il seno nell'arte

dall'antichità al settecento

  Capitolo 5

Settecento

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Sommario >>

 

Il Settecento, dominato dal Rocaille e dal Rococò a differenza del Seicento, secolo delle passioni e del dramma, è nell’Arte ricerca di grazia languida e di raffinatezze formali, di vaporose elegie e di frivoli sentimenti, di evasione dal grigiore della realtà e di fuga nel mondo ideale della mitologia, ma soprattutto di capricciosa gioia di vivere. L’iconografia muta radicalmente e vanno di moda le figure affascinanti e gentili della mitologia. In serie vengono riprodotte Venere, Diana e ninfe varie che, nel pennello degli artisti settecenteschi, diventano pretesto per un’esaltazione della bellezza. Qualche critico bacchettone definì divinità da budoir queste icone di una femminilità adolescente ed acerba, empie di sottile erotismo e di sfacciata provocazione.
I seni nati dal pennello degli artisti del secolo dei lumi sono giocosi, sorridenti, senza pensieri, sia che siano veneziani che parigini.


fig.88

Giovanbattista Tiepolo, arditissimo decoratore di ampie superfici, che inondava con l’iridescenza e la smagliante luce delle sue visioni ed alla cui magnificenza è legata la sua fama, fu ugualmente abile al cavalletto come ci dimostra nella tela, conservata presso l’Ashmolean museum di Oxford, Giovane donna con pappagallo (088). In questa piccola composizione la delicata figura della fanciulla, dal seno timidamente scoperto, non esaurisce la carica visuale del grande colorista, che improvvisa un pezzo di straordinario virtuosismo nel creare un lampante contrasto tra il pappagallo rosso fuoco, arguto e maligno ed il tenero seno latteo della fanciulla, di un biancore dai toni liquidi e trasparenti. I décolleté delle veneziane sfioccano come ventagli di piume e la scollatura della fanciulla è uno scrigno misterioso, un giardino di delizie, etereo come solo questo virtuoso prestidigitatore della luce e dell’aria avrebbe potuto realizzare con accorte pennellate in un vortice di iridi. Le sue donne discinte sono festa e trionfo, sia che riempiano i cieli delle sue creazioni avvolte con nonchalance in rasi preziosi e sete luminose, sia che su piccole superfici si offrano all’incantato occhio dell’osservatore con fantasie profane e burrose nudità. Trasmettono gioia e voluttà terrestre, con l’energia vitale di seni prosperosi, ammalianti e vaporosi, patinati in una luce d’argento, che ci comunicano allegrezze visive così acute da perdere i sensi, in un tripudio di colori, sonori e cristallini, come le campane che suonano a distesa dalle torri di Venezia.


fig.89

La pittura veneta oltre ai seguaci del rococò e alle superbe creazioni del Tiepolo presenta una schiera di artisti minori, alcuni dei quali si esprimono ad un livello qualitativo molto alto, come Gian Battista Pittoni, il quale si avvale di un cromatismo luminoso e di una fresca vena creativa, che spesso assume valori di spumeggiante rococò. Egli fu molto richiesto da una committenza internazionale per cui, pur senza essersi mai allontanato da Venezia, le sue opere si trovano nei maggiori musei europei. Una produzione abbondate con poche cadute di livello ed alcune vette come il Bagno di Diana (089), realizzato dopo il 1721, della pinacoteca di Vicenza, una briosa composizione nella quale si respira aria fresca, con le figure che acquistano corposità e morbidezza grazie al luminoso e vibrante impasto cromatico oltre a degli abili effetti chiaroscurali. L’episodio mitologico permette di delineare deliziose anatomie femminili esposte nella loro innocente nudità e tanti seni al vento preziosi, agili, appuntiti. Forme eteree e garbate in perfetta armonia con i corpi slanciati ed agili della dea e delle sue ninfe, dalle gambe lunghe e delicate, portatori di una grazia ammaliatrice che conquista durevolmente lo spirito ed il corpo.
Immagini ben diverse ci offre Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto per la sua scelta di dipingere gli ultimi della terra. Egli fu uno dei grandi protagonisti del realismo europeo del Settecento, valido rappresentante di quei pittori della realtà che dal Cinquecento e dalla lezione di Caravaggio in poi caratterizzeranno la cultura figurativa lombarda. Volle riaffermare nei suoi mendicanti laceri e nei suoi contadini oppressi dalla fatica l’eterno ed insopprimibile valore della personalità umana.


fig.90

La famiglia dei poveri (090) in collezione Testori ci offre uno spaccato di pauperismo riletto con religiosa commozione, trasferendo il tema della Sacra Famiglia tra le strade di una città devastata dalla peste e nella tragica maestà di questa mamma senza speranza possiamo intravedere l’anticipo più memorabile e puntuale della manzoniana madre di Cecilia.
L’abitudine di allattare per anni trova la sua prima ragione nella povertà più assoluta, anche se tale pratica ha un benefico effetto nel ritardare la nascita di altri figli. Il latte al seno non costa niente ed anche se diventa sempre più scarso ed inadeguato può lenire i morsi della fame di un bambino di 2-3 anni come quello magistralmente descritto nel dipinto. Unico serio inconveniente di questa sofferta costumanza sono profonde e dolentissime fissurazioni nei capezzoli, le temibili ragadi, porta di ingresso delle più varie infezioni, ma il seno della nostra mamma ha resistito spavalda all’attacco dei denti del figliolo ed a testa alta regge la sfida solitaria contro la povertà. Il volto è angosciato, ma il seno è impettito ed esuberante ed il capezzolo, spavaldo, sembra voler combattere la sua disperata battaglia contro le ingiustizie dell’umanità.


fig.91

Pietro Longhi attraverso la sua pittura e la sua tempra morale ha delineato il delicato passaggio tra il Settecento ed il mondo moderno. Egli amò descrivere con puntigliosa precisione i vari aspetti della vita nella sua città, a tal punto da essere definito il Goldoni della pittura. I suoi dipinti sono caratterizzati da un cromatismo chiaro e delicato ed i personaggi sono raffigurati con ironia, mentre nelle opere della maturità il segno si fa più libero ed impertinente, la tavolozza più calcata, con abili giochi di chiaro scuro ed aleggia uno spirito di osservazione salace ed arguto. Nella pastorella che si ammira il seno (091), del museo civico di Bassano, collocabile intorno al 1740, la giovane fanciulla confronta un fiore da poco colto con il bocciolo del suo capezzolo, un pretesto iconografico galante che stempera nel frivolo e rammenta altri dipinti della pittura emiliana coeva che trattano lo stesso tema. Un fondale scuro avvolge la scena e fa risaltare il biancore virgineo dell’incarnato dell’ingenua pastorella, felice delle sue forme che vede crescere e maturare orgogliosa giorno dopo giorno.


fig.92

Nel luogo più esoterico di Napoli, la Cappella San Severo, regno dei mirabolanti esperimenti del principe Raimondo di Sangro, affianco al famosissimo Cristo velato, trova posto una statua allegorica: la Pudicizia (092), realizzata nel 1752 dallo scultore veneto Antonio Corradini. Il monumento funebre è dedicato a Cecilia Gaetani d’Aragona, madre del principe, morta quando il figlio era in tenerissima età. Il Corradini, già famoso per aver realizzato figure velate, pare che a Napoli abbia raggiunto la perfezione grazie all’aiuto del principe, esperto di alchimia e di pratiche di trasmutazione della materia. La figura della giovane donna, completamente nuda e di rara bellezza, è ricoperta da un velo di marmo straordinariamente aderente alla pelle, leggerissimo, naturale, impalpabile che lascia vedere chiaramente il delicato contorno dei seni, sodi, sormontati da un altero capezzolo appuntito. L’artista raggiunge una perfezione assoluta nel modellare il tenue velo marmoreo sul delizioso corpo della donna con estrema eleganza e sobrietà, come se un vapore esalato da un bruciaprofumo contribuisse a rendere umido e tenacemente aderente alla cute lo strato impalpabile, interrotto orizzontalmente da un serto di rose.
Lo sguardo smarrito nel tempo e la lapide spezzata sono i simboli di un’esistenza troppo presto troncata e palesano il tangibile ed ancora cocente desiderio del figlio Raimondo, che volle così tramandare le virtù, ma anche le splendide fattezze della giovane madre, il cui seno superbo aveva trasmesso gioia di vivere ed a lungo avrebbe potuto tenere accesa la fiamma del desiderio.
Il bassorilievo posto sul basamento descrive l’episodio evangelico del Noli tangere a conferma di una dolorosa quanto definitiva impossibilità di ogni contatto umano ed a ricordarci la caducità del corpo e la vanità delle forme, anche le più sublimi quali i seni della giovane donna, esaltati da un velo magico di sovrumana bravura.
Jean Antoine Watteau è un delizioso manipolatore di immagini classiche, che manovra con garbo sottile, venato da struggente malinconia. Seppe interpretare in chiave galante e rococò i miti antichi e fu insuperabile nel creare quelle atmosfere incantate, fatte di toni caldi, scintillanti di luce spruzzata. Innalzò un inno nostalgico alla gioia di vivere e fu per questo caro a romantici come Baudelaire e Verlaine. La sua produzione è un’esaltazione della giovinezza ed un pressante invito a godere della vita, aborrendo lo scorrere del tempo e l’ineludibilità della vecchiaia.


fig.93

La Toilette (093), della collezione Wallace di Londra, eseguita nel 1719, è una deliziosa teletta nella quale una donna dalle forme procaci viene colta nell’atto di togliersi maliziosamente la camicia, mentre una fantesca è pronta a coprirla con una elegante mantella. Si tratta di una signora con la sua cameriera personale oppure, come suppose Boucher, di una maitresse d’un fermier general, in poche parole una direttrice di una casa di appuntamenti? Più prosaicamente si tratta della serva di Watteau, che l’artista, quando passò dai quadri di soggetto mitologico ai nudi in interni, approfittando della sua bellezza, utilizzò come modella.
Lo sguardo della fanciulla, tra l’ingenuo e l’ammiccante, non sembra sorpreso dei possibili spettatori, ma anzi cerca di stabilire un legame diretto con l’osservatore coinvolgendolo nell’umido calore del boudoir.
La carica erotica che emana dal dipinto è palpabile, ma l’artista non cede mai ad una sensualità volgare o eccessiva e vi riesce perchè fa leva sulla grazia di due seni non aggressivi, due boccioli in fiore, fragranti di un profumo seducente in grado di attirare senza eccitare e di conquistare anche i più indecisi. Seni che mal sopportano di essere imbrigliati in leziosi corsetti, dei quali rifiutano il morso come puledri selvaggi, ansiosi di trottare senza sosta e senza meta, capaci di procurare morbosi desideri di futili piaceri.
Francois Boucher fu pittore dotato di straordinaria leggerezza di tocco ed amava dipingere cose gradevoli, graziose e divertenti, con una cromia fragrante ed una poetica della natura morbida e sensuale. La benevolenza della marchesa di Pompadour, della quale sapeva blandire molto abilmente le inclinazioni, certamente lo favorì, ma il segreto del suo successo era nel suo pennello, abile ed energico ed in grado di creare scenette deliziose ed accattivanti. Poeta della bellezza femminile ha reso immortali diafane fanciulle, dall’incarnato bianco latteo, adagiate in pose aggraziate e provocanti tra lo scintillare di trine, rasi e sete preziose, ma sempre rigorosamente nude ed eccitanti. Ebbe rapidità di tocco, straordinario estro decorativo, eleganza di forme, una tavolozza calda e scintillante, una rara abilità a rendere audace e piccante ogni centimetro quadrato del corpo delle sue giovanissime modelle. Seppe suscitare nell’osservatore dei suoi dipinti, richiesti da una società dai gusti raffinati, il piacere di soffermarsi per il gusto di assaporare il bello.


fig.94

La Diana al bagno (094), eseguita nel 1742 ed oggi al Louvre, è certamente il suo dipinto più sensuale, per la delicatezza del soggetto e per l’incarnato perlaceo delle fanciulle che abbaglia l’osservatore. Diana era una vergine cacciatrice, che prediligeva la compagnia delle sue ninfe e disdegnava gli uomini. Amava la solitudine dei boschi, dove poteva bagnarsi nelle fonti e trarre diletto dalla freschezza dell’acqua.
L’artista la riprende nella sua intrigante nudità, esaltata da una sinfonia di colori tenui dal rosa all’arancio, fino al giallo pallido, mentre siede, adorna solo di un diadema, su un prezioso tessuto azzurro presso la riva di un fiume. I seni che possiamo ammirare incantati sono classici seni francesi, delicati come il grappolo col quale si fa lo champagne e della forma della coppa dove si liba la celebre bevanda. Sono piccoli ma alteri e meritano di essere guardati con delicatezza, perchè così fragili da potersi rovinare anche solo per la lunga contemplazione.
Jean Honoré Fragonard è il protagonista del filone erotico della pittura francese tra tardo Barocco e Rococò, l’ultimo grande protagonista del Settecento rocaille. Sollecitato da un potente impulso creativo fu molto prolifico ed i suoi dipinti sono intrisi dalla gioia del piacere ed in questo fu degno interprete della società di Luigi XV. Egli gioiosamente esalta il nudo femminile, proponendolo in numerose e felicissime variazioni.


fig.95

Le Bagnanti (095) del Louvre, probabilmente eseguito nel 1777 e ritirato dal Salon dallo stesso autore, rappresenta un tardo esempio di pittura gaia e fosforescente, alla maniera di Boucher e dove palpabile, sia nella cromia che nella scenografia, è l’influsso di Rubens. Un empito di vita gaia e sorridente, una calda e dinamica vitalità si sprigiona sia dalle figure che dal paesaggio.
Il fruscio delle frasche in un boschetto compiacente e l’emozione intrigante di un incontro tra donne nude, sono elementi che l’autore coniuga felicemente, imprimendo alla composizione spunti di seduzione molto spinti con gustosa partecipazione, facendo respirare una sensazione del tutto nuova di libertà dalle inibizioni e di ardita spregiudicatezza nella scelta delle situazioni. Una pittura vibrante, rapida e luminosa che esalta la labilità dell’attimo fuggente.
I seni delle fanciulle bagnanti di Fragonard sono costituiti di materia fragrante fino all’evanescenza, sono vivaci, allegri, spiritosi e soprattutto fremono di un sano erotismo che dà la gioia di vivere.
Anton Raphael Mengs, pittore tedesco, fu acclamato in tutta Europa come il maggior esponente del Neoclassicismo, che nasce in pittura nel 1761, quando l’artista a Villa Albani realizza un affresco: il Parnaso. L’artista rinnegò la tradizione del Barocco e del Rococò ed attraverso lo studio dell’antichità e di Raffaello, diede luogo a composizioni di nobile e magnificente semplicità, rese con colori chiari e brillanti.


fig.96

Il giudizio di Paride (096), conservato all’Ermitage, fu pagato una cifra molto alta dall’imperatrice Caterina II, che amava molto il Neoclassicismo. Il Mengs rivisita l’episodio mitologico, già ampiamente trattato in pittura nei secoli precedenti, e ne dà una lettura, nell’anatomia dei corpi nudi rigorosamente settecentesca e neoclassica.
La storia e tra le più note: Paride, principe troiano, è scelto per decidere chi sia la più bella tra le dee. Partecipano al concorso, sventurato antenato della miriade di selezioni di miss che sono giunte ai nostri giorni, Atena dea della guerra che promette la gloria militare, Era, madre degli dei che lusinga Paride offrendogli il potere ed infine Venere, dea dell’amore, accompagnata dal figlioletto Eros, che più prosaicamente gli assicurare la donna più bella del mondo: Elena, moglie di Menelao. Paride non avrà dubbi e scegliendo di possedere la giovane, scatenerà la disastrosa guerra di Troia.
I corpi nudi delle dee non hanno niente dell’esuberanza barocca, né sono in preda alle passioni, come le hanno dipinte i pittori seicenteschi, bensì somigliano, nella loro solennità, alle più celebri statue greco romane o alle opere di Raffaello. I gesti sono composti, i volti idealizzati, le anatomie perfette e luminose e si dispongono con grazia al centro della composizione.
Nel rivisitare il famoso episodio mitologico l’artista dà l’impressione di aver voluto dividere i corpi nudi delle splendide dee in due classi, seguendo e semplificando alcune elucubrazioni degli psicanalisti, i quali hanno diviso gli uomini in ciuccioni, che inseguono per tutta la vita il seno delle donne, per rammentarsi del seno della mamma e feticisti, adoratori più o meno espliciti del sedere, quale fonte di piaceri raffinati. Nel dipinto Venere capitanerebbe le donne vessillifere del seno quale seduzione primaria e la sua vittoria nella contesa è quanto mai significativa, Atena lega le sue chances ad un posteriore da sogno, mentre Era, posta al centro delle due bellicose colleghe, sembra sperare nell’equilibrio di giuste aspettative da parte delle due categorie di utenti, che gli studiosi ci riferiscono equamente distribuite.


fig.97

Marie Guillemine Benoist è una pittrice neoclassica francese, allieva prima di Elisabeth Vigée Lebrun e poi di Jacques Louis David, dal quale recepì l’impostazione monumentale e la forza plastica. Sul finir del secolo esordisce con un Ritratto di giovane donna di colore (097) di statuaria bellezza, che ottenne un lusinghiero successo al Salon del 1800 e fu lodato dal pubblico e dalla critica per la purezza del disegno e per il rilievo scultoreo. Il quadro, ispirato all’abolizione della schiavitù, è oggi conservato al Louvre e ci presenta una fanciulla, dallo sguardo altero, la quale espone orgogliosa il seno, di colore ebano, che risalta nel contrasto al bianco della veste che la cinge ed al grazioso copricapo caratteristico per le donne del suo paese. I suoi seni sono floridi e somigliano a degli otri pieni di buon vino, ai quali attaccarsi e berne il nettare avidamente, assaporando la forte gradazione che li fa terribili, ma di breve durata, perchè così come maturano rapidamente, così avvizziscono presto. Si imbevono della luce in un modo sconosciuto ai seni delle bianche e sembrano luccicare come bubboni ardenti, in grado di infiammare lo sguardo ed accendere la fiamma del desiderio.
Nel Settecento la scultura vive un momento di aumentato interesse e di maggiore autonomia, dopo che nel Seicento spesso era stata subordinata all’architettura ed alla pittura. Infatti nel Seicento spesso gli scultori erano chiamati a completare i grandi palazzi con l’inserimento di fontane o gruppi statuari nei giardini, oppure, negli interni dovevano armonizzarsi con i grandi e complessi cicli pittorici, mentre nel nuovo secolo, diminuendo la superficie delle dimore, anche nobiliari, al grandioso si sostituisce il gusto per il piccolo ed il raffinato.


fig.98

Etienne Maurice Falconet fu scultore caro a Madame de Pompadour, della quale ha immortalato il leggendario corpo in un marmo (098) conservato a Londra nella National Gallery. La sua produzione giovanile è baroccheggiante, poi il suo stile evolve verso una grazia elegante e raffinata in consonanza con i gusti dell’epoca e le sue opere più celebri appartengono a questo periodo, tutte marcate da una morbida idealizzazione del corpo femminile, coniugata ad una voluttuosità più o meno appariscente. Nel marmo della sua protettrice la Pompadour è rappresentata nelle vesti di Venere e mentre il corpo è tenuemente idealizzato, il volto, espressivo, reca le tracce di un’acuta analisi psicologica e nonostante la rivisitazione mitologica resta un vero e proprio ritratto.
Attraverso questo lavoro del Falconet veniamo a conoscenza del seno della famosa primadonna della corte francese, alla quale dobbiamo, oltre all’invenzione dei tacchi (era alta solo 154 centimetri) alcune acute e salaci definizioni di come debba essere un seno perfetto. La Pompadour era del parere che il seno ideale dovesse entrare in una coppa di champagne oppure, forse più opportunamente, avere le stesse dimensioni della mano dell’uomo che deve accarezzarlo.
Nel vedere il suo seno immortalato nel gelido marmo, constatiamo che il seno ideale era il suo e non possiamo darle torto, visto che è riuscito a stregare i più potenti uomini del suo tempo, i quali impazzivano dal desiderio al solo pensiero di poterlo immaginare. Ed il Falconet, che dovette ritrarlo, avvertì tutta l’inutilità del processo di idealizzazione alla ricerca di una forma perfetta, perchè ciò che tutti gli artisti cercano da sempre si trovava davanti ai suoi occhi risolto, definitivamente, in maniera inimitabile.


fig.99

Augustin Pajou, raffinato scultore francese, pieno di una leziosità tutta settecentesca, è attivo negli anni di trapasso tra rococò e neoclassicismo e conserva la grazia languida del primo, mentre nella scelta del tema mitologico già aderisce al secondo. La sua opera più famosa è la Psiche abbandonata (099), eseguita nel 1790 e conservata al Louvre, che raffigura una fanciulla languida ed impaurita resa con sottile, morbida sensualità. I detrattori inizialmente la considerarono indecente per il pianto, che lasciava trasparire la sentimentalità teatrale tipica delle opere di Rousseau e per la nudità chiaramente attribuibile ad una qualunque modella parigina priva di mitologica grazia, ma in seguito tutta la critica è stata unanime nel riconoscerla straordinaria.
Psiche, figlia di un re, era di devastante bellezza, tanto da scatenare le ire di Venere, dea dell’amore, la quale ordinò ad Eros, suo figlio, di farla divenire brutta, ma il giovane disobbedì e trasferì la fanciulla lontano in un castello meraviglioso, dove tutte le notti godeva delle sue grazie. Tutte le favole finiscono ed anche l’idillio tra Eros e Psiche ebbe fine, tre le lacrime disperate della giovinetta che Pajou ha fissato per l’eternità nella rigidità del marmo.
I seni di Psiche sono fatti di un marmo, carnoso, ricco, trasparente che li fa tersi e puri. Come è difficile non contravvenire al severo divieto nei musei di non poter toccare le statue e provare con mano la rigidità della materia impassibile, archetipo di forme immortali, che non si deformano, non avvizziscono e sfidano lo scorrere del tempo, permettendo di godere con la vista e correre con la fantasia. A pochi è concesso il privilegio di vivere in eterno nella memoria degli altri, per i seni di Psiche è invece normale sfidare i secoli, dando gioia e diletto a più generazioni, fino a quando tra gli uomini sarà vivo il gusto per il bello.


fig.100

Johann Heinrich Fussli, pittore svizzero, ebbe una personale visione dell’arte come trasposizione sulla tela di visioni interne, di incubi, di emozioni profonde che lo spingono ad avvolgere turbate immagini femminili in evanescenti chiaroscuri lunari ed in preda ad allucinate fantasie romantiche. Lunare ed estroso è il suo Peccato inseguito dalla morte (100), realizzato nel 1796 e conservato alla Kunsthaus di Zurigo, derivato da un episodio del Paradiso perduto di Milton, un autore molto ammirato dal Fussli alla pari di Dante, Omero e Shakespeare. Il dipinto è dominato dalle brume e dagli spettri, che sembrano fuoriuscire dai meandri più tenebrosi dell’inconscio. L’ombra della morte ghermisce i seni di una fanciulla e vuole trascinarla con sé nel precipizio. Li tormenta con unghie affilate approfittando delle catene che impediscono la fuga. E non possiamo nemmeno immaginare che sono destinati ad essere posseduti dalla morte, essi rappresentano la realtà più perenne dell’universo e la loro totale scomparsa non si riesce in alcun modo ad accettare.
Francisco Goya ha un posto di rilievo nell’ Empireo dei grandi pittori di tutti i tempi.
Dotato di fantasia smisurata, notevole abilità e tecnica eccellente, fu per la robustezza del colore, per la vivacità del disegno, per l’incisività del tratto e per la spietata introspezione psicologica nei ritratti, il più grande precursore della pittura moderna. Pittore ufficiale di Corte, eseguì ritratti del re, della regina e della nobiltà, marcati da un’ironia più che palpabile, misconosciuta all’epoca, ma che oggi sembra sfacciata ed insolente.


fig.101

Il secolo trova un’esaltante conclusione nella sua opera più famosa la Maja desnuda (101), uno dei più celebri dipinti della storia dell’arte. Realizzato in coppia con la tela gemella vestita, raffigura, mollemente adagiata su un divano, nella stessa seducente positura, la stessa modella, sia nuda che in abiti eleganti. Il committente è sconosciuto, anche se alcuni elementi sembrano indicarlo nella duchessa d’Alba, presso la quale il Goya soggiornò nel 1797 e, tenuto conto delle voci che li indicavano legati da affettuosa amicizia…, vogliamo immaginare che la nobildonna abbia chiesto al pennello del suo amante di trasferire il suo splendido corpo dalla caducità della giovinezza all’immortalità della tela.
La spettacolare forza dirompente del dipinto risiede nell’assenza di qualsiasi allegoria, travestimento mitologico o pretesto religioso. La fanciulla senza nessun accessorio, sia pure un fiore o una collana fa spettacolo, orgogliosa delle sue forme prosperose e guarda spavaldamente negli occhi lo spettatore, che sembra invitato a godere di questo paradiso di forme, tra le quali spicca il seno, sapientemente evidenziato dall’ardita posa delle braccia all’indietro, che esalta e dà il massimo rilievo alle due magnifiche mammelle toniche e straripanti. La vita snella accentua i seni spaziosi con una valle che li divide, sembra quasi che siano in concorrenza tra di loro, a catturare l’attenzione, l’opposto di quando lo spazio vitale viene conteso dalla prorompenza e ad ogni minimo contatto sprizzano scintille.
Una tale audacia rappresentativa non poteva passare inosservata, infatti l’Inquisizione nel 1814 convocò il Goya ed ordinò la distruzione del quadro, evento fortunatamente non verificatosi. Ed i tempi a noi vicini negli anni Trenta del Novecento non dell’Ottocento, quando le poste spagnole trasformarono la Maja desnuda in un francobollo, gli Stati Uniti restituivano al mittente la corrispondenza affrancata in maniera così sconveniente, sicuri di preservare in tal modo la morale dei cittadini di quella grande nazione, da sempre faro di libera circolazione di idee e di democrazia…

 

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