Chi volesse
conoscere i massimi esempi della pittura napoletana sul far del
Seicento dovrebbe, entrando nella grandiosa chiesa di S. Maria la
Nova, alzare gli occhi ed ammirare lo splendido soffitto
cassettonato, che da solo costituisce una meravigliosa pinacoteca
di quasi cinquanta dipinti, nel quale furono impegnati i più
importanti artisti napoletani del periodo, che avevano raggiunto
la piena maturità ed avevano già dato prova esauriente della loro
capacità nelle altre chiese napoletane, da Francesco Curia a
Girolamo Imparato, da Fabrizio Santafede a Belisario Corenzio e
Luigi Rodriguez. Questo straordinario soffitto costituisce una
esaustiva antologia delle correnti pittoriche che dominavano in
città ad inizio secolo, dalla maniera dolce e pastosa del Curia
alla cosiddetta riforma toscana importata dal Santafede, in tutte
le possibili declinazioni.
Il secolo d’oro
della pittura napoletana, che tanto riverbero avrà sull’intera
civiltà artistica europea, nasce così sotto il segno di artisti
che seguono la maniera più ritardataria e provinciale, con una
stanca parlata comune, quasi del tutto priva di voci dominanti,
quando, come per incanto, nel primo decennio con un’apparizione
improvvisa compare e scompare due volte dalla scena Michelangelo
Merisi da Caravaggio. La sua presenza farà da catalizzatore delle
energie locali impegnate già con gran fervore nell’ammodernamento
di tutta la “Napoli sacra”, costituita da innumerevoli chiese e
conventi, che si allargano e si innovano senza sosta alla ricerca
di sempre maggiori fasti e onori.
Generalmente il
Seicento napoletano in pittura viene preso in considerazione a
partire dal 1606, anno del primo soggiorno in città del Caravaggio
e lo si fa terminare nel 1705 con la morte di Luca Giordano. Noi
viceversa ci atterremo strettamente agli anni di inizio e fine
secolo dal 1600 al 1699. Questo severo criterio cronologico ci
induce a trattare, anche se brevemente, di tutti quegli artisti e
non sono pochi, che, figli del Cinquecento ed insensibili alla
nuova cultura caravaggesca, pur continuarono a lavorare, alcuni
intensamente, fino alla metà del secolo.
La grande mostra,
tenutasi a Napoli nel 1984 sulla civiltà del Seicento, trascurò
completamente questa generazione di artisti e così fanno anche
molti testi pur autorevoli di storia dell’arte; ma non si può
certo lasciare senza attenzione l’opera di tanti artisti che,
richiesti da una folta committenza pubblica e privata, a carattere
devozionale, continuarono, tra il decorativo e l’illustrativo, la
loro opera talune volte inscurendo unicamente la tavolozza per
adeguarsi, anche se superficialmente, alla nuova moda.
Fra le correnti
artistiche cinquecentesche che protrudono nel secolo successivo
sono da annoverare la linea della pittura dolce che, ispirata
dalla maniera di Zuccari e Barocci ha tra i suoi protagonisti
Francesco Curia e Girolamo Imparato, scomparsi contemporaneamente
alla venuta del Caravaggio ed il fiammingo napoletanizzato Dirk
Hendricksz, il quale, poco concedendo in variazione al suo stile,
lavora fino a circa il 1615. Con questi autori dobbiamo ricordare
anche Giovan Antonio D’Amato, figlio di Giovan Angelo che
proseguirà la bottega paterna fino al 1643.
Francesco Curia
è il più abile tra i tardo manieristi napoletani, figlio d’arte è
nella bottega del padre Michele dal 1588 al 1594. Entro il secolo
realizza numerose ed importanti opere per evolvere poi, sotto la
spinta degli esempi degli artisti fiamminghi presenti in città,
sostenitori della maniera tenera, verso una forma elegante e
mossa, che farà di lui il campione indiscusso di una pittura
fresca e dal forte impatto emozionale, bizzarra e surreale,
visionaria e fantastica. La sua pennellata morbida e densa, quasi
lanosa dà un’impressione tattile sulla superficie pittorica.
A partire dal 1600
numerosi documenti di pagamento testimoniano della sua fama oramai
consolidata. Nel 1601 esegue la Madonna del Rosario di
Prepezzano oggi nel museo diocesano di Salerno, nel 1603 replica
l’analogo soggetto per la parrocchiale di Orta di Atella e da
questi dipinti Giuseppe Marullo ed altri stanzioneschi
preleveranno gli angioletti che svolazzano in alto nella
composizione.
Il 1602 è la data
della sua celebre Gloria del nome della Vergine incastonata
nel cassettonato di Santa Maria la Nova, animata da uno sfrenato
dinamismo con l’angelo che sembra volare al di fuori della
composizione. Intorno al 1605 è collocabile il Battesimo di
Cristo nella cappella Brancacci del Duomo, un dipinto nel
quale le pose fisse dei protagonisti trasportano in una dimensione
irreale e rappresentano l’ultimo guizzo di genio dello svagato
pittore.
Girolamo
Imparato inizia la sua carriera nella bottega di Silvestro
Buono come mero pittore devozionale intorno al 1570, per
collaborare poi in seguito con Giovannangelo D’Amato, con Dirk
Hendricksz nel cassettonato di Donnaromita e con alcuni artisti
del cantiere della certosa di San Martino. Egli nel suo lungo
percorso fino alle soglie del Seicento mostra una chiara
evoluzione da una cultura di marca fiamminga piena di cangiatismi
ad una pittura tenera di matrice baroccesca.
Giunto alle soglie
del secolo d’oro contribuirà con un ultimo sprazzo estroso e
visionario all’ultima stagione della pittura tardo manierista
prima della rivoluzione caravaggesca, dando luogo a composizioni
luminescenti e turbinose spesso arricchite da panneggi che
sembrano una seta rigida quanto leggera.
Tra le sue opere
seicentesche rammentiamo il Sant’Ignazio in estasi (1601) e
la Natività (1602-03) realizzati per il Gesù Nuovo, l’Annunciazione
e l’Assunta, firmata e datata 1603, per il cassettonato di
Santa Maria la Nova, oltre a tre quadri eseguiti per gli altarini
laterali, la Circoncisione, documentata al 1606, del museo
del Banco di Napoli ed infine, nel 1607, il Martirio di San
Pietro da Verona, consegnato poco prima della morte, per
l’altar maggiore della chiesa di San Pietro Martire.
Dirk Hendricksz,
conosciuto anche come Teodoro D’Errico, è documentato a Napoli
dal 1574 al 1608 ed è il principale esponente della colonia
fiamminga in città, ideatore di una pittura tenera dal ricco
impasto cromatico, che raggiungerà il culmine del successo nei due
celebri cassettonati di San Gregorio Armeno prima e di Donnaromita
poi. Sono vaste composizioni che, alla ricercatezza del colore,
associano uno stile pittorico di pretta marca barroccesca.
I pittori nordici
erano specializzati in pitture di paesi e nelle vedute, in quadri
di genere come le stagioni, le stregonerie o le cacce ed erano
abilissimi a dipingere sul rame con colori fini, vivaci ed
allegri.
Al di fuori dei
loro settori preferiti erano spesso destinatari di importanti
committenze da parte di chiese ed ordini religiosi.
Al virare del
secolo la sua maniera si avvale di una materia sempre più fluida
ed impastata ed il suo stile da leggero, fantasioso e
sfarfalleggiante diviene più calibrato e più serio. La sua
attività è scandita da poche opere certe, mentre si incrementa la
collaborazione col figlio Giovan Luca.
Tre opere
seicentesche sono certamente documentate e sono il Miracolo di
Cristo di Arienzo, la Madonna del Carmine di Santa
Maria la Nova e la Santa Caterina dell’Annunziata oggi nel
museo civico a Castel Nuovo, alle quali aggiungere la
Crocefissione in Santa Maria del Parto e la Visitazione
già in San Marco ai Lanzieri. Sono dipinti segnati da uno stile
espressivo e patetico non senza qualche piccola caduta formale.
Nel maggio del 1610 il pittore, dopo la morte prematura del
figlio, decide di ritornare in patria ad Amsterdam, dove
concluderà stancamente una carriera che per oltre quaranta anni lo
ha visto tra i principali protagonisti del tardo manierismo
nell’Italia meridionale.
Un nordico di cui
poco conosciamo, ma che ci ha lasciato alcune opere significative
all’inizio del secolo è Pietro Torres, un pittore membro
della numerosa colonia fiamminga che, dopo la fatidica notte di
San Bartolomeo del 1572, emigrò in Italia e soprattutto nel
viceregno. Egli collaborò prima con Smet per avvicinarsi in
seguito allo stile del Cobergher. Un artista modesto ma bizzarro
ed interessante oscillante tra le espressioni del manierismo e la
pittura schiettamente devozionale.
Notevoli e da
collocare ad inizio secolo due tavole caratterizzate da accesi
cangiatismi mirabilmente coniugati a tenere espressioni nei volti:
una Immacolata Concezione ed angeli conservata presso la
Curia arcivescovile ed una Madonna delle Grazie coi
santi patroni di Napoli già nella chiesa di Gesù e Maria.
Nell’ambito della
pittura di paesaggio occupano un posto di rilievo altri due
nordici: Paolo Bril, il quale nei primi anni del Seicento
esegue un importante ciclo di affreschi nel chiostro della chiesa
di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli., mentre a Loise Croys,
maestro di Carlo Sellitto, vengono oggi assegnati quelli nel
pronao della chiesa di Santa Maria Regina Coeli. Con il loro
esempio e con modalità eleganti e raffinate nasce una nuova
concezione del paesaggio in area meridionale; non più luogo di
ambientazione bensì parte centrale della composizione. A questi
testi si ispireranno Domenico Gargiulo, Salvator Rosa e lo stesso
Battistello Caracciolo, che saranno i fondatori della pittura di
paesaggio napoletana.
Giovanni
Antonio D’Amato nasce come pittore devozionale ma per una
parte del suo percorso artistico sarà attirato dal naturalismo dei
primi caravaggeschi napoletani, a tal punto da confondersi a loro
in alcune opere come nel Mosè fa scaturire l’acqua dalla
roccia della collezione Pellegrini a Cosenza, attribuito in
passato a Beltrano o a Vitale. I suoi quadri naturalisti sono però
sempre intrisi da una garbata punta di devozione familiare e dal
dolce impasto cromatico proprio delle sue origini baroccesche.
Ad inizio secolo
sono collocabili la Vergine Lauretana della chiesa di Santa
Maria del Popolo agli Incurabili e la Visione di San Romualdo
sulla volta del coro dell’Eremo dei Camaldoli. In anni successivi
realizza il caravaggesco Santi Nicola, Domenico e
Gennaro, oggi nel museo civico. Celebri alcune sue opere
conservate nella quadreria dei Gerolamini: la Deposizione e
la Sacra Famiglia, un soggetto che replicherà in una tela
già nella chiesa delle Crocelle ai Mannesi ed oggi al Divino
Amore.
La sua attività
proseguirà fino agli inoltrati anni Quaranta non solo a Napoli ed
in costiera amalfitana, ma si irradierà anche verso la Calabria e
la Puglia, fino a quando i tempi dell’ultima Maniera, anche se
aggiornati al lume caravaggesco, non saranno esauriti
definitivamente.
Il filone
devozionale d’ispirazione toscana comprende autori importanti:
Fabrizio Santafede, uno Stanzione ante litteram, campione
incontrastato della nuova pittura, Giovanni Balducci, fautore di
un pacato realismo domestico e Giovan Bernardo Azzolino, suocero
del Ribera, il più seicentesco tra i tardo manieristi napoletani.
Essi si limiteranno unicamente ad un viraggio di colore verso lo
scuro nelle loro composizioni sacre dopo il 1608. A questi autori
può essere affiancato Ippolito Borghese dal linguaggio intriso di
pietismo e dallo stile aneddotico e devozionale.
Fabrizio
Santafede attivo dal 1576 al 1623 importa in area meridionale
la corrente toscana che cercava di coniugare la tradizione
pittorica fiorentina a quella pittorica veneziana. L’artista si fa
fautore di un nuovo modo di interpretare la storia sacra con un
patetismo contenuto ma efficace. La luce nei suoi dipinti, a
differenza di quella cavaraggesca, potente nel rilevare
impietosamente ogni aspetto della realtà, si posa delicatamente su
persone ed oggetti ed anche quando l’ombra è profonda permette una
lettura completa della figura nel rispetto del disegno e della
composizione.
Egli è stato
paragonato a sommi pittori come Murillo o ad abili mestieranti
come Santi di Tito, ma a nostro giudizio il paragone che meglio
rende la lunga attività dell’artista è quello con Massimo
Stanzione. Alla pari del collega seicentesco il Santafede volle
cantare la poetica degli affetti, la serenità e la gioia della
famiglia, come nel Bagno di Gesù Bambino, conservato nella
quadreria dei Gerolamini, che più che un quadro sacro dà
l’impressione di una tranquilla scena nell’intimità domestica, una
sacra conversazione.
Il delicato
problema del luminismo naturalista fu affrontato con un occhio
attento ai quadri notturni del Bassano e della sua bottega, che
furono molto richiesti per decenni anche nel meridione e si
giovarono del successo del verbo caravaggesco. In un suo celebre
dipinto come la Resurrezione, eseguito nel 1608 per il
Monte di Pietà, il Santafede utilizza un effetto di lume notturno
accentuato da lampeggiamenti, drammatico ed efficace, dando prova
di un’originale interpretazione veneziana del caravaggismo.
Tutte le più
importanti collezioni napoletane, da quella dei Filomarino agli
Spinelli di Tarsia, si vantavano di possedere tele del Santafede,
del quale le fonti ci tramandano anche una notevole attività di
ritrattista di ispirazione fiamminga: analitica e descrittiva.
Pochi esempi ci sono pervenuti e tra questi il principale è il
Ritratto del viceré conte di Olivares e della moglie
conservato a Madrid nella raccolta del duca d’Alba, mentre la sua
abilità si può apprezzare anche nelle fisionomie dei committenti
in alcune pale d’altare come in quella giovanile di Matera o nella
tela per la chiesa dei Sette dolori.
Non possiamo
giudicare le sue qualità di decoratore, che lo videro all’opera
con Battistello per due anni nei perduti affreschi della Cappella
del Tesoro.
Numerosi sono i
suoi quadri per importanti committenti nel primo e secondo
decennio del secolo, mentre la sua bottega, assai prolifica, era
in grado di soddisfare ordini che venivano non solo da Napoli e
dal viceregno, ma dalla Spagna e dalle altre regioni italiane.
Ricordiamo l’Incoronazione
della Vergine (1601 – 02) per il soffitto di Santa Maria la
Nova, la Pietà (1601- 03) per il Monte di Pietà, la
Pentecoste (1609 – 10) per lo Spirito Santo, la Trinità con
la vergine e Santi (1618 - 19) della chiesa di Monteverginella,
la Madonna coi santi Francesco e Domenico (1623 – 24) nella
chiesetta di Ruvo e tanti altri.
Tra gli allievi
del Santafede che lavorano prevalentemente in provincia ricordiamo
Giovanni De Gregorio, detto il Pietrafesa, il quale si
muove nell’alveo della tradizione tardomanierista orientata
all’assunzione di forme severe e controllate, aderenti alle norme
tridentine, con accenni di naturalismo allo scopo di rendere più
vere le immagini e più accessibile il messaggio ai fedeli. Nel
1610 firma e data una Madonna della Consolazione e Santi
per la chiesa di Santo Stefano a Sala Consilina, mentre successiva
è una Deposizione per il monastero di Castel Civita.
Giovanni
Balducci, nato a Firenze, appartiene alla generazione dei
pittori toscani riformati. Trasferitosi a Roma dopo alcuni anni di
attività, nel 1596, si sposta a Napoli al seguito del cardinale
Gesualdo, divenuto primate nella capitale del viceregno, dove
risiederà per circa quaranta anni. Affrescherà nel Duomo la
tribuna e la cappella degli Illustrissimi e parteciperà alla
realizzazione nel 1621 del grandioso soffitto cassettonato.
Lavorerà con
successo nei primi anni del secolo nella chiesa di San Giovanni
dei Fiorentini ed in numerose altre imprese decorative in chiese e
palazzi nobiliari. Da ricordare il suo contributo nel cassettonato
dell’ Annunziata di Maddaloni eseguito nel 1604, nel chiostro del
Carmine Maggiore, nel 1606 ed a Monteverginella. Diverrà uno degli
esponenti di spicco del filone devozionale con una cospicua mole
di opere caratterizzata da estrema ripetitività e semplicità
compositiva, corretta nel disegno e dolce nel colorito, un
realismo domestico con delicate cadenze didascaliche e narrative.
Riposa a Napoli in
un’originale sepoltura inchiavardato nel muro in un corridoio
delle catacombe di San Gaudioso poste sotto la basilica di Santa
Maria della Sanità, un luogo a lui caro che lo aveva visto
all’opera nel chiostro e nell’esecuzione di alcune pale d’altare.
Alla figura del
Balducci sono legati alcuni artisti fiorentini che sul crinale del
nuovo secolo inviavano opere o giungevano in città per trascorrere
alcuni anni. Tra questi Pompeo Caccini del quale a
San Giovanni dei Fiorentini in sacrestia si conserva un
Battista in carcere del 1601, Agostino Ciampelli
che inviava un’ Entrata di Gesù in Gerusalemme
conservata nella chiesa dei Ss. Severino e Sossio e nel 1605 una
tela per la Trinità delle Monache e Domenico Cresti detto il
Passignano che entro il primo decennio faceva giungere a Santa
Teresa degli Scalzi un Incontro della Vergine con Giuseppe.
Senza dimenticare Cristofaro Roncalli detto il Pomarancio,
il quale nel primo decennio invia varie opere, dalla Natività
per l’altare Ruffo alla splendida Madonna col Bambino e San
Francesco della quadreria dei Gerolamini.
Giovan Bernardo
Azzolino, nativo di Cefalù, per cui fu detto il Siciliano, è
attivo a Napoli per oltre cinquanta anni dal 1594 al 1645.
Frequentò il cantiere della certosa uscendone perito frescante,
come dimostrano i suoi affreschi nella cappella Ambrosino al Gesù
Nuovo, eseguiti tra il 1605 ed il 1606.
Il De Dominici,
con la sua fertile fantasia, ci descrive l’artista come uomo pio e
devoto che avvertiva l’esigenza di accostarsi ai sacramenti prima
di eseguire il ritratto della madonna, alla quale avrebbe
consacrato la sua verginità, mentre sappiamo che ebbe non meno di
quindici figli ed in particolare una figliola che andò sposa al
Ribera.
Le sue
composizioni sono semplici nella disposizione dei personaggi,
quasi neo quattrocentesche, ma sono sempre di una qualità molto
alta, in grado di produrre genuine e vibranti emozioni. Fu in
contatto con i mercati anche fuori della città specialmente con
Genova, grazie alla sua familiarità con il principe Marcantonio
Doria, il quale nella sua famosa collezione possedeva ben
quarantasette suoi quadri.
Numerose sono le
sue opere in un arco di tempo molto ampio. Ricordiamo: la
Circoncisione (1607) nella chiesa del Gesù e Maria, dove
esegue anche la Madonna del Rosario per la cappella
Romano (1609 - 1610), un Martirio di Sant’Orsola in
collezione napoletana, intriso di naturalismo, una Madonna del
Rosario (1612) per la chiesa di Santa Maria della Sanità,
nella quale, nel 1627, esegue anche un’Annunciazione. Nel
1617 esegue la Santissima Trinità e Santi nel cappellone di
Sant’Ignazio nel Gesù Nuovo, una tela di grosse dimensioni che
dopo assurde per quanto autorevoli attribuzioni al Guercino, a
Battistello e addirittura al Beltrano è stata assegnata ad
Azzolino con certezza su base documentaria. Il San Paolino
del Pio Monte della Misericordia è del 1630. Opere tarde sono il
Miracolo di San Bernardino dell’Eremo dei Camaldoli e lo stesso
Angelo custode della chiesa di Santa Maria degli Angeli a
Pizzofalcone.
Egli fu il più
seicentesco dei tardo manieristi ed i suoi quadri furono richiesti
fino agli inoltrati anni Quaranta, a dimostrazione di un mercato,
anche importante, di pittura intrisa da pietismo ma anche di
piacevolezza domestica, dipinti pregni di religiosità seria e
meditativa, ma di calda intonazione familiare.
Ippolito
Borghese, umbro di nascita, è attivo a Napoli a partire dal
1601 ed occuperà presto un posto di rilievo nel panorama artistico
di stampo devozionale. Le sue fonti ispirative sono non solo
quanto era stato realizzato nel cantiere della certosa di San
Martino, ma anche quanto prodotto dai fiamminghi napoletanizzati,
sostenitori della maniera tenera. Nascerà uno stile caratterizzato
da un accentuato pietismo delle immagini e da un’aria domestica
delle composizioni spesso rallegrate da legioni di leggiadri
puttini ridenti.
Tra le opere più
antiche la Crocefissione di Lucera dal sapore barroccesco,
seguita dalle due Pietà di Capodimonte e della pinacoteca
di Bari. Nel 1603 la grande pala dell’Assunzione per il
Monte di Pietà dalla pennellata vaporosa e dalla palpabile matrice
tardo manierista. Seguono le Storie di Santa Teresa per la
chiesa eponima eseguite nel 1605 e dall’esito modesto e l’Immacolata
per l’altare Amodio in Santa Maria la Nova del 1609.
Appartiene al
primo decennio anche la spettacolare Cena in casa di Marta e
Maria della Walpole Gallery, già in collezione Ganz.
In seguito
Borghese rinterza anche lui fortemente gli scuri, pur conservando
un’elevata qualità disegnativa e formale. Sono gli anni delle tele
per la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (1618) e del Duomo di
Perugia (1620) o della Madonna e Santi della chiesa di Santa Maria
dell’Orto di Castellammare di Stabia (1621), tutte contrassegnate
da un chiaroscuro molto marcato.
Paolo Finoglia,
uno dei più famosi caravaggeschi napoletani, fu suo allievo e da
lui erediterà una predilezione per le sete preziose e per i colori
cangianti, oltre ai gioiosi puttini a volte prelevati
letteralmente dai quadri del maestro.
Col Borghese il
tenue confine tra tardo manieristi protrudenti nel Seicento e
pittori naturalisti si fa ancora più sottile, una circostanza che
si può ben apprezzare nelle grosse committenze eseguite in
collaborazione come il soffitto cassettonato di Capua o quello di
Giugliano.
Giovanni
Baglione, romano, pittore e biografo, celebre per il processo
che lo oppose a Caravaggio, lavora nel cantiere della certosa di
San Martino e nel 1608 esegue per la chiesa del Pio Monte della
Misericordia una Deposizione sostituita poi da una Pietà
di Luca Giordano e trasferita nella quadreria. Si tratta di
una tela fondamentale nel percorso dell’artista in un momento in
cui massimo è l’influsso caravaggesco.
Pompeo Landulfo
è attivo in Italia meridionale fino al 1609, genero di Giovan
Bernardo Lama lavora nella bottega che il suocero aveva con
Silvestro Buono. Nella sua produzione riecheggiano con imitazione
fedele e pedante i modi dei suoi maestri fortemente devozionali e
con ascendenze fiamminghe.
Tra le sue opere
seicentesche, molte ancora da identificare, citiamo l’Incoronazione
della Vergine con anime purganti del 1604 e una Santa Lucia
del 1609, conservate nella chiesa del Corpus Domini di Gragnano
caratterizzate da una certa asprezza disegnativa e da una
schematicità coloristica tipiche delle sue ultime opere.
Più complessa è la
posizione di Giovan Vincenzo Forli, la cui pittura è già
più aderente alla lezione del Caravaggio. Egli fu definito dal De
Lellis “pittore di prima classe nei suoi tempi” e senza esagerare
rivestì una certa importanza nel campo dell’imprenditoria
artistica del primo quarto di secolo. Nel primo decennio eseguì
alcuni dipinti di buona qualità come le due Annunciazioni
della Croce di Lucca (1600) e dello Spirito Santo(1602). Fu tra i
primi, nella generazione di pittori tardo manieristi attivi a
Napoli, a porsi il problema delle novità portate da Caravaggio con
la nascita di una corrente di cultura naturalista e la
dimostrazione lampante è costituita dal suo capolavoro: la
Parabola del buon samaritano realizzata nel 1608 per una
cappella del Pio Monte della Misericordia, nella quale gli scuri
sembrano scimmiottare il divino luminismo del lombardo. Ebbe
occasione poi di rilevare una committenza per una grande pala
raffigurante la Circoncisione nella chiesa di Santa Maria
della Sanità, lasciata insoddisfatta dal Caravaggio.
In seguito si
trovò a collaborare con esponenti di spicco del naturalismo
napoletano nella realizzazione di grandi soffitti cassettonati:
con Vitale e Battistello (tra il 1616 ed il ’20) nella chiesa
dell’Annunziata di Capua ed in seguito (dal 1618 al ’21)
nell’Annunziata di Giugliano e nel Duomo (1621). Terminerà in
provincia nel 1639 la sua attività ripetendo stancamente formule
collaudate per committenti di minore importanza.
Nel campo delle
grandi decorazioni, dopo l’esempio del celebre Cavalier d’Arpino
nel cantiere della certosa di San Martino, dove l’artista romano,
nell’ultimo decennio del Cinquecento, è attivo col fratello ed una
numerosa bottega nella realizzazione di grandi cicli dal piacevole
tono narrativo.
Ras incontrastato
delle committenze diverrà poi Belisario Corenzio, il quale
fino al 1640 monopolizzerà il mercato che gli ordini religiosi, in
nobile gara tra loro, incrementeranno incessantemente. La sua
formazione artistica è ancora avvolta nell’ombra. Greco di origine
e trasferitosi a Napoli in giovane età è stato descritto dal De
Dominici come pittore camorrista in grado di minacciare la
concorrenza e di accaparrarsi l’enorme numeroso di committenze
dell’area napoletana, che riusciva a soddisfare grazie all’aiuto
di una numerosa bottega. “Pittore copioso ma non scelto” fu
definito dallo Stanzione, anche se non mancava di mestiere come
sottolinea lo stesso De Dominici lodando le figure ben disegnate,
il senso del colore, la varietà dei personaggi e l’ordine nelle
composizioni.
La sua produzione
è sterminata, tale da scoraggiare qualsiasi studioso a
confrontarsi in un approccio critico serio e completo.
Tra i cicli
seicenteschi segnaliamo, tra i principali, quelli
dell’Annunziata (1598 – 1612), nel Monte di Pietà (1601 – 1604),
nel Gesù Nuovo ( 1601 – 1637), in Santa Maria la Nova (1603 –
1621), nei Ss. Severino e Sossio ( dal 1607 in avanti), in Santa
Maria della Sapienza ( 1636 – 1641). Egli lavorò inoltre in molti
palazzi pubblici e privati e nello stesso Palazzo Reale dove
eseguì i Fasti della casa di Spagna e nell’Abbazia di
Montecassino.
Fu prolifico
disegnatore ed esecutore di pale d’altare, che la critica
lentamente gli restituisce come l’Annunciazione nella Pietà
dei Turchini, notoriamente attribuita al Forli e che un documento
recentemente scoperto gli assegna nel 1616.
Lavorò
incessantemente fino alla fine e chiuse con onore la sua carriera
ultraottantenne, precipitando da una altissima impalcatura nella
chiesa dei Ss. Severino e Sossio e trovando la sua sepoltura nel
punto del suo tremendo impatto.
Un piccolo spazio
saprà procurarselo Luigi Rodriguez, siciliano, fratello di
Alonzo, che comincia la sua attività nella bottega di Corenzio per
poi, divenuto autonomo lavorare nella cappella Montalto in Santa
Maria del Popolo agli Incurabili e nel refettorio del convento di
San Lorenzo. Egli si distinguerà dall’antico maestro per una più
acuta sensibilità chiaroscurale, per una tavolozza più accesa e
per un tocco lieve e delicato, che diverranno la sua firma
nascosta. Sarà autore anche di pale d’altare e di quadri da
cavalletto: nel soffitto cassettonato di Santa Maria la Nova,
secondo le fonti, esegue tutti i quadri minori di figura, nel 1605
nella chiesa dell’eremo dei Camaldoli realizza la notevole
Madonna coi santi Benedetto, Giovanni Battista, Romualdo ed
Andrea; è inoltre presente nella Concezione degli Spagnoli,
nello Spirito Santo e nel Carmine Maggiore. Molti altri dipinti ed
affreschi sono conservati,
in condizione
precarie, in altre chiese napoletane, a confermare la posizione di
rilievo occupata dall’artista nel panorama figurativo napoletano
del primo decennio.
In seguito,
ostacolato dal Corenzio, sposterà la sua attività nel salernitano
e si dedicherà anche alla miniatura, come testimoniano le ultime
tre pagine del famoso Codice di Santa Marta e
particolarmente i due spettacolari stemmi del viceré Ruiz de
Castro e della moglie donna Caterina de Zuniga.
Nel campo della
decorazione lavorano centinaia di pittori napoletani, molti dei
quali ci saranno per sempre ignoti. Tra i nomi da ricordare
citiamo Simone Papa, Onofrio De Lione e Giulio dell’Oca.
Simone Papa,
documentato fino agli anni Trenta, in Santa Maria di
Monteverginella esegue degli affreschi originali con le Storie
di san Guglielmo ed in Santa Maria la Nova lavora nel
chiostro e nel coro. In tutte le sue opere egli appalesa un
linguaggio esuberante, ricco di toni drammatici e di colori
violenti, che accendono arditi scorci prospettici.
Onofrio De
Lione, collaboratore fidato del più noto fratello Andrea nelle
imprese decorative, lavora in numerose chiese napoletane e nella
sua produzione di mediocre qualità segnaliamo un’Andata al
Calvario nella chiesa della Pietà dei Turchini, due riquadri
nella cappella di San Sebastiano in San Pietro a Maiella eseguiti
nel 1643 ed una serie di affreschi firmati del 1651 nella
sacrestia dei Ss. Severino e Sossio,
Giulio dell’Oca,
documentato fino al 1644, negli affreschi è influenzato dalla
maniera tenera di Giovannangelo D’Amato, mentre nei dipinti segue
un arido impianto devozionale. Fu pittore prediletto dai Gesuiti
per i quali, nel Collegio di Lecce, dipinse nel 1608 ben 100
quadri raffiguranti Martiri dell’Ordine. La critica gli
attribuisce la pala dell’altare maggiore nella chiesa di Santa
Maria Apparente.
A partire dai
primi anni del secolo, senza attendere il prorompente arrivo in
città del Caravaggio, si avverte nell’aria che qualche cosa sta
succedendo e lentamente tutti gli artisti, anche quelli di
prestigio cominciano a rivedere le loro posizioni cercando di
aggiornarsi. Il grande giubileo del 1600 ha condotto a Roma turbe
di fedeli e tra questi, anche se non è documentato con precisione,
sicuramente molti pittori, i quali non avevano difficoltà ad
ammirare le principali opere del grande lombardo, in gran parte a
collocazione pubblica.
Una lampante
dimostrazione di quanto asserito è rappresentata da un disegno del
Corenzio, conservato nel museo di Capodimonte, copia con varianti
di una delle tele laterali della cappella Contarelli in San Luigi
dei Francesi :”La chiamata di San Matteo”. Il foglio risente
ancora della fase manieristica di Belisario, un artista che
notoriamente non venne influenzato dalle nuove mode e continuò
imperterrito sulla sua strada, ras incontrastato nelle grandi
imprese decorative a Napoli e nel vice regno fino al 1643, quando,
ultra ottantenne, chiuse in gloria la sua attività , precipitando
da imponenti impalcature nella chiesa dei Ss. Severino e Sossio.
Più volte la
critica è andata alla ricerca di precursori meridionali del
Caravaggio ed alcuni autori hanno creduto di trovare in alcune
opere di Aert Mytens , un fiammingo conosciuto anche come Rinaldo
Fiammingo, dei segni inequivocabili del nuovo verbo. In
particolare un Cristo deriso, iniziato a Napoli e
completato a Roma, certamente prima del 1602, anno di morte del
pittore, presenta effetti chiaroscurali così manifesti ed
un’azione drammatica talmente incalzante, da far credere ad occhi
non smaliziati di trovarsi innanzi a sconvolgenti novità.
L’effetto di lume notturno adoperato dal Mytens richiama però Luca
Cambiaso e non è adoperato con fini naturalistici, mentre la
carica di realtà rappresentata sulla tela è assolutamente
generica. Ed inoltre il modo di contornare i personaggi con
precisione disegnativa ci dimostra che la pittura del fiammingo è
perfettamente in linea con i dettami del Manierismo internazionale
di Spranger e di Goltius, uno stile di grande successo che
imperversò all’epoca in tutta Europa.
Ma sarà soltanto
la sconvolgente lettura diretta della realtà e la novità di una
luce che viene dall’alto, a definire, con il magistrale gioco del
chiaro scuro, i personaggi. L’arrivo in città di questa
rivoluzione ci farà apparire all’improvviso ridicole caricature,
ai limiti del grottesco, le opere degli artisti all’ora in auge in
città, dal Curia all’Imparato, dal Rodriguez al Corenzio, dal
Borghese all’Azzolino.
Tutti si
convincono di colpo che il modo di rappresentare la pittura sacra
ha subito una svolta definitiva e gli artisti cercano di correre
ai ripari, calcando le ombre e dando agli sfondi una consistenza
più tangibile, ma per i tardo manieristi partenopei è una
battaglia persa in partenza. La ricchezza del mercato napoletano è
però ampia e differenziata e molti pittori continueranno
tranquillamente a lavorare a pieno ritmo fino a metà secolo,
soddisfacendo decorosamente una committenza devozionale.
E veniamo
all’avventura napoletana del Caravaggio, il quale, da giovane
apprendista, giunto a Roma all’età di 18 anni, seppe “costruirsi,
crescere, straripare dalle zone basse di piazza Navona, oltre
Tevere, oltralpe, oltre il suo secolo ed i secoli successivi”(Guttuso),
arrivando fino a noi come uno dei massimi pittori di tutti i tempi
e trasmettendoci il messaggio di una pittura intesa come
affermazione della verità delle cose e come coscienza della vita e
della morte.
La sua grande
capacità creativa e la sua energia innovativa seppero proporsi
come fonte d’acqua viva nell’ambiente pittorico napoletano, dove
egli trovò i suoi nuovi e più motivati seguaci. I suoi dipinti
realizzati nella capitale vicereale produssero sull’ambiente
artistico conseguenze immediate, profonde e durature.
Egli giunse in
città al culmine della sua maturità, dopo aver penetrato le
ragioni più autentiche del cristianesimo e nei suoi schemi
compositivi, spesso rifiutati dai committenti perché ritenuti poco
decorosi, gli eroi sono gli umili, i vinti, la gente della strada.
Egli nelle sue opere, col pretesto dell’iconografia religiosa, si
compiace di rappresentarci il dramma della condizione umana.
Arriva a Napoli in
fuga da Roma, che mai più rivedrà, dove in una rissa ha ucciso un
uomo, Ranuccio Tomassoni. Il Caravaggio, uomo dal carattere forte
ed irascibile era abile nelle armi quanto col pennello e la sua
spada divenne un simbolo, quasi una metafora della sua azione
incontenibile.
I due soggiorni
vanno, dal settembre 1606 al giugno del 1607, il primo,
dall’ottobre del 1609 al luglio 1610 il secondo, nuove
acquisizioni di opere napoletane sono sempre possibili, come pure
variazioni nella cronologia e nel riparto dei dipinti tra i due
distinti soggiorni.
La prima opera
documentata risale al settembre 1606, è la famosa pala Radulovic,
di cui si sono perse le tracce, mentre il 9 gennaio del 1607, tra
lo stupore e l’ammirazione generale, cade il telone che ricopriva
le Sette Opere di Misericordia nella chiesa del Pio Monte,
opera memorabile nella quale convivono la più disperata visione di
un’umanità elementare associata ad una fedele rappresentazione
didascalica dei precetti morali della Chiesa. Sembra di percepire
il fragore quasi fisico di vita passionale che prorompe dalla
tela. Alcuni brani sono indimenticabili, come la Madonna che si
affaccia al balcone della notte o la popolana che offre il seno a
nutrimento del padre carcerato, su tutto aleggia una risonanza
antica di Grecia e di Pompei.
E poi la
Flagellazione per la chiesa di San Domenico, per cui
Caravaggio riceve pagamenti nel maggio del 1607, dipinto
essenziale con una struttura compositiva di una semplicità
assoluta: due carnefici, scaricatori di porto, preparano la
vittima e dal corpo di questa si espande una luce, un biancore di
carne umana, come non ne aveva mai dato la pittura, una massa di
candore che sta per crollare, il bianco vello dell’Agnus Dei, che
a contatto con le masse muscolose dei lazzari provoca un
impressionante scatto di verità.
Tra le opere
napoletane la critica colloca anche la Madonna del Rosario
oggi a Vienna, che influenzò molti maestri locali con le sue
novità ed i suoi espedienti teatrali, atti ad imprimere un tono
solenne alla rappresentazione, come il grande tendone rosso
annodato alla colonna scanalata.
Altre opere del
primo periodo sono la Crocefissione del museo di Cleveland
e l’Incoronazione di spine del Kunsthinstoriches,
che presentano lo stesso personaggio barbuto. Ed inoltre la
Flagellazione del museo di Rouen e la Salomè con la testa
del Battista della National Gallery di Londra, che
entrambe utilizzano lo stesso modello dal volto patibolare
utilizzato nella più celebre Flagellazione oggi a
Capodimonte.
A Napoli è stata
presente in vendita per molto tempo anche una Giuditta ed
Oloferne, ora smarrita, di cui vi sono copie antiche, la più
bella al museo del Banco di Napoli, che ce ne trasmettono la
potente iconografia.
Dopo una
permanenza a Malta ed in Sicilia il pittore è di nuovo a Napoli
dall’ottobre 1609 e come sempre febbrilmente al lavoro.
L’accoglienza non è delle più festose, infatti sulla porta della
locanda del Cerriglio, dove egli alloggiava, viene sorpreso dai
sicari di Ranuccio, che lo bastonarono fino a renderlo
irriconoscibile.
Quasi tutti i
dipinti della seconda fase sono contrassegnati da uno spiccato
luminismo e da uno stravolgimento delle forme.
Un’importante
commissione fu costituita dall’esecuzione di tre tele per la
cappella Fenaroli in Sant’Anna dei Lombardi: la Resurrezione
posta sull’altare e ripetutamente citata dalle fonti antiche e dai
viaggiatori di passaggio per la sua bellezza e per la novità
dell’iconografia, che rappresentava il Cristo risorto non
spaventato ma abbagliato dalla luce che colpisce i suoi occhi
tanto a lungo immersi nelle tenebre, vi erano poi un San
Francesco che riceve le stimmate ed un San Giovanni
Battista. I quadri dopo secoli di successo ed ammirazione
furono distrutti dal terremoto del 1805.
Sono da ricordare
inoltre la Salomè con la testa del Battista del Palazzo
Reale di Madrid, i due David e Golia della Galleria
Borghese e di Vienna, la Negazione di Pietro di antica
collezione napoletana esportato clandestinamente all’estero ed
oggi al Metropolitan di New York, l’Annunciazione del museo
di Nancy ed il San Giovannino della Borghese.
Per ultimo
bisognerà accennare al Martirio di Sant’Orsola, già della
Banca Commerciale, conservato a palazzo Zevallos, che rappresenta
l’estrema testimonianza del Caravaggio prima della partenza da
Napoli e della triste morte sulla spiaggia di Porto Ercole.
Il merito della
scoperta di questo ultimo quadro, che giaceva dimenticato sotto
un’attribuzione a Mattia Preti e che perfino il Longhi riteneva
potesse trattarsi al massimo di un’opera del Manfredi, spetta in
egual misura al Bologna che, giovane ispettore negli anni
Cinquanta, ne avanzò per primo la corretta attribuzione, a Mina
Gregori che lo ha caparbiamente ritenuto opera autografa,
facendolo acquistare all’ultimo proprietario ed a Pacelli, che ha
scoperto negli archivi tutte le carte relative e ne ha
identificato la precisa iconografia nella Sant’Orsola confitta dal
tiranno, facendo sì che il dipinto sia oggi l’opera più
documentata del Caravaggio.
A Battistello
Caracciolo spetta sembra ombra di dubbio il titolo di primo
interprete del caravaggismo a Napoli. In tempi di modelli svestiti
e di lumi alzati, egli fu l’artefice ed il massimo corifeo, dopo
un decennio di pratica in ambito manieristico, in stretto contatto
e collaborazione con Belisario Corenzio, dell’introduzione di un
nuovo linguaggio figurativo, basato sull’essenzialità del
racconto, sulla drammaticità della scena fissata da squarci di
luce abbagliante, sulla messa a fuoco dei personaggi, pur
conservando una certa cura nella definizione dei contorni.
La sua
Immacolata Concezione, affollato telone di inquietante
vitalità, nella chiesa di Santa Maria della Stella, documentata al
1607, ci mostra un pittore già maturo nel trattamento della luce e
nella resa del dato naturale, pochi mesi dopo la sfolgorante
apparizione delle Sette opere di Misericordia del
Caravaggio nella chiesa del Pio Monte, segno evidente che
Battistello aveva già attinto a Roma in precedenza la lezione del
luminismo, che continuerà ad esprimere in altri dipinti di
altissima qualità quali il Battesimo di Cristo dei
Gerolamini, la serie degli Ecce Homo e la Crocefissione
del museo civico di Castelnuovo.
Dopo un soggiorno
di studio a Roma, nel 1615, data del suo ritorno a Napoli, ecco
che Battistello nella Liberazione di San Pietro dal carcere
ottiene raffinati effetti di luce di un chiarore limpidissimo
associati ad un rigoroso trattamento degli aspetti cromatici.
Seguono altre opere importanti come la Trinitas terrestris
della Pietà dei Turchini, documentata al 1617 e poi, dopo il
soggiorno fiorentino, con la Lavanda dei piedi, la
grande tela che il Caracciolo nel 1622 dipinge per il coro della
chiesa della certosa di San Martino, termina la fase luministica
ed inizia il processo di involuzione, vera marcia a ritroso verso
le sue origini manieristiche quasi neo corenziane. L’audace
sperimentatore volge la bussola verso nuove soluzioni formali, pur
senza tradire del tutto la lezione caravaggesca; comincerà la
definizioni di ampie composizioni a carattere monumentale, con una
grande cura della definizione spaziale ed una luce bronzea
dominerà la tavolozza di tutta la sua ultima produzione. Il
Battistello riuscì così a dimostrare quali effetti di pacata
commozione si potessero trarre da una luce che contrastasse con
l’ombra sul filo di una linea sinuosa e melodica.
Appartengono a
questi anni la Sacra famiglia e San Giovannino, conservato
nel Liechtenstein, il San Sebastiano del Fogg Art Museum di
Harvard, il bozzetto di Sant’Ignazio in gloria del Correale
di Sorrento e la Gloria di San Gennaro tra i santi
patroni di Napoli della chiesa della certosa di San
Martino.
A differenza del
Caravaggio il Caracciolo si dedicò all’affresco, ove le sue
pregevoli doti di disegnatore rifulgono nella resa volumetrica e
nella calibratura delle composizioni.
Un lungo processo
sostanzialmente uniforme nella qualità, sempre molto alta, da San
Martino a Santa Maria la Nova, da Santa Teresa agli studi a San
Diego all’Ospedaletto, ove si dedica anche alla pittura di
paesaggio, dal palazzo Reale all’Oratorio dei Nobili al Gesù
Nuovo, ove lavorerà con il Lanfranco poco prima della sua morte.
Sulla sua bottega
non sappiamo molto, conosciamo pochi nomi di artisti mediocri:
Carlo Mercurio, Giacomo Di Castro, Marc’Antonio del Santo, i due
figli Carlo e Pompeo, Giuseppe Guido ed il Maestro di Fontanarosa.
Carlo Mercurio,
ricordato dall’Ortolani, esegue nel 1657 una Nascita della
Vergine per la chiesa di Monteverginella e quattro tele nel
transetto destro in San Pietro Martire con episodi della vita del
santo.
Giacomo Di
Castro viene indicato dal De Dominici tra i suoi allievi e più
che pittore fu restauratore e faccendiero. Gli appartengono alcuni
dipinti nelle chiese di San Michele e Sant’Agnello a Sorrento. Nel
Pio Monte Causa gli assegnò una tela raffigurante la Vergine e
Sant’Anna, che si conserva a due passi dalla celebre opera del
Caravaggio.
Marc’Antonio
del Santo esegue nella chiesa della Trinità dei Pellegrini
un’Immacolata Concezione databile al 1651- 1652.
Di Pompeo
Caracciolo abbiamo una Visione di San Tommaso, firmata
e datata 1645 nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di
Sorrento.
Giuseppe Guido
è l’autore nel 1632 della parte bassa dell’Assunzione della
Vergine nel soffitto cassettonato di San Gregorio Armeno e si
può pensare a lui per il Maestro di Fontanarosa, un
pittore che prende il nome dall’Ultima cena della
parrocchiale di Fontanarosa alla quale si possono collegare
numerosi altri dipinti in precedenza assegnati al Battistello ed a
Filippo Vitale dal San Bartolomeo dei Gerolamini al San
Giovanni Battista di collezioni Pisani a Napoli oltre a
numerosi dipinti transitati sul mercato.
Tra i pittori
napoletani che tributarono al Merisi l’accoglienza più
entusiastica vi è in prima fila Carlo Sellitto, nato
culturalmente in ambito tardo manierista filtrato
dall’insegnamento del fiammingo Lois Croise, per accogliere poi il
nuovo messaggio e dar luogo a composizioni drammatiche, animate da
un’intensa tensione emotiva e da una spasmodica ricerca di verità,
con un dominio della luce che modella le immagini attraverso un
sottile gioco di ombre patognomonico del suo stile.
La sua prima
opera documentata, unica firmata, è del 1606 e si trova in
provincia ad Aliano. Essa raffigura una Madonna in gloria con
donatore e nonostante l’impronta manieristica baroccesca
presenta in basso un’immagine del committente dalla precisione
ottica stupefacente, a lampante dimostrazione dell’abilità
dell’artista come ritrattista. Sempre in Basilicata, terra natia
del pittore, è conservata a Melfi una Madonna del suffragio con
anime purganti, intrisa di naturalismo con la luce che
evidenzia le figure ed i gesti, sottolineando la drammaticità
della scena.
In ambiente
napoletano la sua più importante commissione lo impegnerà dal 1608
al 1612 in Sant’Anna dei Lombardi nella cappella Cortone,
nell’esecuzione di un ciclo su San Pietro, dove ha l’occasione di
lavorare al fianco di Caravaggio attivo nella cappella Fenaroli e
del Caracciolo operante nella cappella Noris Correggio. Un
cataclisma, distruggendo la chiesa nel Settecento, non ci ha
permesso un confronto tra le opere in gran parte distrutte. Delle
cinque eseguite dal Sellitto se ne sono salvate soltanto due,
segnate da un fascio luminoso potente che scandisce i corpi nel
ritagliarsi violento delle ombre.
In seguito egli
esegue, tra il 1610 ed il 1613, il San Carlo per la chiesa
di Sant’Antoniello a Caponapoli e la splendida Santa Cecilia
all’organo per la chiesa della Solitaria, entrambe oggi a
Capodimonte, l’Adorazione dei pastori per la chiesa degli
Incurabili e la Visione di Santa Candida per Sant’Angelo al
Nilo, percorsa da un brivido di luce calda e avvolgente.
Altre opere da
aggiungere al suo scarno catalogo sono la Santa Lucia del
museo di Messina ed il David e Golia del museo nazionale
della Rhodesia.
Un segno
tangibile del prestigio raggiunto dal pittore presso la
committenza fu l’incarico, nel 1613, di eseguire una
Liberazione di San Pietro da collocare su un altare del Pio
Monte della Misericordia, ma l’opera per l’improvvisa morte del
Sellitto fu poi affidata al Battistello.
Egli lasciò nella
sua bottega numerose tele incompiute, tra cui il Crocefisso
per la chiesa di Portanova, oggi purtroppo scomparso per un
ignobile furto ed il Sant’Antonio da Padova per i
governatori di San Nicola alla Dogana, ricco di un gioco luminoso
sui volti ed in cui si può leggere come segno distintivo, quasi
una firma nascosta del pittore, il classico tocco di luce sulle
fisionomie dei personaggi, che si può apprezzare anche nella
famosa tela di Santa Cecilia all’organo.
Nel suo atelier
vi erano anche una serie di quadri di natura morta, di paesaggio
ed è inoltre noto dai documenti che fu celebre ritrattista,
ricercato da nobili e borghesi, una produzione al momento
completamente sconosciuta agli studi eccetto poche esempi. Tra
questi possiamo segnalare il Ritratto di gentildonna in vesti
di Santa Cecilia, transitato più volte sul mercato, nel
quale si avverte un contemperamento dei caratteri caravaggeschi
con intenerimenti classicistici e preziosismi cromatici di matrice
reniana, consentaneo alla presenza a Napoli nel 1612 del divino
Guido.
Il Bacco
del museo di Francoforte, variamente attribuito negli anni, è
certamente opera del Sellitto, intorno al 1610, per le stringenti
affinità nel gioco delle ombre con l’angioletto della Santa
Cecilia, clone perfetto che richiama a viva voce lo stesso
pennello e per lo splendido brano di natura morta ci conduce agli
esordi della pittura di genere in area napoletana.
Alla fase
luministica del caravaggismo appartiene l’attività giovanile di
Filippo Vitale, un artista di rilievo, quasi completamente
trascurato dalle fonti antiche e la cui personalità è stata
ricostruita solo negli ultimi decenni.
Egli è
imparentato con Annella e Pacecco De Rosa di cui è patrigno, con
Giovanni Do, Agostino Beltrano ed Aniello Falcone di cui è
suocero. Un tipico esempio di quella ragnatela di parentele che
lega molti altri pittori napoletani del primo Seicento, i quali
abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo
Spirito Santo, vera Montmartre dell’epoca. Su tanti intrecci ci ha
illuminato la ricerca durata un’intera vita di un benemerito
erudito, il Prota Giurleo, il quale con certosino lavoro di
spulcio di processetti matrimoniali, testamenti, fedi di
battesimo, polizze di pagamento ed inventari, ha fornito ai
critici una mole enorme di dati e di documenti sulla quale
lavorare per ricostruire la personalità di tanti artisti.
Vitale è allievo
di Sellitto del quale completa il Crocefisso di Santa Maria
in Portanova ed anche lui lavora in Santa Anna dei Lombardi, dove
riceve dai Noris Correggio per un San Carlo Borromeo un compenso
molto alto di duecento ducati.
Dipinge poi la
Liberazione di San Pietro dal carcere del museo di Nantes, il
San Sebastiano conservato a Dublino e il
Sacrificio di Isacco del museo di Capodimonte Tra il 1617 ed
il ’18 è impegnato ad eseguire otto tele per il soffitto
dell’Annunziata di Capua, che purtroppo versano oggi in pessimo
stato di conservazione.
Successiva è la
grande pala dei Santi vescovi, già in San Nicola alle
Sacramentine di un intenso naturalismo impregnato dalla lezione
caravaggesca, nella quale si possono ipotizzare anche scambi
culturali con Tanzio da Varallo dotato di un più intenso senso
luministico.
In seguito si
avvicina ai modi di Ribera raggiungendo il culmine del suo
percorso naturalistico con il San Sebastiano della chiesa
dei Sette dolori e l’Angelo custode della Pietà dei Turchini, il
suo capolavoro, uno dei quadri più importanti del Seicento
napoletano, dal poderoso impianto compositivo, nel quale al
ricordo del valenzano si impongono suggestioni di rigoroso
naturalismo, potente creazione in cui è facile leggere nel volto
dei personaggi la rabbia e il disappunto, la serenità e la
giustizia, il candore e l’innocenza.
La Deposizione
della chiesa di Regina Coeli, firmata e databile intorno al 1635
apre una fase di crescente inclinazione prima in senso
pittoricistico e poi decisamente classicista, che sfocerà
nell’ultimo decennio in una fase pacecchiana, dopo un lungo
periodo di collaborazione col figliastro. La sua tavolozza divenne
sempre più smaltata e ricca di colori luminosi e vivaci come si
avverte nella Fuga di Loth da Sodoma, firmato e
datato 1650, di collezione privata pendant di un Rachele e
Giacobbe realizzato dal De Rosa.
Numerose sono le
tele a quattro mani che la critica, progredite le cognizioni sui
due artisti, ha identificato, dalla Madonna e San Carlo di
San Domenico Maggiore alla Gloria di Sant’Antonio
conservato nell’eponima arciconfraternita in San Lorenzo, mentre
molti dipinti risentono ancora di scambi nella paternità tra i due
parenti e necessitano di percorrere un arduo sentiero attributivo
avvolto ancora più da ombre che da luce.
Tra i
caravaggisti minori attivi a Napoli bisognerà ricordare Tanzio da
Varallo, Alonso Rodriguez, ed Antiveduto Grammatica.
Tanzio da
Varallo, provinciale nordico di cultura manieristica e di
spirito controriformato, ingegno vivo ed ardente di passione,
raggiunge già intorno al 1612 un così alto grado di severità
iconica espressa in forma naturalistica da prefigurare ed
anticipare lo Zurbaran più ispirato. Scoperta relativamente
recente è la sua attività in Abruzzo, ma anche nella capitale
vicereale dove gli sono state assegnate prima dal Longhi e poi dal
Bologna le due grandi pale di Pescocostanzo e di Fara San Martino
ed a Napoli i frammenti di Santa Restituta. Palpabile è la
tangenza fra le sue opere prima del 1616 e vari dipinti napoletani
specialmente di Filippo Vitale, sul quale un influsso notevole è
consistito nell’accentuata asprezza del linguaggio e nella
lucidità di espressione.
Su Alonzo
Rodriguez, dopo l’attenzione dedicatagli dal Causa, che cercò,
nel 1972, sulla guida delle precedenti ricerche del Moir e sulle
notizie fornite dal biografo siciliano Sisinno, di ricostruire la
sua attività a Napoli, Negri Arnoldi è ritornato sull’argomento.
Rilevando l’intensità dell’ascendente caravaggesco nei dipinti
messinesi, riferibili alla fase più antica del maestro ed
ipotizzando che egli, dopo un primo soggiorno nell’ultimo decennio
del secolo presso il fratello Luigi, anche egli pittore,
ritornasse nella capitale vicereale a cavallo del 1606 - ’07, in
contemporanea al Caravaggio. Tali considerazioni accrescono
l’importanza dell’innesto di Alonzo Rodriguez nel momento cruciale
del caravaggismo napoletano subito dopo la scomparsa del Sellitto
e la sua influenza non solo sulla pittura partenopea, ma anche su
quella iberica, perché molte sue opere raggiunsero in quel periodo
la Spagna, dove funsero da modello nei primi tempi del naturalismo
iberico.
Tutt’altra
vicenda toccò invece ad Antiveduto Gramatica, di una
generazione più anziano degli altri. Al quale l’aver avuto nella
propria bottega, intorno al 1590, nientemeno che Caravaggio in
persona, non impedì di continuare a dipingere stancamente ed a
lungo con moduli tardo manieristici appena sfiorati dal lume. Ma
quando infine, all’improvviso, poco prima degli anni Venti, si
convertì al caravaggismo, il risultato fu una serie di opere sulla
vita di San Romualdo, tra Frascati e l’eremo dei Camaldoli a
Napoli, con i suoi bianchi luminosi di una luce chiarissima, che
intensifica i volumi fino alla sublimazione, in un clima di estasi
mistica, che regge il confronto con le tele del massimo pittore
religioso del secolo, lo spagnolo Zurbaran.
Per completare il
panorama sul corteo di seguaci della lezione caravaggesca in area
meridionale bisogna accennare a quel gruppo di stranieri,
prevalentemente nordici, spesso noti con nome di convenzione,
alcuni di livello molto alto, sui quali gli studi sono in ritardo
anche per la scarsità di documenti di pagamento.
Mentre
un coacervo di personalità maggiori e minori lavora a stretto
contatto di gomito nell’ultima fase del luminismo napoletano,
intorno al terzo decennio, va segnalata l’opera di Paolo
Finoglia, che con i suoi primi lavori dimostra già una grande
maturità tale da farlo considerare uno dei più importanti tra gli
antichi maestri.
Il De
Dominici lo include tra gli stanzioneschi, ma noi preferiamo
trattarne sull'onda delle ultime battute del caravaggismo in area
napoletana.
Una
formazione tardo manierista, all’ombra di Ippolito Borghese, che
lentamente si trasforma in una piena adesione ai fatti del
caravaggismo, sotto l’influsso del Battistello, ma soprattutto di
Antiveduto Gramatica, le cui tele del 1620 per l’eremo dei
Camaldoli rappresentano il prototipo ispiratore per la serie di
lunette con i dieci santi fondatori di ordini religiosi per la
sala del Capitolo a San Martino. È documentata al 1626 la
Circoncisione, sempre nel Capitolo di San Martino, la quale
sembra già opera più matura delle lunette, alto esempio di
luminismo rischiarato in contiguità alle esperienze del Vouet e
del Battistello della Liberazione di San Pietro dal
carcere. Scandaglio minuzioso dei particolari, asciuttezza e
rigore nella rappresentazione, ricercatezza del disegno ed un
cromatismo pieno ed abbagliante fanno la grandezza del Finoglia,
che in seguito nell’Immacolata di San Lorenzo Maggiore del
1629 seppe fornirci in un «miracoloso fruscio di sete e di rasi
nella notte» (Causa), un’immagine di grande monumentalità.
Altro
suo capolavoro della maturità è il «Giuseppe con la moglie di
Putifarre» del Fogg Museum di Cambridge, in cui egli aggiorna la
sua tecnica pittorica, sotto la suggestione di Artemisia
Gentileschi, prendendo definitivamente congedo dalle prime
esperienze tardo manieriste e giungendo alla esperienza di
«materie cromatiche luminose ed iridiscenti come rasi fruscianti»
(Spinosa).
Quando
già è un artista di successo il Finoglia si trasferisce in Puglia,
chiamato dalla nobile famiglia degli Acquaviva d’Aragona e lì per
il castello del conte esegue una serie di dieci tele con episodi
della Gerusalemme Liberata oltre a numerose pale d’altare per
varie chiese tra Monopoli e Conversano.
Il
livello qualitativo delle sue opere rimane molto alto, oggi che la
critica ha sfrondato, grazie alle ricerche del D’Elia, la sua
produzione in terra di Puglia dall’apporto spurio di allievi ed
imitatori, contraddicendo all’ipotesi che il Finoglia si fosse
ritirato in provincia per un calo di tensione artistica: anzi la
sua pittura acquisisce rari impreziosimenti grazie all’apporto di
nuovi fermenti vandyckiani e neoveneti.
Il
Miracolo di San Domenico della chiesa dei SS. Cosma e Damiano
a Conversano, una delle sue ultime opere è da considerare tra i
risultati più alti di tutto il naturalismo napoletano ad indirizzo
luministico.
Tra i
suoi allievi in terra di Puglia degno di menzione è Carlo Rosa
nativo di Giovinazzo già attivo a Napoli a Santa Maria della
Sapienza ed ai Santissimi Apostoli, quindi, ritornato in patria
per divulgare il verbo stanzionesco, e postosi al seguito del
Finoglia ne porta a compimento dopo la sua morte gli affreschi
nella chiesa dei Santissimi Cosma e Damiano. Molto bella è la sua
Battaglia di Clavijo nella cattedrale di Monopoli vicino
Bari. Francesco Antonio Altobello è a sua volta suo allievo
e porta da Napoli in Puglia il messaggio giordanesco giungendo a
discreti risultati.
Dei
due artisti daremo un più dettagliato profilo quando parleremo
degli stanzioneschi.
Tra gli stranieri
attivi a Napoli Louis Finson è da tempo noto alla critica,
non solo come artista ma anche come mercante di quadri; egli fu
infatti proprietario della Madonna del Rosario, rifiutata
dai committenti perché giudicata indecorosa ed oggi a Vienna e di
una perduta Giuditta ed Oloferne, della quale ci ha
lasciato una copia conservata nel museo del Banco di Napoli. Egli
prese per moglie una napoletana e fu presente in città a partire
dal 1604 e certamente fino al 1612, quando firma l’Annunciazione
di Capodimonte con la dizione fecit in Neapoli. La sua
pittura è secca ed elementare, compendiaria nel disegno e poco
attenta ai problemi della luce, con una predilezione per il
dettaglio aneddotico. Egli aveva, come pochi altri pittori, libero
accesso allo studio del Caravaggio e tra le sue tele replicò
numerose volte la Maddalena Klain, nella quale aggiunse il
dettaglio di un teschio assente nell’originale. Ebbe come socio
Abraham Vinck, celebre ritrattista a giudicare dai numerosi
documenti di pagamento che coprono tutto il primo decennio, ma che
attendono ancora di essere collegati ai rispettivi dipinti. Il
loro soggiorno in città incise sulla loro formazione al punto che
quando si trasferirono ad Amsterdam erano definiti napoletani.
Un altro collaboratore napoletano del Finson, tra il 1611 ed il
’12, fu Marten Hermans Faber, personaggio estroso e
multiforme, attivo anche come ingegnere ed architetto, del quale
non sono stati ancora identificati opere certe
Tra i nomi di
convenzione il più antico è il Maestro di Resina, un
pittore transalpino, forse lorenese, attivo in città nel secondo
decennio del secolo XVII, il quale fece la sua apparizione con una
pala d’altare raffigurante una Fuga in Egitto alla mostra
tenutasi nel 1954 sulla Madonna nella pittura del Seicento a
Napoli. La scena di una intensa commozione presenta delle
trasparenti preziosità nella veste della Vergine, il tutto immerso
in un’atmosfera di pacato sentimento. In seguito il catalogo
dell’anonimo pittore si è accresciuto con l’identificazione, da
parte del Bologna, della stessa mano nel Cristo che lava i
piedi di palazzo Spinola a Genova e nel Sacrificio
di Isacco di collezione privata bolognese; le stesse
inconfondibili teste di vecchi dalle stanche mani anchilosate, la
stessa geometria luminosa.
Il Maestro
dell’Emmaus di Pau è una figura di primo piano nel panorama
del primo caravaggismo a Napoli, ricostruita dal Bologna attorno
ad una Cena in Emmaus già presso l’antiquario Heim, dove
era stata studiata da Longhi ed acquistata in seguito dal museo
della cittadina francese. Affianco a questa tela sono associabili
un Martirio di San Sebastiano di collezione privata, un
Santo condotto al martirio di raccolta napoletana, già
presentato alla rassegna di Civiltà del Seicento come Finson, un
Astronomo del museo di Montargis e di recente una
Negazione di Pietro di collezione milanese. Tutti dipinti
segnati da una crudezza arcaica nell’impaginazione e dalla
medesima qualità nel sintetismo luministico e formale.
L’utilizzo comune
di alcuni modelli presenti in opere di Filippo Vitale ha fatto
ipotizzare a qualche studioso di trovarsi al cospetto di una fase
antica dell’artista, come pure una traccia da perseguire nella
ricerca di un nome per lo sconosciuto maestro è di reperire
qualche tela attribuibile ad Abraham Vinck, noto come celebre
ritrattista e fornito di innumerevoli documenti di pagamento.
Infatti una caratteristica fondamentale di questo anonimo maestro,
precorrendo Ribera, è l’abilità di compiere una profonda
introspezione psicologica dei personaggi raffigurati, indagati
spietatamente nella debolezza e nel decadimento della carne, al
punto da farne uno dei più abili ritrattisti del primo decennio.
Di altri artisti,
prevalentemente stranieri, per i quali è stato coniato il termine
di amici nordici del Caravaggio, il Bologna ha delineato alcune
figure: il Maestro dell’Emmaus di Sarasota ed il Maestro
del San Pietro liberato di Aurillac, ma nuovi studi
sono necessari per illuminare le loro personalità artistiche e per
cercare un nome a questi nuovi ed ancora poco conosciuti
comprimari del caravaggismo napoletano. Del Maestro del Gesù dei
dottori accenneremo a proposito del Do.
Tra questi
artisti stranieri un posto a sé, del tutto originale, spetta a due
pittori lorenesi, presenti a Napoli nei primi decenni del secolo
ed in passato confusi sotto la stessa denominazione di Monsù
Desiderio. Parliamo di Didier Barra e di Francoise De Nomè, di
due anni più giovane.
Didier Barra
è un vedutista scrupoloso ed attento ai particolari topografici,
acuto illustratore dei panorami della città e dei dintorni, che
egli documenta fedelmente con una tecnica personalissima, detta a
volo d’uccello. Egli collabora con alcuni pittori napoletani e
bellissima è la veduta della città di Napoli eseguita nella parte
inferiore della famosa tela di Onofrio Palumbo, conservata nella
chiesa della Trinità dei Pellegrini.
Francois De
Nomè viceversa è pittore di cataclismi propenso alla
divagazione fantastica, all’estro ed alla stravaganza inventiva,
specializzato in capricci architettonici dominati da una tensione
surreale metafisica, che ha dato luogo a più di un tentativo di
spiegazione in chiave psicoanalitica.
Amante del
meraviglioso e del sorprendente egli trasfuse tutto ciò nella sua
pittura fantastica. Intenso fu il rapporto di scambio culturale
con la colonia fiamminga di Napoli, con il Croise, maestro del
Sellitto e con vari manieristi nordici quali il Lawers e lo
Swanenburgh conosciuto a Napoli.
Nella sua scia
lavorano una serie di seguaci ed imitatori che solo gli ultra
specialisti riescono a distinguere e tra i quali segnaliamo il
Maestro di Malta.
Una volta
distinte le diverse caratteristiche dei due pittori è stato
possibile ridefinire il loro catalogo ed è stata precisata anche
l’opera e la figura di Cornelio Brusco, che spesso completa
con vivaci figurine le fantastiche architetture del De Nomè e che
oggi la critica tende ad identificare col Filippo D’angeli, sotto
la cui denominazione il Longhi nel 1957 raccolse una serie di
opere denotanti la stessa mano.
Nel 1616 giunge a
Napoli Jusepe Ribera che rappresenterà una delle figure più
importanti del Seicento europeo; valenzano di nascita, ma
napoletano a tutti gli effetti per scelta culturale, interessi
familiari, affinità di sentimenti. A Napoli avrà residenza,
affetti, lavoro, protezione e per alcuni anni sarà protagonista
assoluto e punto di riferimento indiscusso.
La sua bottega
che forgerà alcuni dei maggiori pittori del secolo dal Maestro
degli Annunci ai due Fracanzano, dal Falcone a Salvator Rosa, allo
stesso Giordano, sarà un punto di riferimento e di scambio
culturale anche verso la Spagna, ove giungerà gran parte della sua
produzione, mentre dal Murillo allo Zurbaran, fino allo stesso
Velazquez, ospite del Ribera per alcuni mesi nel 1630, perverrà a
Napoli l’eco della migliore pittura spagnola, il cui influsso
possiamo cogliere agevolmente da un’attenta lettura di molte opere
del Finoglia, del Falcone, del Vaccaro, del Guarino e di tanti
altri ancora.
Le sue opere
ebbero una notevole diffusione anche per la sua abilità di
incisore, grazie alla quale egli riproduceva e moltiplicava le sue
opere più significative.
Poco sappiamo
della sua giovinezza, la tradizione gli assegna come maestro il
Ribalta, dal 1611 al 1616 è a Roma, dove con i caravaggisti
stranieri, legati da un realismo descrittivo dagli effetti
caricati, ci sarà uno scambio fecondo di idee e di esperienze. Di
recente è stata proposta una diversa ricostruzione della sua
produzione romana con lo spostamento nel suo catalogo dei dipinti
precedentemente assegnati al Maestro del Giudizio di
Salomone, ipotesi che per il momento non ha convinto gran
parte degli studiosi. Certamente da respingere la pretesa di
attribuire al Ribera la Negazione di Pietro della sacrestia
della Certosa di San Martino che è opera di un ignoto caravaggista
nordico attivo intorno al 1620.
Al periodo romano
intorno al 1614 – 1615 è da collocare la serie di dipinti
personificanti i cinque sensi, nota inizialmente da copie
seicentesche e per il racconto delle fonti (Mancini) ed in seguito
identificata in tele certe del Ribera: dal Gusto di
Hartford al Tatto di Los Angeles, dalla Vista di
Città del Messico all’Olfatto di una collezione madrilena.
A quegli anni appartiene anche, per evidenti affinità stilistiche,
lo splendido Democrito presso Pietro Corsini a New York.
Giunto nel maggio
del 1616 a Napoli egli sposerà la figlia del pittore Giovan
Bernardo Azzolino ed entrerà nelle grazie del viceré, il duca di
Osuna, che diventerà il suo protettore, come lo saranno in seguito
tutti i potenti di Spagna, presso i quali il suo prestigio sarà
illimitato. Egli del luminismo diede una sua personale
interpretazione: il realismo caravaggesco fu infatti profondamente
drammatico e sintetico, quello di Ribera fu analitico,
caricaturale fino al grottesco.
Il Ribera si
abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite
convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia
cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa
policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola
coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad,
ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed
ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e
dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli
vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato
naturale.
Con una tavolozza
accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza
alcuna pietà santi ed eremiti penitenti, sadicamente indagati
nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide
incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti,
martirii efferati e spettacolari, giganti contorti in
esasperazioni anatomiche, repellenti esempi di curiosità naturali:
donne barbute e bambini storpi dal sorriso ebete; tipizzazioni
mitologiche spinte fino all’osceno, come la ripugnante figura del
Sileno nella dilagante rotondità dell’enorme ventre pendulo; il
tutto con un tono superbo e crudele e con accenti di grottesca
ironia e di cupa drammaticità.
Lentamente la
brutalità delle sue prime composizioni che fece esclamare al Byron
che il Ribera”imbeveva il suo pennello con il sangue di tutti i
santi” cedette ad una maggiore ricerca di introspezione
psicologica dei personaggi e ad un lento allontanamento dal
tenebrismo per approdare, sotto l’influsso della grande pittura
veneziana e dal contatto con la pittura fiamminga di radice
rubensiana e vandychiana, a nuove soluzioni di “chiarezza
pittorica e di rinnovata cordialità espressiva che culmineranno
nello splendido Matrimonio di Santa Caterina del
Metropolitan di New York “sintesi superba di naturalismo,
classicismo e pittoricismo in una sublime armonia di luci e
colori” (Spinosa).
Dopo il 1640 una
grave malattia limitò di molto la sua attività, anche se la
collaborazione di una bottega molto valida gli permise di
immettere sul mercato ancora molte opere, spesso da lui firmate
anche se eseguite solo in parte.
Anche nella piena
maturità Ribera non rinuncia a certi effetti ottenibili solo
attraverso contrasti di luce ed ombra e con la grande Comunione
degli apostoli completata nel 1651 per i monaci della certosa
di San martino egli ci regala la sua ultima opera, che esprime la
summa del suo stile, perché ad una visione naturalista del volto
degli apostoli si accoppia una solenne scenografia di puro stampo
veronesiano.
La bottega del
valenzano assunse a Napoli un’importanza fondamentale e fu un polo
di riferimento culturale per un’intera generazione di pittori,
alcuni direttamente suoi allievi, altri come il Giordano, che si
formò giovanissimo sui suoi esempi, esercitandosi nell’imitazione
a tal punto da sconfinare nel plagio. Il messaggio riberesco si
irradiò non solo a Napoli ed in Italia ma in tutta Europa,
principalmente in Spagna e fu rappresentato da una pittura che,
nata sotto l’influsso del luminismo caravaggesco, seppe cogliere e
tradusse in immagini la realtà più intima degli uomini e volle
parlare più al cuore che alla mente.
Tra i suoi
allievi il più contiguo al suo stile fu il suo conterraneo
Giovanni Do, il quale, come ci racconta il De Dominici, fu
“tanto verace imitatore del Ribera suo maestro, che le copie erano
prese per originali…massimamente alcune figure di filosofi e di
san Girolamo, che nel maneggio del colore e nel girar dell’impasto
eran tutt’uno”.
Il catalogo
dell’artista, è ancora tutto da definire perché al momento l’unica
sua opera certa e l’Adorazione dei pastori conservata nella
sacrestia della chiesa della Pietà dei Turchini, quadro di
altissima qualità, che ce lo rivela come una personalità vigorosa
dalla complessa cultura figurativa.
I documenti ci
rammentano che fu a Napoli dal 1623, sposò tre anni dopo una
sorella di Pacecco de Rosa ed ebbe dieci figli. Fu autore di molte
opere, ricordate in numerosi inventari sia a Napoli che in Spagna,
ma allo stato degli studi la critica ha solo avanzato qualche
ipotesi attributiva segnalando alcuni dipinti che denunciano
lampanti somiglianze col quadro napoletano. Essi sono la
Vergine con il Bambino del Louvre e due Adorazioni dei
pastori, una presso la National Gallery di Londra e l’altra
dell’Accademia di San Fernando di Madrid.
Da espungere il
Cristo tra i dottori di collezione Recchi a Torino, che
Longhi nel 1968 attribuì al Do e che il Bologna ha ritenuto di
farne l’opera capofila da cui ricostruire il catalogo di un
artista ancora anonimo, attivo a Napoli negli anni Trenta, che si
espresse con opere di altissima qualità e che per il momento
bisognerà accontentarsi di definire come Maestro del Gesù dei
dottori.
Di recente il De
Vito ha ripetutamente proposto di assegnare tutte le opere del
Maestro dell’Annuncio ai pastori al Do sulla base di una
controversa lettura della firma del pittore su alcuni dipinti.
Tale ipotesi è stata accolta favorevolmente da una parte della
critica, ma necessita di nuove e più probanti conferme.
Giovanni Do vivrà
fino alla peste e sarà stato certamente in prima fila nel momento
di ripresa naturalistica che a Napoli fiorirà nel quarto decennio
ed avrà tra i suoi esponenti, oltre al Guarino, anche artisti
stranieri come i due Van Somer e lo Stomer e personalità minori in
corso di definizione come il Ricca ed il Manecchia.
Hendrick Van
Somer è, tra gli allievi del Ribera ricordati dal De Dominici,
un artista dalla forte anche se disordinata personalità. La
definizione del suo catalogo è particolarmente difficile per la
contemporanea presenza a Napoli di due artisti con uguale nome e
cognome, uno, figlio di Barent ed un secondo, figlio di Gil. Il
primo nato nel 1615 e morto ad Amsterdam nel 1684, il secondo,
nato nel 1607 e scomparso forse durante la peste del 1656,
presente in città dal 1624.
Al primo la
critica assegna il Battesimo di Cristo, eseguito per la
chiesa della Sapienza nel 1641 ed un Martirio di San Bartolomeo,
gia in collezione Astarita a Napoli.
Per il secondo
Bologna e Spinosa hanno ricostruito un percorso artistico più
articolato con dipinti che, dopo un periodo di osservanza
riberiana, sfociano nel nuovo clima pittoricistico di matrice
neoveneta che maturò a Napoli intorno alla metà degli anni Trenta,
un momento in cui cominciò a prevalere il cromatismo sul
luminismo. La sua pittura, che tradisce l’origine fiamminga e la
dimestichezza con i caravaggisti nordici, è caratterizzata dal
viraggio della luce verso una pacatezza dei colori ed un contenuto
iconografico severo.
Le opere che
possono essergli attribuite sono oramai numerose dal Sant’Onofrio
della collezione Cicogna di Milano alla Guarigione di Tobia
del museo del Banco di Napoli, dall’Estasi sul tamburo, già
presso l’antiquario Lucano di Roma alla Decollazione del
Battista della collezione Bernardini di Padova.
In seguito il Van
Somer impreziosisce la sua tavolozza alla ricerca di esiti sempre
più spinti di raffinatezza formale ed è il periodo del Sansone
e Dalila già nella raccolta dei principi Firrao, del Loth e
le figlie già presso Heim a Londra, del David con la
testa di Golia, siglato di una raccolta romana e dello
stupendo Venere ed Adone di una collezione napoletana.
Del 1635 è la
Carità già nella collezione Bosco, siglata, mentre le sue
ultime opere sono il San Girolamo della Trafalgar Galleries
di Londra e della Galleria Borghese di Roma, rispettivamente
siglato 1651 e firmato 1652.
Matthias
Stomer fa parte della seconda ondata del caravaggismo a Napoli
e nelle sue opere è tangibile il riferimento al naturalismo di
Ribera.
Egli nasce ad
Amersfoort, ma trascorre quasi tutta la sua vita in Italia, prima
a Roma, ove intorno al 1630 eseguì dipinti caratterizzati da
grande nobiltà di composizione, quindi a Napoli, per circa dieci
anni e poi in Sicilia dove concluse la sua attività e si
specializzò in notturni dai toni caldi e vigorosi.
Fu allievo dell’Honthorst,
ma molto evidenti sono gli esperimenti che egli eseguì sulle
illuminazioni artificiali, ove raggiunse una tecnica eccelsa sulla
scia dell’esperienza di Rubens, Jordaens e Van Dyck.
Il suo soggiorno
napoletano è collocabile dal 1632 al 1641, durante il quale
produsse molti dipinti, una parte conservata oggi tra Capodimonte
e la quadreria dei Gerolamini.
Il suo stile è
talmente caratteristico da far sì che le sue opere si riconoscano
a prima vista per gli effetti di luce notturna e di illuminazione
artificiale. La sua tecnica rappresenta una sorta di traduzione
solidificata dell’impasto con una resa materia degli oggetti e dei
panneggi molto accurata ed un prevalere delle tinte bruno rossicce
e delle fisionomie raggrinzite ed intense dei vecchi e degli
umili, che lo accosta al naturalismo più brutale del Ribera, come
nel Sant’Onofrio conservato ai Gerolamini, che costituisce
uno dei risultati più alti della sua attività, nella
raffigurazione estatica ma serena del santo, giunto al termine
della sua vita dopo settant’anni di solitaria meditazione compiuta
nella più completa astinenza da qualsiasi richiamo mondano.
Lo Stomer allargò
molto a Napoli i suoi orizzonti culturali, recependo varie novità
che si manifestavano nella pittura e talune sue opere dimostrano
chiaramente lo studio ed i prelievi che egli fece da quadri
napoletani prevalentemente dal Vitale.
Giovanni Ricca,
documentato nel 1641 per una Trasfigurazione nella chiesa
della Sapienza ed al quale di recente è stata restituita un’Adorazione
dei pastori firmata a Potenza, in precedenza assegnata ad
Onofrio Palombo, comincia la sua attività artistica sotto l’ala
del naturalismo riberesco più tenebroso, per sciogliersi poi
lentamente, ma decisamente, nel pittoricismo sotto l’influsso del
Van Dyck, la cui cultura viene mediata nell’area napoletana dal
siciliano Pietro Novelli detto il Monrealese e da Giovan Battista
Castiglione detto il Grechetto.
La sua pennellata
rada e veloce, ma stesa con incisività sulla tela ci richiama alle
opere del grande fiammingo.
Sua è anche una
serie di severe Teste di filosofi, in cui è ravvisabile
chiaramente la matrice riberiana, conservate a Capodimonte in
piccole tele di forma rotonda, ricordate dalle fonti ed oggi
attribuibili al Ricca con certezza, alla luce della migliore
conoscenza della sua personalità artistica.
Poche parole per
Giovan Giacomo Mannecchia, figlio e fratello di pittori, attivo
fino alla fine degli anni Quaranta, anche lui nella chiesa della
Sapienza, su commissione della famosa suor Angela Carafa, priora
del monastero, con due grosse tele: un’Adorazione dei pastori
ed un Miracolo di Cana, firmate e datate.
La sua data di
nascita, il 1597, scoperta dal Prota Giurleo, ci fa presupporre
che egli possa essere già attivo dagli anni Venti o Trenta, ma
mancano i riscontri; infatti di recente sono state identificate
alcune sue opere in collezioni private, che hanno permesso di
allargare il suo catalogo, ma esse sono da assegnare chiaramente
agli anni Quaranta e ci permettono di inquadrare il Manecchia al
fianco del Van Somer e del Ricca come tra i primi a raccogliere il
messaggio vandychiano di desinenza genovese portato a Napoli dal
Grechetto.
Altri importanti
allievi del Ribera, prima del 1630, sono i fratelli Fracanzano,
pugliesi di nascita.
Cesare
Fracanzano, nato nel 1605 a Bisceglie, comincia a dipingere
suggestionato dall’ambiente tardo manieristico pugliese come
dimostrano i teloni dell’Episcopio di Barletta ed anche giunto a
Napoli del naturalismo avrà una visione superficiale ed
accademica. I suoi primi dipinti sono il San Giovanni Battista
del museo di Capodimonte e le due splendide tele conservate nella
quadreria del Pio Monte: Pietà e Guarigione di un
indemoniato.
Attratto poi
dalle suggestioni pittoricistiche legate alle correnti vandychiane
si allontana dal luminismo ed esegue opere come il San Michele
Arcangelo nella Certosa di San Martino ed il Cristo
confortato dagli angeli conservato nella quadreria dei
Gerolamini. Si dedicherà anche alla decorazione imitando i modi
lanfranchiani e realizza un ciclo nel coro della chiesa della
Sapienza nel 1940 ed uno nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano a
Conversano.
Aderisce poi ai
modelli classicistici desunti dal Reni e giunge ad una maniera
delicata con una tavolozza calda e luminosa, come si evince nella
tela, firmata, dei Due lottatori conservata al Prado.
Nell’ultima fase
della sua attività tornerà in Puglia, intensificando sempre più
gli aspetti pittoricistici ed applicando moduli accademici di
derivazione stanzionesca in commissioni a carattere devozionale
stancamente ripetute.
Francesco
Fracanzano, possiede una personalità artistica più ricca ed
articolata del fratello, di cui è più giovane di sette anni ed il
suo percorso attende ancora uno studio approfondito che dirima
dubbi ed incertezze attributive, soprattutto della fase giovanile.
A Napoli sposò la sorella di Salvator Rosa ed ebbe un figlio,
Michelangelo, anche egli pittore, il cui catalogo è ancora tutto
da definire.
Il Bologna nel
ricostruire il suo catalogo gli ha assegnato, tra il 1630 ed il
1632, una serie di dipinti precedentemente assegnati al Maestro
dell’Annuncio ai pastori, dal Figliuol prodigo del museo di
Capodimonte all’Uomo leggente del museo Castromediano di
Lecce, ma questa proposta non è stata accolta unanimemente, per
cui la questione è ancora sub iudice.
La sua prima
opera documentata, di recente identificata è il San Paolo
eremita e Sant’Antonio Abate della chiesa di Sant’Onofrio dei
Vecchi, firmato e datato 1634, di chiara ispirazione riberiana.
Generalmente al
1635 sono collocate le tele con Storie di re Tiridate,
conservate nella chiesa di San Gregorio Armeno, anche se per via
documentaria debbono essere spostate in avanti di alcuni anni,
come già supposto da alcuni studiosi in base a mere considerazioni
stilistiche. I dipinti rappresentano senza dubbio il suo
capolavoro e sono tra i vertici del Seicento napoletano. In esse
il Fracanzano si mostra già padrone di una tecnica matura, con una
forza di rappresentazione della realtà che, pur discendendo da
Ribera, è però già diluita in un pittoricismo caldo di ascendenza
neoveneta e cortonesca. Appartengono a questo periodo d’oro anche
altri due dipinti firmati: la Santa Caterina d’Alessandria
della sede romana dell’Inps ed il Bacco di Capodimonte, del
quale esistono numerose altre versioni autografe tutte di
altissima qualità.
Un contatto con
l’ambiente dei caravaggisti francesi e fiamminghi operanti a Roma
si apprezza in opere come la Negazione di Pietro, in
collezione Boblot a Parigi o nella Vocazione di San Matteo
di collezione romana, mentre un’altra tela interessante è l’Ecce
homo, firmato e datato 1647, in collezione Harris a New York.
Tra le opere
pugliesi, da ricordare una serie di Apostoli nel convento
di San Pasquale a Taranto.
Negli ultimi anni
la sua produzione subisce un’involuzione ed egli si ripeterà con
moduli di stanca accademia ad eccezione del Transito di San
Giuseppe, eseguito nel 1652 per la chiesa della Trinità dei
Pellegrini, nel quale è evidente un rinnovato vigore espressivo.
A cavallo della
produzione dei due fratelli la critica ha definito la figura di un
Anonimo fracanzaniano sotto la cui etichetta ha raccolto un
corpus di quadri, alcuni di notevole qualità, quali il Cristo
nell’orto di Pozzuoli, la Scena di cucina di
Capodimonte e il San Gennaro azzannato dai mastini della
Galleria Borghese di Roma. Tutte tele segnate da una pennellata
grassa ed impastata di colore e nelle quali i dettagli del viso e
delle vesti sono resi con effetto di superficie violentemente
marcato. Progrediti gli studi il catalogo si è svuotato con
l’assegnazione di gran parte dei dipinti allo stesso Francesco
Fracanzano ed a Nunzio Rossi.
Nel solco del
naturalismo di lontana matrice caravaggesca e sempre nell’orbita
del Ribera sanguigno e dal tremendo impasto è da collocare, tra la
fine del secondo decennio e l’inizio del successivo, la comparsa
sulla scena artistica napoletana di un pittore dal fascino
singolare e dalla tematica originalissima, che gli studiosi
collocano sotto il nome convenzionale di Maestro degli Annunci
ai pastori dal soggetto di suoi numerosi dipinti conservati
in vari musei e raccolte private da Capodimonte a Birmingham, da
Brooklyn a Monaco di Baviera.
La critica ha
tentato di identificare l’anonimo pittore prima con Bartolomeo
Passante, da non confondersi con Bartolomeo Bassante,
brindisino di nascita, citato dalle fonti ed autore di due famosi
quadri firmati:l’Adorazione dei pastori del
Prado ed un Matrimonio mistico di Santa Caterina a Napoli
in collezione privata, pittore non eccelso dai modi tra De Bellis
ed il Cavallino. In seguito dal De Vito è stato ripetutamente
proposto il nome di Juan Do, forzando l’interpretazione di alcune
firme poste sotto più di un dipinto dell’ignoto artista.
Un’ipotesi che inizialmente aveva raccolto qualificati consensi,
ma che ha un punto debole mai sottolineato dalla critica: il
pittore amava ritrarsi ripetutamente nei suoi quadri come un
vecchio dai folti capelli bianchi, la cui età non corrisponde
minimamente a quella del Do, del quale conosciamo vagamente i dati
anagrafici. Altre proposte come Nunzio Rossi, sempre avanzata dal
De Vito e Beato, fantasticando su una presunta iniziale posta
sotto un celebre dipinto, sono assolutamente fuori luogo.
Il Maestro degli
Annunci ai pastori va collocato idealmente in quel gruppo di
artisti di cui in seguito faranno parte Domenico Gargiulo, Aniello
Falcone, Francesco Fracanzano e soprattutto Francesco Guarino, i
quali saranno impegnati in un’accorata denuncia delle misere
condizioni della plebe, dei contadini e delle classi popolari e
subalterne. Una sorta di introspezione sociologica ante litteram
della questione meridionale, indagata nei volti smarriti dei
pastori, dalla faccia annerita dal sole e dal vento, dei cafoni
sperduti negli sterminati latifondi come servi della gleba;
immagine di un mondo contadino e pastorale arcaico ma innocente e
la cui speranza è legata ad un riscatto sociale e materiale, che
solo dal cielo può venire, come simbolicamente è rappresentato
dall’annuncio ai pastori, il cui sostrato e l’iconografia
religiosa sono solo un pretesto di cui il pittore si serve per
lanciare il suo messaggio laico di fratellanza ed uguaglianza.
L’attività del
Maestro degli Annunci copre un arco di poco meno di trenta anni,
durante i quali vi fu un lungo periodo di vigorosa e rigorosa
adesione al dato naturale, spinto oltre i limiti raggiunti dallo
stesso Ribera, con una tavolozza densa e grumosa e con una serie
di prelievi dal vero, dal volgo più disperato: una lunga serie di
piedi sporchi, di calzari rotti e di vestiti impregnati dal puzzo
delle pecore.
Sul finire della
sua carriera egli addolcì e rischiarò in parte la sua gamma
cromatica, dandoci più di un esempio di impreziosimento
pittoricistico sotto l’impulso del neovenetismo allora imperante a
Roma ed indebolì la sua denuncia sociale. Di questo periodo sono
da ricordare l’Atelier dell’artista di recente comparso sul
mercato antiquariale con uno spettacolare brano di natura morta,
la Morte di Sant’Alessio del castello di Opocno, per finire
con la Natività di Maria della chiesa della Pace di
Castellammare di Stabia, unica commissione pubblica del maestro, e
solo quando eventualmente ne troveremo i documenti di pagamento
riusciremo a scoprire la vera identità di questo straordinario
artista, tra i massimi del seicento europeo, che ancora ci sfugge.
Un altro allievo
di Ribera è Salvator Rosa, il quale entra nella sua bottega
grazie all’interessamento del cognato Francesco Fracanzano,
passerà poi in quella di un altro ex allievo Aniello Falcone,
quando questi diventa autonomo e vi rimarrà per tre anni.
Dal Ribera egli
eredita il vezzo per i tipi volgari, l’amore per le espressioni
tragiche e la gioia nel rappresentare le sofferenze umane, mentre
dal Falcone recepisce la simpatia per la macchietta e la grande
abilità nel dipingere le battaglie.
Presto lascerà
Napoli, che rimarrà sempre nel suo cuore e conserverà il suo
spirito partenopeo e la sua vena naturalistica, anche quando
divenne una delle maggiori personalità del Seicento italiano e
l’eco della sua fama percorse fino al Settecento tutta l’Europa.
Nel 1635 si
trasferisce a Roma dove ha contatti con l’ambiente dei
Bamboccianti, con Claude Lorrain e Nicolas Poussin e comincia a
cogliere del paesaggio il suo aspetto pittoresco. Di questo
periodo sono l’Erminia e Tancredi e la Veduta di una
baia conservati nella Galleria estense di Modena e
l’Incredulità di San Tommaso del museo civico di Viterbo.
Costretto a
fuggire da Roma per le sue pungenti recite satiriche sotto la
maschera napoletana di Pascariello Formica, nel 1640 il Rosa si
rifugiò a Firenze sotto la protezione del cardinale De Medici, in
un ambiente culturale di scienziati e letterati nel quale si
rinfocolarono le sue ambizioni di umanista e filosofo stoico.
Scrive le sue Satire e viene influenzato da artisti come
Jacques Callot e Filippo Napoletano. Il paesaggio naturale,
spoglio, selvaggio e carico di mistero, diventa scenario per la
rappresentazione idealizzata di episodi della vita di grandi
filosofi e di grandi personaggi storici, come nel Cincinnato
chiamato alla fattoria e nell’Alessandro e Diogene,
entrambi nella prestigiosa collezione Spencer ad Althorp o nella
Selva dei filosofi conservata a Firenze a Palazzo
Pitti.