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In memoria della signora
Flora Plutino
Amatissima
Flora, ora più che mai sento di chiamarti così. Tu presenza silenziosa e
discreta attingevi alla fonte del sapere con la curiosità di un adolescente.
Sensibile ad ogni forma di conoscenza, non davi a vedere la tua preparazione,
già buona su tanti argomenti. Bisognava scoprirti ed io ho avuto tale fortuna.
Mi sei apparsa come una rosa nel deserto e da allora la mia stima è cresciuta.
Camminavi appoggiandoti ad un bastone, un handicap per le nostre visite, che
per te tuttavia non risultavano mai lunghe, né noiose. Durante il Salotto,
quello che a te era così caro: “ Mi distende – mi dicevi – è una dolce pausa
nel tran tran quotidiano”, eri seduta sul divano alla mia sinistra. Io ti
vedevo e ti guardavo, avevi gli occhi sempre attenti e svegli, laddove
qualcuno invece dormiva, essi carpivano con interesse tutto ciò che si diceva.
Cara Flora mi mancherai tantissimo. Non so pensare ai prossimi incontri senza
il tuo sorriso, senza la tua benevolenza, senza la tua fede nella vita. Ti
ricordo come un esempio di coraggio, di fiducia e di amore. Non ti
dimenticherò
Elvira
L’Istituto
per non vedenti Paolo Colosimo
Un raro connubio tra fede, arte e carità
La chiesa di
S. Teresa degli Scalzi con la sua mole maestosa è uno dei tanti monumenti
colpevolmente negati da decenni alla fruizione dei napoletani e dei
forestieri. Edificata nel Seicento possedeva un monastero tra i più estesi e
ricchi di opere d’arte della città che, passato allo Stato, si trasformò nel
1892 in un istituto per ciechi. Un luogo di fede e di preghiera divenuto
esempio di solidarietà e fratellanza fra gli uomini.
Nei primi decenni offriva unicamente un ricovero ai non vedenti, ma il caso
stava per diventare l’artefice di un profondo cambiamento, quando il 24 maggio
del 1913 bussò perentoriamente alla porta della famiglia Colosimo e strappò
via, nel fiore della gioventù, il giovane avvocato Paolo.
Il dolore dei genitori fu straziante, ma dalla sofferenza più atroce nacque il
nobile proposito di aiutare i più sfortunati tra gli uomini: i non vedenti nel
difficile cammino della loro esistenza. Tommasina Grandinetti in Colosimo,
profuse tutte le sue ricchezze e le sue energie nell’accettare la presidenza
dell’Istituto, il quale cominciò ad ospitare i soldati che, nel furore
spietato della seconda guerra mondiale, avevano perso la vista. Essi furono
istruiti a svolgere attività lavorative compatibili con la loro grave
mutilazione, continuando a sentirsi utili ed impararono l’uso dei telai e del
tornio. Grazie al sistema Braille leggevano ed eseguivano disegni.
Negli anni Venti ha lavorato nell’Istituto un personaggio leggendario: Eugenio
Malossi, che oltre alla cecità era muto e sordo, una sventura che avrebbe
distrutto chiunque, ma che invece non impedì al nostro eroe di diventare
maestro di altri compagni di sventura e di creare una tecnica, adoperata in
tutto il mondo, per comunicare per i soggetti portatori di handicap sensoriali
multipli. La odierna benemerita Lega del filo d’oro prende spunto dalla sua
attività, che ebbe all’epoca grande eco sulla stampa ed avrebbe sicuramente
meritato il premio Nobel per la pace.
Dal 1941 il Colosimo è divenuto un istituto professionale con corsi per
falegname, tessitore, centralinista e massoterapeuta. Gli insegnanti e gli
istruttori sono quasi tutti non vedenti a dimostrazione che con gli occhi
della mente e con una ferrea volontà si può superare qualsiasi menomazione.
La visita al vecchio monastero organizzata dagli Amici delle chiese napoletane
è stata una delle più interessanti tra le oltre duecento organizzate nei
quattro anni di attività dell’associazione. Essa è avvenuta grazie alla
cortese disponibilità della dottoressa Zullo e del dottor Salzano.
Nell’elegante anticamera dove le monache incontravano, in rare occasioni, i
parenti ci riceve un solerte funzionario della regione Costantino Asprinio,
che ci guiderà lungo un affascinante percorso a ritroso del tempo.
Nell’ingresso troneggiano solenni i busti dei fondatori ed alcune lapidi che
rammentano la nascita dell’Istituto. Dopo pochi passi si entra in un piccolo
chiostro con al centro un vecchio pozzo, dal quale le monachelle attingevano
l’acqua di cui abbisognavano.
I locali attualmente occupati dagli uffici dell’amministrazione sono adornati
da stalli lignei di eccezionale bellezza, alcuni dei quali gareggiano alla
pari con quelli solenni delle sale capitolari dei più celebri monasteri
cittadini. Alle pareti e sui soffitti splendide tele settecentesche
accuratamente restaurate. Al fianco di due possenti colonne a tortiglione due
dipinti firmati di Sebastiano Conca degni di Capodimonte.
L’antica sala delle vendite, dove periodicamente avveniva l’autofinanziamento
dell’Istituto attraverso l’aggiudicazione di tessuti e lavori in vimini
eseguiti dagli allievi, è contornata da una serie di armadi, che conservano a
futura memoria i lavori migliori. Proseguendo la visita si percorrono
lunghissimi corridoi sui quali si affacciano le aule ed i laboratori. Si
visita prima una cappella dove si celebra messa davanti ad un altare ligneo di
preziosa fattura e ad una piccola pala di scuola solimenesca; quindi si accede
ad un teatrino perfettamente conservato, con tanto di foyer, platea e loggione
per circa duecento posti, con un sipario contornato da agili girali in legno
dorato.
Ai piani superiori, dopo uno sguardo al vecchio malfermo campanile ed ai
numerosi orti, si entra nelle grandi sale dove si conservano gli speciali
telai, dotati di campanelli, che venivano adoperati dagli allievi per eseguire
i loro raffinati lavori di tessitura. Un lungo corridoio è tappezzato da
antiche foto che mostrano i soldati della prima guerra mondiale, ancora nelle
loro divise, impegnati in lavori di tornio e di tessitura. Alcune immagini
riprendono Eugenio Malossi mentre lavora ed insegna e sulla parete laterale
una lunga serie di diplomi reali e benemerenze varie ottenute grazie alla sua
opera meritoria.
La visita si conclude tra i giardini e gli enormi spazi esterni prospicienti
l’edificio del museo archeologico. In uno di questi orti si trovava un antico
sepolcreto dove riposavano le religiose dopo il loro percorso terreno di
privazioni e preghiere.
L’emozione per gli incontri con gli ospiti della struttura, ai quali negli
ultimi anni si sono affiancati anche studenti ipovedenti e la scoperta di una
superficie così ampia salvatasi dalla furia edilizia invita a tristi e gravi
pensieri ed a considerare la nostra fortuna di non essere costretti a vedere
attraverso gli occhi dell’anima.
Achille della
Ragione

Paolo Colosimo
Fotografia di
Maddalena Iodice
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Sabato 30 dicembre, si è svolta
la
Visita alle chiese di Chiaia
Notizie storiche sul borgo di Chiaia
Il vico Santa Maria a Cappella Vecchia, nei pressi di piazza dei Martiri, ci
porta nel luogo dove, all’interno di una cavità naturale ai piedi della
collina di Pizzofalcone, intorno al V secolo d. C. sorse una cappella dedicata
alla Vergine, al posto, secondo un’antica tradizione, di un tempio dedicato a
Serapide ed ancor prima dell’antro di Mitra. In seguito questa cappella fu
trasformata nell’abbazia di Santa Maria a Cappella Vecchia, che divenne
monastero di Basiliani dal 1134 fino al XV secolo, poi di Benedettini ed in
seguito di Olivetani. Purtroppo l’ex chiesa è attualmente adibita a palestra,
ma al suo interno sono ancora riconoscibili le strutture gotiche e le
decorazioni barocche lungo la navata e nell’abside.
Ma è solo in epoca angioina, verso la metà del ‘300, che la zona di Chiaia
iniziò pian piano ad essere urbanizzata con l’edificazione di vari casini da
diporto. Nel tratto centrale della spiaggia fu costruita la chiesa
dell’Ascensione ed in quest’area sorgeva il nucleo più densamente abitato.
Nell’antistante specchio d’acqua vi era l’isolotto di San Leonardo con
l’omonimo convento, che fu distrutto in seguito all’ampliamento a mare del
Real Passeggio.
Verso la fine del ‘400 fu edificata la villa di Alfonso II d’Aragona, i cui
resti sono oggi inglobati nell’ottocentesco palazzo Torella con facciata e
portale marmoreo sul largo Ferrandina.
Nel 1537 sotto il viceregno di don Pedro de Toledo si dette inizio alla
ricostruzione ed ampliamento della murazione della città, che si spinse fin
verso il borgo di Chiaia dove fu aperta la porta Romana, poi porta di Chiaia,
che sorgeva in prossimità dell’attuale via Santa Caterina.
Il borgo di Chiaia all’epoca era ancora al di fuori dalla cinta muraria, ma
aveva una configurazione topograficamente autonoma rispetto all’abitato urbano
vero e proprio. L’abitato si snodava su due assi principali: lungo la costa e
per una via più interna che dal villaggio dei pescatori, passando presso i
conventi di Santa Maria in Portico e dell’Ascensione giungeva alla villa
Aragonese e alla porta di Chiaia. Nella pianta del Lafréry del 1566 è
riconoscibile la villa Aragonese, che corrisponde all’insula più estesa, e si
vede come la zona fosse ricca di giardini e vigneti particolarmente numerosi
sulle pendici della collina.
Sempre nel ‘500 fu eretto a ridosso della murazione vicereale il palazzo
Cellamare per l’abate Giovanni Francesco Carafa, poi restaurato ed ampliato
nel 1722 da Antonio Giudice, principe di Cellamare.
Alla fine del ‘600 il vicerè Medinacoeli iniziò la trasformazione della
spiaggia di Chiaia in passeggio alberato e per le zone interne cominciò un
limitato processo di urbanizzazione, mentre la collina era ancora verde con
poche ville o case coloniche isolate.
All’epoca nella zona di Chiaia erano presenti i seguenti complessi religiosi:
Santa Maria a Cappella Vecchia degli Olivetani, Ascensione a Chiaia dei
Celestini, Santa Caterina a Chiaia dei Francescani, Sant’Orsola a Chiaia dei
Mercedari spagnoli, San Rocco e Santa Maria della Vittoria dei Domenicani,
Santa Teresa a Chiaia dei Carmelitani, Santa Maria in Portico dei Chierici
Regolari di Maria, San Giuseppe a Chiaia dei Gesuiti.
Al 1749 risale invece la fondazione del Real Convento di San Pasquale a Chiaia,
con l’annessa chiesa.
Nel 1778-80 ad opera di Carlo Vanvitelli la spiaggia di Chiaia fu sistemata a
giardino e passeggio pubblico nel tratto più vicino a Pizzofalcone. Chiaia era
ormai diventata uno dei dodici quartieri della città, ricco di nuovi palazzi,
più intensamente urbanizzato verso la porta di Chiaia con un incremento
edilizio che raggiunse il massimo verso la metà del secolo. La pianta del Duca
di Noja del 1775 evidenzia come il borgo di Chiaia continuò ad espandersi
parallelamente alla costa ed in particolare vi si notano alcuni edifici che
ritroviamo ancora oggi su via dei Mille: il settecentesco palazzo Carafa di
Roccella, attuale sede del Palazzo delle Arti di Napoli, il cinquecentesco
palazzo d’Avalos del Vasto, la chiesa di Santa Teresa a Chiaia.
Al periodo ottocentesco, sul lungo fronte edilizio della Riviera di Chiaia,
risalgono alcuni dei più interessanti edifici neoclassici della città come la
villa Pignatelli, il palazzo Ruffo della Scaletta, attualmente sede del Goethe
Institut, il palazzo di San Teodoro. A quell’epoca l’intera zona si presentava
ancora ricca di giardini e di orti urbani che subirono radicali trasformazioni
nella seconda metà dell’800 con la sistemazione del Rione Amedeo, iniziata nel
1859 ad opera di Enrico Alvino, e la realizzazione di via dei Mille, iniziata
nel 1886. Risalgono al decennio 1860-70 le edificazioni delle chiese Anglicana
e Luterana e del Santuario dell’Immacolata a Chiaia.
Ascensione a Chiaia
ll complesso della chiesa e dell’annesso convento di Celestini, ubicato in
piazzetta Ascensione, fu edificato nel secolo XIV sotto il regno di Roberto d’Angiò
lungo l’antica via Puteolana che passava per l’Ascensione e Santa Maria in
Portico.
Nei secoli successivi il complesso andò in rovina per l’allontanamento dei
frati, finchè nel 1622 il nobile portoghese Michele Vaaz, conte di Mola e
ricco commerciante di grano, non comprò un suolo attiguo alla chiesa dei
Celestini ed al suo palazzo per edificarvi una nuova chiesa, come debito verso
i Padri Celestini per averlo ospitato nel loro convento in un momento di
difficoltà. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1623, il complesso
trecentesco fu demolito ed iniziò a cura degli eredi la costruzione della
nuova chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Inizialmente la chiesa era una
cappella di famiglia dei Vaaz, gestita spiritualmente dai Celestini, e solo
nel 1699 fu ceduta ai Celestini che la intitolarono poi all’Ascensione.
I lavori furono affidati inizialmente a Cosimo Fanzago, che vi operò dal 1626
al 1645, ma si protrassero per tutto il secolo successivo in quanto per
sopraggiunti problemi statici, a causa dei terremoti del 1688 e 1694, furono
necessari ulteriori lavori di consolidamento nel 1701 e la ricostruzione
totale della cupola seicentesca nel 1767. Nel decennio francese, in seguito
alla soppressione degli ordini religiosi, il convento fu destinato ad uso
militare.
La facciata, oggi deturpata dalle numerose superfetazioni delle abitazioni
vicine, è caratterizzata da un portico in piperno, a tre arcate su pilastri.
La cupola attuale in pozzolana e lapillo ha sostituito l’antica struttura
seicentesca a spicchi e costoloni. L’impianto della chiesa è a croce greca con
un’invaso centrale coperto dall’alta cupola, ed i bracci costituiti dai due
cappelloni trasversali, dal cappellone retrostante l’atrio, cioè
dall’ingresso, e dalla zona dell’altar maggiore. L’altar maggiore in marmi e
lapislazzuli, circondato da ricca balaustra, è opera di Aniello Gentile ed è
firmato e datato 1738. I due angeli reggitorcia in marmo nel presbiterio sono
anch’essi settecenteschi. Gli altari dei cappelloni laterali sono invece di
Giuseppe Bastelli e sono firmati e datati 1754. Di un certo rilievo ancora il
settecentesco pavimento, opera di Giuseppe Barberio, la cantoria con organo in
controfacciata e le due graziose acquasantiere ai lati dell’ingresso.
In chiesa sono custodite due straordinarie opere di Luca Giordano, firmate e
datate 1657, l’anno successivo alla terribile pestilenza che sconvolse la
città, quando egli era poco più che ventenne. La maestosa pala dell’altare
maggiore raffigura San Michele sconfigge gli angeli ribelli, mentre quella
dell’altare del cappellone destro rappresenta Sant’Anna e la Vergine. In
entrambe le opere è ancora presente la lezione dei maestri veneti del ‘500,
frequentati dal Giordano durante il suo soggiorno veneziano, caratterizzata da
caldi toni di luce, caratteristici della sua prima fase neo-veneta.
L’iconografia della vittoriosa lotta di San Michele contro gli angeli ribelli
ha un chiaro significato simbolico, nel quale si vuol vedere il trionfo della
chiesa sui protestanti ed in seguito anche sui musulmani. Una successiva
versione di questa iconografia, dipinta dal Giordano circa una decina di anni
dopo (1666), si trova al Kunsthistorisches Museum di Vienna e fu esposta a
Napoli nel 2001 in occasione della relativa mostra monografica sul maestro
napoletano.
All’altare del cappellone sinistro la tela raffigurante Celestino V rinuncia
al papato è del pittore ischitano Alfonso di Spigna, allievo del Solimena.
Sono anche del di Spigna i due dipinti con Abramo e gli angeli e Agar nel
deserto, collocati nel presbiterio, e gli affreschi dei Padri Celestini sui
pilastri che reggono la volta (Papa Gregorio I, Bonifacio IV, Leone III,
Agatone) e forse anche gli Evangelisti nei peducci della cupola. All’altare
della cappellina a sinistra del presbiterio l’ovale con l’Ascensione è del
pittore settecentesco Giovan Battista Lama, come anche dello stesso sono le
quattro tele con Storie di San Pietro Celestino in sagrestia.
Santa Teresa a Chiaia
In seguito all’eredità del canonico Rutilio Collasino devoluta nel 1622 ai
Carmelitani Scalzi, nel 1625 sorse nel borgo di Chiaia un convento di
Carmelitani, dipendente da quello di Santa Teresa agli Studi, con l’annessa
chiesa di Santa Teresa Plaggie, cosiddetta per la sua posizione rivolta al
mare.
Come si vede nella pianta del Baratta del 1629 la chiesa aveva una copertura a
tetto, un piccolo portale d’ingresso con timpano ed una breve rampa d’accesso.
Dopo qualche anno questa chiesa fu demolita per far posto ad una nuova
struttura più ampia, la cui realizzazione fu affidata nel 1650 a Cosimo
Fanzago. L’opera, finanziata grazie alle elargizioni della nobildonna Isabella
Mastrogiudice e dei vicerè conte d’Oñate e Bracamonte, fu consacrata nel 1664.
Danneggiata dal terremoto del 1688 fu restaurata qualche anno dopo con la
facciata completamente rifatta e ridecorata con stucchi di gusto barocco.
Nell’800, durante il periodo borbonico, il convento fu adibito a caserma con
la distruzione degli annessi giardini ed in seguito per l’apertura di via
Vittoria Colonna fu ridotto l’originario scalone fanzaghiano.
La facciata, al termine di una doppia rampa di scale, è articolata su due
registri con il portale d’ingresso sormontato da una ricca decorazione
scultorea con due Angeli che reggono una cornice ovale entro la quale vi è un
altorilievo con Santa Teresa. Ai lati del portale entro due nicchie sono
situate due statue raffiguranti personaggi biblici. Nella parte più alta della
facciata una raggiera incornicia lo Spirito Santo rappresentato da una
colomba.
L’interno è a croce greca con ampia cupola e profondo vano absidale. Di grande
interesse è la parete traforata che separa la zona d’altare dal coro. Delle
otto statue di stucco raffiguranti Santi dell’ordine Carmelitano due sono
inserite nella parete forata mentre le rimanenti circondano l’ambiente
centrale. La statua di Santa Teresa sull’altare maggiore, disegnata dal
Fanzago ed eseguita da allievi della sua bottega, fu completata nel 1664. Di
notevole interesse artigianale le acquasantiere in marmo grigio ai lati
dell’ingresso, il pavimento settecentesco a mattonelle maiolicate con al
centro l’immagine del cuore di Santa Teresa, i quattro confessionali
settecenteschi in legno di noce intagliato con ricca cornice sulla fronte
recante lo stemma dell’Ordine Carmelitano ed il pulpito ligneo novecentesco
sulla destra dell’altare maggiore.
L’interno della chiesa è arricchito da alcune notevoli opere di Luca Giordano.
Sugli altari delle cappelle del transetto, a sinistra Sant’ Anna, la Vergine e
San Gioacchino e a destra Riposo nella fuga in Egitto, entrambe firmate e
datate 1664; nella lunetta sopra il portale d’ingresso Santa Teresa si
confessa a San Pietro d’Alcantara e nella cappella a sinistra dell’altare
maggiore San Pietro d’Alcantara appare a Santa Teresa, entrambe eseguite dopo
il 1669. Le due tele del transetto sono indubbiamente le più significative e
mentre quella con Sant’Anna risente ancora delle sue esperienze neo-venete, in
linea con i dipinti dell’Ascensione a Chiaia, quella del Riposo è influenzata
dall’Adorazione dei Pastori di Guido Reni della Certosa di San Martino, datata
1642.
Tra gli altri dipinti presenti in chiesa si segnalano nella cappella a destra
dell’altare maggiore La Madonna del Carmine dà lo scapolare a San Simone Stock
attribuito a Giacomo Farelli; nel coro la Trinità di Tommaso Fasano,
l’Adorazione dei Pastori di Gerolamo Cenatiempo, firmata e datata 1712,
l’Estasi di Santa Teresa di Nicola Viso, firmata e datata 1739 ed una Croce
dipinta di Andrea Vaccaro; in sagrestia Madonna addolorata di Paolo de Majo,
firmata e datata 1760, la Vergine e San Giovanni della Croce di Giuseppe
Marullo, la Morte di San Giuseppe di Paolo de Matteis, la Salita al Calvario,
replica della tela di Andrea Vaccaro della Pietà dei Turchini e San Francesco
adora il Crocifisso di Sebastiano Conca.
San Pasquale a Chiaia
In piazza San Pasquale è situato il complesso della chiesa e convento di San
Pasquale a Chiaia, la cui edificazione risale al 1749 per volere dei sovrani
Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia in segno di gratitudine per la
nascita dell’erede al trono. La regina, particolarmente devota a San Pasquale
Baylon, dedicò la chiesa a questo famoso santo francescano spagnolo,
destinandola ai Padri Alcantarini Leccesi di San Pasquale. Il progetto fu
assegnato all’architetto indiano Antonio Borbone, che aveva lo stesso cognome
del re per essere stato da questi battezzato, e la direzione dei lavori al
regio architetto Giuseppe Pollio. Inizialmente la chiesa era a croce greca con
ingresso laterale e soltanto nel 1762 fu prolungata la navata a cura di un
certo frate Cherubino, fu aggiunta la facciata principale e fu sistemata
l’attigua piazza. Negli anni 1820-26 poi fu rifatto il pavimento dal marmoraro
Raffaele Trinchese.
La facciata della chiesa presenta due coppie di lesene che sorreggono un
timpano spezzato al di sopra del quale vi è un altorilievo in stucco con San
Pasquale. Sul lato destro della chiesa si eleva la torre campanaria a quattro
livelli, rivestita nei primi due da intonaco a bugnato, dal cui portale
d’ingresso si può accedere al chiostrino ed al convento.
L’arioso e armonico interno è a navata unica con cappelloni laterali
comunicanti. Lungo tutto il perimetro superiore, compreso il coro, si sviluppa
un matroneo con caratteristici coretti chiusi da grate lignee che dà luogo a
singolari effetti scenografici. Di particolare pregio sono gli stucchi dei
peducci della cupola e quelli che incorniciano gli ovali della Via Crucis che
si susseguono per tutta la navata.
Il dipinto sul primo altare destro, raffigurante la Visione della Madonna col
Bambino a San Giovan Giuseppe della Croce, è di Giacinto Diano, firmato e
datato 1790, e sostituisce la tela di Antonio Sarnelli con l’Apparizione di
Cristo a Santa Margherita da Cortona, attualmente trasferita nell’attiguo
convento. Le due tele sul secondo altare destro e sul secondo altare sinistro
sono entrambe di Antonio Sarnelli e raffigurano rispettivamente San Pietro d’Alcantara
appare a Santa Teresa d’Avila e l’Immacolata con i Santi Francesco, Antonio,
Gennaro e Nicola. L’altare maggiore in marmi policromi è sovrastato dalla
statua di S. Pasquale nella nicchia superiore, che sostituisce la tela del
Sarnelli, raffigurante San Pasquale con la Vergine in gloria, anch’essa
trasferita nel convento. Sul primo altare sinistro vi è infine una scultura
lignea della Madonna col Bambino, particolarmente venerata dagli Alcantarini,
e al di sotto l’urna con le spoglie mortali del Beato Egidio Maria di San
Giuseppe, frate alcantarino vissuto nel borgo di Chiaia tra il ‘700 e l‘800.
Dante Caporali
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Sabato 2 dicembre, si è svolta la
visita alla chiesa della Trinità dei Pellegrini ed alla chiesa di Materdomini.
Trinità
dei Pellegrini
Tra i tesori di Napoli un posto di rilievo è
occupato dall’Arciconfraternità della Trinità dei Pellegrini, splendido
esempio di fede, carità ed arte rimasto immutato dal Cinquecento ai nostri
giorni. Situata nel cuore della Napoli antica, nella Pignasecca, svolge le sue
funzioni con rinnovato vigore e rappresenta con le sue straordinarie opere
d’arte, una meta tra le più importanti per gli appassionati di architettura,
scultura e pittura.

1-
Francesco Laurana – Madonna col Bambino
Nel Seicento a Napoli l’emergenza della povertà
era grave quanto e più di oggi, soltanto che allora mancava l’intervento dello
Stato e malati e derelitti potevano sperare unicamente sull’aiuto che nobili
disinteressati ed animati da pietà cristiana portavano loro attraverso
sodalizi, molti dei quali giunti fino ai nostri giorni, a testimoniare
tangibilmente che il problema è rimasto sostanzialmente immutato.

2-
Michelangelo Naccherino – Tomba di Fabrizio Pignatelli
L’Arciconfraternita fu fondata da sei artigiani
nel 1578 e nello statuto ci si ispirava ai nuovi principi caritatevoli
promulgati da San Filippo Neri, il quale nel 1548 aveva fondato a Roma la
Confraternita dei pellegrini e dei convalescenti. Alla missione caritatevole
verso i diseredati si associava una profonda fraternitas tra i membri del
sodalizio, che si completava con il rito estremo della sepoltura.

3-
Onofrio Palumbo e Didier Barra – San Gennaro protegge Napoli
La prima sede fu in Sant’Arcangelo a Baiano, la
successiva in San Pietro da Aram ed infine ci si trasferì sui poderi alla
Pignasecca di Camillo Pignatelli di Monteleone, nipote di Fabrizio Pignatelli,
che aveva già fondato sul suo suolo un ospedale per pellegrini con annessa una
piccola chiesa. Negli anni le strutture murarie hanno subito vasti ampliamenti
fino alla fine del Settecento vedendo all’opera generazioni di architetti.
Gli abiti indossati dai confratelli rosso fuoco, a rimembrare il sangue
versato da Cristo, presentano un ampio cappuccio che ricopre completamente il
volto, in maniera tale da permettere l’opera di carità nel completo anonimato.
Anche molti altri oggetti, dal bastone del Primicerio al pallium, che funge da
drappo funerario per coprire la bara, sono il segno tangibile di una serie di
antichi simboli, che colpirono la fantasia di un celebre visitatore straniero
come Alexandre Dumas, ma anche oggi, nella loro enigmatica valenza, non
possono sfuggire all’attenzione dei contemporanei, per quanto distratti dal
frastuono dell’attualità.
Una visita allo straordinario complesso rappresenta un’eccitante avventura
dello spirito ed oggi è possibile eseguirla, sia materialmente con la visita
guidata dal sottoscritto sabato 2 dicembre alle ore 11, sia con l’ausilio
della fantasia attraverso le pagine di uno splendido libro curato dal
governatore del sodalizio Antonio Daldanise ed al quale hanno collaborato
illustri studiosi, tra i quali il soprintendente Nicola Spinosa ed il preside
della facoltà di architettura Benedetto Gravagnuolo.

4-
Interno della chiesa
Il volume,
corredato da centinaia di foto a colori, molte delle quali inedite, tratta in
maniera esaustiva della storia dell’Arciconfraternita e descrive
minuziosamente le molteplici opere d’arte conservate, dedicando ampio spazio
ad aspetti poco conosciuti dagli stessi specialisti, come l’archivio storico,
la terra santa ed i corredi sacri.
Esso può costituire una splendida strenna di Natale. Non è in vendita e lo si
può avere in omaggio facendo un offerta di beneficenza al sodalizio di 25
euro, una cifra simbolica che permette di assicurarsi un’opera dal valore
venale enormemente superiore.
Descrivere le opere d’arte conservate nell’Arciconfraternita, anche solo le
principali è impresa improba e ci limiteremo a far contemplare alcune
splendide foto, dando appuntamento, a chi vorrà ammirarle con la guida del
sottoscritto, a sabato 2 dicembre alle ore 11 in vetta al maestoso scalone di
ingresso della chiesa principale, sita nel cortile dell’ospedale Pellegrini.
Chi non interverrà potrà consolarsi con le pagine del libro, che si può
ritirare ogni giorno presso la segreteria del sodalizio, ma affrettatevi
perché rimangono poche copie a disposizione.

5-
Ingresso della chiesa in una foto ottocentesca
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sabato 25 novembre si è svolta la visita
alla mostra
Egittomania
Al museo archeologico di Napoli é in corso fino al 27 febbraio
una mostra pregevole per il tentativo di dare una spiegazione al fascino del
mistero dell'antico Egitto, responsabile della penetrazione nella nostra
terra, per esempio, di una tradizione religiosa che soppiantò i culti locali.
Il titolo della mostra è "Egittomania", un nome che vuole evidenziare i
momenti di contatto, ma soprattutto, di assimilazione di elementi appartenenti
alla millenaria civiltà subito dopo la conquista dell'Egitto, prima ad opera
dei Greci e poi dei Romani.
All'ingresso della mostra c'è un superbo allestimento di reperti provenienti
dall'Iseo di Benevento. Al centro campeggia una statua di Domiziano nelle
vesti di un divino faraone. Mentre intorno non meno importanti ci sono
divinità animali, rappresentazioni di Iside ecc.
Seguendo l'itinerario espositivo al primo piano si possono ammirare monili e
scarabei azzurri che provengono da Pithecusae (Ischia) o da Cuma, assieme a
vasellame rituale, statuine (ex voto).
Il culto di Iside si diffuse in Campania con l'arrivo nel porto di Pozzuoli di
marinai e commercianti alessandrini. La dea, sposa infelice di Osiride e madre
di Horus, era il simbolo delle qualità femminili per eccellenza, come la
fedeltà e la maternità; proteggeva inoltre i naviganti e attraverso i riti
misterici assicurava la vita ultraterrena.
Due imponenti statue di Iside a grandezza naturale sono la visibile
testimomianza di quanto fosse radicata la religione egiziana. Essa scomparve,
pare, solo con l'avvento dell'imperatore Giustiniano.
L'Iseo di Pompei, costruito nel II sec. a.C., è rappresentato su scala ridotta
da un magnifico plastico, mentre i sontuosi affreschi originari, stanziali al
museo di Napoli, offrono un panorama di alcune fasi cultuali e dei luoghi
deputati alle cerimomie religiose.
Quando nel '700, in seguito agli scavi borbonici, fu scoperto il tempio di
Iside e soprattutto dopo la campagna di Napoleone in Egitto, la moda
egittizzante prese piede dovunque.
Sono esposte delle raffinate ceramiche da tavola, di epoca borbonica.
Ancora nell'800 notevoli dipinti ad olio esprimono il gusto egiziaco, così
come una bellissima scultura del D'Orsi, recante il naoforo di Osiride, vuole
ricordare la forte attrazione dell'epoca per la civiltà nilotica.
Il fascino legato all'antico Egitto è sempre attuale, anche se ci sono stati
dei tempi - e lo scopo della mostra è questo - in cui esisteva una vera e
propria egittomania.
Il passaggio dal mito alla storia, intesa come scienza, avviene grazie alla
decifrazione di quella scrittura incomprensibile, misterica, il cui studio nei
tempi passati fu abbandonato perchè troppo difficile. Un francese,
Jean-Francois Champollion, nel 1822 fornisce la chiave di lettura dei
geroglifici dopo un lavoro certosino durato più di venti anni, eseguito sulla
famosa stele di Rosetta.
Così nasce l'Egittologia.
Il sapere dei sacerdoti di Iside, unici depositari della verità e consiglieri
dei faraoni, veniva finalmente svelato.
La visita alla mostra potrebbe essere l'occasione per rivedere la sezione
egiziana del museo di Napoli, la quale dopo la prestigiosa collezione di
Torino è la più importante d'Italia. Ricordiamo oltre alla "Dama di Napoli",
"Il gruppo scultoreo dei coniugi Paenda e Neshua", "Il monumento funerario di
Imeneminet" della collezione Borgia; il "Coperchio di sarcofago" e i "Canopi"
di calcare della collezione Picchianti, che comprende anche cinque mummie.
Elvira
Brudetti
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