visite guidata dell’associazione
 ”Amici delle chiese napoletane

 (tel. 335.217.327)

Clicca per inviare una email che segnala questo programma di visite guidate ad un tuo amico segnala il programma di queste visite ad un amico

Clicca per stampare stampa una copia di questo programma 

Clicca, per mandare una email con un tuo commento a questo programma,  ad  Achille della Ragione invia un commento

torna alla Home Page torna indietro alla Home Page

 In memoria della signora Flora Plutino

Amatissima Flora, ora più che mai sento di chiamarti così. Tu presenza silenziosa e discreta attingevi alla fonte del sapere con la curiosità di un adolescente. Sensibile ad ogni forma di conoscenza, non davi a vedere la tua preparazione, già buona su tanti argomenti. Bisognava scoprirti ed io ho avuto tale fortuna. Mi sei apparsa come una rosa nel deserto e da allora la mia stima è cresciuta. Camminavi appoggiandoti ad un bastone, un handicap per le nostre visite, che per te tuttavia non risultavano mai lunghe, né noiose. Durante il Salotto, quello che a te era così caro: “ Mi distende – mi dicevi – è una dolce pausa nel tran tran quotidiano”, eri seduta sul divano alla mia sinistra. Io ti vedevo e ti guardavo, avevi gli occhi sempre attenti e svegli, laddove qualcuno invece dormiva, essi carpivano con interesse tutto ciò che si diceva.
Cara Flora mi mancherai tantissimo. Non so pensare ai prossimi incontri senza il tuo sorriso, senza la tua benevolenza, senza la tua fede nella vita. Ti ricordo come un esempio di coraggio, di fiducia e di amore. Non ti dimenticherò

Elvira


 L’Istituto per non vedenti Paolo Colosimo
Un raro connubio tra fede, arte e carità

La chiesa di S. Teresa degli Scalzi con la sua mole maestosa è uno dei tanti monumenti colpevolmente negati da decenni alla fruizione dei napoletani e dei forestieri. Edificata nel Seicento possedeva un monastero tra i più estesi e ricchi di opere d’arte della città che, passato allo Stato, si trasformò nel 1892 in un istituto per ciechi. Un luogo di fede e di preghiera divenuto esempio di solidarietà e fratellanza fra gli uomini.
Nei primi decenni offriva unicamente un ricovero ai non vedenti, ma il caso stava per diventare l’artefice di un profondo cambiamento, quando il 24 maggio del 1913 bussò perentoriamente alla porta della famiglia Colosimo e strappò via, nel fiore della gioventù, il giovane avvocato Paolo.
Il dolore dei genitori fu straziante, ma dalla sofferenza più atroce nacque il nobile proposito di aiutare i più sfortunati tra gli uomini: i non vedenti nel difficile cammino della loro esistenza. Tommasina Grandinetti in Colosimo, profuse tutte le sue ricchezze e le sue energie nell’accettare la presidenza dell’Istituto, il quale cominciò ad ospitare i soldati che, nel furore spietato della seconda guerra mondiale, avevano perso la vista. Essi furono istruiti a svolgere attività lavorative compatibili con la loro grave mutilazione, continuando a sentirsi utili ed impararono l’uso dei telai e del tornio. Grazie al sistema Braille leggevano ed eseguivano disegni.
Negli anni Venti ha lavorato nell’Istituto un personaggio leggendario: Eugenio Malossi, che oltre alla cecità era muto e sordo, una sventura che avrebbe distrutto chiunque, ma che invece non impedì al nostro eroe di diventare maestro di altri compagni di sventura e di creare una tecnica, adoperata in tutto il mondo, per comunicare per i soggetti portatori di handicap sensoriali multipli. La odierna benemerita Lega del filo d’oro prende spunto dalla sua attività, che ebbe all’epoca grande eco sulla stampa ed avrebbe sicuramente meritato il premio Nobel per la pace.
Dal 1941 il Colosimo è divenuto un istituto professionale con corsi per falegname, tessitore, centralinista e massoterapeuta. Gli insegnanti e gli istruttori sono quasi tutti non vedenti a dimostrazione che con gli occhi della mente e con una ferrea volontà si può superare qualsiasi menomazione.
La visita al vecchio monastero organizzata dagli Amici delle chiese napoletane è stata una delle più interessanti tra le oltre duecento organizzate nei quattro anni di attività dell’associazione. Essa è avvenuta grazie alla cortese disponibilità della dottoressa Zullo e del dottor Salzano.
Nell’elegante anticamera dove le monache incontravano, in rare occasioni, i parenti ci riceve un solerte funzionario della regione Costantino Asprinio, che ci guiderà lungo un affascinante percorso a ritroso del tempo. Nell’ingresso troneggiano solenni i busti dei fondatori ed alcune lapidi che rammentano la nascita dell’Istituto. Dopo pochi passi si entra in un piccolo chiostro con al centro un vecchio pozzo, dal quale le monachelle attingevano l’acqua di cui abbisognavano.
I locali attualmente occupati dagli uffici dell’amministrazione sono adornati da stalli lignei di eccezionale bellezza, alcuni dei quali gareggiano alla pari con quelli solenni delle sale capitolari dei più celebri monasteri cittadini. Alle pareti e sui soffitti splendide tele settecentesche accuratamente restaurate. Al fianco di due possenti colonne a tortiglione due dipinti firmati di Sebastiano Conca degni di Capodimonte.
L’antica sala delle vendite, dove periodicamente avveniva l’autofinanziamento dell’Istituto attraverso l’aggiudicazione di tessuti e lavori in vimini eseguiti dagli allievi, è contornata da una serie di armadi, che conservano a futura memoria i lavori migliori. Proseguendo la visita si percorrono lunghissimi corridoi sui quali si affacciano le aule ed i laboratori. Si visita prima una cappella dove si celebra messa davanti ad un altare ligneo di preziosa fattura e ad una piccola pala di scuola solimenesca; quindi si accede ad un teatrino perfettamente conservato, con tanto di foyer, platea e loggione per circa duecento posti, con un sipario contornato da agili girali in legno dorato.
Ai piani superiori, dopo uno sguardo al vecchio malfermo campanile ed ai numerosi orti, si entra nelle grandi sale dove si conservano gli speciali telai, dotati di campanelli, che venivano adoperati dagli allievi per eseguire i loro raffinati lavori di tessitura. Un lungo corridoio è tappezzato da antiche foto che mostrano i soldati della prima guerra mondiale, ancora nelle loro divise, impegnati in lavori di tornio e di tessitura. Alcune immagini riprendono Eugenio Malossi mentre lavora ed insegna e sulla parete laterale una lunga serie di diplomi reali e benemerenze varie ottenute grazie alla sua opera meritoria.
La visita si conclude tra i giardini e gli enormi spazi esterni prospicienti l’edificio del museo archeologico. In uno di questi orti si trovava un antico sepolcreto dove riposavano le religiose dopo il loro percorso terreno di privazioni e preghiere.
L’emozione per gli incontri con gli ospiti della struttura, ai quali negli ultimi anni si sono affiancati anche studenti ipovedenti e la scoperta di una superficie così ampia salvatasi dalla furia edilizia invita a tristi e gravi pensieri ed a considerare la nostra fortuna di non essere costretti a vedere attraverso gli occhi dell’anima.

Achille della Ragione


Paolo Colosimo
Fotografia di Maddalena Iodice

Torna su


Sabato 30 dicembre, si è svolta la
Visita alle chiese di Chiaia

Notizie storiche sul borgo di Chiaia
Il vico Santa Maria a Cappella Vecchia, nei pressi di piazza dei Martiri, ci porta nel luogo dove, all’interno di una cavità naturale ai piedi della collina di Pizzofalcone, intorno al V secolo d. C. sorse una cappella dedicata alla Vergine, al posto, secondo un’antica tradizione, di un tempio dedicato a Serapide ed ancor prima dell’antro di Mitra. In seguito questa cappella fu trasformata nell’abbazia di Santa Maria a Cappella Vecchia, che divenne monastero di Basiliani dal 1134 fino al XV secolo, poi di Benedettini ed in seguito di Olivetani. Purtroppo l’ex chiesa è attualmente adibita a palestra, ma al suo interno sono ancora riconoscibili le strutture gotiche e le decorazioni barocche lungo la navata e nell’abside.
Ma è solo in epoca angioina, verso la metà del ‘300, che la zona di Chiaia iniziò pian piano ad essere urbanizzata con l’edificazione di vari casini da diporto. Nel tratto centrale della spiaggia fu costruita la chiesa dell’Ascensione ed in quest’area sorgeva il nucleo più densamente abitato. Nell’antistante specchio d’acqua vi era l’isolotto di San Leonardo con l’omonimo convento, che fu distrutto in seguito all’ampliamento a mare del Real Passeggio.
Verso la fine del ‘400 fu edificata la villa di Alfonso II d’Aragona, i cui resti sono oggi inglobati nell’ottocentesco palazzo Torella con facciata e portale marmoreo sul largo Ferrandina.
Nel 1537 sotto il viceregno di don Pedro de Toledo si dette inizio alla ricostruzione ed ampliamento della murazione della città, che si spinse fin verso il borgo di Chiaia dove fu aperta la porta Romana, poi porta di Chiaia, che sorgeva in prossimità dell’attuale via Santa Caterina.
Il borgo di Chiaia all’epoca era ancora al di fuori dalla cinta muraria, ma aveva una configurazione topograficamente autonoma rispetto all’abitato urbano vero e proprio. L’abitato si snodava su due assi principali: lungo la costa e per una via più interna che dal villaggio dei pescatori, passando presso i conventi di Santa Maria in Portico e dell’Ascensione giungeva alla villa Aragonese e alla porta di Chiaia. Nella pianta del Lafréry del 1566 è riconoscibile la villa Aragonese, che corrisponde all’insula più estesa, e si vede come la zona fosse ricca di giardini e vigneti particolarmente numerosi sulle pendici della collina.
Sempre nel ‘500 fu eretto a ridosso della murazione vicereale il palazzo Cellamare per l’abate Giovanni Francesco Carafa, poi restaurato ed ampliato nel 1722 da Antonio Giudice, principe di Cellamare.
Alla fine del ‘600 il vicerè Medinacoeli iniziò la trasformazione della spiaggia di Chiaia in passeggio alberato e per le zone interne cominciò un limitato processo di urbanizzazione, mentre la collina era ancora verde con poche ville o case coloniche isolate.
All’epoca nella zona di Chiaia erano presenti i seguenti complessi religiosi: Santa Maria a Cappella Vecchia degli Olivetani, Ascensione a Chiaia dei Celestini, Santa Caterina a Chiaia dei Francescani, Sant’Orsola a Chiaia dei Mercedari spagnoli, San Rocco e Santa Maria della Vittoria dei Domenicani, Santa Teresa a Chiaia dei Carmelitani, Santa Maria in Portico dei Chierici Regolari di Maria, San Giuseppe a Chiaia dei Gesuiti.
Al 1749 risale invece la fondazione del Real Convento di San Pasquale a Chiaia, con l’annessa chiesa.
Nel 1778-80 ad opera di Carlo Vanvitelli la spiaggia di Chiaia fu sistemata a giardino e passeggio pubblico nel tratto più vicino a Pizzofalcone. Chiaia era ormai diventata uno dei dodici quartieri della città, ricco di nuovi palazzi, più intensamente urbanizzato verso la porta di Chiaia con un incremento edilizio che raggiunse il massimo verso la metà del secolo. La pianta del Duca di Noja del 1775 evidenzia come il borgo di Chiaia continuò ad espandersi parallelamente alla costa ed in particolare vi si notano alcuni edifici che ritroviamo ancora oggi su via dei Mille: il settecentesco palazzo Carafa di Roccella, attuale sede del Palazzo delle Arti di Napoli, il cinquecentesco palazzo d’Avalos del Vasto, la chiesa di Santa Teresa a Chiaia.
Al periodo ottocentesco, sul lungo fronte edilizio della Riviera di Chiaia, risalgono alcuni dei più interessanti edifici neoclassici della città come la villa Pignatelli, il palazzo Ruffo della Scaletta, attualmente sede del Goethe Institut, il palazzo di San Teodoro. A quell’epoca l’intera zona si presentava ancora ricca di giardini e di orti urbani che subirono radicali trasformazioni nella seconda metà dell’800 con la sistemazione del Rione Amedeo, iniziata nel 1859 ad opera di Enrico Alvino, e la realizzazione di via dei Mille, iniziata nel 1886. Risalgono al decennio 1860-70 le edificazioni delle chiese Anglicana e Luterana e del Santuario dell’Immacolata a Chiaia.

Ascensione a Chiaia
ll complesso della chiesa e dell’annesso convento di Celestini, ubicato in piazzetta Ascensione, fu edificato nel secolo XIV sotto il regno di Roberto d’Angiò lungo l’antica via Puteolana che passava per l’Ascensione e Santa Maria in Portico.
Nei secoli successivi il complesso andò in rovina per l’allontanamento dei frati, finchè nel 1622 il nobile portoghese Michele Vaaz, conte di Mola e ricco commerciante di grano, non comprò un suolo attiguo alla chiesa dei Celestini ed al suo palazzo per edificarvi una nuova chiesa, come debito verso i Padri Celestini per averlo ospitato nel loro convento in un momento di difficoltà. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1623, il complesso trecentesco fu demolito ed iniziò a cura degli eredi la costruzione della nuova chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Inizialmente la chiesa era una cappella di famiglia dei Vaaz, gestita spiritualmente dai Celestini, e solo nel 1699 fu ceduta ai Celestini che la intitolarono poi all’Ascensione.
I lavori furono affidati inizialmente a Cosimo Fanzago, che vi operò dal 1626 al 1645, ma si protrassero per tutto il secolo successivo in quanto per sopraggiunti problemi statici, a causa dei terremoti del 1688 e 1694, furono necessari ulteriori lavori di consolidamento nel 1701 e la ricostruzione totale della cupola seicentesca nel 1767. Nel decennio francese, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, il convento fu destinato ad uso militare.
La facciata, oggi deturpata dalle numerose superfetazioni delle abitazioni vicine, è caratterizzata da un portico in piperno, a tre arcate su pilastri. La cupola attuale in pozzolana e lapillo ha sostituito l’antica struttura seicentesca a spicchi e costoloni. L’impianto della chiesa è a croce greca con un’invaso centrale coperto dall’alta cupola, ed i bracci costituiti dai due cappelloni trasversali, dal cappellone retrostante l’atrio, cioè dall’ingresso, e dalla zona dell’altar maggiore. L’altar maggiore in marmi e lapislazzuli, circondato da ricca balaustra, è opera di Aniello Gentile ed è firmato e datato 1738. I due angeli reggitorcia in marmo nel presbiterio sono anch’essi settecenteschi. Gli altari dei cappelloni laterali sono invece di Giuseppe Bastelli e sono firmati e datati 1754. Di un certo rilievo ancora il settecentesco pavimento, opera di Giuseppe Barberio, la cantoria con organo in controfacciata e le due graziose acquasantiere ai lati dell’ingresso.
In chiesa sono custodite due straordinarie opere di Luca Giordano, firmate e datate 1657, l’anno successivo alla terribile pestilenza che sconvolse la città, quando egli era poco più che ventenne. La maestosa pala dell’altare maggiore raffigura San Michele sconfigge gli angeli ribelli, mentre quella dell’altare del cappellone destro rappresenta Sant’Anna e la Vergine. In entrambe le opere è ancora presente la lezione dei maestri veneti del ‘500, frequentati dal Giordano durante il suo soggiorno veneziano, caratterizzata da caldi toni di luce, caratteristici della sua prima fase neo-veneta.
L’iconografia della vittoriosa lotta di San Michele contro gli angeli ribelli ha un chiaro significato simbolico, nel quale si vuol vedere il trionfo della chiesa sui protestanti ed in seguito anche sui musulmani. Una successiva versione di questa iconografia, dipinta dal Giordano circa una decina di anni dopo (1666), si trova al Kunsthistorisches Museum di Vienna e fu esposta a Napoli nel 2001 in occasione della relativa mostra monografica sul maestro napoletano.
All’altare del cappellone sinistro la tela raffigurante Celestino V rinuncia al papato è del pittore ischitano Alfonso di Spigna, allievo del Solimena. Sono anche del di Spigna i due dipinti con Abramo e gli angeli e Agar nel deserto, collocati nel presbiterio, e gli affreschi dei Padri Celestini sui pilastri che reggono la volta (Papa Gregorio I, Bonifacio IV, Leone III, Agatone) e forse anche gli Evangelisti nei peducci della cupola. All’altare della cappellina a sinistra del presbiterio l’ovale con l’Ascensione è del pittore settecentesco Giovan Battista Lama, come anche dello stesso sono le quattro tele con Storie di San Pietro Celestino in sagrestia.

Santa Teresa a Chiaia
In seguito all’eredità del canonico Rutilio Collasino devoluta nel 1622 ai Carmelitani Scalzi, nel 1625 sorse nel borgo di Chiaia un convento di Carmelitani, dipendente da quello di Santa Teresa agli Studi, con l’annessa chiesa di Santa Teresa Plaggie, cosiddetta per la sua posizione rivolta al mare.
Come si vede nella pianta del Baratta del 1629 la chiesa aveva una copertura a tetto, un piccolo portale d’ingresso con timpano ed una breve rampa d’accesso. Dopo qualche anno questa chiesa fu demolita per far posto ad una nuova struttura più ampia, la cui realizzazione fu affidata nel 1650 a Cosimo Fanzago. L’opera, finanziata grazie alle elargizioni della nobildonna Isabella Mastrogiudice e dei vicerè conte d’Oñate e Bracamonte, fu consacrata nel 1664. Danneggiata dal terremoto del 1688 fu restaurata qualche anno dopo con la facciata completamente rifatta e ridecorata con stucchi di gusto barocco. Nell’800, durante il periodo borbonico, il convento fu adibito a caserma con la distruzione degli annessi giardini ed in seguito per l’apertura di via Vittoria Colonna fu ridotto l’originario scalone fanzaghiano.
La facciata, al termine di una doppia rampa di scale, è articolata su due registri con il portale d’ingresso sormontato da una ricca decorazione scultorea con due Angeli che reggono una cornice ovale entro la quale vi è un altorilievo con Santa Teresa. Ai lati del portale entro due nicchie sono situate due statue raffiguranti personaggi biblici. Nella parte più alta della facciata una raggiera incornicia lo Spirito Santo rappresentato da una colomba.
L’interno è a croce greca con ampia cupola e profondo vano absidale. Di grande interesse è la parete traforata che separa la zona d’altare dal coro. Delle otto statue di stucco raffiguranti Santi dell’ordine Carmelitano due sono inserite nella parete forata mentre le rimanenti circondano l’ambiente centrale. La statua di Santa Teresa sull’altare maggiore, disegnata dal Fanzago ed eseguita da allievi della sua bottega, fu completata nel 1664. Di notevole interesse artigianale le acquasantiere in marmo grigio ai lati dell’ingresso, il pavimento settecentesco a mattonelle maiolicate con al centro l’immagine del cuore di Santa Teresa, i quattro confessionali settecenteschi in legno di noce intagliato con ricca cornice sulla fronte recante lo stemma dell’Ordine Carmelitano ed il pulpito ligneo novecentesco sulla destra dell’altare maggiore.
L’interno della chiesa è arricchito da alcune notevoli opere di Luca Giordano. Sugli altari delle cappelle del transetto, a sinistra Sant’ Anna, la Vergine e San Gioacchino e a destra Riposo nella fuga in Egitto, entrambe firmate e datate 1664; nella lunetta sopra il portale d’ingresso Santa Teresa si confessa a San Pietro d’Alcantara e nella cappella a sinistra dell’altare maggiore San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa, entrambe eseguite dopo il 1669. Le due tele del transetto sono indubbiamente le più significative e mentre quella con Sant’Anna risente ancora delle sue esperienze neo-venete, in linea con i dipinti dell’Ascensione a Chiaia, quella del Riposo è influenzata dall’Adorazione dei Pastori di Guido Reni della Certosa di San Martino, datata 1642.
Tra gli altri dipinti presenti in chiesa si segnalano nella cappella a destra dell’altare maggiore La Madonna del Carmine dà lo scapolare a San Simone Stock attribuito a Giacomo Farelli; nel coro la Trinità di Tommaso Fasano, l’Adorazione dei Pastori di Gerolamo Cenatiempo, firmata e datata 1712, l’Estasi di Santa Teresa di Nicola Viso, firmata e datata 1739 ed una Croce dipinta di Andrea Vaccaro; in sagrestia Madonna addolorata di Paolo de Majo, firmata e datata 1760, la Vergine e San Giovanni della Croce di Giuseppe Marullo, la Morte di San Giuseppe di Paolo de Matteis, la Salita al Calvario, replica della tela di Andrea Vaccaro della Pietà dei Turchini e San Francesco adora il Crocifisso di Sebastiano Conca.

San Pasquale a Chiaia
In piazza San Pasquale è situato il complesso della chiesa e convento di San Pasquale a Chiaia, la cui edificazione risale al 1749 per volere dei sovrani Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia in segno di gratitudine per la nascita dell’erede al trono. La regina, particolarmente devota a San Pasquale Baylon, dedicò la chiesa a questo famoso santo francescano spagnolo, destinandola ai Padri Alcantarini Leccesi di San Pasquale. Il progetto fu assegnato all’architetto indiano Antonio Borbone, che aveva lo stesso cognome del re per essere stato da questi battezzato, e la direzione dei lavori al regio architetto Giuseppe Pollio. Inizialmente la chiesa era a croce greca con ingresso laterale e soltanto nel 1762 fu prolungata la navata a cura di un certo frate Cherubino, fu aggiunta la facciata principale e fu sistemata l’attigua piazza. Negli anni 1820-26 poi fu rifatto il pavimento dal marmoraro Raffaele Trinchese.
La facciata della chiesa presenta due coppie di lesene che sorreggono un timpano spezzato al di sopra del quale vi è un altorilievo in stucco con San Pasquale. Sul lato destro della chiesa si eleva la torre campanaria a quattro livelli, rivestita nei primi due da intonaco a bugnato, dal cui portale d’ingresso si può accedere al chiostrino ed al convento.
L’arioso e armonico interno è a navata unica con cappelloni laterali comunicanti. Lungo tutto il perimetro superiore, compreso il coro, si sviluppa un matroneo con caratteristici coretti chiusi da grate lignee che dà luogo a singolari effetti scenografici. Di particolare pregio sono gli stucchi dei peducci della cupola e quelli che incorniciano gli ovali della Via Crucis che si susseguono per tutta la navata.
Il dipinto sul primo altare destro, raffigurante la Visione della Madonna col Bambino a San Giovan Giuseppe della Croce, è di Giacinto Diano, firmato e datato 1790, e sostituisce la tela di Antonio Sarnelli con l’Apparizione di Cristo a Santa Margherita da Cortona, attualmente trasferita nell’attiguo convento. Le due tele sul secondo altare destro e sul secondo altare sinistro sono entrambe di Antonio Sarnelli e raffigurano rispettivamente San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa d’Avila e l’Immacolata con i Santi Francesco, Antonio, Gennaro e Nicola. L’altare maggiore in marmi policromi è sovrastato dalla statua di S. Pasquale nella nicchia superiore, che sostituisce la tela del Sarnelli, raffigurante San Pasquale con la Vergine in gloria, anch’essa trasferita nel convento. Sul primo altare sinistro vi è infine una scultura lignea della Madonna col Bambino, particolarmente venerata dagli Alcantarini, e al di sotto l’urna con le spoglie mortali del Beato Egidio Maria di San Giuseppe, frate alcantarino vissuto nel borgo di Chiaia tra il ‘700 e l‘800.

              Dante Caporali

Torna su


Sabato 2 dicembre, si è svolta la
visita alla chiesa della Trinità dei Pellegrini ed alla chiesa di Materdomini.

Trinità dei Pellegrini

 

Tra i tesori di Napoli un posto di rilievo è occupato dall’Arciconfraternità della Trinità dei Pellegrini, splendido esempio di fede, carità ed arte rimasto immutato dal Cinquecento ai nostri giorni. Situata nel cuore della Napoli antica, nella Pignasecca, svolge le sue funzioni con rinnovato vigore e rappresenta con le sue straordinarie opere d’arte, una meta tra le più importanti per gli appassionati di architettura, scultura e pittura.


1-
     Francesco Laurana – Madonna col Bambino

Nel Seicento a Napoli l’emergenza della povertà era grave quanto e più di oggi, soltanto che allora mancava l’intervento dello Stato e malati e derelitti potevano sperare unicamente sull’aiuto che nobili disinteressati ed animati da pietà cristiana portavano loro attraverso sodalizi, molti dei quali giunti fino ai nostri giorni, a testimoniare tangibilmente che il problema è rimasto sostanzialmente immutato.


2-
     Michelangelo Naccherino – Tomba di Fabrizio Pignatelli

L’Arciconfraternita fu fondata da sei artigiani nel 1578 e nello statuto ci si ispirava ai nuovi principi caritatevoli promulgati da San Filippo Neri, il quale nel 1548 aveva fondato a Roma la Confraternita dei pellegrini e dei convalescenti. Alla missione caritatevole verso i diseredati si associava una profonda fraternitas tra i membri del sodalizio, che si completava con il rito estremo della sepoltura.


3-
     Onofrio Palumbo e Didier Barra – San Gennaro protegge Napoli

La prima sede fu in Sant’Arcangelo a Baiano, la successiva in San Pietro da Aram ed infine ci si trasferì sui poderi alla Pignasecca di Camillo Pignatelli di Monteleone, nipote di Fabrizio Pignatelli, che aveva già fondato sul suo suolo un ospedale per pellegrini con annessa una piccola chiesa. Negli anni le strutture murarie hanno subito vasti ampliamenti fino alla fine del Settecento vedendo all’opera generazioni di architetti.
Gli abiti indossati dai confratelli rosso fuoco, a rimembrare il sangue versato da Cristo, presentano un ampio cappuccio che ricopre completamente il volto, in maniera tale da permettere l’opera di carità nel completo anonimato. Anche molti altri oggetti, dal bastone del Primicerio al pallium, che funge da drappo funerario per coprire la bara, sono il segno tangibile di una serie di antichi simboli, che colpirono la fantasia di un celebre visitatore straniero come Alexandre Dumas, ma anche oggi,  nella loro enigmatica valenza, non possono sfuggire all’attenzione dei contemporanei, per quanto distratti dal frastuono dell’attualità.
Una visita allo straordinario complesso rappresenta un’eccitante avventura dello spirito ed oggi è possibile eseguirla, sia materialmente con la visita guidata dal sottoscritto sabato 2 dicembre alle ore 11, sia con l’ausilio della fantasia attraverso le pagine  di uno splendido libro curato dal governatore del sodalizio Antonio Daldanise ed al quale hanno collaborato illustri studiosi, tra i quali il soprintendente Nicola Spinosa ed il preside della facoltà di architettura Benedetto Gravagnuolo.


4-
     Interno della chiesa

Il volume, corredato da centinaia di foto a colori, molte delle quali inedite, tratta in maniera esaustiva della storia dell’Arciconfraternita e descrive minuziosamente le molteplici opere d’arte conservate, dedicando ampio spazio ad aspetti poco conosciuti dagli stessi specialisti, come l’archivio storico, la terra santa ed  i corredi sacri.
Esso può costituire una splendida strenna di Natale. Non è in vendita e lo si può avere in omaggio facendo un offerta di beneficenza al sodalizio di 25 euro, una cifra simbolica che permette di assicurarsi un’opera dal valore venale enormemente superiore.
Descrivere le opere d’arte conservate nell’Arciconfraternita, anche solo le principali è impresa improba e ci limiteremo a far contemplare alcune splendide foto, dando appuntamento, a chi vorrà ammirarle con la guida del sottoscritto, a sabato 2 dicembre alle ore 11 in vetta al maestoso scalone di ingresso della chiesa principale, sita nel cortile dell’ospedale Pellegrini.
Chi non interverrà potrà consolarsi con le pagine del libro, che si può ritirare ogni giorno presso la segreteria del sodalizio, ma affrettatevi perché rimangono poche copie a disposizione.


5-
     Ingresso della chiesa in una foto ottocentesca

Torna su


sabato 25 novembre si è svolta la visita alla mostra

Egittomania

Al museo archeologico di Napoli é in corso fino al 27 febbraio una mostra pregevole per il tentativo di dare una spiegazione al fascino del mistero dell'antico Egitto, responsabile della penetrazione nella nostra terra, per esempio, di una tradizione religiosa che soppiantò i culti locali.
Il titolo della mostra è "Egittomania", un nome che vuole evidenziare i momenti di contatto, ma soprattutto, di assimilazione di elementi appartenenti alla millenaria civiltà subito dopo la conquista dell'Egitto, prima ad opera dei Greci e poi dei Romani.

All'ingresso della mostra c'è un superbo allestimento di reperti provenienti dall'Iseo di Benevento. Al centro campeggia una statua di Domiziano nelle vesti di un divino faraone. Mentre intorno non meno importanti ci sono divinità animali, rappresentazioni di Iside ecc.
Seguendo l'itinerario espositivo al primo piano si possono ammirare monili e scarabei azzurri che provengono da Pithecusae (Ischia) o da Cuma, assieme a vasellame rituale, statuine (ex voto).
Il culto di Iside si diffuse in Campania con l'arrivo nel porto di Pozzuoli di marinai e commercianti alessandrini. La dea, sposa infelice di Osiride e madre di Horus, era il simbolo delle qualità femminili per eccellenza, come la fedeltà e la maternità; proteggeva inoltre i naviganti e attraverso i riti misterici assicurava la vita ultraterrena.
Due imponenti statue di Iside a grandezza naturale sono la visibile testimomianza di quanto fosse radicata la religione egiziana. Essa scomparve, pare, solo con l'avvento dell'imperatore Giustiniano.
L'Iseo di Pompei, costruito nel II sec. a.C., è rappresentato su scala ridotta da un magnifico plastico, mentre i sontuosi affreschi originari, stanziali al museo di Napoli, offrono un panorama di alcune fasi cultuali e dei luoghi deputati alle cerimomie religiose.
Quando nel '700, in seguito agli scavi borbonici, fu scoperto il tempio di Iside e soprattutto dopo la campagna di Napoleone in Egitto, la moda egittizzante prese piede dovunque.
Sono esposte delle raffinate ceramiche da tavola, di epoca borbonica.
Ancora nell'800 notevoli dipinti ad olio esprimono il gusto egiziaco, così come una bellissima scultura del D'Orsi, recante il naoforo di Osiride, vuole ricordare la forte attrazione dell'epoca per la civiltà nilotica.
Il fascino legato all'antico Egitto è sempre attuale, anche se ci sono stati dei tempi - e lo scopo della mostra è questo - in cui esisteva una vera e propria egittomania.
Il passaggio dal mito alla storia, intesa come scienza, avviene grazie alla decifrazione di quella scrittura incomprensibile, misterica, il cui studio nei tempi passati fu abbandonato perchè troppo difficile. Un francese, Jean-Francois Champollion, nel 1822 fornisce la chiave di lettura dei geroglifici dopo un lavoro certosino durato più di venti anni, eseguito sulla famosa stele di Rosetta.
Così nasce l'Egittologia.
Il sapere dei sacerdoti di Iside, unici depositari della verità e consiglieri dei faraoni, veniva finalmente svelato.
La visita alla mostra potrebbe essere l'occasione per rivedere la sezione egiziana del museo di Napoli, la quale dopo la prestigiosa collezione di Torino è la più importante d'Italia. Ricordiamo oltre alla "Dama di Napoli", "Il gruppo scultoreo dei coniugi Paenda e Neshua", "Il monumento funerario di Imeneminet" della collezione Borgia; il "Coperchio di sarcofago" e i "Canopi" di calcare della collezione Picchianti, che comprende anche cinque mummie.

      Elvira Brudetti

Torna su