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Quei Napoletani da ricordare  (vol. 2)

 

 

Cap.56
Uno dei pochi signori di Napoli
Gianfilippo Perrucci

Gianfilippo Perrucci è da considerare, senz’ombra di dubbio, uno degli ultimo Signori di Napoli, con la S maiuscola naturalmente, una razza in estinzione, messa in fuga dall’irrompere della volgarità e del cattivo gusto nel vestirsi e nel comportarsi e dalla faccia tosta di considerare questi vizi come virtù da esibire in società.
70 anni portati con lo spirito di un ventenne, dalla battuta sempre pronta ed incline a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e mai mezzo vuoto.
Il padre ammiraglio, quando lui era in fasce, lasciò la moglie, una Fuchs, appartenente ad una delle più ricche famiglie tedesche con un castello a Berlino contenente una delle più famose raccolte di dipinti d’Europa, distrutto dai bombardamenti durante l’ultima guerra mondiale.
I suoi zii erano tutti eminenti scienziati: oculisti, chimici, fisici, alcuni in odore di Nobel. Del loro ingegno Gianfilippo non aveva preso nulla: in compenso aveva ereditato la classe e la signorilità della mamma, la quale di fidava solo di Gennaro, il suo cameriere personale, ricchione inveterato, quando il termine gay era di là da venire.
Ogni settimana Gianfilippo, nella sua splendida villa di tre piani in via Tasso, circondata da un giardino lussureggiante con piante secolari, organizzava feste memorabili con la partecipazione della migliore borghesia della città e, soprattutto, delle ragazze più affascinanti, dalle quattro sorelle Basilone, una delle quali è divenuta n°2 della Polizia di Stato, alle mitiche Sanniti di Baja, tre sorelle, di cui due gemelle dalla bellezza straripante in grado di ammaliare chiunque, una delle quali, purtroppo, da tempo scomparsa. Spesso allietavano le serate i “Lubbers” un complesso che alternava “La Mela”, mitico night ritrovo della Napoli bene, ai saloni di Gianfilippo. Era composto da 5 elementi: tra questi i fratelli De Bellis divenuti uno (Diego) un grande finanziere e l’altro (Massimo) un valente primario di neurochirurgia.
Fu durante una di queste feste che Cupido fece scoccare la freccia fatale che da allora ha unito i cuori di Giuliana e Peppino Di Capri.
In occasione di uno di questi ricevimenti conobbi il simpatico padrone di casa e, nonostante sia passato quasi mezzo secolo, siamo amici per la pelle, a tal punto che mio figlio si chiama con il suo nome, anche se diviso in due parole.
Voglio ricordare qualcuno degli amici più intimi di Gianfilippo, che non saltavano una festa: Emanuele Leone, studente fallito ed arrapato cronico, imparentato con la celebre famiglia di giuristi; Lucio Testa, un battilocchio di 1,90 di altezza, figlio del questore, grazie a papà divenuto regista televisivo; Giosi Campanino, cui non mancavano classe e faccia tosta, figlio e nipote di magistrati, in grado, con audacia e millantato credito, di entrare in qualunque ufficio; Leandro Zontini, con il quale organizzammo una memorabile seduta spiritica, attore dilettante di rara bravura, finito a lavorare presso l’Ambasciata Italiana in Madagascar; Francesco Conti, alto e bellissimo, che faceva girare la testa a tutte le ragazze fino a quando non ha perso la sua per una vigilessa di Cisternino, dove esercita la professione forense; Carlo Spagna, ex amante della più celebre magistrata italiana, attualmente integerrimo Presidente della 5° sezione del Tribunale penale di Napoli e suo fratello Michele, docente di Diritto Amministrativo; Corrado Tagliaferro, studente di Ingegneria a vita ed assicuratore a tempo perso; Massimo Compagnone, figlio dello scrittore Luigi, oggi apprezzato psicoanalista freudiano; Lucio Migliaccio, impiegato in una ditta di rimorchiatori; Luciano Perullo, titolare di un’affermata ditta d’elettronica, con il quale nel 1968 facemmo un viaggio indimenticabile in Svezia alla ricerca di vichinghe da montare, con passaggio a Praga il giorno della repressione dei carri armati russi; Gennaro Ummarino, che da tempo ha lasciato questa valle di lacrime; Raffaele Cascone, il primo capellone della città relegato dai genitori, presidi integerrimi, sul terrazzo di casa; Antonello Buttò, che ha impalmato una delle Sanniti di Baja; Vanni Gentile talmente basso da colpire con la testa i tiri rasoterra, ma dal cervello fino, che gli ha permesso, dopo aver vinto e disdegnato un posto di magistrato, di diventare facoltoso notaio a Rodi Garganico; Giorgio Castronovo, personaggio scialbo, ma imbattibile nella corsa; Bruno Broegg, militare di carriera; Elio Rocco Fusco, abile avvocato dall’intelligenza acuta e vivace ed infine Sandro Terreri, uomo squallido ed insignificante che, dopo un ventennio di studi in medicina, si assegnò la laurea ad honorem ed aprì truffaldinamente laboratori di analisi. Dimenticavo Sergio Pucciarelli, dall’addome batraciano e dall’alito pestifero, ma di una simpatia straripante tale da permettergli delle conquiste.
Tra le ragazze: Ada Marciano, dal corpo ben tornito e dal volto poco invitante che, grazie ad un cuscino, poteva e sapeva far godere; Alba Cavallino, l’intellettuale; le sorelle Fontana, una alta e slanciata, l’altra bassa e popputissima, denominata “d’oie cape ‘e criature”, e la figlia di un noto imprenditore, con una casa da mille e una notte al Parco Grifeo, con nei bagni rubinetti d’oro, che, per quanto poco appetibile, era corteggiatissima.
Ci divertivamo, la droga c’era sconosciuta, l’alcol non ci attirava più di tanto, cercavamo spasmodicamente il sesso che allora era proibito e le ragazze si concedevano con grande cautela solo dopo ripetute promesse di matrimonio.
Quasi tutti eravamo assidui frequentatori del “casino di Santa Chiara” (consulta il mio scritto sul web) ed il padrone di casa, in primis, gran puttaniere, non si è fatta sfuggire nessuna delle prostitute attive nei primi 40 chilometri della Domiziana.
Quando ci siamo conosciuti, decidemmo di preparare assieme l’esame di anatomia, che Gianfilippo, come pure Emanuele Leone, avevano tentato varie volte. Mi bastò una settimana per dargli un affettuoso consiglio che, in seguito, cambiò la sua vita. Gli dissi: “Gianfilippo un essere umano non si farà mai curare da te, una bestia forse sì”. Il giorno dopo lasciò medicina per iscriversi a veterinaria ed a lampante dimostrazione di quanto e da tempo sia decaduto il prestigio dell’università, è stato per 30 anni stimato professore.
La sua villa, come abbiamo detto, composta da più piani, aveva una parte, parzialmente interrata, di oltre 200 mq abbandonata da tempo. Gli proposi di darmela gratuitamente in uso per un anno: l’avrei trasformata in un nigth ed allo scoccare del 365° giorno sarebbe ritornata in suo possesso… così, in meno di un mese, nacque “Il Fico”, un locale cult che esiste ancora oggi.
Gianfilippo immaginava che avrei investito un cospicuo capitale, invece me la cavai con 200.000 lire perché schiavizzai gli amici: Luciano Perullo fece l’impianto elettrico, Emanuele, esperto di seghe… la parte lignea, dal bancone bar agli sgabelli, Diego e Massimo misero i pavimenti, Leandro dipinse le pareti di vari colori, gli altri scaricarono il materiale lungo le scale che portavano dall’ingresso su via Tasso all’altezza del locale.
All’inaugurazione del Fico intervennero le più belle fiche della città in vertiginose minigonne e, le più dotate, con scollature abissali.
Alla musica pensavano i Lubbers, alla porta, l’erculeo Nando Borriello.
Aperto venerdì, sabato e domenica, i giorni feriali per i compleanni, il Fico si rivelò per me una vera miniera d’oro, anche perché la Coca Cola era taroccata con le bustine, idem l’aranciata, l’alcol centellinato, la musica gratuita, la Siae sconosciuta, l’incasso netto. Dopo qualche mese, nonostante i lauti guadagni, percepii la stanchezza del dover essere presente sul posto tutti i fine settimana per cui colsi al balzo la proposta di Gianfilippo di subentrare nel possesso prima della scadenza.
In mancanza di liquidi, mi diede un anello con un brillante di 1,7 carati dalla luce splendida, che gli era stato restituito da una fidanzata rinsavita che lo aveva lasciato: ha adornato per qualche anno l’anulare di mia madre, prima di passare tra i gioielli della mia adorata moglie Elvira.
In meno di un mese si fece viva prima la Siae, con una multa sostanziosa e poi, la settimana dopo, due loschi figuri a pretendere il pizzo. Gianfilippo se la fece sotto dalla paura e prudentemente diede in gestione il locale a don Salvatore Valese, che negli anni ne è stato il vero proprietario fino a quando pochi mesi fa, per cause di forza maggiore, ha dovuto lasciare … avendo reso l’anima a Dio.
Don Salvatore era la classica figura di pregiudicato buono. Già campione italiano di motociclismo, era scritturato per rapine importanti, anche in trasferta, perché quando era al volante, nessuna “volante” riusciva a raggiungerlo.
Ritiratosi dal lavoro…, ufficialmente faceva il falegname ed infatti rifece gli sgabelli ed il bancone bar ma, soprattutto, quando i loschi figuri si ripresentarono per il pizzo, li allontanò a sputi e pedate.
Prima di parlare di altri momenti importanti della vita di Gianfilippo, vogliamo accennare al suo cane Scialà, una femmina di bulldog che Gennaro lavava accuratamente ogni giorno. Quando divenne signorina, la signora Fuchs decise che doveva accoppiarsi. Tramite il veterinario si identificò un maschio vigoroso dall’interminabile pedigree che, accompagnato da un’anziana gentildonna con annesso maggiordomo, giunse alla villa. Mentre le signore gustavano un the (erano le 17), mettemmo i due cani in cucina e dall’alto, attraverso un finestrone, seguimmo i loro ripetuti amplessi intervallati da abbondanti bevute. Dopo numerose coniunctio, il cane tornò nella sua elegante casa del Parco Margherita, dopo che la padrona per iscritto aveva chiesto, in virtù dell’alto lignaggio dello stallone, di poter scegliere i due maschi più belli della cucciolata.
Spesso mangiavamo alla mensa universitaria di via Mezzocannone dove, per 60 lire, si potevano consumare pasti luculliani e dove un addetto alle cucine, in cambio della promessa di un cucciolo, ci forniva, ogni giorno, carne in abbondanza.
La pancia cresceva e giunse il giorno del lieto evento: sei cuccioli, che, dopo pochi giorni, per il muso lungo ed affilato, si scoprì essere bastardi perché la cagna, a nostra insaputa, aveva concesso le sue grazie ad un pastore tedesco della villa contigua: cane di gran razza, ma … diversa. La nobildonna andò su tutte le furie e noi non potemmo più usufruire della mensa universitaria.
Gianfilippo, cui mancava il fiuto degli affari, volle aprire uno studio di veterinaria, con servizio di tolettatura e vendita di alimenti, con un collega poco raccomandabile che, naturalmente, lo truffò. Mi chiese in prestito quattro milioni per l’acquisto del materiale ed il fitto del locale ed in pegno mi diede un quadro di grande valore che, da secoli, troneggiava in camera da letto della famiglia Fuchs e da 40 anni troneggia nella mia perché il socio scomparve svuotando lo studio: attendo ancora che i soldi mi vengano restituiti.
Uomo di grande sensibilità, Gianfilippo ha pubblicato un libro di poesia in dialetto e, per non incorrere in imprecisioni nel vernacolo, si è fatto assistere da un grande napoletanista: Vittorio Paliotti.
Sul fronte amoroso, a parte la prima fidanzata cui abbiamo già accennato, ha sempre avuto una focosa amante tedesca, più grande d’età, che periodicamente veniva a trovarlo per esibirsi in peripezie erotiche, fino a quando non si è dovuta ricoverare in un ospizio. Poi vi è stato un lungo periodo di fidanzamento con un’attempata signorina della buona società che, disperatamente, ha cercato di imporgli una regola di vita, purtroppo invano.
Al momento non ha eredi, né un’eredità da lasciare ma non è detta l’ultima parola perché, come vedremo in seguito, attualmente è in buona e giovane compagnia.
Ed arriviamo alla nascita del “Gallo nero”, un elegante e ben frequentato ristorante ancora in attività.
Per fare cassa, Gianfilippo pensò (male) di fittare i suoi saloni, incluso l’elegante arredamento, dai tappeti persiani ai preziosi quadri alle pareti, ad una coppia di giovani bancari che lasciarono l’impiego e si gettarono nella nuova lucrosa attività imprenditoriale, pagando un fitto irrisorio di un milione e mezzo, mai aggiornato. Dall’inaugurazione, dopo aver perso la parte inferiore, dedicata al ballo, perse anche i saloni che i gestori del “Gallo nero”, dopo aver fatto scomparire i quadri, fingendo un furto, con sdegno gli permettevano di attraversare per ritirarsi nella camera da letto.
Ma non è finita: infatti, per completare l’opera, doveva ancora perdere un piano ma ci riuscì in breve tempo, grazie ad una inserviente del suo ambulatorio che, per acconsentire alla divisione del talamo, pretese che lo stesso gli venisse intestato. Così, pur d’intostare, Gianfilippo cadde nella trappola ed, al ritorno dal notaio, trovò al cancello della villa il fidanzato della ragazza, erculeo e dotato, che gl’ingiunse amichevolmente di trovarsi un nuovo domicilio.
E qui comincia la diaspora: prima in un basso di via Foria di proprietà di Corrado, che puntualmente ogni 1° del mese si recava a ritirare i 300 euro di pigione, poi alcuni anni a Gesualdo, dietro, o meglio, all’inseguimento delle pudende di una giovane straniera ed infine in un paesino in provincia di Frosinone, in un appartamentino fittatogli da un suo ex studente, dove, però ha trovato l’amore, quello vero, grazie ad Angela, una splendida trentatreenne.
Nelle more di questo calvario, consigliato da me e Carlo Spagna, decise, per ritornare in possesso della villa, di dimostrare di essere incapace di intendere e di volere, incapacità che il tribunale non ebbe difficoltà a concedergli, nominandogli un tutore.
L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato cinque anni fa, al Circolo Posillipo, in occasione della presentazione del mio libro “Il seno nell’arte dall’antichità ai nostri giorni”, presenti anche Emanuele Leone e Lucio Migliaccio.
Ci siamo poi persi di vista per ricongiungerci, attraverso la posta, da pochi giorni, grazie a Vanni Gentile che gli ha dato il mio nuovo indirizzo: Rebibbia.
Mi ha confessato che vuole girare un film sulla sua vita, comico secondo lui, drammatico a mio parere. Ecco pronta la sceneggiatura, ma, soprattutto, un omaggio alla sua bontà, tradita da falsi amici e sfruttatori di ogni specie.
Gianfilippo, ti voglio bene!!!

Quei Napoletani da ricordare  (vol. 2)

 

 

 

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