitatore che Napoli è la città araba più accogliente dell’Occidente. Ma cosa si aspetta a realizzare un luogo chiuso per il culto, un centro culturale, un cimitero, che dovrebbe servire ad incrementare il processo di integrazione verso decine di migliaia di nostri fratelli di fede diversa.
Soufiane Herrag

Corriere del Mezzogiorno (come editoriale) 7 ottobre 2014

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Il tempo

Noi viviamo immersi nel tempo e ciò rappresenta un grande mistero ancora senza soluzione. 
Il grande Sant'Agostino a tale proposito era lapidario:'' So bene cosa sia il tempo, ma se mi chiedono cosa sia non so rispondere''. Per capirne il valore vogliamo provare a chiedere cosa rappresenti a chi ne ha vissuto intensamente una frazione. Per capire il valore di un anno chiederemo lumi ad uno studente che è stato bocciato; per intendere il valore di un mese ci rivolgeremo ad una madre che ha partorito prematuramente; per capire il valore di una settimana chiederemo all'editore di un settimanale; per valutare il valore di un'ora chiederemo all'innamorato Achille che attende in ritardo di incontrarsi con l'amata Elvira; per apprendere l'importanza di un minuto possiamo saperlo da chi ha appena perso il treno; per capire l'importanza di un secondo ci rivolgeremo a chi ha appena evitato un incidente; per capire l'importanza di un decimo di secondo chiederemo all'atleta che per esso ha perso l'alloro olimpico; Ieri: storia; domani: mistero. Non ci resta che da vivere ed intensamente il presente, cercando ciò che più ci piace: salute, felicità, successo, mentre l'orologio del tempo prosegue inesorabile il suo cammino.
Le altre lettere L’Espresso 3 novembre 2014
*Quanta volontà per fare il volontario
A Napoli tutto è difficile, anche cercare di essere utile agli altri, come dimostra il parziale racconto di questa odissea: in agosto, dopo aver faticosamente recuperato il numero della Caritas, che non compare né sull'elenco, né in rete, telefono per conto di mia moglie, laureata e con conoscenza perfetta di inglese e francese, offrendo la sua collaborazione in favore degli immigrati. «Pensi a fare i bagni e ritelefoni a settembre». Nuova telefonata dopo 20 giorni, l'interlocutore prende nota di mail e cellulare ed assicura una sollecita risposta, che non arriva, per cui nuovo sollecito, parlo con un dirigente, il quale mi fornisce la mail della suora incaricata a cui scrivo attendendo riscontro da oltre un mese. Amen. Passiamo alla comunità di Sant'Egidio, anche essa ignota ad elenco telefonico e pagine bianche: ottengo un numero dalla sede di Roma, chiamo ripetutamente lasciando il mio recapito in segreteria, dopo 10 giorni mi chiama una signora in una lingua più spagnola che italiana, alla quale, nel presentarmi, offrendo la mia collaborazione, rammento la mia attività trentennale di medico plurispecialista, ma soprattutto la mia lunga esperienza nel portare conforto a tossicodipendenti e malati terminali. «Bene abbiamo proprio bisogno di personale per preparare i pacchi per i barboni! ». Nonostante si tratta di una proposta nobilissima rimango stupefatto e mi fermo qui per non tediare il lettore, anche se potrei citare almeno altri 10 tentativi andati a vuoto.

 La Repubblica N 11 novembre 2014(col titolo Com’è difficile rendersi utile)

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Piazza Mercato tra balordi e fantasmi

Piazza Mercato ha rappresentato per secoli il cuore pulsante di Napoli, dove si svolgevano freneticamente le attività commerciali e la vita civile e religiosa della città. Nel 1647 vi scoppiò la rivolta di Masaniello, l’anno successivo vi è la resa di Napoli a Don Giovanni d'Austria.
Prima di raggiungere piazza Mercato si osservano ad ogni angolo torme di scugnizzi che giocano a pallone, utilizzando come porte degli scalcinati cassonetti della spazzatura, le mura afflitte sono costellate di graffiti sconclusionati, opera di quel moderno flagello ubiquitario costituito dai writers, alternati a manifesti cadenti, alcuni vecchi di anni. Le lancette dell’orologio, uno dei pochi funzionanti in città, ci ammoniscono dello scorrere inesorabile del tempo, ben manifesto nelle minacciose crepe presenti nella maggior parte degli edifici della zona.
Nella piazza, a dovuta distanza, si fronteggiano due fontane, eseguite nel Settecento, formate da un obelisco piramidale poggiante su un robusto basamento con quattro leoni e sfingi agli angoli. Le fontane non avevano solo funzione decorativa, bensì fungevano principalmente da abbeveratoio per le bestie da tiro che trasportavano le merci. Oggi queste superbe fontane, come tutti i monumenti della città, versano in un pietoso stato di abbandono, oltre ad essere a secco, appaiono deturpate da sanguinose scritte in vernice rossa, mentre le teste di donna delle sfingi hanno subito la stessa misera sorte di Corradino e di Fra Diavolo:decapitate.
La folla di oggi, equamente composta da indigeni ed extra comunitari, ci rammenta il furore dei moti scatenati da Masaniello e quasi rimpiangiamo l’assenza del boia e le centinaia di teste mozzate, non solo di incauti rivoluzionari, ma soprattutto di tanti criminali.
Questi flash back che ci compaiono continuamente agli occhi della mente vengono puntualmente e fragorosamente interrotti dalle urla sguaiate dei venditori ambulanti, dagli appiccichi tra vajasse affacciate ai balconi, dagli stereo a pieno volume delle bancarelle, dalla musica neomelodica che straripa dagli appartamenti, ma su tutto domina il rombo dei motori delle infinite auto alla spasmodica ricerca di un parcheggio.
Il colmo del degrado è costituito dalla trasformazione della piazza in stabile campo di calcio con l’istallazione di due porte regolamentari in pianta stabile(foto)
La sera la piazza diventa terra di nessuno, con bande di teppisti che si impadroniscono dei luoghi sotto i fumi dell’alcol e della droga, mentre i radi lampioni proiettano una sinistra ombra a forma di falce. Sembrano impauriti gli stessi obelischi alla vista di tanti ceffi, nonostante ne hanno visti nella loro lunga storia di volti patibolari.
Di notte poi, andati finalmente a dormire balordi e rompiballe, gli unici a girovagare per la piazza sono i fantasmi degli impiccati, molti dei quali morti con l’illusione di migliorare la città, per cui dannati a vederla andare irrimediabilmente verso il baratro.

Le altre lettere L’Espresso - 15 novembre 2014

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*La piazza dell’eterna confusione ed i fantasmi degli impiccati

Piazza Mercato ha rappresentato per secoli il cuore pulsante di Napoli, oggi si osservano a ogni angolo torme di scugnizzi che giocano a pallone, utilizzando come porte degli scalcinati cassonetti della spazzatura, le mura afflitte sono costellate di graffiti sconclusionati alternati a manifesti cadenti, alcuni vecchi di anni. Nella piazza, a dovuta distanza, si fronteggiano due fontane, eseguite nel Settecento, formate da un obelisco piramidale poggiante su un robusto basamento con quattro leoni e sfingi agli angoli. Oggi queste superbe fontane, come tutti i monumenti della città, versano in un pietoso stato di abbandono, oltre ad essere a secco, appaiono deturpate da sanguinose scritte in vernice rossa, mentre le teste di donna delle sfingi hanno subito la stessa misera sorte di Corradino e di Fra Diavolo: decapitate. Il colmo del degrado è costituito dalla trasformazione della piazza in stabile campo di calcio con l'istallazione di due porte regolamentari in pianta stabile. La sera la piazza diventa terra di nessuno, con bande di teppisti che si impadroniscono dei luoghi sotto i fumi dell'alcol e della droga. Sembrano impauriti gli stessi obelischi alla vista di tanti ceffi, nonostante ne hanno visti nella loro lunga storia di volti patibolari.

La Repubblica N 23 novembre 2014 – Il Mattino 4 dicembre 2014(col titolo Il triste degrado di piazza Mercato)

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*Un ruggito che grida vendetta

L’altro giorno dopo mezzo secolo mi sono recato a visitare lo zoo di Napoli ed ho provato in egual misura rabbia, sdegno e tristezza nel vedere il degrado dei viali, invasi da erbacce e rami caduti, ma soprattutto lo stato delle gabbie in cui sono tenuti imprigionati gli animali, spazi angusti, in stridente contrasto con le normative comunitarie che assegnano, con minaccia di gravi sanzioni, 10 mq ad un maiale da allevamento, mentre una tigre è costretta in uno spazio inferiore. Da bambino rimasi colpito da quello splendido felino che percorreva senza sosta i pochi metri a disposizione fino alla follia. Il suo discendente oggi vi ha rinunciato e staziona apparentemente privo di vita in un angolo, indifferente ad ogni stimolo. Identico discorso per tutti gli altri animali, che soffrono l’innaturale stato di reclusione e non hanno nulla da insegnare ai visitatori, se non l’arroganza degli esseri umani, che li privano della libertà. Ho pensato alle orche, abituate nell’oceano a percorrere 150 chilometri al giorno, costrette a vivere in una vasca e ricordandomi dei detenuti, stipati come bestie con a disposizione pochi mq, non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Le altre lettere L’Espresso - 16 dicembre 2014 – Il Mattino 18 dicembre 2014 – Corriere del Mezzogiorno 16 dicembre 2014(a cui seguì la risposta il giorno successivo da parte del gestore dello zoo di Napoli dal titolo Prometto che le tigri saranno felici)

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*Il male dell’anima

La malattia del secolo non è né l'AIDS, né il cancro, ma la depressione, che colpisce decine di milioni di persone, con una prevalenza per il sesso femminile, costringendo questi disperati ad affollare gli studi di psicanalisti e psichiatri e ad ingurgitare tonnellate di farmaci.
Una malattia antica, quanto la nostra civiltà e che in passato più delicatamente era definita melanconia, dopo aver assunto nel tempo tante altre dizioni: accidia, tedio, tristezza, noia, fino all'attuale sindrome maniaco depressiva.
La malattia è caratterizzata da tre gesti: la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e l'occhio sbarrato, che guarda dentro se stesso nei meandri dell'anima.
Più che un morbo è un mito grandioso, il più alto che abbia mai elaborato la civiltà occidentale in 25 secoli.
Nessuno lo eguaglia, né Apollo, né Dioniso, né Hermes, nessuno ha la sua poderosa energia e la sua straripante vitalità. Il paradosso è che, nata in Grecia, si è diffusa in tutta Europa, in una terra che ha sempre cercato di espandersi, di conquistare, di illuminare con la cultura tutto il mondo.
Forse è l'ombra speculare della brillante luce occidentale, salvo che la vera anima dell'Europa sia proprio lei, la notturna melanconia, con i suoi pipistrelli, le comete, gli orchi tenebrosi, i crogioli alchemici, le pozioni magiche. Non vi sono state epoche in cui non si sia manifestata, con punte nel medioevo, colmo di conventi o nel ‘500 e nel ‘600, quando viene descritta con scrupolosa precisione, e ai nostri giorni è portata all'estremo, facendo scempio di tante esistenze.
Le sue definizioni non cambiano nel tempo; è sorprendente come medici antichi e moderni scrivano le stesse parole adoperate dal poeta e dall'artista.
L'unica differenza è che in passato si pensava di essere posseduti da un demone, mentre oggi la Pet cerebrale mette in mostra un disordine neuronale, con corto circuiti impazziti.
Quando prende possesso di noi all'improvviso, la sensazione soffocante ci dà l'impressione di essere in carcere, circondati da mura altissime senza finestre.
Non intravediamo alcuna uscita, mentre lei continua a inondarci fino al delirio.
La depressione è antitesi e contraddizione, è lentezza esasperata, con il sole che si ferma e il mondo che perde gradualmente i suoi colori, per tingersi di grigio sempre più scuro fino al buio più profondo e richiamo al brivido della velocità, con la realtà che scorre sempre più frenetica.
Si è abbattuti ed eccitati nello stesso tempo.
Sembra strano come tante sensazioni opposte rispondano allo stesso nome, ma la nostra mente non risponde alle rigide regole della geometria, bensì è dominata da vibrazioni e paradossi.
La vita sembra arrestarsi, si sta seduti in poltrona senza interesse per niente. Si scoppia in lacrime all'improvviso, senza un reale motivo e non si ama più nessuno, nemmeno se stessi.
Altre volte si precipita nei colori del fuoco, si diventa vivaci e brillanti, ci si affaccia con gioia alla finestra, la mattina ci si sveglia di buon umore, tutto sembra lieto, le forme si sciolgono in una luce sempre più intensa, le passioni trionfano, mentre l'esaltazione sconfina nel furore, una sorta di estasi, durante la quale alcuni acquistano proprietà paranormali, cimentandosi in vaticini e godendo di visioni.
I rimedi del passato fanno sorridere, dall'uso di pietre preziose: berillio, topazio e calcedonio, fino all'assunzione di tisane, di valeriana, camomilla e menta.
Un risultato di poco più efficace lo forniscono i moderni psicofarmaci, Prozac in testa.
Dalla depressione non si guarisce, perché è una malattia non del corpo, ma dell'anima. 
Marina della Ragione

Il Tirreno 20 dicembre 2014

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*Una truffa ai detenuti

Dedico questo breve contributo ai miei compagni di sventura rimasti nei gironi dell’inferno di Poggioreale, i più interessati a quanto esporremo perché costretti a vivere in gabbie disumane.
La cella è di 12- 13 metri quadrati, oltre ad un vano cucina di un metro ed un cesso (non lo si può chiamare altrimenti) con una parvenza di doccia, che due volte alla settimana, per pochi minuti, vomita un liquido caldo dal colore sospetto e dall’odore indefinibile. Per lavarsi ogni giorno si usa una brocca con la quale ci si getta addosso un po’ di acqua prelevata dal lavandino allagando tutto il vano, che andrà poi svuotato a colpi di ramazza, facendo convergere la pozzanghera verso un fetido buco tenuto a bada da un peso per evitare visite imbarazzanti: scarafaggi nel migliore dei casi, qualche volta, anche se non ho avuto l’emozione dell’incontro ravvicinato, luridi topi di fogna.
Vi è molto sconforto nelle carceri, non solo per le condizioni di vita disumane,  e per l’impossibilità di rieducarsi e prepararsi al reinserimento nella società, ma soprattutto perché a danno dei detenuti, nel silenzio assordante dei mass media, si sta compiendo l’ennesima truffa.
La Corte di Strasburgo minacciava gravi sanzioni pecuniarie verso l’Italia, se non avesse reso i penitenziari più vivibili, per cui in tutta fretta è stato approvato un decreto legge, che prevede un abbuono di 1 giorno per ogni 10 trascorsi in celle sovraffollate o un risarcimento di 8 euro al giorno per chi ha già scontato la pena.
Ma la normativa è stata resa inoperante per l’interpretazione data alla stessa dalla magistratura di sorveglianza, che sta dichiarando inammissibili la quasi totalità dei ricorsi con le più svariate motivazioni, costringendo a defatiganti ricorsi in Cassazione.
Da qui l'unica possibilità il risarcimento monetario, che lascia il tempo che trova, perché non ci sono civilisti che per  una istanza per ottenere qualche paio di migliaia di euro in media, non si facciano dare almeno 1000 di onorario e bisogna anche considerare che si può nominare un civilista dal carcere soltanto se si è in pendenza di un giudizio civile e non per istaurarne uno ex novo.
La Corte di Strasburgo nel frattempo certa che “giustizia è stata fatta” ha bocciato le migliaia di istanze presentate in questi anni a partire dalla sentenza Torreggiani del gennaio 2013, in cui era stata condannata l’Italia ad un risarcimento cospicuo per aver tenuto alcuni detenuti (situazione normale) in celle dove disponevano di tre mq a testa(tenendo conto che in Europa negli allevamenti ad un maiale ne sono obbligatoriamente concessi 10).  
É veramente convinto lo Stato che far scontare ai detenuti la pena in modo disumano dentro carceri sovraffollate, senza alcuna attività, imbottiti di psicofarmaci, incattiviti ed esasperati, renda la società più sicura? Le carceri così come sono, sono inutili e dannose per i detenuti, per le loro famiglie, e per la società; invece di recuperare escludono ed emarginano, e rischiano di far uscire le persone peggiori di come sono entrate.
I penitenziari si rendono vivibili garantendo ai detenuti quanto previsto dalla legge: semi libertà a metà pena, affidamento in prova quando mancano 4 anni dal fine pena, gli ultimi 18 mesi di reclusione ai domiciliari; provvedimenti che gradualmente svuoterebbero i penitenziari, tenendo conto che oltre 20.000 detenuti potrebbero beneficiarne, portando il numero dei reclusi in linea con quanto perentoriamente richiestoci dall’Europa
Un discorso a parte meritano i numerosi tossicodipendenti, che dovrebbero essere, prima che puniti, curati in apposite strutture.
Potrei dilungarmi ricordando l’epidemia di suicidi, che andrebbe contrastata con un’inesistente assistenza psicologica, ma vorrei trattare dei non meno importanti mali dell’anima: la solitudine, la malinconia, la sofferenza, la nostalgia. Conosco un rimedio infallibile per combatterli: rimanere in contatto costante con i propri familiari, anche solo per telefono.  In tutta Europa i detenuti (a loro spese) sono liberi di fare quante telefonate desiderano. 
Perché dobbiamo essere costantemente il fanalino di coda della civiltà?
Per convincere l’opinione pubblica che indulto ed amnistia sono ineludibili (parole del Presidente della Repubblica) basterebbe che si montasse nelle piazze principali del nostro paese un cubo avente il volume di una cella, nella quale secondo le normative della U.E non potrebbero vivere 4 maiali e viceversa vivono, nei gironi infernali di Poggioreale e dell’Ucciardone, 16 esseri umani 23 ore su 24 ed invitare altrettanti cittadini ad entrarvi ed a rimanerci non 1 anno, non 10 anni, non fine pena mai, ma soltanto un’ora. Ne uscirebbero inorriditi e si affretterebbero a comunicare ad amici e conoscenti l’intollerabile situazione carceraria.

Il Giornale di Caserta 29 dicembre 2014 – L’articolo era stato richiesto e doveva comparire come editoriale dal Corriere del Mezzogiorno, che non lo ha mai pubblicato

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* Presepe contro albero di Natale

Da tempo è in atto una guerra silenziosa verso la tradizione millenaria del presepe, in nome di un multiculturalismo abietto e fuori luogo. I grandi magazzini non vendono più i caratteristici pastori, con la scusa di una richiesta diminuita e va sempre più di moda l’albero di Natale, una usanza nordica che incontra sempre più adesioni. Le due espressioni sono lo specchio di due diverse concezioni religiose: quella monoteista e quella animista. Infatti mentre il Bambinello ci ricorda il messaggio di pace e la buona novella, l’albero ci rammenta il periodo nel quale tutti noi vivevamo nelle grandi foreste.
Mettere insieme i due simboli è un modo corretto per conciliare tradizioni religiose differenti.
Nel presepe si rappresenta il momento culminante dell’amore di Giuseppe e Maria verso il loro fragile figlioletto, destinato in breve tempo a cambiare il mondo ed è triste constatare come, drogati dal consumismo, abbiamo trasformato questo magico momento in un rito di massa, con grandi mangiate e smodate libagioni, acquisti frenetici ed una idolatrica prostrazione al moloch dell’euro.
Anche il rito dell’albero, che vuole rammentarci il nostro passato nei boschi, quando le piante ci fornivano riparo dalle intemperie e grande messe di frutti deliziosi, è stato trasformato in un  feticcio luccicante colmo di doni inutili e costosi. Senza tener conto della orrida strage di piccoli abeti sacrificati al dio Natale, una gigantesca legnificina che ci fa pensare ad Erode ed alla sua sete di sangue e di morte.
Approfittiamo di questi giorni in cui studio e lavoro presentano una pausa per riunire le famiglie, sempre più spesso separate ed a santificare la festa aiutando il prossimo ed innanzitutto cercando di comprendere le ragioni degli altri.
Il presepe diverrà in tal modo il simbolo dell’amore familiare e della concordia sociale e, nell’armonica disposizione dei pastori, lo struggente ricordo di un mondo felice perduto da riconquistare.

Il Mattino 4 gennaio 2015

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Achille Lauro va “sdoganato”

La morte di Francesco Rosi, autore del famoso "Le mani sulla città", ha risvegliato il dibattito sugli anni del sacco edilizio, ribadendo falsità storiche inveterate, come due casi emblematici di speculazione edilizia, attribuiti dalla vox populi al Comandante, che videro viceversa la luce durante gli anni del commissariamento; mi riferisco alla famigerata muraglia cinese di via Aniello Falcone ed al mostruoso palazzo Ottieri di piazza Mercato. A Napoli vi è via Kagoshima e via Jan Palach, vico Scassacocchi e vico Fico, via dei Chiavettieri al Porto e via dei Chiavettieri al Pendino, ma nessuna piazza, largo, via, viale, vico, fondaco, cupa, strettoia che ricordi ai napoletani Achille Lauro. Chi era costui? Uno sconosciuto Carneade, oppure il sindaco plebiscitario per anni della città, l'abilissimo imprenditore, il presidente a vita del calcio Napoli, il più grande armatore di tutti i tempi nel mondo, o, come amava definirlo Antonio Ghirelli: l'ultimo re borbone. Ad oltre trenta anni dalla morte è giunto il momento di sdoganarlo, ristabilendo la verità storica e di farlo conoscere alle giovani generazioni, cancellando pregiudizi politici che non hanno più motivo di esistere ai nostri giorni. Per chi volesse approfondire l'argomento consiglio di consultare in rete il libro "Achille Lauro superstar", il quale, in un capitolo, tratta con nuovi documenti gli anni travagliati del «sacco della città», dimostrando che il grosso delle nuove costruzioni nei quartieri alti napoletani non avvenne durante il periodo in cui Lauro era sindaco (1952-'58), bensì durante i tre anni della reggenza Correra, il famigerato commissario inviato dal potere centrale per punire la città che votava il partito monarchico. Doveva rimanere in carica soltanto tre mesi per gestire le elezioni, regnò viceversa per oltre trenta mesi e cementificò interi quartieri.

La Repubblica 14 gennaio 2015 – Le altre lettere L’Espresso - 13 marzo 2015 (con il titolo Una piazza per Achille Lauro)

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Dialogo sul futuro

Nel ventre di una donna gravida dialogano due feti.
- Tu credi nella vita dopo il parto?
- Certo, qualcosa deve esserci dopo il parto, sicuramente siamo qui per prepararci a vivere nel mondo esterno.
- Sciocchezze! Non c’è vita dopo il parto, come sarebbe questa vita?
- Non lo so, ci sarà più luce, cammineremo con le nostre gambe e mangeremo con la bocca.
- Ma è assurdo! Camminare? E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale serve a nutrirci ed è troppo corto per permetterci di uscire.
- Invece io ne sono certo che ci sarà qualcosa di diverso.
- Però nessuno è tornato dopo il parto a raccontarcelo. Con il parto finisce la vita, la quale non è altro che una angosciante esistenza al buio che ci porta al nulla.
- Sicuramente vedremo la mamma e lei si prenderà cura di noi.
- Mamma? Tu credi che esista e dove è ora?
- Dove? Noi siamo nel suo ventre, grazie a lei vivremo.
- Eppure non ci credo! Non ho visto la mamma e perciò non esiste.
- Ok, ma quante volte, mentre siamo in silenzio riusciamo a sentire il battito del suo cuore e percepiamo quanto è premurosa per la nostra salute. Io sono sicuro che ci sia una vita che ci aspetta, per la quale ci stiamo preparando: cammineremo, mangeremo, penseremo e saremo a volte felici ed a volte tristi.

Le altre lettere L’Espresso - 12 febbraio 2015

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**  Zingari quale futuro?

Gli zingari in secoli di peregrinazioni, partendo dall’India, si sono sparpagliati in vari paesi europei e, gelosi di una loro atavica tradizione, non tengono alcun conto delle leggi dei paesi che li ospitano. Spesso non posseggono documenti, non denunciano all’anagrafe i loro nati, sposano donne bambine di 10–11 anni e soprattutto vivono di accattonaggio e ruberie, non riconoscono la proprietà altrui e rifiutano il lavoro.
Si tratta di abitudini intollerabili per qualsiasi paese civile, per cui nei cittadini si determina una giustificata insofferenza.
L’entrata nell’Europa della Romania, patria di milioni di rom, ha esacerbato la situazione perché moltitudini di zingari si sono o si stanno trasferendo verso paesi più ricchi e più permissivi. Un esodo di dimensioni bibliche favorito da un criminale e complice lassismo alle frontiere, ha permesso che in particolare a partire siano stati tutti quelli che avevano problemi con la giustizia, increduli di potersi trasferire da uno Stato dove un processo penale completa tutti i gradi in meno di un anno a nazioni, come l’Italia, dove la magistratura e l’ordine pubblico sono allo sfascio ed i tempi della resa dei conti ipotetici quanto infiniti.
Ma la Romania aveva titolo a far parte dell’Europa? La risposta è pleonastica: la Romania è stata sempre Europa. Lo era quando le legioni romane di Traiano sono andate a conquistarla trasformandola nel granaio dell’impero, lo era quando ha fatto scudo all’espansionismo ottomano e lo era pienamente quando a Yalta i tre vincitori decisero di darla in pasta al comunismo. Ed a continuato a beneficiare l’Europa anche sotto Ceausescu, conservando le frontiere inviolabili e ritardando di decenni le odierne migrazioni, che in democrazia è pura utopia sperare di poter contrastare.
Nei secoli i tentativi forzati di assimilazione o la ricerca di efferate soluzioni finali…, sono stati numerosi: alcuni Stati europei, tra i quali l’illuminato impero austro ungarico prevedevano di togliere i figli agli zingari, stabilendo che venissero allontanati dai loro genitori e inseriti in famiglie tradizionali, mentre la nomea di rubare i bambini è rimasto invece pregiudizio dei rom, fino alla politica criminale di Hitler, che ha inviato centinaia di migliaia di nomadi nei campi di sterminio senza che nessun giorno della memoria si commemori per ricordare al mondo questo immane olocausto.
Pochi i giorni lieti accanto alle persecuzioni, quando erano attesi e onorati, nelle loro peregrinazioni periodiche e portavano in un paese la loro musica, le loro danze, i loro spettacoli, i loro abiti vivaci, la loro abilità nel riparare utensili rotti, la loro melanconica gioia di vivere. Oggi gli zingari sono trattati dalla legislazione, dalle amministrazioni locali, dai giornali e dalle televisioni, dai cittadini come rifiuti umani, da relegare in quelle discariche a cielo aperto che sono gli accampamenti nomadi, situati sempre nell’estrema periferia metropolitana, vicino a cumuli di spazzatura, a un cimitero, a uno scarico industriale, quasi sempre sotto la massicciata di un ponte autostradale o di una ferrovia, o anche sulle sponde di un torrente o di un canale, là dove la comunità urbana colloca idealmente e materialmente i propri rifiuti. Sono i monumenti moderni alla segregazione, che le nostre amministrazioni comunali, senza distinzione di colore politico hanno creato, cercando di dimenticare il problema senza sforzarsi a cercare una diversa soluzione.
L’Europa ha creato uno spazio unico di libertà, sicurezza, giustizia al quale non difetta la solidarietà e tanta ce ne vorrà per risolvere il problema degli zingari, senza mai dimenticare che sono cittadini europei.
Bisogna convincersi che è del tutto inutile sgomberare una tribù da un terreno occupato abusivamente nella periferia di una città, perché andrà ad occuparne un altro e si potrà essere abusivi su di un terreno, su tutti i terreni, ma nessuno è abusivo sulla Terra, figuriamoci in Europa. Tra i rom esistono figure rivestite di un’autorità e con loro bisognerà fare accordi, riconoscere diritti fondamentali in cambio dell’osservanza dei doveri, rispettare tradizioni e costumi, prestare generosamente servizi ed assistenza in cambio di un impegno alla legalità, includendo l’obbligo per i minori di dedicarsi allo studio. In caso contrario agire con grande severità, togliendo la patria potestà ai genitori che avviano la prole all’accattonaggio.
Una prospettiva che riunisca il bastone e la carota e che sia insieme, sicurezza e solidarietà, libertà e responsabilità, diritti ma anche doveri.
Dobbiamo attivarci cercando di convincerli ad entrare nei cicli delle nostre attività e delle nostre esistenze. Gli zingari rappresentano una riserva straordinaria di vitalità, di adattamento, di voglia di vivere, di solidarietà. Essi sono il banco di prova di quella riforma della società che tutti chiedono e che nessuno ha la capacità di elaborare. Inventare un rapporto di collaborazione con loro e con i flussi sempre più imponenti di profughi, migranti e nomadi di ogni genere trascinati alla deriva lungo le tortuose strade della globalizzazione non è un problema di poco conto, da delegare alla Caritas o al politico di turno, bensì è la scommessa che l’Europa fa con il proprio futuro e gran parte del destino degli zingari è nelle loro mani. Essi sono o fanno credere di essere bravi ed esperti chiromanti, che sappiano leggere il loro futuro, dopo che per secoli ci hanno voluto far credere di saper leggere il nostro.

Le altre lettere L’Espresso 14 aprile 2015 – Nel 2006 la lettera, sotto forma di articolo aveva guadagnato la prima pagina dei principali quotidiani rumeni (con il titolo Laggiù qualcuno ci ama)

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* L'origine del mondo

Possiamo essere atei o credenti, ma non possiamo rimanere indifferenti alle diverse ipotesi sull’origine del mondo. Da un lato un pauroso Big Bang che dà origine ad una materia densa di energia, la quale si espande senza fine, dando luogo agli elementi. Un universo privo di anima e di finalità. Poi un giorno, da acque melmose, per pura combinazione, da molecole di carbonio, sorge il primo essere unicellulare, in grado di riprodursi.
E’ nata la vita, che nel tempo si differenzierà sempre più fino alla comparsa dell’uomo, dotato di intelligenza e coscienza, capace di contemplare un universo ostile o quanto meno indifferente al suo destino.
Se viceversa leggiamo i primi capitoli della Genesi, osserviamo uno spettacolo grandioso con un Dio che, con inesausto ardore, organizza il tempo e lo spazio, crea la luce, separa le acque dalle terre, brulicanti di vita, popola i cieli di nuvole foriere di pioggia, fa salire i monti e distendere le valli, genera sorgenti e torrenti impetuosi, suscita venti e inneva le cime.
Crea il sole, la luna e gli astri del firmamento, produce erbe, germogli, fiori, alberi colmi di frutta e tutti gli esseri viventi che affollano mari e terre, dai pesci che nuotano, ai serpenti che strisciano, agli uccelli che dominano il cielo, dalle lepri paurose ai leoni coraggiosi ed alla fine plasma l’uomo dalla polvere, come dal suolo fa germogliare alberi ed animali.

Le altre lettere L’Espresso - 23 febbraio 2015

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*Voglio un museo dell’emigrazione

Dopo l'Unità d'Italia nel corso di pochi decenni circa 25 milioni di italiani sono stati costretti all'emigrazione oltre oceano. Soltanto pochissimi sono ritornati. Oggi la storia si ripete all'incontrario ed ecco legioni di disperati che vedono nelle nostre città la terra promessa. Il nostro passato di emigranti è dimenticato, complici le istituzioni, che non hanno realizzato un museo che ci rammenti gli anni in cui eravamo carne di macello, pronta a qualsiasi lavoro, anche il più umile. Un museo dell'emigrazione, per ricordare il passato e per spegnere in noi semi di razzismo e becero leghismo. Quale sede più degna del porto di Napoli, dove sono partiti i bastimenti, carichi di disperazione, di ansia di riscatto e di dignità.

La Repubblica N - 28 febbraio 2015 (col titolo Vorrei a Napoli un museo dell’emigrazione) - Il Mattino 26 marzo 2015 (col titolo Unità d’Italia storie d’emigrazione) - Già pubblicato in passato: La Repubblica 10 settembre 2005 (col titolo Un genocidio dimenticato) – Il Corriere del Mezzogiorno 14 settembre 2005 (col titolo Un genocidio dimenticato) – Il Roma 19 settembre 2005

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Dove sta la felicità?

Se non esistesse la felicità la vita non sarebbe degna di essere vissuta, anzi forse non esisterebbe affatto, almeno quella dell’uomo, che pare sia l’unico essere in grado di provarla, a differenza del dolore, che affligge tutti i viventi.
Alla base esiste una differenza biologica fondamentale: gli animali posseggono come noi fibre nervose specializzate e zone cerebrali adibite a percepire la sofferenza fisica, mentre solo gli uomini hanno un complesso sistema di mediatori chimici, imperniato principalmente sulle endorfine e raffinate ramificazioni neurotiche in grado di elaborare la complessa sensazione della felicità.
Da millenni poeti e scrittori ne hanno parlato, filosofi e fondatori di religioni hanno cercato e consigliato il modo per raggiungerla, migliaia di aforismi hanno tentato di definirla, ma l’essenza della felicità continua a sfuggire, soprattutto a quelli che non sono riusciti mai ad assaporarla pienamente.
In gran parte il destino decide la quantità di felicità che ci spetta, infatti per goderne dobbiamo possedere un adeguato corredo genetico, che ci predisponga, con delicati equilibri tra recettori centrali e vettori periferici, ad una soddisfacente fruizione. Una parte secondaria rivestono poi l’ambiente, le relazioni sociali, gli incontri, soprattutto con l’altro sesso, le abitudini di vita, l’età, lo stato di salute.
Essere sani e possibilmente giovani, anzi sono condizioni imprescindibili per essere felici.
Credere in Dio, avere molti amici, allegri e sorridenti, non porsi grandi traguardi, difficili da raggiungere, avere abbastanza denaro, ma non troppo, sono altri ingredienti utili per raggiungere lo scopo.
Drasticamente ridimensionati dalle indagini scientifiche e psicologiche sono i miti della società occidentale: potere, ricchezza, successo non sono la ricetta giusta.
Recenti ricerche hanno identificato un’area precisa del cervello deputata alle emozioni piacevoli localizzata nel lobo frontale dell’emisfero sinistro ed un neurotrasmettitore specializzato: la dopamina.
Anche un medico della mutua attento può constatare nei suoi pazienti affetti da ictus, che quelli colpiti nell’emisfero sinistro vanno incontro a disturbi di tipo depressivo, mentre gli altri spesso sono colpiti da uno stato perenne di euforia del tutto ingiustificata. Esperimenti eseguiti con la Pet, una moderna tecnica in grado di valutare i flussi sanguigni, hanno dimostrato che i soggetti esaminati in situazioni di allegria sono interessati da un aumentato afflusso di sangue verso il lobo frontale sinistro, mentre quando si prova tristezza e depressione è interessata la zona omologa di destra, come pure alcuni studi eseguiti sui monaci tibetani, mentre praticano la meditazione trascendentale, hanno dimostrato un iperafflusso verso il lobo frontale sinistro, in coincidenza con le loro dichiarazioni di essere felici.
Una società profondamente materialista come la nostra cerca delle scorciatoie per raggiungere i suoi scopi ed una dimostrazione lampante è l’aumento vertiginoso della frequentazione da parte degli studenti delle cattedre, appositamente create in molte università americane, per insegnare a raggiungere la felicità.
I consigli principali che vengono elargiti dagli esperti sono di praticare una costante attività fisica, che sembra aumenti la concentrazione nel sangue dei mediatori chimici responsabili di stati emotivi gradevoli e cercare di pensare positivo: ritornare ogni sera con la mente a tre situazioni piacevoli pare faccia miracoli.
Naturalmente in attesa che la farmacologia trovi la soluzione del problema con una pilloletta e possiamo essere certi che quando verrà messa in commercio le farmacie saranno prese d’assalto.

Le altre lettere L’Espresso - 3 marzo 2015

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Aspettando papa Francesco

Il 21 marzo, oltre alla primavera, a Napoli giunge papa Francesco, con il suo messaggio di pace e di fratellanza ed è significativo che abbia scelto di trascorrere la sua giornata tra Scampia, la più grande piazza di spaccio della droga d’Europa, il carcere, dove pranzerà con i detenuti, l’incontro con gli ammalati e il bagno di folla finale sul lungomare con i giovani, il futuro della città.
Quanta differenza con l’ultima visita di un pontefice, incentrata sull’incontro a piazza Plebiscito con i potenti in prima fila per ricevere il sacramento dell’Eucarestia, dal truce filisteo, abituale adoratore del vitello d’oro, sceso dal Nord per l’ostia televisiva, all’ateo inveterato, nemico giurato della Chiesa, salvo che nelle occasioni eccezionali. Ed alle loro spalle premevano per il rito del baciamano eurotelevisivo amministratori corrotti, malversatori abituali, usurai incalliti, bestemmiatori immarcescibili e tutta quella feccia che ha portato la Campania sul fondo del baratro. Per l’occasione fu ripulito il suo percorso, tolto cumuli di puteolente spazzatura, colmato voragini nelle strade, allontanato per poche ore scippatori e spacciatori, truculenti magnaccia e sguaiate prostitute.
In seconda fila vi era la Napoli vera che non potette conoscere: i disoccupati cronici, i giovani senza futuro, i pensionati alla fame, i commercianti strangolati dal pizzo, i lavoratori al nero per 500 euro al mese, ma soprattutto la folla degli onesti, costretti in un angolo dalla prepotenza dei vincitori.
Non fu possibile raccogliere il disperato grido di dolore degli abitanti delle periferie degradate, vedere le antiche chiese cadere in rovina, gli abusi edilizi ubiquitari, l’esercizio spietato della prevaricazione come regola di vita.
Conoscere veramente Napoli, dove per millenni lingue e culture aliene hanno sempre goduto di accoglienza e tolleranza, antica e gloriosa capitale, costretta al rango di capitale della monnezza e della malavita
Santità, Voi non ne avete bisogno, fate che l’augurio che vi sarà indirizzato dal Cardinale: "'A Maronna t’accumpagna” sia viatico per i napoletani nel lungo viaggio dal buio delle tenebre verso la Luce.

Le altre lettere L’Espresso18 marzo 2015

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Quell’appello di papa Francesco

Durante la visita di papa Francesco a Napoli in pochi hanno notato un'esternazione del pontefice, il quale, rivolgendosi ai detenuti di Poggioreale, ha affermato che a fine anno chiederà pubblicamente un atto di clemenza per i carcerati. Speriamo non se ne dimentichi, come se ne sono dimenticati governo ed opinione pubblica, perpetuando una situazione di degrado insostenibile per una nazione che pecca di ritenersi civile.

La Repubblica N 25 marzo 2015

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Il Giubileo e l’indulto

La visita di papa Francesco a Napoli è stata seguita in tempo reale da giornali e televisioni, che hanno dedicato enorme spazio all’evento, ma solo poche righe sono state dedicate ad un’esternazione del pontefice, il quale, rivolgendosi ai detenuti di Poggioreale con cui ha consumato il pranzo, ha affermato che a fine anno, quando proclamerà l’apertura del Giubileo, chiederà pubblicamente un atto di clemenza per i carcerati.
Speriamo non si dimentichi, come vergognosamente se ne sono dimenticati governo ed opinione pubblica, perpetuando una situazione di degrado insostenibile per una nazione che si pecca di ritenersi civile.
Parlare di indulto non porta voti, ma seguire l’indicazione di un papa tanto amato, potrebbe indurre finalmente a prendere un provvedimento improcrastinabile, propugnato a suo tempo dallo stesso presidente della Repubblica Napolitano.

Le altre lettere L’Espresso - 26 marzo 2015

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La toponomastica nel regno dei Savoia

Gentile dottore,
nel 1853 il re borbone Ferdinando II realizzava la prima tangenziale al mondo:un'arteria di cinque chilometri, che, superando delicati problemi orografici, metteva in collegamento la parte occidentale della città con la parte orientale, permettendo l'urbanizzazione di vaste aree.
L'opera fu apprezzata in tutta Europa per le soluzioni tecniche e la velocità di esecuzione. I Napoletani cavallerescamente vollero dedicarla alla regina Maria Teresa, ma il toponimo ebbe breve durata, perché subito dopo l'unità d'Italia, i Savoia decisero che un nuovo nome dovesse ricordare il loro re conquistatore dell'antico regno, anche se la strada era stata realizzata da un altro sovrano.
Questa appropriazione indebita è passata sotto silenzio per 150 anni, ma è giunto il momento per fare giustizia di questi soprusi del passato, grazie al certosino lavoro di coraggiosi storici che, lentamente, ci stanno insegnando a rivalutare la nostra storia gloriosa.
Un invito al nostro sindaco a voler dedicare questa strada a chi l'ha ideata e realizzata nell'interesse della sua amata città: Ferdinando II.

Il Mattino 1°  aprile 2015, già pubblicata su Il Mattino 10 giugno 2003 (col titolo La tangenziale di Ferdinando II)

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Il tramonto del denaro

L'automazione, i computer, i robot quanto prima libereranno l'umanità dal fardello del lavoro e anche il denaro, ad esso collegato, andrà in soffitta dopo millenni di baratti e secoli di moneta. Sarà la più rivoluzionaria delle rivoluzioni alla quale non siamo assolutamente preparati, affezionati come siamo a quei simpatici pezzi di carta, sporchi e stropicciati che sono i soldi. Li desideriamo ardentemente, li conserviamo come reliquie nel portafoglio, per averli facciamo qualsiasi cosa, anche lavorare come matti per tutta la vita, per averne di più siamo disposti a tradire un amico, a scavalcare un debole, a ingannare un avversario. Crediamo ciecamente che con il loro possesso si possa comperare tutto ciò che si desidera: oltre a vestiti, auto, cibo e oggetti lussuosi anche il favore degli altri, l'onestà delle donne, la giustizia degli uomini, la coscienza del prossimo. Se non ne abbiamo la gente ci guarda con insofferenza e con disprezzo, mentre se mostriamo di averne tanto tutti si dimostrano amici. Dimentichiamo che il denaro non ci permette di acquistare né la salute, né l'amore, né la vera amicizia e neppure la serenità. Con il suo possesso ci procuriamo soltanto l'invidia della gente, l'unica cosa di cui faremmo volentieri a meno.

La Repubblica N 7 aprile 2015 (col titolo Quel che il denaro non può comprare) – Il Mattino 9 maggio 2015 (col titolo Schiavitù del lavoro e automazione)

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Vestiti stracciati e pettinature barbare

Sabato mattina ho pensato con entusiasmo di visitare Comicon, ma giunto in prossimità degli ingressi, le file interminabili mi hanno indotto a più miti consigli, contento per il successo della manifestazione, un po' meno per il dover rinunciare alla visita. Mi sono però soffermato a lungo a osservare le file di aspiranti visitatori, la quasi totalità giovani e ho costatato che nella mia, oramai abbastanza lunga vita, una sola volta mi ero imbattuto in una fila più lunga (circa 3 chilometri), quando nel 1989, prima della caduta del muro di Berlino, a Leningrado, dovevo visitare con la mia famiglia il celebre museo dell'Ermitage e rimasi spaventato da una marea di persone pazientemente in attesa, avendole scambiati per amanti dell'arte, mentre viceversa si trattava semplicemente di cittadini che ambivano di acquistare una bottiglia di Coca Cola, tra l'altro prodotta in loco. Ma la seconda osservazione è quella che mi ha sorpreso maggiormente e amareggiato oltre misura: non vi era un giovane che non indossasse vestiti stracciati e non ostentasse pettinature tra il barbaro e il demenziale, mentre moltissime ragazze erano in maschera, da fata, da strega, da donna fatale, pur essendo lontano il Carnevale. Probabilmente volevano rendere omaggio al titolo della rassegna apparendo comiche e svampite.

La Repubblica N 5 maggio 2015

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**La collina dei poeti con Virgilio e Leopardi

Tra i luoghi più dimenticati di Napoli, che viceversa potrebbero costituire un potente richiamo per i turisti, va annoverato al primo posto il parco Vergiliano, da non confondere con quello Virgiliano, fino a poco fa paradiso per le coppiette in vena di effusioni erotiche. Esso, posto alle spalle della chiesa di Piedigrotta e nei pressi della maestosa stazione di Mergellina, oggi umiliata a semplice fermata della metropolitana, ospita le tombe di Virgilio e di Leopardi. Pochi sanno della sua esistenza, le automobili prima di affrontare il buio della galleria laziale che le porterà a Fuorigrotta, lo costeggiano distratte. Dovrebbe cambiare il suo nome e assumere più degnamente quello di collina dei poeti; ne ospita infatti due tra i più grandi di tutti i tempi, vissuti in tempi diversi, entrambi nati altrove, ma che hanno desiderato riposare per sempre a Napoli, una città dove hanno vissuto a lungo. Il luogo non è grande, ma la poesia ha bisogno di poco spazio, in un sonetto può essere racchiuso l'intero universo, come loro ci hanno insegnato. Si sale lentamente lungo un viale alberato e i rumori scompaiono, anche i treni diventano una lontana presenza. Dopo la seconda curva compare un grande mausoleo su cui è inciso: Giacomo Leopardi. Ancora pochi passi e giungiamo a una nicchia che prende luce da due aperture; al centro un braciere e una corona di alloro; qui riposa Virgilio, morto a Brindisi, ma che espresse il desiderio di essere sepolto all'ombra del Vesuvio. Se ci inerpichiamo ancora arriviamo all'ingresso della Cripta napoletana, la famigerata grotta dove per secoli si sono celebrati riti dionisiaci, per non dire orgiastici, dove sono nate la sfogliatella e la festa di Piedigrotta. Una galleria che, secondo la leggenda di Virgilio non solo poeta, ma anche mago, fu da lui costruita in una sola notte, con l'aiuto di duemila diavoli. Una grotta da dove nasce una parte cospicua della nostra storia e delle nostre tradizioni e di cui noi napoletani continuiamo a ignorare la stessa esistenza.

La Repubblica N 13 maggio 2015

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La scomparsa dei cavalieri

Per la prima volta nella storia ultracentenaria dell'ordine, fondato nel 1901, quando ad assegnare l'onorificenza era il Re, questo anno nessuno dei nuovi 25 Cavalieri del lavoro è un imprenditore campano. Evento triste ed in parte prevedibile, in considerazione dello sfascio dell'economia e della inarrestabile fuga di cervelli, ma la presenza di uno sparuto gruppo di irriducibili, che continuano a lavorare per mantenere i livelli occupazionali e con la speranza di una auspicabile inversione di tendenza, forse avrebbe meritato, se non un riconoscimento, un incoraggiamento.

La Repubblica N 26 maggio 2015 – Il Mattino 1° giugno 2015

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Dio non abita più qui

Da troppi anni a Napoli sono gli omicidi a scandire ritmicamente il calendario, mentre tutto il territorio sfugge completamente al controllo dello Stato, che da tempo ha abdicato alle sue funzioni, vicariato dalla delinquenza organizzata, che detta legge oramai in ogni faccenda pubblica e privata. Il Comune e la Regione sono entità astratte prive di ogni potere. L’assoluta incertezza del diritto fa sì che gran parte dei malavitosi siano certi di farla franca e di dover rispondere al massimo ai rimorsi della propria coscienza, un tribunale, almeno da Dostoevskij in poi, di tutto rispetto, ma  purtroppo, non ancora parificato agli ordinamenti di una moderna Repubblica. I giovani fuggono in massa verso un destino meno amaro, una diaspora di dimensioni bibliche che preclude ogni speranza di miglioramento futuro; restano soltanto i vecchi borghesi, pensionati e piccoli commercianti che oramai si sono arresi.
Leopardi che pure l’amava la definì “terra di lazzaroni e di pulcinella” e tanti altri insigni personaggi, da Campanella alla Serao, condivisero pareri negativi, senza parlare dei tanti viaggiatori stranieri, in visita a Napoli, quando la capitale era una delle mete obbligate del Gran Tour. Si giunse così al laconico giudizio di “ un paradiso abitato da diavoli”, coniato quando la camorra non era ancora divenuta una delle organizzazioni criminali più feroci della Terra.
Eppure nonostante questa antica maledizione gravi come un macigno, non esiste città dove disorganizzazione e gioia di vivere convivano con maggiore armonia. Ed è questa la colla che tiene ancora uniti tutti coloro che amano svisceratamente il loro luogo natio, la loro patria e soffrano una struggente malinconia quando sono costretti a cercare altrove pane e tranquillità.
E’ probabile che la nostra città rappresenti un laboratorio dove affrontare una serie di tematiche che da noi hanno da tempo raggiunto e superato il livello di guardia, ma che interessano tutti gli Italiani: traffico, disoccupazione, delinquenza organizzata, smaltimento dei rifiuti, abusivismo, ecc.
I Napoletani sono gente antica, che non ha reciso le radici col passato e che ha rifiutato vigorosamente le suadenti sirene della modernità. Rappresentiamo una delle ultime tribù della terra in lotta contro la globalizzazione.
Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante.
Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente.

Il Mattino 4 giugno 2015 (col titolo Un glorioso passato ci salva dal futuro) – Già pubblicato da Il Roma 18 dicembre 2009 come editoriale dal titolo Napoli, un paradiso abitato… da diavoli

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Amori immortali amori d’oggi

Tutti conoscono i grandi amori mitizzati dalla letteratura: Filemone e Bauci, Paolo e Francesca, Orfeo ed Euridice, Romeo e Giulietta, Dafni e Cloe, Tristano e Isotta, Abelardo ed Eloisa, splendidi esempi di passione travolgente che spinge due destini nella stessa direzione?
Potremmo ricordare altri nomi famosi, celebrati dalla mitologia e dalla letteratura, ma vorrei aggiungere, a futura memoria, due sconosciuti: Mustafà ed Amina, genitori di un ragazzo africano che ho conosciuto nel penitenziario di Rebibbia.
Durante un viaggio della speranza e della disperazione dalle coste libiche a Lampedusa, su un gommone per venti passeggeri che ne conteneva quaranta, dopo due giorni di navigazione, il mare s’increspò minaccioso con onde di tre metri.  Gli schiavisti decisero che bisognava diminuire il peso, gettando a mare un po’ di zavorra umana. 
Il primo ad essere prescelto fu Mustafà, che pesava 110 chili ed altri cinque sventurati. Amina decise di voler morire con il marito: affidò il suo bambino ad una donna, salvando in tal modo uno dei prescelti e scomparvero abbracciati tra i flutti, sotto gli occhi impietriti del figlioletto di 8 anni.
Un episodio d’amore supremo che non sfigura al confronto delle storie di personaggi resi immortali dalla penna degli scrittori.

Il Mattino 11 giugno 2015

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Le feci dei cani in strada e l’esperimento del DNA

Le strade della città, soprattutto al centro, sono costellate da una miriade di feci canine, che padroni scostumati lasciano a futura memoria, dopo che i loro amici fedeli hanno espletato le naturali funzioni fisiologiche.
Il comune potrebbe rimpinguare le sue scarse entrate, incaricando i vigili urbani di comminare multe salate ai proprietari dei quadrupedi colti nell’atto della defecazione.
Viceversa, per fare le cose in grande ed approfittando che da tempo i manicomi sono chiusi, i nostri solerti amministratori hanno pensato di schedare il DNA della popolazione canina (con un costo medio per prelievo di circa 600 euro) per agire a posteriori, dopo che è avvenuto il fattaccio, alias imbrattamento del marciapiede, attraverso analisi del materiale depositato, alias merda, con ulteriori costi di migliaia di euro.
Ci sarebbe da rimanere sbigottiti, fortunatamente sembrerebbe che i prelievi di sangue effettuati fino ad ora, creando notevoli disagi ai padroni dei cani costretti a recarsi in Asl lontane dal proprio domicilio, giacciono da mesi nei frigoriferi.

La Repubblica N 16 giugno 2015

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San Gennaro, ora basta!

Anche durante la visita di Lech Walesa, pochi mesi dopo la liquefazione avvenuta in occasione della venuta a Napoli di papa Francesco, le ampolle di san Gennaro hanno ripetuto il prodigio(non chiamiamolo miracolo, perché anche la Chiesa non lo riconosce) divenuto oramai molto, troppo frequente.
Lo stesso pontefice a marzo era stato molto riservato sul fenomeno e pare che finalmente, grazie al suo coraggio, si è prossimi ad una pronuncia ufficiale sui miracoli… in serie che si producono a Medjugorie, dove hanno dato luogo ad un turismo religioso ed un giro di affari da far impallidire la stessa Lourdes.
In attesa che indagini serie, eseguite da una commissione internazionale di scienziati, sulle tante ampolle di sangue, appartenenti a santi meno famosi, ma soprattutto di proprietà di nobili famiglie napoletane, possa chiarire definitivamente la natura del fenomeno, sarebbe troppo indiscreto collocare una micro telecamera nella cassaforte dove sono conservate le ampolle del patrono di Napoli ed osservare se per caso durante i mesi trascorsi tra un prodigio e l’altro, la liquefazione non si ripeta continuamente e non unicamente nelle occasioni canoniche?

Le altre lettere L’Espresso 17 giugno 2015

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La disorganizzazione affonda la cultura

Ieri, domenica, approfittando dell’ingresso gratis nei musei, avevo organizzato con un gruppo di un centinaio di amici ed amici degli amici, appassionati cultori della storia cittadina, una visita guidata al museo civico, sito in Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino.
Martedì mi ero recato in avanscoperta per visionare i luoghi, trovando il museo chiuso, perché, come candidamente riferitomi da un funzionario, vi sono pochi custodi. Mi era stato però confermato che domenica avrei trovato tutto aperto. Per cui grande è stata la sorpresa, mista a rabbia, quando abbiamo trovato la porta sbarrata dello stesso castello.
Mentre spiegavo agli intervenuti la storia e le meraviglie artistiche che ci erano state negate, ogni 5 minuti, giungeva un gruppo nutrito di turisti, desiderosi di avere la conferma che Napoli è città d’arte. Tutti borbottavano in idiomi sconosciuti e temo si ripromettessero in futuro diversi e più accoglienti itinerari.
Gradiremmo una risposta da parte dei responsabili di questo disordine organizzativo con l’auspicio che non si ripetano più.

Lo Strillo 20 giugno 2015

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Il dolore fisico è nemico dell'uomo

Il dolore fisico è un penoso fardello che accompagna la vita dell’uomo, dal primo pianto del neonato all’agonia del vecchio, veglia come un oscuro fantasma su ogni passo della nostra esistenza, pronto a colpire. Problema ancora insoluto per il medico, quesito tormentoso per il filosofo, consigliere mendace di pietà per il credente.
Il dolore acuto di una scottatura, segnalandoci un pericolo può avere un significato, ma il dolore esacerbante ed afinalistico che accompagna le grandi patologie, in primis i tumori e che si conclude dopo anni con la morte del paziente, certamente non è di alcuna utilità.
La religione cristiana considera la sofferenza un viatico per una vita ultraterrena felice; per secoli lo ha addirittura invocato e perseguito, ricordiamo il cilicio e l’autoflagellazione e ciò ha influito pesantemente sulla nostra cultura, che non si è resa conto chiaramente che il dolore fisico è il più mortale nemico dell’uomo e che per debellarlo bisognerà prima esorcizzarlo e poi ingaggiare una furiosa battaglia, utilizzando qualsiasi risorsa materiale ed intellettuale.
Sarà necessaria prima una rivoluzione culturale, poi si dovrà organizzare contro di esso ed il mito che lo accompagna una implacabile campagna scientifica, che dovrà cessare solo dopo una completa vittoria, quando la sofferenza sarà cancellata per sempre e relegata come mostruosità nei libri di storia della medicina.
I nostri nipoti rimarranno attoniti quando leggeranno che ai nostri giorni si centellinava la morfina ai malati terminali e si considerava soffrire un passaporto per il paradiso.

Le altre lettere L’Espresso 24 giugno 2015

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Il trionfo del secolo d’oro

Mentre oggi a Montpellier si inaugura una straordinaria mostra dedicata alla pittura napoletana seicentesca: L’Age d’Or de la peinture a Naples, de Ribera a Giordano, giudicata dal ministero francese tra le più importanti del 2015, ricca di 84 dipinti di cui 28 provenienti da musei e collezioni private partenopee, a Napoli sono anni che non si riesce ad organizzare una rassegna decente, degna delle memorabili esposizioni degli anni passati, quando la sovrintendenza alle Belle Arti era un’isola felice abitata da insoliti titani, dal vulcanico Raffaello Causa al sovrano di Capodimonte Nicola Spinosa, da tempo in pensione e che guarda caso è l’organizzatore della mostra transalpina di cui abbiamo accennato.

Il Mattino 24 giugno 2015

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Chiese in rovina a Napoli, un bollettino di guerra

Napoli dal Cinquecento ad oggi possiede la maggiore concentrazione di chiese al mondo, ben più di quelle di Roma, capitale della cristianità.
Purtroppo da tempo immemore un numero sempre crescente di edifici di culto è chiuso e le opere d’arte contenute sono alla mercé di ladri e di vandali; un fenomeno aumentato a dismisura con il terremoto del 1980, mentre i fondi a disposizione delle istituzioni sono praticamente inesistenti.
Un patrimonio di storia e di arte che rischia di disintegrarsi, mentre potrebbe costituire un’attrattiva irresistibile per il turismo, unica speranza per la città di lavoro e di denaro.
Nello stesso tempo i fedeli sono diminuiti e con loro i sacerdoti, un processo irreversibile che dovrebbe indurre le autorità civili e religiose ad una riconversione dei luoghi sacri, destinandoli a diverse funzioni, sociali o redditizie, affidandole ai privati.
Bisogna assolutamente salvare un capitale così grande di bellezza e consegnarlo integro ai nostri discendenti. Muoviamoci tutti, inclusi i mass media, sperando che almeno una volta il groviglio di competenze non crei ostacoli insormontabili.

La Repubblica N 1° luglio 2015

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Il Califfato islamico: come, quando, dove, perché

L’altro giorno il mio fraterno amico Tonino Cirino Pomicino, che da sempre si batte per la pace e l’armonia tra i popoli, mi chiedeva di scrivere una focosa lettera ai giornali per denunciare la vendita di armi pesanti, dai carri armati alle bombe, ai terroristi islamici. Più che fare questa sacrosanta denuncia, certo di non ottenere niente, perché da quando le guerre si combattevano con archi e frecce, i mercanti di morte non li ha mai fermato nessuno, ho preferito fare delle esaustive ricerche e cercare di spiegare all’opinione pubblica, la nascita e la tumultuosa crescita del Califfato islamico
Nel luglio 2014 nasceva in Iraq l’Isis (Stato islamico di Siria e Iraq) che ben presto si è definito Is (Stato islamico) con ambizioni di diffusione a livello mondiale, come infatti sta avvenendo. Nell’Occidente cristiano, specie nell’Unione Europea compresa la nostra Italia, si è letto la presenza dell’Is solo come la “guerra santa dell’Islamcontro i Cristiani”. Ma c’è anche un’altra lettura più realistica: l’Is (o Califfato) è il tentativo disperato di portare i Popoli islamici alla rinascita dalla decadenza attuale, ritornando alle radici dell’Islam come vissuto da Maometto e dai primi Califfi (cioè successori di Maometto). Il sicuro fallimento di questo progetto sta portando a guerre intestine tra fazioni e Popoli islamici, imponendo le uniche soluzioni logiche per salvare i valori dell’Islam e permettere ai Popoli islamici di entrare nel mondo moderno: leggere il Corano in modo critico, accettare la separazione fra Islam e politica e la Carta dei diritti dell’uomo (e della donna) proclamata dall’Onu nel 1948, che i Paesi a maggioranza islamica ancora non hanno accettato, ecc. L’Is è anzitutto un conflitto interno fra Musulmani, non una guerra contro l’Occidente, anche se i Cristiani ne sono le vittime. Perché “sicuro fallimento” del Califfato? Anzitutto perché oggi nessun Musulmano vorrebbe vivere in uno Stato islamico. L’Is si impone solo con la violenza e chi è costretto a viverci dentro, appena può scappa. Inoltre è visibile a tutti che non c’è alcun Paese islamico, che possa rappresentare un modello di Paese in cui si vorrebbe vivere. Il confronto fra Paesi cristiani e Paesi islamici è umiliante per questi ultimi: in politica, libertà, cultura, giustizia sociale, istruzione, rapporto uomo-donna, solidarietà con gli ultimi e i poveri, ecc. i Cristiani hanno creato paesi molto più vivibili che non i Paesi islamici. Anche nei Paesi ricchissimi per il petrolio, la minoranza che ha in mano le ricchezze petrolifere non è interessata ad uno sviluppo umano integrale del suo Popolo. Nel 2004 in Brunei, il Sultanato islamico nel Borneo (grande come la Liguria): spese pazze del Sultano e delle Classi dirigenti e migliaia di lavoratori stranieri in gran parte anch’essi Musulmani (Indonesiani, Bengalesi, Malaysiani) che dicevano: “Qui siamo trattati quasi come schiavi e nei nostri Paesi i poveri sono aiutati dai Cristiani, non da questi ricchissimi Musulmani”. Il Bangladesh è un Paese quasi totalmente islamico, con un Popolo finora tollerante anche verso la piccola minoranza cristiana. Oggi non è più così e si lamenta la continua lotta fratricida tra le varie fazioni politiche e religiose che rovinano l’economia e la stabilità politica del Paese. I commenti alla situazione politica del Bangladesh si fanno sempre più scoraggianti e laconici. Non si sa più che dire, e non si può neppur più ripetere che “così non si va avanti a lungo” perché ormai si va avanti da mesi e non ci sono cenni che la faccenda si risolva. Fra le poche osservazioni che raccogliamo, ecco quella di un medico di Dhaka: “Apparentemente stiamo attraversando una delle molte, abituali fasi di crisi a cui il Bangladesh è abituato. Ma c’è qualcosa di diverso, questa volta la lotta è diventata più cattiva, si sta seminando odio a piene mani. Nei villaggi, ma anche in città, la lotta politica non distruggeva i rapporti umani, a volte anche di amicizia fra membri di partiti avversari. Ora però le bottiglie incendiarie che rovinano la gente vanno ben oltre le scazzottature cui eravamo abituati. Il tessuto sociale si sta sfilacciando, e chissà come si potrà ricostruire”. L’odio religioso fra Sunniti e Sciiti porta alla ribalta le due potenze islamiche dell’Arabia Saudita e dell’Iran, sempre più coinvolte nella lotta fra le varie fazioni politiche e religiose da loro dipendenti. Così avviene in Yemen con l’intervento militare dell’Arabia Saudita e anche in Bahrein dove la rivolta degli Sciiti è stata schiacciata dall’esercito Saudita, in Libano dove gli Hezbollah sono un braccio militare degli Sciiti libanesi, in Siria fra Alauiti e Sunniti, in Irak dove gli Sciiti sono più numerosi, ma i Sunniti hanno sempre avuto il potere politico e adesso lo stanno perdendo, ecc. , Il 15 maggio scorso il fondatore del Califfato Al Baghdadi ha dichiarato che l’Islam “è una religione della guerra” ed ha chiesto a “ogni Musulmano di ogni luogo di attuare la hijrah (emigrazione) verso lo Stato islamico o di combattere nel proprio Paese, ovunque esso sia” e di attuare la “guerra santa” (jihad) per passare da un Islam di pace a uno di guerra, imitando Maometto e la sua Egira (nel 622 d.C.), perché “l’Islam non è mai stato una religione della pace. L’Islam è una religione della lotta”. L’Egira segna l’inizio dell’era islamica, quando Maometto, Capo religioso, diventa Capo militare, converte le Tribù arabiche all’Islam e inizia le guerre di conquista che estendono le Terre e i Popoli dell’Islam portandolo al tempo del suo massimo splendore. Di fronte a situazioni come queste, noi Cristiani cosa possiamo fare? Tre cose:
1) Anzitutto escludere nei confronti dell’Islam e dei Musulmani ogni atteggiamento bellico; un conto è difendere un Paese o un Popolo da un ingiusto Aggressore, un altro è pensare che le guerre dell’Occidente (come quelle in Iraq, in Afghanistan, in Libia) possano risolvere il problema dell’Islam salafita, cioè estremista. La guerra la vincerebbero sicuramente i Musulmani, per il solo fatto che loro sono Popoli giovani, noi siamo Popoli vecchi!
2) Papa Francesco, parlando al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha detto: “Mai come ora" si avverte la necessità del dialogo con i Musulmani, "perché l'antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l'educazione alla scoperta e all'accettazione della differenza come ricchezza e fecondità". Ciò richiede un atteggiamento di "ascolto" per essere capaci di capire i valori dei quali l'altro è portatore e di conseguenza "un'adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca"; ma esige anche di "non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori". È il cosiddetto “dialogo della vita”, cioè l’incontro fraterno fra Popoli islamici e Cristiani, che ha come motivazione fondamentale non la politica o l’economia, ma la religione.
3) Per incontrare e dialogare con l’Islam l’Europa deve capire che l’Islam ci stimola a ritornare alle nostre radici cristiane, non solo, ma ad una vita cristiana, La nostra Società, tutta tesa al progresso economico-scientifico-tecnico e all’avere sempre di più, è cieca di fronte ai fatti culturali e religiosi: tutto è ricondotto all’economia, alla scienza-tecnica e alla politica, della religione non si parla quasi mai! Oggi questi Popoli profondamente religiosi sia pure in un modo condannabile (perché hanno un concetto di Dio opposto al nostro, che “Dio è Amore”) ci richiamano alla realtà. Ci vedono come Popoli praticamente atei, Popoli senz’anima da riportare a Dio anche con la violenza. San Giovanni XXIII, il “Papa Buono” di Sotto il Monte, nell’Enciclica “Mater et Magistra” (nn. 47 e 69) va alla radice della nostra crisi di civiltà con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”: “L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna - scrive - sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”.
Il primo Ministro inglese Tony Blair, parlando al Parlamento europeo all’inizio degli anni 2000 ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori….Abbiamo creato una civiltà senz’anima, dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”

Il Roma 4 luglio 2015

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La legge sull’aborto all’esame della Corte di Giustizia

In Europa vige una normativa, sconosciuta a gran parte degli avvocati, dei parlamentari e dei giornalisti, per cui, se una legge di un Paese è in contrasto con la legislazione praticata negli altri Stati membri della Comunità, un comune cittadino, senza necessità di assistenza legale, può ricorrere alla Corte di Giustizia europea e chiederle di sostituirsi al legislatore nazionale, riscrivendo la legge o parte di essa, senza che il Parlamento si scomodi ad intervenire.
Il sottoscritto ha oggi presentato un’ampia documentazione, che dimostra, in maniera inconfutabile, come la famigerata legge 194 del 22 maggio 1978, che regola la delicata materia dell’interruzione volontaria della gravidanza, sia l’unica in Europa a non prevedere la libera scelta della donna di servirsi del suo medico di fiducia nel suo studio privato. Una decisione possibile in Francia ed in Spagna, in Germania o in Inghilterra; per rimanere tra le nazioni più importanti.
Quanto prima la Corte di Giustizia europea, appena esaminerà l’esposto, non potrà che cambiare la legislazione e finalmente gli aborti clandestini si potranno chiamare con il loro vero nome: privati.

La Stampa 11 luglio 2015

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Fermare l’immigrazione clandestina? Come, quando, dove, perché

Ogni anno centinaia di migliaia di disperati, uomini, donne, bambini, solcano le acque del Mediterraneo alla ricerca di un briciolo del nostro benessere; presto saranno milioni ed a breve si conteranno a decine di milioni.
Un fiume umano che non si fermerà davanti a nessun ostacolo e che travolgerà la nostra civiltà.
Uno scenario da incubo che possiamo soltanto ritardare,
Come? Per qualche anno potremmo ancora arginare l’ondata migratoria pagando profumatamente i Paesi del nord Africa, Libia in primis, dotandoli di mezzi marittimi navali adeguati ed incaricandoli di ostacolare nel deserto le migrazioni verso il mare e di distruggere tutte le imbarcazioni clandestine.
Quando, dove? Sarà poi necessario allestire campi profughi, simili a lager, dove chi riesce lo stesso ad arrivare viene trattenuto fino a quando non accetta di tornare da dove è partito o quanto meno di essere ospitato in campi di accoglienza più confortevoli, che dovranno sorgere nei paesi rivieraschi, sempre a spese di noi europei.
Bisognerà dedicare a questa complessa operazione non meno dello 1% del pil europeo.
Viceversa se si volesse cercare di ostacolare il corso della storia, frenando alla base i fenomeni migratori, bisognerebbe, impegnando il 3 – 4 % del pil, scrivere in maniera diversa l’ultimo doloroso capitolo del colonialismo. L’Europa, dopo aver sfruttato le ricchezze dell’Africa, dovrebbe farsi promotrice di colossali opere di riqualificazione del territorio, portando l’acqua nel deserto e favorendo lo sviluppo dell’agricoltura e della piccola e media industria.
Non vi sono altre vie da percorrere ed a nulla valgono i velleitari appelli buonisti di papa Francesco, né i beceri proclami razzisti della Lega.

Il Tirreno 15 luglio 2015

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Una bufala mediatica

A lampante dimostrazione che non solo internet è fuori controllo, ma anche i mass media cartacei sparano idiozie inattendibili vi è il caso del dipinto di Paolo Porpora danneggiato nel museo di Taipei da un visitatore disattento e che giorno dopo giorno raggiunge quotazioni da record: dal milione di dollari iniziale, oggi sul web circolavano valutazioni di oltre 10 milioni, mentre dall’oriente mi contattavano giornalisti e televisioni per avere conferma di queste cifre e notizie sul pittore.
A parte che la tela non è di Porpora, ma di un suo collega romano: Mario Nuzzi, più noto come Mario dei fiori, bisogna precisare che il quadro è passato alcuni anni fa in asta quotato 25.000 – 30.000 euro e che da allora il mercato ha visto scendere sempre più il valore dei dipinti, per cui l’episodio è stato montato oltre misura e va obbligatoriamente ridimensionato, per amore della verità, ma soprattutto per rispetto dell’informazione.

Il Tirreno 27 agosto 2015

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Una foto che grida vendetta

Dopo la foto del migrante morto asfissiato nel cofano motore di un’automobile, mentre cercava disperatamente di raggiungere la terra promessa, da ieri girano sui mass media mondiali le foto choc del bimbo annegato sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, mentre anche lui anelava ad un futuro migliore. Un’immagine che ammutolisce, ma non si può rimanere in silenzio, bisogna urlare tutto il dolore e la rabbia, sperando di arrivare ai potenti che governano un mondo attento unicamente al pil, un’Europa che ha inventato il diritto d’asilo, che per secoli ha sognato e propugnato eguaglianza e fraternità, che ha predicato e praticato la carità e che oggi pensa solo ad amministrare l’egoismo e l’indifferenza. Quel tenero corpicino senza vita deve illuminarci, è tempo di decisioni coraggiose che tutti dobbiamo prendere, dobbiamo sognare una società dove regnano regole diverse, per non svegliarci in un mondo da incubo.

Lo strillo 4 settembre 2015

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Piazze per tutti

A pochi mesi dalla morte Pino Daniele ha una strada che lo ricorda e già si parla di dedicare piazzetta Augusteo al patron dell’omonimo teatro, ma quanto dovrà ancora aspettare Achille Lauro, prima che il comune decida di dedicargli una piazza?
Se il sindaco non lo conoscesse ci permettiamo di ricordargli che parliamo del più grande armatore del mondo di tutti i tempi, del sindaco plebiscitario, del presidente a vita del Napoli e potremmo continuare a lungo, ma è tutto inutile, almeno fino ad ora ad oltre 30 anni dalla sua morte.

Il Brigante ottobre 2015

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**Attila è morto: un dolore indescrivibile

Come se non bastassero i guai di ogni genere che da tempo mi perseguitano, stamattina una mazzata terribile mi ha colpito: la morte improvvisa di Attila, il mio fedele rottweiler, col quale avevo condiviso per anni le rare gioie ed i tanti dolori. Aveva dormito tranquillo, accanto a me come sempre, sul suo tappetino persiano, mentre io avevo trascorso una notte insonne. Appena sveglio alle 9 era uscito sulla balconata a prendere un po’ d’aria ed ho notato che il suo respiro era affaticato, in pochi minuti si è accasciato ed a cominciato a rantolare.
Sveglio mio figlio Gian Filippo, telefoniamo disperatamente ad alcuni veterinari senza esito. All’improvviso Attila si alza, sembra riprendersi, ma si è voluto solo spostare sul suo tappetino per concludere lì dove ha sempre dormito la sua esistenza. In pochi minuti ci ha lasciato, con gli occhi aperti, che ancora mi guardano mentre, sono le 16, scrivo queste accorate parole per ricordarlo. Fra pochi minuti riposerà nel mio giardino in compagnia della palla con la quale amava giocare.
Era già pronta per lui la dedica del mio ultimo libro: Ad Attila il mio prode rottweiler, compagno nella buona come nella cattiva sorte, non sai leggere un libro, ma sai leggere meglio di chiunque nell’animo umano.
Anni fa era divenuto celebre grazie ad una mia lettera pubblicata sull’Espresso, nella quale raccontavo una triste storia, che sembra incredibile, accaduta durante un mio periodo di forzata assenza da casa: Ogni volta che invio a casa dei panni da lavare, la mia cameriera li fa annusare ad Attila, che mi aspetta da due anni; egli crede che stia per ritornare a casa e corre a mettersi vicino al mio letto sul tappetino dove era solito dormire accanto a me e mi aspetta per tutto il giorno. Solo la sera deluso e senza toccare cibo si ritira nella sua cuccia.
Chiunque abbia avuto accanto a sé un cane sa di quale grande amore si tratta.

Le Altre lettere – L’Espresso 19 ottobre 2015 – La Repubblica N 20 ottobre 2015 – Il Mattino 30 ottobre 2015 – Lo Strillo ottobre 2015

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*La verità sulla terra dei fuochi

La Terra dei fuochi o il famigerato Triangolo della morte, complici il successo planetario di Gomorra e la criminale assenza secolare dello Stato, hanno trasformato nell’immaginario popolare un luogo geografico in un incubo, una Chernobyl all’ombra del Vesuvio, un inquinamento morale più che ambientale, una sorta di gigantesco buco nero in grado di inghiottire un’antica civiltà.
Questa è la situazione presentata dai mass media, ma giornali e televisioni ignorano che da tempo sono disponibili dati inoppugnabili, i quali dimostrano che la produzione alimentare proveniente dalla zona è assolutamente sicura e può essere consumata tranquillamente. I terreni agricoli inquinati interessano soltanto 920 ettari, lo 0,9% della superficie dei 57 comuni delle province di Napoli e Caserta interessati dal decreto governativo “Terra dei fuochi”, che si estende per 108.000 ettari.
Le istituzioni interessate alla ricerca sono assolutamente affidabili, dall’Università all’Istituto zooprofilattico, dal Ministero dell’agricoltura all’Istituto superiore di sanità, purtroppo questi dati sono ignorati dall’opinione pubblica, che continua a considerare la Campania una terra maledetta da Dio e dagli uomini.

La Repubblica N – 13 ottobre 2015 - Il Mattino 24 novembre 2015

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Contro il terrorismo rafforzare i servizi

Il vile attacco terroristico, che ha insanguinato Parigi, provocando oltre 100 vittime ed una giusta ondata di indignazione in tutto il mondo, ben espressa nelle ferme parole di condanna del Pontefice, deve farci riflettere, perché non si può solo piangere, bensì bisogna prendere cognizione della complessa situazione internazionale, che richiede fermezza da parte della politica, chiamata a difficili quanto coraggiose decisioni, illuminazione da parte dei pochi intellettuali ancora in circolazione, ma soprattutto coraggio da parte di tutti noi, pronti ad appoggiare provvedimenti drastici quanto oramai ineludibili.
Cosa può fare l’Italia, cosa l’Europa, cosa l’Occidente? Sono tre percorsi diversi anche se tendono alla fine verso lo stesso obiettivo, fermare o quanto meno arginare il terrorismo.
L’imminente celebrazione del Giubileo fa tremare, anche se l’Italia, da sempre è stata immune dal terrorismo, perché costituisce il ventre molle, attraverso il quale l’immigrazione clandestina fa affluire ogni anno milioni di disperati, tra i quali sarà facile reclutare esaltati disposti a qualunque atto inconsulto.
Ritornando alla prevenzione del terrorismo compito dell’Italia è potenziare i servizi segreti, unica arma in grado di contrastare una guerra senza fronti e senza eserciti schierati. Se non riusciremo a reclutare James Bond, almeno cerchiamo di assoldare agenti esperti provenienti da intelligence dell’est europeo, una via già percorsa con ottimi risultati dalla delinquenza organizzata.
Una strategia che dovrà essere perseguita anche dall’Europa, in grado di affiancare anche efficaci azioni militari, in particolare bombardamenti a tappeto là dove vengono localizzati campi di addestramento, soprattutto nei territori del Califfato islamico, argomento sul quale invito il lettore a consultare in rete un mio breve scritto digitandone tra virgolette il titolo: “Il Califfato islamico: come, quando, dove, perché”.
L’Occidente, Stati Uniti in testa, deve poi prendere atto che ciò che sta succedendo è solo il capitolo iniziale di uno scontro di civiltà epocale, sul cui risultato finale non mi pronuncio (sono pessimista), ma che va combattuto senza esclusione di colpi.
Quando il gioco diverrà duro e le azioni militari si intensificheranno è pura illusione lavorare senza l’aiuto degli Americani e l’assenso, più o meno prezzolato di Putin.

La Repubblica N – 18 novembre 2015 – Senatus dicembre 2015

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Cuffaro libero

L'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro dopo aver scontato la condanna a sette anni per concorso esterno nel favoreggiamento alla mafia, oggi torna un uomo libero, lasciandosi alle spalle il carcere romano di Rebibbia. Finalmente finisce un doloroso calvario, percorso con cristiana rassegnazione e comincia una nuova vita tutta dedicata al prossimo. Infatti è sua ferma intenzione, subito dopo il periodo natalizio trascorso in famiglia, di partire per il Burundi e lì prestare la sua opera di medico in favore della derelitta popolazione africana, facendo tesoro della preziosa esperienza maturata a contatto con ergastolani senza speranza e con gli ultimi della terra, da tutti dimenticati, spesso anche dai propri cari. Una decisione che merita rispetto ed ammirazione.

Le Altre lettere – L’Espresso 3 dicembre 2016

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Il Natale consumistico

Da tempo è in atto una guerra silenziosa verso la tradizione millenaria del presepe, in nome di un multiculturalismo abietto e fuori luogo. I grandi magazzini non vendono più i caratteristici pastori, con la scusa di una richiesta diminuita e va sempre più di moda l’albero di Natale, una usanza nordica che incontra sempre più adesioni. Le due espressioni sono lo specchio di due diverse concezioni religiose: quella monoteista e quella animista. Infatti mentre il Bambinello ci ricorda il messaggio di pace e la buona novella, l’albero ci rammenta il periodo nel quale tutti noi vivevamo nelle grandi foreste.
Mettere insieme i due simboli è un modo corretto per conciliare tradizioni religiose differenti.
Nel presepe si rappresenta il momento culminante dell’amore di Giuseppe e Maria verso il loro fragile figlioletto, destinato in breve tempo a cambiare il mondo ed è triste constatare come, drogati dal consumismo, abbiamo trasformato questo magico momento in un rito di massa, con grandi mangiate e smodate libagioni, acquisti frenetici ed una idolatrica prostrazione al moloch dell’euro.

La Repubblica N 10 dicembre 2015

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Il centenario dimenticato

A giorni il 2015 cederà il passo al nuovo anno e bisogna constatare con tristezza che la ricorrenza del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia è stato rimosso e volutamente dimenticato sia dalle istituzioni che dai mass media.
Nessun intellettuale ha fatto sentire la sua voce solenne sui giornali, ammonendo i giovani sui disastri della guerra e ricordando i passi della nostra costituzione che la ripudiano come mezzo per risolvere le controversie tra i popoli.
La televisione ha continuato a propinarci programmi spazzatura, senza organizzare un ciclo di film educativi del livello di Orizzonti di gloria di Kubrick o Roma città aperta di Rossellini, invitando alla meditazione.
Siamo gli eredi della generazione che ha messo, e se ne vantava, i fiori nei cannoni, ma oggi siamo solo impegnati ad acquistare o a sognare il nuovo modello di telefonino o la vacanza ai Caraibi.
Che tristezza!!!

Il Mattino 6 gennaio 2016

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*Il mausoleo Schilizzi, una potenziale attrazione turistica

Abito da mezzo secolo a Posillipo, ma solo ieri sono riuscito a visitare il mausoleo Schilizzi, l’originale monumento funebre in stile egizio, con annesso parco, che, con piccoli lavori di manutenzione, potrebbe trasformarsi in una interessante attrazione turistica, oltre a costituire un corroborante polmone di verde per la popolazione alla disperata ricerca di giardini dove trascorrere ore liete. Sul finir dell’Ottocento doveva essere la tomba di una ricca famiglia livornese, ansiosa di gareggiare con i più potenti faraoni, è divenuto poi da decenni un sacrario in memoria dei tanti giovani che hanno sacrificato la vita per la patria nel corso della 1° guerra mondiale.
Il panorama è mozzafiato, con Capri in primo piano, gli alberi maestosi, i prati numerosi, senza considerare la calma serafica che emana da un luogo di memorie, che induce alla meditazione.
Cosa aspettano le istituzioni con una spesa modesta a restituirlo degnamente alla fruizione di indigeni e forestieri.

La Repubblica N – 2 gennaio 2016 - Il Mattino 8 gennaio 2016

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Malasanità, forse? Cattiva stampa sicuramente!

La notizia della morte di una giovane diciannovenne mentre si sottoponeva in ospedale ad una interruzione di gravidanza addolora tutti, fatalità o errore medico poca importa. Ma la campagna mediatica che giornali e televisioni imbastiscono sull’episodio lascia perplessi. I titoli cubitali: malasanità, quando ancora si ignorano le cause del decesso e poi il solito copione, dal ministro che manda gli ispettori alla famiglia che sporge denuncia, dalle minacce ai medici ai cori di biasimo dei benpensanti, perché quando si parla di aborto, anche se praticato nel rispetto della legge, si tocca un nervo scoperto della morale e della religione.
E tutto questo mentre al pronto soccorso dell’ospedale incriminato, il Cardarelli, il più grande del sud Italia, per avere non un letto, non una barella, ma una semplice sedia dove attendere le cure si aspettano ore, abbandonati al proprio destino

Lo Strillo 15 gennaio 2015

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Elogio della vanità

L’universo è il frutto della vanità di Dio, una qualità da taluni ritenuta un difetto, ma che rappresenta una preziosa virtù, perché è il motore che muove le più nobili attività dell’uomo: l’arte, la poesia, la scienza, la politica, la stessa santità non esisterebbero senza la prepotente molla della vanità.
Vanità è il piacere di farsi conoscere, ma anche la triste consapevolezza della caducità di tutte le cose.
Senza di essa l’uomo si spegnerebbe ad un livello inferiore al mondo vegetale e minerale, perché i fiori dai colori smaglianti, non possiamo forse immaginarli vanitosi e i rubini, gli smeraldi, i diamanti non si beano forse nell’essere ammirati?
Il desiderio disperato di sopravvivere alla morte fisica è il sogno pietoso della vanità, di rubare un istante al flusso dell’eternità, un anelito disperato che ci trasforma in fratelli minori di Cioran ed in discendenti umorali di Leopardi.
L’illusione di resistere al disfacimento della morte rende nobile un sogno fragile, che infiamma l’operosità dell’intelletto.
Tutta la nostra cultura è dominata dal segno di questo agitarsi dello spirito, dall’Ecclesiaste con il suo vanitas vanitatum, alla Gnosi con il suo mondo creato da un demiurgo funesto.
Siamo figli inconsapevoli di un sogno malizioso, non il piacere narcisistico di piacersi, ma l’inesausto esercizio dell’intelligenza per rimanere nella memoria collettiva.

L’Espresso 17 gennaio 2016

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LETTRE AL DIRETTORE UN GENERE LETTERARIO
300 lettere sulle quali meditare

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